PARTE 2 - Dipartita |
I |
Giorni.
Giorni che si succedevano. Uno dopo l'altro.
Visioni, a volte deboli, oppure avvolgenti, che fugacemente apparivano nelle ore più impensate, che non mi facevano rendere conto dell'inutilità della mia cronologia.
I turni del laboratorio. Gli stressanti viaggi del ritorno... Continui ricorsi ai ricordi impiantati, alle fugaci memorie ausiliari dense di immagini da cartolina: ricordi perfetti di vite mai vissute; evasioni.
Avevo provato a prendere brevi periodi di malattia ma tutto quello che ero riuscito ad ottenere era un sofisticatissimo kit da innesto, che mi permetteva di svolgere il cuore dei test anche da casa; il costo dell'impegno satellitare era una smorfia in più, insignificante, sul volto del responsabile di laboratorio, un modo come un altro per dirmi che non ero considerato, un modo per spianare la strada verso il cinismo più pragmatico nel mio labile equilibrio psichico.
Non accettavo quel patto, non per idealismo e nemmeno per inutile rivalsa od orgoglio: semplicemente non poteva importarmene di meno del laboratorio, del mio responsabile - visto solo due volte attraverso microcamere da impianto - delle mie responsabilità in genere. L'apatia, quella granitica, mi attraversava come un'autostrada, con flussi indifferenti d'isterie di seconda mano presenti in ogni veicolo: ogni vettore tendeva per una propria direzione ed il caos riuscivo a vederlo dall'alto, appena appena circoscritto dalla mia anima.
Allora pensai: non posso tediarmi ancora.
Allora pensai: devo interfacciarmi con l'agenda degli impegni del mio responsabile, in rete.
Lo feci.
Durante una pausa imprevista dei test m'infilai di soppiatto nella sua rete personale, utilizzando password universali di contrabbando. Scelsi il giorno, l'ora, lo stato d'animo e la predisposizione neurale del mio interlocutore, contraccambiando con le mie migliori qualità linguistiche e persuasive - attinte al mio ormai non indifferente bagaglio di visioni impersonali. Nessuno, tanto meno il mio responsabile, avrebbe mai capito che era un appuntamento, tra i tanti veri, pilotato.
Venne il giorno, l'ora, il minuto preciso. Un fastidioso, insolente beep risuonava nella mia mente - tutti gli innesti che avevo risuonavano di una frequenza universale, in modo da permettermi un collegamento globale d'emergenza. Congelai le memorie genetiche in uno stato detto limbo. Spensi i macchinari. Mi avviai verso l'unità di connessione interna alla factory - ve n'erano parecchie decine sparse per tutto l'edificio, anche nelle toilette. Mi addentrai nei cavi ottici...
La luce era sempre stata così strana, fuori e dentro il fabbricato; anche nel circuito interno, notai, era di un candore totalmente artificiale, pompato mi veniva spontaneo definirlo. Era un tipo di risoluzione volutamente falsa che risaltava anche agli occhi di chi, come me, era abituato alle virtualità dei vari costrutti sparsi sulle reti, anche quelli neurali.
Scelsi dal mio vocabolario interno la posizione da assumere di fronte al mio superiore, scelsi anche l'atteggiamento giusto per non farmi offendere da quell'illuminazione, accedendo ad un database privato; digitai il mio codice identificatore su una tastiera apparsa improvvisamente davanti a me.
Entrai in una stanza asettica, adimensionale; il Paradiso sembrava accogliermi. Da angoli impossibili saliva una perfetta emulazione di musica settecentesca o forse antecedente, rielaborata con tecniche plasmate sugli strumenti dell'epoca.
Seppi subito che il mio interlocutore era lì, nascosto non sapevo bene dove, e che mi scrutava - aveva sicuramente settato un flag d'indisponenza nel suo carattere durante le riunioni. Comparve subito dopo il suo volto - solo quello credetti di vedere - che emanava sicurezza e radiazioni rassicuranti.
Disse con voce standard: mi dica....
Improvvisamente mi si seccò la gola, anche quella virtuale. Cercai di raccogliere tutti i pensieri, maledicendo la mia noncuranza che mi aveva impedito di prendere appunti mentali sul discorso che dovevo tenere. Mi sentii, improvvisamente, indagato. Chi mi era davanti aveva potenzialità, tecnologie e capacità che non potevo nemmeno prevedere. La tecnologia che avevo in me era sterco.
Egli mi osservò, fino alla fine della sua indagine. Sospettavo anche che avesse anche scoperto il mio atto d'intrusione nella sua agenda personale.
