DISLOCAZIONE



L'esistenza come summa di puntate. L'intero arco della vita, degli anni e delle stagioni, le interminabili tediosità di un'attesa vanno viste soltanto come iati, come spaccati a sé stanti. Bisogna condividere solamente con se stessi l'urgenza di non soccombere per portare avanti un altro po' la propria testimonianza, acquattarsi nell'interno dell'intimo più proprietario ed aspettare che la bufera passi.

Mi ritrovai a pensare questo di me, una sera mentre bevevo troppo, da solo e velocemente sequele inarrestabili di frazioni di litro d'alcolici. Così dopo aver bevuto eccessivamente, con smania e senza misura, riuscii ad arrivare a capire, alzando lo sguardo, di non essere più solo; fissai in questo modo i filamenti reconditi, nascosti, dell'entità che mi fronteggiava, che mi guidava invitandomi a seguirla fino in fondo, fino alle conseguenze imprevedibili, con fiducia cieca o forse, semplicemente, con la sola voglia di sconvolgermi, di gioire per un macabro divertimento.

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L'analisi è fredda, implacabile: tutto ciò che è male nasce da radici di logica incorruttibile. Così direbbe qualche potere temporale, aggiungendo: tutto ciò che sconfessa la natura divina di noi poveri mortali è un attentato alle divinità stesse.

Noi siamo, per quanto orrido possa sembrare, semplici macchine, raffinate ad un grado che non saprei mai definire esattamente. Non abbiamo scopi degni di nota. Non abbiamo scopi tendenti al divino ma, forse, soltanto mire in grado di far evolvere il nostro software.

