DIARIO - Ripresa


I


14 gennaio '35

Ho la sensazione di essere costretto. Scopro con incredulità fredda, ovvia che degli anelli di ferro cingono i miei polsi. Ho la febbre alta e non riesco a filtrare una sensazione d'incorporeo, di distante dalla reale percezione dei miei disagi. I disagi sono delle costanti barriere alle realizzazioni dei miei desideri e più in basso, dei miei bisogni. Raccolgo le forze, discuto con me stesso, mi convinco della necessità di uscire e mi scontro subito con perdite di vitalità notevoli; ho bisogno di tappare queste falle, ho bisogno di distogliere i miei pensieri dall'ovvio, dalla caduta d'interessi…Eppure, eppure, mi accorgo che qualcosa si era mosso pochi frangenti fa. Il muro mostrava lievissime crepe mentre logiche a losanga filtravano attraverso quegli iati impercettibili, trascurabili. La logica che perdevo mi aiutava a prendere di nuovo contatto coll'irrazionale, un rimescolamento cominciava ad agitarsi nel fondo della mia anima.



15 gennaio '35

Mangiavo, con regolarità. I suoni dalla mia bocca si amplificavano nel mio cranio: li sentivo furenti, autoalimentati. Mi fermai mentalmente ad ascoltarli mentre risuonavano in me con l'orgoglio di esser vivi, di aver acquisito dignità per il solo fatto di averli notati. Erano embrioni di personalità estremamente stilizzate, essenziali, e qualcosa di vitale stava loro accadendo. Le sentivo divenire importanti un istante dopo l'altro. Mi soffermai a decodificare i loro semplici codici di comunicazione: frastuono, ovvero potenza, ovvero forza da fornire, ovvero merce di scambio, ovvero possibilità di tenermi in scacco. Il loro messaggio si fissava, dopotutto, sull'intenzionalità di farmi capire quanto importanti potevano rivelarsi loro stesse per la mia economia vitale; dovevo ascoltarle con attenzione, saper regolare i loro semplici guizzi per poterne ricavare, poi, giovamento io stesso. Il mio pensiero susseguente fu: come posso riuscire a trasporre l'intuizione in vantaggio reale? Sono qui ora, a cercare di trovare una via onorevole a questo dilemma. Non devo sfuggire a me stesso, non devo accampare scuse, ogni minimo segnale mi può aiutare ad uscire dal mio guscio.



15 gennaio '35 - sera

E' il momento di cenare, ora. E' il momento di riprendere il colloquio con me stesso per estrapolare il dilemma: quante anime formano me, quante e quali sono importanti più delle altre, se mai ce ne fossero. Mi vedo esternamente mentre addento del cibo: un agglomerato di particelle unite per uno sforzo comune, quello di portare dell'eccellente software ad elevarsi, a capire se stesso oltre se stesso. Mi vedo in una stanza spoglia d'arredamento, dipinta di una scura muffa, come se le pareti fossero quelle di una grotta persa nelle profondità della terra. Sono in compagnia - credo - d'impalpabili luminescenze - ah, riuscissi a vederle! Sono - penso - altre forme di software, elevazioni delle losanghe di logica che trasudava dal muro stamani; riesco a capirlo tastando la qualità dell'aria intorno a me, così "elettrica", densa di scariche emozionali di livello superiore. Da lì, riesco a vedere le importanze di tutte le anime in me, anche di quelle che si formano estemporaneamente: devono guidarmi verso un intero superiore. Tutto mi appare importante, tutto mi sostenta e se, anzi, io potessi aiutarmi in qualche modo con entità ausiliari, potrei volare verso lidi ancora più alti. Mangio lentamente. Comprendo le necessità dei popoli antichi di assorbire, attraverso il mangiare, quantità sopportabili di rivelatori psichici, di esaltatori dei nodi strutturali della materia con l'impalpabile. Mangio anche io come loro, con cerimoniosità. Mangio riflettendo profondamente, estraniandomi dal mio guscio.



16 gennaio '35

Ho dormito tutta la notte fuori del guscio, osservandomi, essendo realmente fuori del mio corpo. Mi sono trovato completo ma insopportabilmente lontano da un grado accettabile, sia di perfezione che d'elevazione. Devo aumentare il mio impegno per crescere, devo ascoltare di più i rumori generati dalla masticazione, devo mangiare ancora, con più attenzione.



16 gennaio '35 - mezzogiorno

Sono sceso in me ora, ci sono riuscito. Da qui posso operare profonde mutazioni che potrebbero settarmi ottimamente, per aumentare il regime di rotazione delle mie anime multiple. Mi osservo mentre mangio, dall'interno. Guardo l'energia sbriciolarsi per essere indirizzata meglio e la vedo veicolarsi perfettamente negli interstizi non a caso liberi, o meglio, causalmente presenti lì, in quel momento. Mi piaccio.