Lei è venuto fin qui per convincermi che noi non abbiamo più bisogno della sua collaborazione. Lei - abbozzò un sorriso di circostanza, qualcosa di studiato e tagliente - si sente saturo e perseguitato da forme primitive di vita, le stesse che sta testando. Lei ha ancora delle tracce di radioattività nelle sue cellule cerebrali per l'uso di alcune droghe psicotrope... Obiettai a questa bassa intrusione prontamente, con la rabbia piuttosto che con fredda determinazione e calcolo: non può affermare questo, non può screditarmi così, io non... Lui riprese, senza quasi dar peso alla mia interruzione: l'ho letto nei suoi log interni, e c'è ancora traccia d'infinitesimali particelle contaminanti nelle sue cellule; noi stessi anni fa abbiamo sporcato molti lotti psicoattivi, sapendo perfettamente che nel nostro immediato futuro avremmo avuto a che fare con persone che non avrebbero mai ammesso il loro uso di droghe così espanse. Però - mi sorrise di nuovo, con lo stesso risolino affilato - dobbiamo ammettere che la tecnologia non ci faceva ancora sperare nel riuscire a leggere gli storici dentro ogni cervello, perciò ci dispiace se Lei ha avuto danni dall'uso di materiale radioattivo; se solo avessimo saputo della possibilità di consultare i percorsi storici delle menti ci saremmo sicuramente risparmiati l'onere di utilizzare un così antiquato metodo.
Ero allibito dall'eloquenza, dal savoir-faire. Non ebbi la forza di replicare; lui, invece, continuò: ma, comunque, non sono questi gli argomenti che permetteranno a Lei di andarsene da questo colloquio e dalla factory senza infamia! La cosa che ci piace notare è la destrezza che Lei ha con i sistemi neurali. Il piacere diventa, però, subito dispiacere, poiché quest'abilità è stata usata contro di noi. Può prendere tutti i suoi effetti personali e andarsene, subito, dal suo laboratorio... Senza preoccuparsi delle memorie genetiche che affideremo ad un altro tecnico, spero più diligente di Lei. Naturalmente le possibilità di eventuali nuovi reimpieghi in altre factory, o società, o laboratori di qualsiasi altro tipo per Lei sono fortemente precluse. La prego, prenda l'invito ad andarsene non come un ordine, che ci dispiacerebbe considerare tale e quindi far eseguire, bensì come un invito… Un invito a conciliare le nostre posizioni, tra noi e Lei; La accompagno all'uscita, La prego...
Così detto la sua voce, bassa, oscura, densa di grazie sicuramente artificiali, si trasformò in un sentiero visivo; il volto del mio responsabile scomparve, inghiottito di nuovo dal chiarore innaturale di quel luogo. Sfilai rapidamente la connessione alla rete - il solito, fastidioso prurito che s'irradiava dalla presa cranica per tutto il capo. Mi incamminai verso l'uscita dello stabile, passando prima a ritirare le mie cose sparse per i cassetti del laboratorio.
Trovai soltanto l'indicativo di Granted Access che fuoriusciva da alcune fibre ottiche da indicazione, intorno soltanto al mio desk personale, non alle postazioni o ai macchinari da test. Prelevai rapidamente le mie cose - il diario che avevo preso a scrivere nei mesi precedenti e interrotto, i portacarte e le chiavi del mio appartamento - e non appena ebbi svuotato i cassetti le indicazioni lampeggiarono la parola Denied. Vennero alcuni operatori della vigilanza interna e mi accompagnarono, con modi non bruschi ma solleciti, verso la cancellata. Il tempo rispecchiava quello del primo giorno: nubi nere, basse; il freddo e il ghiaccio erano ancora presenti nelle zone d'ombra.
I miei colleghi, o coloro che in ogni caso mi erano vicino fisicamente durante le ore di test, stavano completando il turno aziendale di mensa...
Ero in strada. C'erano, senza nessun ordine apparentemente logico, degli operai intenti a riparare cataste intricate di cavi ottici.
Un senso di confusione mi dominava; ero riuscito a lasciare il laboratorio, la factory intera ma non nel modo che volevo: ero stato cacciato come un lestofante. Il mio futuro professionale, la capacità a sostentarmi era fortemente compromessa.
Mi guardai intorno. Provai l'impulso della fame, forse nervosa. Mi gettai in un fetido locale lì vicino, dove potevo mangiare qualcosa. Ordinai soltanto da bere: birra.
Rimasi l'intero pomeriggio a sorseggiare alcolici, a mangiucchiare qualcosa, mentre la mia testa si andava svuotando di tutte le ambizioni, di tutti i problemi, mentre ogni cosa cominciava ad apparire veramente distante. Estrassi il diario, riflettendo vagamente sull'uso che facevo di antiche tecniche di memorizzazione - banchi di memorie volatili - mentre potevo comodamente appoggiarmi a notepad mentali da riciclaggio; lessi distrattamente ciò che avevo scritto a suo tempo, sorseggiando altra birra e riflettendo sul fatto se potevo ritenermi libero da condizionamenti ora che avevo troncato i legami col laboratorio. Cercavo anche una via d'uscita, che mi permettesse di vivere decentemente e che non fosse la solita intercettazione o clonazione di carte di credito. Bevvi, lentamente, ancora un'altra pinta.