Questo concetto era tutto ciò che continuavo ad avere in mente in quelle giornate, davanti al nulla che sapevo essere popolato da altri motivi, nessuno di loro particolarmente benevolo; le vibrazioni che quelle forme emanavano erano filtrate da miei convertitori biologici, qualcosa di non esattamente all'ultima moda tecnologica ma veramente funzionale. Vedevo, se non percepivo, le nervature delle loro caratteristiche caratteriali, i nodi di software particolareggiato ed evoluto che esse possedevano intimamente, la loro inarrivabile ed apparente carica maligna, verosimilmente pura nella sconfinata malvagità. Io ero soltanto un ostacolo occasionale, paratosi davanti a loro per chissà quale bieco motivo del caso. Quella sera continuai a bere in preda, credo di ricordare, ad uno spavento mortale. Avevo come la sensazione che qualcosa avesse deviato il mio flusso umano verso indirizzi inusuali, alieni - come una deviazione artificiale del corso di un fiume che inonda territori sempre secchi. L'acutezza del mio pensiero analitico diveniva sempre più tagliente e per quanto inspiegabile, io riuscivo a fronteggiare le logicità estranee grazie alle mie deduzioni. Un'ondata, quindi, di dimostrazioni di capacità complesse d'evoluzioni, di nascita e morte d'onde caotiche, si frapponeva tra me e loro. Imboccavo territori della mente che mi permettevano di condurle sul mio campo, inesistente nel punto dove il mio corpo si trovava; vedevo loro comprendere perfettamente i miei bagliori caotici, espressi magnificamente dalle mie sinapsi modificate con superficie di memoria aggiuntiva. Le forme erano di un assoluto immobilismo, perse nei loro territori così estesi in troppe dimensioni per riuscire, io, a comprenderle. Mi mostrarono, improvvisamente, il viaggio che compievano le loro nervature che, semplicisticamente, potevo colorare come software fuzzy. Chiusi gli occhi, li serrai. C'erano delle luminescenze, potenti, perse in un buio così innaturale, o soprannaturale, dentro un tubo profondissimo di materiale organico; si trattava di un enorme cavo fatto di tubature che collegavano molteplici locazioni prossime all'infinito, anche se in realtà ciò che vedevo erano soltanto due unici sensi di sviluppo. Tutto pulsava di impressionanti dimostrazioni di potenza. Potevo notare, anche, illuminazioni premere sui miei input artificiali - in grado di spalancarmi porte su altri territori inarrivabili con la release 1.0 di me - che mi lasciavano soddisfatto dei loop di bioscript, ben messi a proteggere il mio equilibrio psichico. Stavo salendo d'altezza ma la profondità aumentava, soprattutto all'interno di me stesso dove una voragine implodeva verso l'anima, verso i nascondigli del mio software innato. Qualcosa sussurrava disfacimenti ma avevo ben salda l'idea di me in me. Non seppi come, ma ero di nuovo al punto di partenza. Stavo bevendo smodatamente. Il flusso d'alcol che andava dritto verso il mio cervello era in costante aumento e la mia testa cominciava a dolermi in modo insopportabile. Ero uscito da quel sogno, razionale nella sua assurdità, così come vi ero entrato: assurdamente. Sentivo che qualcosa era penetrato nella mia esistenza o forse, quel qualcosa ero io che entravo nell'esistenza di quelle forme, in un flusso perso nella dimensione del tempo, inconsapevole. Qualcosa era ancora davanti, intorno a me. Il locale in cui mi trovavo era affollato in quelle ore. Totalmente bevuto ma lucido provai a leggere i log dei processi mentali nei file system dedicati alla cronologia; linguaggi macchina e sequenze ancora esadecimali non potevano penetrare un luogo così complesso dove ben sapevo essere stato, così arrivai a domandarmi fin dove la mia mente poteva portarmi se l'avessi ancora modificata, arricchita, potenziata con impianti per giungere a release lontane, anche dal postumano. Gettai nel cestino posto sotto il mio cervelletto, come carta straccia, i log ed altre spiegazioni appena abbozzate di ciò che mi era capitato di vedere pensando: i punti nodali dovevano per forza prevedere altre coordinate di partenza. Continuai a bere… Bevvi. Fissai il fondo del mio bicchiere. C'era un inquieto muoversi, o forse era soltanto anormale. Mi venivano in mente storie romanzate di bambole sintetiche ma vive, da amare. Mi incuriosiva, da quando avevo cominciato a leggere quel tipo di racconti, il punto di contatto dell'artificiale con le realtà estremamente materiali e sofisticate, mai raggiunto prima nella storia. Ebbene, qualcosa di molto simile ad una sagoma femminile si stava sinuosamente muovendo sul fondo di quel bicchiere, al ritmo di una musica che avevo in mente in quel momento. Provai a trasferire le note su un piano grafico, nell'attesa di trovare i punti di partenza giusti per la danza della shape; quando ci riuscii partii per i miei rilievi. Insieme ai rilievi feci iniziare anche altri pensieri che, come un sipario rivoltato, tiravano i fili per coprire me nel teatrino di quel locale. La musica continuava a svolgersi nella mia mente, come un nastro; la musica si sviluppava, allora, insieme alle danze di quella forma uscita dal fondo del mio bicchiere... Ma ormai io non ero più in quel locale. Sentivo passare dentro di me i rumori della strada perché la strada era dentro me, con tutti i veicoli che ci stavano transitando. Era notte anche lì. Il senso del viaggio, ciò che mi aveva sempre affascinato, mi si spiegava davanti con tutto il fascino del passare attraverso luoghi come una meteora, strappando brandelli di vita altrui, assorbendoli dentro di sé senza tuttavia ucciderli o rubarli. Io ero la gente, in quei momenti, io ero un'esistenza che ne conteneva al suo interno altre mille, diecimila, che dividevano me in rivoli paralleli, tutti possibili. Io nascevo mentre morivo, mentre soffrivo, ma ignoravo la direzione verso cui viaggiavo. Guardai fuori dei finestrini vedendo il nulla. Mi accorsi anche che, pur non avendolo notato prima, non esisteva nessuna scocca intorno a me. I finestrini, tutto il telaio si dissolse con la potenza che solo una mente può impiegare. Pensai ancora un attimo, l'attimo della razionalità, e mi accorsi allora che il sipario era aperto sul pub e sugli avventori che mi stavano fissando divertiti, sorseggiando amabilmente le loro bevande alcoliche mentre io scendevo i gradini del degrado, pulendo con la mia faccia il pavimento. Fui scaraventato lontano dal proprietario del locale o da chiunque era dietro il bancone. I ronzii della mia presa craniale offuscarono la mia visione del mondo e allora tastai con curiosità alterata dalla rabbia e dall'alcool l'ingresso della boccola: l'in era ostruito da un jack di pregevole fattura, senza fili