16 gennaio '35 - sera

Sono ancora in me ma non temo, posso uscire quando voglio. Ho perfettamente osservato tutto, mi sento forte... Sono forte; non ho fame. Ora esco, consapevole dell'importanza d'ogni minuscolo cluster in me: sono frammentato come l'universo ma sono unito come lui. Posso dormire, con notevole tranquillità. Poco prima di chiudere gli occhi scopro con grande stupore di aver divorato, in due giorni, metà delle provviste che avevo preparato per venti giorni d'assedio alla mia psiche isolata; ma lo stupore continua ad essere quello filtrato dal pruriginoso e insistente distacco della febbre alta, anche se ora so che non ho più temperature alterate.



17 gennaio '35

Non ho rapporti con le religioni ufficiali, non ho rapporti con quanto penso possa essere veicolato. Di là di questo, non ho caratteristiche da socialmente rigettabile. Sono ancora stordito da tutte le soggezioni che ho subito in questi tre giorni, da quando ho ripreso il diario; vorrei soltanto dormire, sprofondare in sonni riparatori. In realtà mi scopro di non dover dire nulla di particolarmente importante, in realtà ciò che si racconta a se stessi è soltanto uno specchio della propria anima: ciò che si è si riflette negli occhi durante le proprie esternazioni. Ho forti bruciori nello stomaco. Ho mangiato troppo, di tutto. Penso di rigettare dopo essermi infilato due dita in gola. Penso di riprendere la scena con la camera caotica presente nelle adiacenze della presa craniale. Penso di rivederla in futuro quale monito alla mia stoltezza alimentare. In realtà sto solamente male, soffro come un cane. Prendo a disegnare distrattamente sul mio palmare alberi di sequenze, del tutto casuali, pensando a corse fatte sotto il sole quando ero bambino, pensando al fatto che correvo da solo, pensando ai miei genitori chiusi nei loro luoghi di lavoro, ai loro pensieri nei miei confronti, alla loro apprensione per i miei desideri - una sottile linea di dolore si introduce, non vista, nei miei disegni - pensando alle giornate passate in solitaria comprensione. Ho il sapore dei primi ricordi in bocca; la luce di quelle rimembranze è ancora così netta e delineata...



18 gennaio '35

Ieri ho dovuto abbandonare il diario. L'onda di quei ricordi così pregna di solitudine mi faceva male, tanto da rifugiarmi in occultamenti mentali. Oggi, oggi... Oggi guardo fuori la finestra - è pomeriggio - e guardo anche gli abbozzi di logica di ieri, mentre distrattamente spezzetto i pixel in modo da non lasciarne più traccia; soffro di mancanza d'idee, da ieri. Soffro, indubbiamente sto soffrendo. Ogni microperiodo scopro di possedere un livello sempre più ricercato, affinato, di capacità di sofferenze. Mi metto a digitare alcuni parametri in codice sull'unità elaborativa, cercando di proiettare nel prossimo futuro la curva di sensibilità che potrò possedere, guardandola esplodere sullo schermo mentale e considerandola successivamente del tutto imperfetta, mancante del parametro della comprensione attuale di proiezione del futuro. Soffio, nello spazio vasto della camera, senza mira.



20 gennaio '35

Ho passato altri due giorni in stato vegetativo. Nessuna capacità di prendere decisioni, nessun desiderio di mostrarmi ai miei simili. Ho ripreso a mangiare in modo parco; comincio, nonostante tutto, a desiderare di riprendere le sembianze normali, gli atteggiamenti sociali minimi. Mentre mangiavo non ho potuto fare a meno di pensare alle sperimentazioni dei giorni passati, al rumore considerato come qualcosa di vivo... Ma è acqua passata, soltanto qualcosa d'acquisito che serve come passo di transizione. Noto folate di freddo battere sulle imposte, ora che è sera. Piove. Forse alcuni fiocchi di neve sono mescolati alla pioggia. Ricordo la suggestione che ha sempre provocato la sera invernale in me, ricordo i racconti dell'orrore letti in quelle serate, ambientati in case perse nella campagna battuta dal maltempo: spiriti, anime senza meta. Decido di digitare mentalmente qualcosa che esorcizzi questo sottile terrore che mi sta salendo dentro: un racconto - perché no - scritto da me...