Caddi nella confusione. Il crepuscolo era cosa fatta ormai ed io non avevo mai smesso di bere; pensai di saldare il debito accreditando il tutto sul conto della factory, inserendomi nell'indirizzo di rete di quel locale e dirottando delle informazioni di carattere riservato - tutte note sui clienti di quel tugurio - verso la nota spese del mio ex responsabile che avrebbe, così, pagato sottobanco per non farsi credere cliente abituale di quel... Non riuscivo nemmeno a definire bene quel pub fatiscente.
Dal pensiero all'esecuzione di quel progetto passarono pochi istanti, quelli necessari a tirare fuori il mio cavetto da connessione e infilarlo proprio sotto le spine da spillaggio, dove avevo già notato delle bocchette sospette. L'alto tasso alcolico mi favorì, ero così vicino alla natura delle cose che feci tutto rapidamente e bene, senza il minimo errore. Era il mio regalo di licenziamento all'interfaccia olografica, a quell'armatura del mio ex superiore.
Uscii nella sera ormai già fredda, mentre le stesse chiazze di gelo del giorno si erano di nuovo estese, esattamente verso i luoghi dove gli operai armeggiavano, nelle ore precedenti, intorno agli agglomerati ottici.
La sagoma della factory era sullo sfondo, debolmente bioluminescente. Barcollando mi diressi verso la mia casa...
II |
Riflettei a fondo su ciò con cui avevo avuto a che fare: memorie genetiche.
Misi dei brani sul visualizzatore craniale interno alla mia scatola cranica, per aiutarmi a visualizzare ciò che sentivo. Avevo delle visioni fugaci e intense di fiamme che lambivano l'orizzonte rosso cupo, con montagne sullo sfondo imbevute in vallate arse dal calore invisibile, mentale. In basso, a destra, riuscii a concentrare un programma d'elaborazione mentale, solo un semplice aiuto per concentrarmi meglio: uno shield sempre attivo.
Considerai ciò che erano quelle schegge, da un punto di vista strettamente fisico: unità genetiche, biologiche, compatibili con la struttura umana, capaci di memorizzare il proprio stato di partenza e di evolverlo. Esse erano, anche, capaci di evolversi fisicamente nel tessuto dove erano ospitate, con un limite insito nella loro interiorità molecolare pari ad un due elevato a bassa potenza; già a quei nanolivelli la loro efficacia d'elaborazione assumeva vette spaventose. Esse erano, in ogni caso, entità divise, autonome anche nello stato d'interazione biologica con il tessuto cerebrale o con qualsiasi altro tessuto dove esse erano impiantate.
L'ampia gamma delle nuove intelligenze possibili spaziava dal potenziamento cerebrale fino al dare cognizione a tutti i tessuti che, geneticamente, non ne possedevano. Un braccio, un piede, un qualsiasi organo interno poteva divenire unità pensante, tramite collegamento neurale col cervello, anch'esso potenziato. Era come realizzare una rete interna, una LAN totalmente pensante, indirizzabile atomicamente ed enormemente potente, con capacità d'elaborazione nemmeno paragonabile ad alcun supercalcolatore esistente. Certo, bisognava pur scegliere le caratteristiche di partenza il più possibile simile allo spettro emozionale del soggetto da impiantare, altrimenti si rischiavano dolorosi e irrimediabili stati di schizofrenia o totali dissociazioni incurabili: pazzia. Una volta impiantate le memorie non potevano più esser tolte, la loro fusione col tessuto circostante era totale.
Quello che forse nessuno sapeva era che le schegge si attivavano subito, da prima della polarizzazione iniziale; questo lo sapevo soltanto io - per il contatto che avevo avuto - gli ingegneri che le avevano progettate e gli enti che avevano finanziato la ricerca. Le schegge possedevano, ad ogni modo, un'anima collettiva da subito, dall'atto della loro creazione, in quanto erano colonie biologiche costruite con geni di bassa natura animale oppure provenienti da estrazione umana di ripiego - cavie da trapianto. Ero riuscito a sentire forte i loro pensieri primevi, la spiccata attitudine alla duplicazione che avevano insieme alla crescita interna; quelle caratteristiche mi avevano provocato più di un incubo, le sensazioni di me clonato da lontano, senza essere stato toccato, mi avevano perseguitato in quell'ultimo periodo...
Le immagini nella mia mente continuavano a mostrarmi paesaggi d'inferno. Sentivo troppo brusio di fondo nelle mie meningi.