e autocollegante. Stordito non pensai perché stesse lì quel plug, né chi lo aveva messo; lo tolsi e la notte divenne ancora più buia, ancora più tremenda, mentre non riuscivo a sopportare il mal di testa che oscurava tutto il mio cervello. Il mio senso dello spazio era fortemente compromesso, tutti i cluster erano occupati in virtualità ibrida dalle gradazioni di alcool. Provai a concentrarmi, provai a visualizzare i passaggi dei pacchetti di messaggi nei layer superiori, leggendone le informazioni in puro esadecimale, cercando di capire dove era localizzato il problema - un primitivo tentativo di dump - senza, tuttavia, riuscirvi. Non ero in grado nemmeno di localizzare il luogo in cui mi trovavo, non riuscivo a capire dove dovessi dirigermi per riposarmi - il giorno successivo era troppo prossimo. La mia casa si era nascosta in una piega dei luoghi che mi era sconosciuta, in quel momento. Mi sentivo male, troppo male per continuare. Feci una rapida ricerca nel mio database personale: Pensioni. Mi si visualizzarono sul visore craniale le info della più vicina locanda, appena dietro l'angolo che avevo davanti. Suonai, mentre ero ancora in cammino, con un cicalino dalla vibrazione vagamente rétrò, fin de siècle. Ebbi delle indicazioni in sovrapposizione sul mio visore per il pagamento, per l'apertura automatica della stanza e per l'accesso ai vari servizi in base al livello d'affitto che avrei accettato. Erano operazioni che dovetti fare non meno di due volte, le mie pupille si rivelarono puntatori imprecisi per le scelte di menù. Mi sdraiai, infine, su quel letto estraneo. Gli occhi li avevo già socchiusi, non feci molta fatica tenerli del tutto serrati. Il senso di dislocazione mi sembrò elevato: non ero nella mia casa bensì nella stanza di un albergo; non esistevano, in realtà, hotel così vicini a casa mia. Mi chiesi dove ero esattamente. Un senso d'incarnato mi prese allo stomaco, lo stracciò. Forse, non stavo così male come sembrava; forse mi stavo auto convincendo di star da schifo ed invece ero solo stordito... Il trillo del telefonino che avevo impiantato direttamente nella zona dei comportamenti mi perseguitò per lungo tempo, per decine di secondi forse; posi il mio diniego alla risposta come evento principale - un simbolo di senso vietato era visualizzato in quel frangente - ma lo sconquasso che si stava realizzando nelle mie cellule cerebrali era dolorosissimo. Cercai di rintracciare la chiamata attraverso utility che sfogliavano i pacchetti IP di tutte le armature spoofing, fuorvianti, che nascondevano come veli di cipolla il punto d'origine; toppo tardi, l'impulso si era già perso in qualche smagliatura della rete. Preoccupato non potei far a meno - mentre mi lenivo l'impossibile emicrania - di considerare che ero stato rintracciato, che i meccanismi di monitoraggio globale erano definitivi; tutti avevamo un indirizzo, anche i dispositivi impiantati potevano essere catalogati univocamente. Ognuno di noi era solo un nodo della rete, immensa, totale; come anime perse nel tessuto potevamo, con i nostri corpi in disfacimento, entrare con del software proprietario nel collegamento globale. Era la promessa di un nuovo paradiso, la nostra personalità resa sempre più simile ad un agglomerato complesso di logica e algoritmi, come macro: condivisi eppure unità a sé stanti. Il trillo di nuovo. La corsa delle utility a cercare la fonte. Provai un senso di nausea improvviso, insopportabile. Avevo la visione di me che vomitavo getti violenti sotto il bordo del letto; ebbi la certezza di vomitare veramente. Migliaia di icone al secondo si gettarono verso me, direttamente nel cuore della mia coscienza e mi bombardarono di troppe informazioni che non avrei mai potuto sopportare; il comando di open era stato dato ai miei sockets camuffandolo tra i tanti comandi innocui, ritrovandomi così con la mente aperta, semplicemente come in un porto di mare indifeso, come in una roccaforte senza difesa. Mi sentivo un forziere aperto e depredato. In quel momento dubitai fortemente della mia capacità critica, anche della razionalità. Il mio cervello era controllato, in ogni sezione. Il chiacchiericcio, il più becero che si potesse trovare in giro, vagava liberamente in me. Questa volta ero senza difese in un territorio dove chiunque, qualsiasi cosa poteva friggermi il cervello, il corpo, le capacità mentali, il mio Io più nascosto e impenetrabile, in pochi iati. Dal brusio si levarono immagini sfocate che sentivo vicine a me per le vibrazioni che producevano; anch'esse si celavano dietro strati di fumogeni per nascondere la loro vera natura, dietro strati di spoof. Compresi che quelle immagini erano artificiali, nulla che avesse natura organica o comunque genuinamente umana. Cercai di scavalcarle, di ricostruire seppur deboli schermi che mi aiutassero a superare il momento... Loro mi parlavano per immagini di stati d'anomalia funzionale, di stress fisico e di palpitazioni, e continuavano ad emettere luminescenze, a raccontare: erano sfarinature, sfaldature organiche, iniezioni di ware organico ma artificiale. Qualcosa mi faceva continue inoculazioni e poi abluzioni di quel ware, non sapevo quanto reali, e me stesso era raffigurato in un ologramma trasparente che metteva in risalto i continui innesti d'organicità da laboratorio, le insistenti sostituzioni delle mie cellule impazzite; tutto sembrava essere soltanto un ennesimo incubo, nemmeno delle tipologie da me preferite. Il fiato mancava, ma qualcosa di postumano mi rimpiazzava subito la mancanza d'aria nei polmoni sintetizzando, dal solido, particelle d'ossigeno corretto, utilizzando clorofilla modificata. Mi sbagliai. Aprii gli occhi. Avevo visioni in sovrapposizione: la camera che faceva da sfondo inattivo, le follie dell'intrusione nei miei neuroni che si agitavano sopra, i colori che si mischiavano mentre confondevano e cambiavano sotto. Come se fossi in preda ad un forte capogiro caddi dal letto vicino ai residui del mio vomito, o almeno così credetti, mentre - ne ero sicuro - altre parti di me si trovavano in movimento tra lo sfondo della stanza e le iconografie proiettate nella estensione della mia mente. Io ero duplicato, con lo spirito ridotto a righe di codice a non più di tre livelli di complessità, qualcosa pari ai linguaggi di seconda, forse terza generazione. Provai di nuovo a serrare gli occhi ma il giramento di testa, la confusione era così profonda nella mia psiche che mi rimaneva difficile il solo pensare e reagire; il cielo intanto andava schiarendosi fuori - potevo vederlo dalle finestre virtuali, in collegamento con la ionizzazione degli strati alti dell'atmosfera. Ora, mi sentivo vuoto.