Notte. Le mura della casa erano cadenti. Entrai dalla porta semidivelta, di legno marcio. Intorno soltanto silenzio. I tre piani della casa erano tutti fatiscenti ma densi di qualcosa - brividi d'orrore - difficile da raccontare se non per trasposizione di sensazione - plug in. Avevo addosso una sottile sensazione di imbarazzo, come scrutare dalle persiane qualcuno ignaro dentro la stanza. Salii il primo piano. Tre appartamenti si affacciavano su quell'angusto pianerottolo. Le porte erano nude, senza ante, il buio che contenevano a stento era così compresso che dava l'impressione di sfuggire; l'aria si sollevava sopra uno strato di silenzio che avviluppava le mie caviglie. Passai al piano successivo. Il cuore mi faceva male nelle arterie, verso la gola. Quel pianerottolo era sinistramente diverso, aveva solo una porta in meno ma il male contenuto negli alloggi apparteneva a qualcosa di spaventoso, di prossimo all'eterno. Entrai in una delle due e guardai attraverso la poca penombra comprensibile dai miei sensi: c'erano ondate fetide sotto il naso, irregolari. Il buio era, se possibile, ancora più chiuso alle intrusioni. Uscii e salii verso l'ultimo piano, che scoprii con un lunghissimo brivido essere senza appartamenti: perché costruire un piano se non vi si vuol alloggiare nulla? Con la coda dell'occhio scorsi la continuazione delle scale verso il tetto, forse c'era una mansarda. L'idea di un anfratto del genere mi gelò il sangue. Dopo essermi soffermato pochi attimi, in cui riuscii ad apprezzare gradi diversi di panico crescente, presi la decisione di salire quei gradini. Scricchiolii. Schegge di legno tagliente si erano, inspiegabilmente, impigliate nei miei pantaloni; sentii la scala cedere lentamente al mio peso ma proseguii, mancavano pochi passi al termine dell'ascesa. Le scale davano direttamente nel locale mansardato. Sentivo il tetto opprimermi, pesarmi in modo diseguale, non proporzionalmente alla lontananza della cuspide della casa. Non riuscivo più a vedere nulla, nemmeno le sensazioni delle zone buie che percepivo prima; anche i miei pensieri erano contornati da ombre insidiose, insistenti verso il mio nucleo primario: era qualcosa che poteva divorarmi per apprezzabili, interminabili istanti, prima che mi fosse stata assorbita anche l'anima. L'immagine del mio intimo perso mi dannò; l'identità annullata, inglobata in qualcosa di così antico di cui io non avrei mai potuto farne parte minò le mie fondamenta. Anche l'idea di tornare indietro mi divenne insopportabile, avrei preferito, piuttosto, divenire infinitamente piccolo per potermi assottigliare al livello del silenzio che solleticava le mie caviglie, quasi fosse anch'esso un'entità viva; passato e presente, forse anche il futuro, erano acquattati immediatamente sotto la cuspide del tetto e mi attendevano, mentre la notte si approssimava al cuore più inviolabile. Ero fermo, pietrificato. Orrore si sommava ad orrore. Tutto stava divenendo insostenibile. Il mondo si rivoltò, in meno di un frangente. Il pavimento cedette di schianto e precipitai attraverso i tre piani del caseggiato, passando per densità spaventosamente crescenti di terrore - ne sentii la vitalità premere sulla mia coscienza affilata come un rasoio - plug in. La mia schiena si ferì durante la caduta e finii nella cantina, dove mi accorsi d'avere anche le gambe fratturate: non avevo via di fuga, ero immobilizzato.

Ora.

Il tempo passato è soltanto un parametro arbitrario, non ha valore assoluto, forse come i ricordi. Non so da quanto sono qui, non so se sono stato svenuto, se ha senso parlare di passato remoto e se soprattutto, appartengo ancora al consueto continuum dimensionale. Come in un'implosione, la casa si accartoccia su sé. Ho soltanto lo spazio vitale intorno a me e tonnellate di detriti sopra. L'ultima considerazione che credo di avere a disposizione prima di impazzire è che la casa è dispersa in una tenuta vasta, ed è dispersa perché tutti asserivano che essa fosse crollata parecchi decenni prima, mentre io ero fermo nel dire che ieri, ieri, era lì ancora in piedi, nella luce del mattino.

Ho cura di inserire dei files emozionali - mie creazioni - come link veloci, proprio nei punti dove ho scritto plug in, in modo tale che il lettore abbia l'esatto brivido che volevo trasmettere. Rileggo il tutto. Credo di aver esorcizzato il terrore che era salito in me. Creo il file craniale, pronto da innestare. Lo lascio circolare nella rete, come un virus.



21 gennaio '35

Nevica. Al risveglio avevo pensato di uscire ma il freddo, aprendo la finestra, si dimostrava pungente. Rimango alcune ore a guardare lo spettacolo; moltitudini di bambini hanno preso presto a giocare con quella materia strana ma gelida, deturpando lo scenario drappeggiato di sofficità e riempiendolo di sana gaietà. Io rimango silenzioso nella mia anima mentre li guardo e osservo il sole come lentamente passi da un basso livello all'altro, centrando il mezzogiorno.