Sorseggiai, direttamente dalla bottiglia, ottimo whiskey irlandese, il mio preferito. La musica era un vasto rumore che dominava tutti i miei sensi, che schiacciava la mia volontà. Decisi di accompagnarmi verso il sonno masticando gommose resine psichedeliche - estratti polimerizzati di peyote - desiderando che tanti sogni, o visioni acidule, costruissero il giusto scenario per quella notte così importante.
Caddi nel sonno.
*
* *
Avevo sperato che quella notte annegasse nel mare onirico ma non bastarono gli additivi; come quando si va in loop mentale sotto effetto di droghe leggere, così io non riuscivo a staccarmi dal quotidiano. Mi sentivo, ancora una volta, sfatto psichicamente. Attesi, nei miei movimenti onirici, che le ore passassero; un particolare senso di cronologia spiccatamente reale mi accompagnò come se, quella notte, l'avessi passata insonne.
Nel frattempo, guardando le ore passare, vidi gran parte di quel tempo formarsi come cumulonembi sulla mia coscienza: la volontà era cancellata.
Osservai una miriade d'immagini statiche passarmi davanti, con insulsa inutilità, mentre descrivevano tediosità oscene di rapporti familiari: era la noia in formato tascabile che cercava di controbattere impulsi di paura e d'angoscia. Quelle immagini, in realtà, erano soltanto grosse nuvole di fesh-fesh, soltanto sabbia con inserti di polvere stantia da scantinato.
Mi svegliai cercando di contenere gli impulsi del rigetto. Era ancora notte fonda e il silenzio giù in strada dava fastidio. Mi sentii confortato dal buio ma volli guardare fuori la finestra, per vedere i lampioni, volevo sentirmi crescere dentro una sensazione d'intimo abbastanza artigianale.
Ripresi a dormire ed a sognare, ripartendo dalla nuvola odorosa che avevo dissolto, non sapevo quando, nella strada deserta, nella strada solida e reale. L'inutilità di quei messaggi onirici mi parve lampante così come il desiderio, che mi dominava, di rendermi utile a me stesso. Feci una smorfia d'insofferenza rassegnata e mi svegliai mentre albeggiava. Assaporai il perfetto equilibrio del tempo bruciato solo perché non si sa come occuparlo, gustai la dolce nenia della mente sovraccarica, dei traguardi che diventano troppo lontani quando la fatica minore è quella di abbandonarsi nel vuoto...
Era proprio quello che stavo facendo: cadere nel vuoto senza rete. Stavo regredendo, peggio: non lottavo più.
III |
Così passarono molti giorni, insieme a sequenze interminabili d'ore in chiaroscuro perse in infinite ondate di tempo brumoso alternato a limpido sole. Persi rapidamente il computo dei giorni. Dovevo far qualcosa per riprendere il controllo della situazione, almeno dovevo darmi l'obbligo di riuscire a capire quanto tempo stavo bruciando. In preda ad ondate di panico sommesso, sfrugugliavo qualsiasi anfratto della casa alla ricerca di chissà cosa, di chissà chi. Il mio aspetto esteriore decadeva. La mia volontà la sentivo scivolare lentamente via dall'anima, come se avessi cosparso di lubrificante il mio intimo. Improvviso, come una nave all'orizzonte, vidi nascosto in fondo ad un cassetto i banchi di memorie volatili dove avevo registrato il mio diario, mesi prima. Spostai la polvere ed estrassi dai contenitori antistatici quei ricordi. Li osservai con cura, con curiosità. Credo di aver avuto, in quei momenti, dei lampi di vitalità negli occhi; mi osservai allo specchio, dopo molto tempo e capii che potevo risalire la china solo riprendendo possesso del mio tempo - almeno quello - fissandolo su supporti da consultare comodamente a mio piacimento e accedendovi per via craniale, cosa che feci immediatamente per capire se qualcosa in me era cambiato dai tempi in cui avevo scritto quel diario. Collegandomi nella rete, andai a cercare delle utility di nuova concezione che mi aiutassero a scrivere direttamente immagini piuttosto che parole; avevo ancora solo brandelli d'idee, soltanto povere sperimentazioni senza speranza. Scorrendo quel diario, vidi che era fermo al giorno del mio compleanno. Guardai il calendario: era il 13 gennaio. Dovetti rifare tutti i conti più volte per essere sicuro del giorno esatto, ma il 13 gennaio mi sembrò proprio la data odierna. Il freddo aggrediva gli alberi o qualsiasi cosa d'organico si trovasse all'aperto, ricoprendoli di un bianco tepore; era notte e stava avvicinandosi la mezzanotte. Dall'indomani avrei ripreso a scrivere elettronicamente. Mi accasciai sul letto, sfinito di uno sfinimento tipico di quando si riesce a raggiungere un punto fermo, un traguardo. Stavo voltando pagina.