Mandai una comunicazione di malattia al mio laboratorio, mentalmente. Non serviva più il luogo del recapito, mi ricordai di essere soltanto un anello della rete. Non indicai nemmeno la motivazione, il disagio era controllabile da qualsiasi punto d'ingresso della connessione. Presi elementi aggregativi tentando il recupero, con l'aiuto d'alcune ore di sonno saturo; attesi pochi minuti, necessari per ripristinare l'aggregazione psichica. Mi accorsi presto di avere ancora dolore, forte emicrania, nausea...

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Dislocated day dislocated day. I will find a way. To make you say. The name of your forgiver. Erano parole di un testo di canzone che mi risuonavano sopra a tutte, sopra alle immagini e alle confusioni. Così mi lasciai cullare dal ricordo di quelle frasi e dalla musica che le accompagnava, ed ancora dondolai, dondolai, dondolai... Ero sopra un cesto di vimini, io bambino, io novello Mosè abbandonato sulle acque infide verso un lido facilmente perduto; le onde erano dolci. C'era del profumo d'acqua finalmente pura e di un sorriso semplice quando udii un rumore in lontananza, fatto di sinistre rimembranze; il cielo ruotò velocemente, come se avessi visto la parte bianca sotto le pupille, e null'altro... Udii intimamente: le porte dell'umanità sono aperte, spalancate. Pensai di definire quelle porte, ad un esame più attento, divelte. Entrai in quella fortezza non più tale attraverso un percorso; altra musica che ricordava l'antico oriente stava ondeggiando mentre le parole precedenti erano rimaste congelate in una teca di cristallo opacizzato, appesa chissà come sopra delle torri. La musica continuava ad andare avanti... Urla, grida, quant'altro può uscire da gole umane era sempre presente lungo gli argini del sentiero mentre la notte acquisiva sempre di più un sapore d'aromatico, un gusto che dissentiva dai canonici metri di misura del portamento sociale... Mi mossi a tempo, sorridendo ancora con leggerezza. La strada era spianata davanti a me ma avevo la sensazione che qualcun altro si fosse nascosto in angoli bui che non riuscivo, però, a scorgere da nessuna parte... Uscivo ora da quelle porte in cui ero entrato prima osservando, con notevole soddisfazione e sollievo, che esse erano state riparate con efficacia...

Le stelle brillavano ora, forte, e rischiaravano la strada che dovevo affrontare per sentirmi meglio. Un rumore di passi lontani mi fece socchiudere le palpebre, serrarle ancor di più, affondando così nel piacere di un riposo liberatorio nel materasso dove mi trovavo, al caldo, affrancato dalle paranoie. Avevo ritrovato un motivo per cui lottare: l'unità del mio essere. Potevo legittimamente pensare che non ero più solo ma in compagnia, non di angeli luminescenti bensì di qualcosa che cercava di raggiungere il mio grado di evoluzione: ero io il loro angelo, la loro guida, il loro dio. Mi addormentai, finalmente. Il sonno fu senza scossoni, senza altre immagini. Al risveglio, era giorno quasi finito.