22 gennaio '35

Ha continuato a nevicare per tutta la notte. Finalmente ho potuto recepire tutto il soffio della neve cadente senza altri rumori inopportuni. Sono in piena tranquillità. Credo di aver anche sognato d'elettricità e di logica che prendeva vita improvvisamente, senza avvisaglie, attraverso cumuli di neve innaturali, come se essa fosse caduta principalmente in un solo punto tralasciando quasi del tutto il resto dello spazio intorno a me. Da quei cumuli in modo radiante saliva qualcosa di stranamente familiare ma fastidioso, qualcosa d'ineccepibile - logicamente - che tentava di stringermi in angoli senza via d'uscita, tentando di impadronirsi di me. La neve cadeva fittamente anche nel sogno. Avevo tanto freddo, ma veramente tanto, quasi da morirne; allora quelle forme di logica mi venivano vicino e mi scaldavano fortemente, tendevano a stabilire fonti di calore anche nel mio corpo. Ero atterrito, atterrito da quelle cose falsamente sconosciute. Mi svegliai sudato mentre la neve produceva lievi rumori, fuori, ammassandosi su se stessa.



22 gennaio '35 - sera

Il placarsi degli elementi è giunto sul far della sera. L'ultima violenta nevicata ha badato a ricoprire tutte le storpiature provocate dal traffico, dai bambini, da quanto c'è di vivo negli agglomerati. Ho voglia di uscire, ora. Decido di vestirmi ma prima provo ad immaginarmi nel soffice gelo, nel rotolarmi in quell'elemento così particolare... Immagino farinose passate sul mio volto, brividi, il soffio della neve che mi racconta, dritto nella mia presa cranica, la sua genesi, il suo cammino... Mi blocco e ripenso al sogno della scorsa notte. Come in uno zoom rapidissimo concentro la mia attenzione sulle forme di logica che avevo la sensazione di conoscere; dopo tanto tempo ritornavano loro, o almeno lo spettro, delle memorie genetiche. Mi vesto, ormai è definitivamente tarda sera di un giorno feriale.



23 gennaio '35

Quando ieri sera sono rientrato in casa era troppo tardi perché continuassi a scrivere. Ho ancora fresche le emozioni di quei giochi personali fatti scalciando la neve, palpandola con le dita, con la mano nuda; poche macchine in giro per la via, che non badavano certo a me... Sul tardi era poi scesa una foschia insidiosa, ed io ero così immerso nei miei pensieri e nell'ambiente che non mi ero accorto del tempo che passava, della stanchezza che stavo accumulando. Sono rientrato molto tardi, credo alle quattro circa sentendomi rigenerato, nello spirito soprattutto. Ho pensato subito di digitalizzare quella sensazione in modo da potermela rileggere nel momento in cui ne avessi avuto bisogno, utilizzandola come una droga leggera che dà blanda tranquillità. L'operazione è durata pochi minuti ma, purtroppo, non riesco più a ricordare la nicchia logica in cui ho appoggiato quella sequenza binaria. Oggi è venerdì. Credo che lunedì farò qualcosa di attivo.



24 gennaio '35

Fa freddo. Veramente freddo. Credo di avere di nuovo la febbre. Vedo il corridoio della mia casa che ha lunghezza variabile, in relazione alla luce, all'umore e al mio malessere. Come delle scatole progressivamente più piccole che s'incastrano osservo estendersi o contrarsi la distanza tra me e la porta d'ingresso; le mie mani le sento gonfie. Non ho molta forza per continuare a scrivere, nemmeno volontà; quasi tutte le percezioni dell'ambiente più prossimo a me sono falsate, sembrano pulsare come una pustola infetta. Ho il termometro nella presa cranica, per visualizzarmi il livello e l'eventuale previsione del delta d'incremento della temperatura: ho 39.45 gradi e leggo che ci sarà un costante aumento, nelle prossime 12 ore, di 0.03 gradi per ora, livello medio.



28 gennaio '35

Sono stato male davvero, per quattro giorni. Ho solo la forza di annotarlo. Mi sento molto debole ancora. Non ho sognato nulla, solo impressioni di stanze compresse o dilatate, alternativamente; nessun altro ricordo. Stanco...



30 gennaio '35

E' di nuovo venerdì. Gli stessi propositi di una settimana fa mi si ripropongono ora. Ho voglia di uscire da questo guscio, in tutti i sensi. La malattia ha portato con sé anche la consapevolezza d'aver voglia di vivere, di avere la necessità di vincere l'apatia. Forse ho passato un periodo sabbatico, forse ho solo avuto un calo nervoso. Non sento voci, la lontananza dal laboratorio mi ha fatto solo che bene. Ho bisogno di vivere ancora.



4 aprile '35

Sono uscito Oggi sono uscito! Ho passato quasi tutto l'inverno in stato catatonico. Mi accorgo di aver preso nota, l'ultima volta, il 30 gennaio. Cos'è accaduto in questi due mesi? Cos'ho fatto, cos'ho pensato? Soprattutto: cosa sono stato? Ho la mente annodata, non più allenata al pensiero, me ne accorgo dall'enorme confusione che faccio: scambio i nomi delle persone, le loro facce, confondo gli avvenimenti del passato con quelli di poco tempo fa, o almeno così credo: non ho riferimenti precisi nella mia mente. Quando sono uscito dal mio appartamento era mattino, non troppo presto. Indossavo, me ne accorsi tardi, abiti logori, non proprio puliti. Il sole mi dava fastidio, emanava un calore già intenso mentre la luce era violenta; i miei ricordi si fermavano soltanto alle giornate invernali, mi servivano gli occhiali da sole ma li avevo dimenticati da qualche parte, in casa. Avevo fatto poche centinaia di metri, senza incontrare nessuno di cui mi ricordassi particolarmente; decisi di tornare indietro, di risalire nel mio guscio per darmi almeno una sistemata: il dado era stato tratto! La confusione regnava, oltre che nella mia testa, anche in casa. Continuavo a chiedermi cosa mai avessi fatto in tutto quel tempo; mi resi conto di aver vissuto in una sorta di territorio incantato, senza che ne avessi conservato un solo ricordo nitido bensì solo ombre imprecise: impressioni di fugaci visitatori, echi di voci sconosciute che sembravano abitare negli angoli più oscuri dell'appartamento… Continuo, anche ora che è sera, ad avere questa confusione fastidiosa. Notavo che non c'era una sola stanza che poteva ritenersi in ordine, la polvere era visibile ovunque, un odore di stantio era facilmente percepibile. Aprii le finestre, anche per scacciare l'impasse. Mi sorpresi piacevolmente stordito al pensiero di aver vissuto in un posto incantato per tanto tempo: mi sembrava di rivivere le gesta di Morgana. Poi, casualmente, vidi sulla scrivania dei fogli manoscritti, in cui riconobbi, dopo un po' di ricostruzioni e associazioni, un inserto del racconto che riportai nel diario stesso, pochi giorni prima dell'oblio. Lessi anche il titolo che gli detti: dentro l'oblio.

Senso d'antico al risveglio. Devo aver dormito per lungo tempo. E' completamente buio dentro, fuori, ovunque. Sento i detriti su me ed anche, vibrando attraverso le mie ossa, delle campane suonare lontane; sembrano quelle di un paesino di campagna… Rifletto, dopo aver preso più coscienza di me, su questo senso d'antico che mi attanaglia; rifletto a sprazzi, senza continuità apparente solo perché la mia possibilità di concentrarmi è limitata. Sono vittima di immagini fugaci che attraversano la mente, lasciandola al buio, cui segue la paura che si ridesta incollandosi alla coscienza. Altri flash: all'improvviso, mentre cerco di decifrare un'immagine d'ombre in fila perfetta, ho la netta sensazione di non essere solo, non più. Mi accorgo di gocce di sudore gelido che scivolano sulla mia fronte e tendendo i sensi, tendo anche i muscoli; odo forse dei bisbiglii, credo di esser certo di scorgere figure nere stagliarsi dall'oscurità che mi permea e forse, loro, parlano recitando strani rituali. Non riesco a capire di chi siano quelle voci ma la mia mente è territorio di immagini di cavalieri medioevali, di paesaggi agresti ancora densi di paganità non del tutto vinta… Le figure nere si muovono lentamente, dirette verso la mia immaginazione. Mi domando, senza una ragione precisa: sono davvero certo di essere nel consueto mondo reale, o forse sono in un limbo onirico? Qualsiasi cosa stia vivendo, intercetto un attentato al nucleo della mia psiche, un puro tentativo d'invasione psichica, potente. Mi trovo in ginocchio sapendo di essere sdraiato, mi accorgo di ascoltare me stesso parlare mentre la mia lingua è ferma, mentre ho la bocca chiusa: sono sottili paradossi che scuotono e affondano le certezze del mio intorno più prossimo. Al pari della caduta di un muro, così le illusioni si accasciano, si smaterializzano e mi lasciano intravedere le figure nere di prima avanzare ancora, angosciosamente, verso me: ho davvero paura. Impercettibilmente è come se avessi oltrepassato una soglia; me ne accorgo troppo tardi per ricacciare indietro le ondate ricorrenti di panico. Il terreno sotto di me sembra aprirsi al passaggio di quelle anime nere - loro disincarnati. Sono avvolto da loro. Credo di essere davvero negativo, ora. Infinite rifrazioni di schegge buie, poliedriche, colpiscono l'intera complessità del mio corpo ridotto a poltiglia - una sorta di bolo primordiale, adimensionale penserei di essere adesso. E poi, poi le possibilità che essi mi ergano sopra i piani implosi, sopra il terreno e qualsiasi altro mi venga in mente mi stordisce: non posso soddisfare i miei voleri di fuga! Ciò mi apre dei pozzi infiniti, profondi in un modo che nessuna comprensione prettamente umana può capire. Cammino su essi e sulle entità. Ora io sono quelle figure nere anzi, loro sono situate dietro la mia testa, comandano da lì, stanno modificando la mia corteccia cerebrale… Pronuncio delle preghiere ma escono dalla mia bocca come se fossero state enunciate al contrario; rientrano così nella mia coscienza e mi sento più cinico, più soddisfatto, ogni istante di più, della perfidia che si sta identificando con me. Il mio nucleo inattaccato trema dai tremendi colpi, dal terrore… Sono sicuro di essere una credenza ora, una dolorosa possibilità esoterica, una parte della casa, qualsiasi cosa diversa dalla mia persona che ho trasceso. Non so più che momento temporale sta vivendo il mio corpo…

Ero forse caduto lì, nel limbo delle mie fantasie oscure. Ero in un posto - cominciavo a ricordare nitidamente - in cui alimentavo la mia vita con la mente, con tutto ciò che potevo creare. Ero un generatore del tutto autonomo. Probabilmente avevo trasceso il normale corso delle giornate, vivevo in una piega dove il tempo era dilatato. Lì ho veramente visto quelle figure nere. Sto ancora vivendo - parte di me - in quell'angoscia; la mia coscienza clonata è in un universo parallelo. Con angoscia penso che quegli esseri disincarnati potrebbero essere le mie memorie genetiche, con angoscia suppongo che nell'altrove posso essere diventato leggenda, o forse semidio. E' ormai sera. Sto per uscire di nuovo ma mi sento sollevato. Il pericolo, la paura, l'incoscienza degli incantesimi mi ha reso più forte.



5 aprile '35

Improvvisamente mi accorgo che ho bisogno di fare qualcosa. Non riesco più a passare le giornate apaticamente, senza che abbia un'occupazione che mi crei frenesia. Il vuoto mi fa paura. Ho vitalità da vendere. Sono un motore che gira a vuoto. Mi sono sorpreso a pensare spesso, oggi, alle memorie; un sesto senso mi assicura che esse sono proliferate, che mi cercano. Capisco, ancora, che c'è un universo parallelo che vive con loro. La mia frenesia di fare deve andare di pari passo con le loro attività, io devo continuare a collaborare con loro. Non posso rimanere ancora inattivo.



6 aprile '35

Sono connesso. In questo preciso istante sono connesso e trascrivo mentalmente su una tavolozza grafica i miei pensieri. La connessione mi serve per stabilire dei rapporti con chi già comincia a trattare commercialmente le memorie genetiche: il primo passo per riprendere contatti con quell'ambiente. Trovo molto comodo trascrivere i miei pensieri con questo canale alternativo. Non ho particolari fastidi con la connessione ad onde mentali, non più craniale. Sento solo il brusio di sottofondo delle mie onde. Sto analizzando su uno spettro grafico le oscillazioni di trasmissione: non sono le mie, hanno un'ampiezza d'onda che non può essere umana perché sono esageratamente potenti, sono artificiali. Ho ristabilito il contatto con loro. Le memorie genetiche mi hanno trovato tra le strade contorte d'universi da me sconosciuti.



29 aprile '35

Trascrivo, o cerco di riportare più fedelmente possibile, il sogno di stamattina.

Il suono della paura avanza. Ascoltando le parole di ciarlatani nelle videocassette snuff provo un brivido di genuino orrore per ciò che potrebbe accadermi casualmente: sono una vittima come tante altre. Dei riffs di chitarra distorta mi portano lontano ma hanno la stessa lunghezza d'onda dello sgomento anzi, loro producono terrore. Guardo fuori le finestre, dilatate in modo anormale nella mia realtà alterata, e sento che qualcosa ha preso gli estremi dello spazio esterno, lì fuori, e li ha tirati a proprio piacimento, deformando maldestramente gli angoli della visuale. Sono convinto che la deformità corrisponda esclusivamente al mio punto di vista: io, solamente io la vittima designata, posso apprezzare. Continuo a guardare quelle immagini shock; ora stanno uccidendo la comparsa. Vedo muoversi quell'uomo per l'ultima volta e poi gettarsi, col suo corpo astrale, verso l'obiettivo, verso me. Mi sposto istintivamente e faccio bene, qualcosa di simile a un'ombra pesante si spiaccica addosso alla parete che è dietro di me ed io stacco rapidamente la presa di connessione cranica dal mio ingresso craniale - vedo poche scintille ancora "gocciolare" dal plug, ultimo fiotto di vita di quella trasmissione. Lo scenario, ora, è proprio dentro la mia stanza e forme sfuggenti si stanno materializzando vicino me… La musica sale a livello insostenibile, le vibrazioni elettriche della chitarra squassano i miei timpani. Ricevo un calcio in faccia. Perdo immediatamente fiotti di sangue dal naso e cado carponi. Ci sono chiazze di liquido rosso sul tappeto, riesco a sentirne l'odore. Ora non sono più solo e come squali gli operatori snuff si gettano su me per dilaniarmi le carni con lame grossolane; sento un dolore insopportabile, diffuso su gran parte del mio corpo e so che tutto è appena iniziato. Sembra che ci sia un invito aperto a chiunque… Ora stanno entrando in casa mia frotte di immagini dense d'energia che si siedono e guardano me andare lentamente verso la morte; si avvicinano a me e con gentilezza fredda e spietata riconnettono il plug alla presa craniale: è il primo snuff movie direttamente dalla testa dell'attore. Mi trovo completamente aggrovigliato in un sistema di fili intelligenti che riescono a leggere i canali nervosi conduttivi, momento per momento; mi vedo visualizzato sullo schermo televisivo mentre un gatto subodora le presenze accanto a me, facendo loro le fusa in modo sfacciato. Sento accettate vibrate sul mio corpo. Un dolore di una forza sovrumana annienta la mia volontà ed urlo, urlo con tutta l'energia ed il sangue che mi è rimasto in corpo mentre un folle si dimena dentro lo schermo davanti me, nei clips che accompagnano i ritornelli elettrici e distorti, urlando con voce graffiante; il volume dei rumori musicali nelle mie orecchie è elevato ma, noto con fatica, il suono è nella mia testa, è ovunque. L'intensità della mia agonia diventa diagramma, è un grafico posto in un piccolo popup nell'angolo inferiore del visore; il visore è in sovraffaticamento, è in overflow. Tutta la velocità di movimento aumenta. Guardo ancora fuori delle finestre e non riesco a vedere altro che fumo; il pensiero di quella condensa nera mi fa lacrimare, capisco non so come che essa è fortemente acre. Non c'è veramente più nulla da pensare, ora sono sceso in un loop di software. Io sono soltanto delle semplici righe di codice in cui è codificata parte dell'essenza di poco fa, quella della comparsa. Sono colato attraverso il plug craniale in contenitori software. Il loop è la paura. Gli schermi, improvvisamente, si moltiplicano, senza che riesca a capire da quale padre si generino. Ogni occorrenza è un'istanza che nasce dalle mie cellule cerebrali; ogni schermo ha al suo interno un concentrato criptico di tutte le immagini che sono istillate ora nella mia coscienza. Stanno cominciando, le immagini che entrano nella mia casa, ad organizzarsi per circondarmi con coerenza logica; un suono che comincia ad odorare, per quanto è denso, di muffa, mi comincia a prendere alla gola ed io annaspo… Vedo muovermi convulsamente nel filmato fissato negli schermi; urlo ancora, e dalla mia bocca escono losanghe scure senza forma fissa che vedo assorbite dal nulla negli schermi. Poi, senza grandi clamori, comincio ad assottigliarmi, a svanire proprio dove si perde ciò che emetto; i brandelli di me sono scomparsi dal pavimento, come evaporati. Vedo gli spettatori assistermi, ora, dalle loro poltrone, mentre fumano comodamente e bevono bottiglie di birra su bottiglie; mi sento nei loro cervelli e allora decido di attaccare i loro circuiti neurali sostituendomi, tagliando, bruciando, devastando tutto quello che trovo intorno. Io sono un virus e quelle immagini dense d'energia mi guidano e mi strappano a morsi ciò che resta della mia anima: erano entrate in me dal plug craniale. Metto in quelle menti minate, ora, brandelli di codice significativo; io inserisco la paura: io sono, la paura.

Ho pensato, svegliandomi, di aver sognato qualcosa di così vivido da essere quasi insopportabile. Sto cominciando a sentirmi di nuovo perseguitato e so, con uno strano piacere misto d'angoscia - vorrei, ma non vorrei - di essere nuovamente in balia di quelle entità artificiali. Ma poi, mi convinco, non ha proprio più senso parlare d'artificiosità.



3 maggio '35

Qualcosa di simile alla continuazione del sogno precedente mi ha perseguitato nel primo mattino. Ero immobile nel mio letto durante l'attività onirica, ne sono certo, ma devo esser caduto in uno stato di catalessi in cui la mia vita interiore attraversava momenti di burrasca non lievi. Appena sveglio, ora, ho cercato di rimettere subito su questo notes digitale i ricordi, soprattutto le impressioni.

Sono dentro un'enorme cisterna, vuota. Mi risuona intorno l'empietà fisica del contenitore. Qui dentro è buio ma non assolutamente; scorgo penetrare dall'esterno fortemente illuminato poche, affilate lame di luce gialla. Sono steso sul fondo. Il pavimento è foderato ma l'odore di muffa è presente, sale da un posto che non è nascosto ma semplicemente, omogeneamente, sparso intorno a me. Ho il fiato corto, la mia insofferenza per le muffe mi fermenta nei polmoni, nello stomaco. Non so come ma percepisco di essere giunto qui per sublimazione e poi per condensazione, una spiegazione impossibile ma al momento non so darmi altre congetture convincenti. La solitudine è una lussuria in questi istanti, in quest'estesa inquietudine lunga pochi minuti; mi sembra di vedere sulle pareti ondate di nubi scure correre velocemente verso me, passarmi sopra e poi lasciarmi rapidamente dietro di loro. La sequenza dei passaggi è davvero repentina, il colore del cielo nascosto dietro la perturbazione è plumbeo. Improvvisamente ho vicino, in un salotto casalingo, una folta schiera di spettatori attoniti anzi, inebetiti. Li guardo, scopro il seme della follia che ho instillato in loro mentre guardavano spettacoli craniali… Un pensiero attraversa rapido la mia mente: e se tutto fosse solo un grande, vivido sogno? Prendo a scrivere nei loro cervelli sequenze di codice binario che conosco bene. Sto male, ho perdite d'equilibrio e delle gocce di sangue si fissano sul mio labbro superiore. Mi sento una preda che scopre troppo tardi che non dovrebbe essere in quel luogo, in quel momento: è perché mi accorgo che qualcosa è piombato addosso a me, pochi istanti fa. Ora sono avvolto da un corpo sottile disgustosamente caldo e opprimente, i pochi esili bagliori di luce che vedevo sono scomparsi e li percepisco contenuti in qualcosa di veramente piccolo e soffice: mi sento parte di scatole cinesi di dubbio gusto. Un alito fetido mi sovrasta. Istintivamente mi sposto verso sinistra, piegandomi sul fianco, e sento chiudersi una specie di tagliola d'acciaio, a vuoto, proprio nel punto dove prima era la mia spalla. Fuggo in avanti ma sono assorbito da un enorme cuscino, o forse da uno scenario morbido; la soffice gabbia ha qualcosa di vivo, la gabbia è viva e sento il pulsare dei suoi impulsi tutt'intorno, come se mi trovassi in una campana e ogni piccolo rumore risuonasse dritto nelle mie orecchie - so di avere a disposizione dell'ottimo materiale di contrabbando innestato, riesco ad analizzare nitidamente la situazione. L'entità mi rincorre, mi bracca. Ho visto fuggevolmente il suo sguardo, ho guardato nel fondo delle sue pupille: c'è qualcosa di familiare, ed è crudele. Scopro che sta studiandomi, che m'invade psichicamente; è fastidioso ma percepisco che essa è un mio complemento. Scorgo, lontane, altre occorrenze parenti del mio oppressore. Un momento prima di soccombere un'immagine tridimensionale si crea nelle mie interfacce biologiche: me stesso. Una parte di me, diversa da quella precedente, domina la mia anima sottomettendomi alla sconfitta: sono una coscienza diversa da adesso in poi. Mi guardo, credo di essere divenuto più imponente; non posso fare a meno di rabbrividire pensandomi - paragone concepito senza una causa scatenante - di essere un'enorme cisterna.

Ora che ho scritto mi accorgo che le schegge biologiche sono molto più vicine di quanto pensassi. Stanno penetrando, ancora, nel fondo dei miei pensieri e assorbono di nuovo tutto me stesso clonandomi, imparando velocemente cos'è un'anima. Forse dovrei farmi impiantare una di quelle memorie se voglio davvero crescere, se voglio essere qualcosa di più potente - mi pare questo il messaggio del sogno. Non riesco a dar loro torto. Non devo fermarmi al mio livello attuale, sarebbe come esser morti; devo correre più forte che posso e trascendere più stadi possibili.



4 maggio '35

L'ultimo giorno che scrivo questo diario. Semplicemente, mi sono stancato; semplicemente mi pesa rincorrere i pensieri nella mia mente perché devo riportarli, memorizzarli. Riprendo a vivere come ho sempre fatto.