INNESTO |
I |
Penso di poter contraddistinguere quei giorni impressi nel diario con questo banner: mangiato dai sogni. La mia attività onirica è stata, in quel periodo, superiore alla media; quasi innaturale anche la qualità delle immagini, così vivide, così reali che non riuscivo a togliermi di dosso l'angoscia per lunghe ore. Il dover riportare poi su archivio ciò che mi era capitato appesantiva ancor di più il ritorno alla realtà, ero così puntiglioso nel ripetere le impressioni che non potevo tralasciare gli aspetti paranoici senza sentirmi male, senza che un senso di incompiuto mi tormentasse per tutto il tempo: la mia rincorsa alla perfezione non ammetteva mezze misure.
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Incontrai casualmente il mio ex responsabile. Ero nuovamente in una linea chat e stavo apprezzando l'esatto contorno delle figure tridimensionali che erano lì dentro. La perfetta sincronia dei movimenti, il fedele suono delle voci che uscivano da ognuno di quegli avatar mi lasciava stupefatto. Ebbi modo di ripensare a qualcosa letto fugacemente che illustrava le meraviglie di quei nuovi protocolli che io stavo sfruttando in quel momento; effettivamente ero in un mondo particolarmente fedele a quello reale, potevo perdere il controllo delle mie reazioni e perdermi lì dentro.
Mentre così pensavo, scorsi nell'angolo opposto al mio - mi trovavo, nella simulazione, in un parco cittadino, durante il giorno - il mio ex responsabile. Stava parlando con altre persone e gesticolava fortemente. Mi nascosi dietro alcuni cespugli e pensai mentalmente di intercettare i suoi discorsi. Mi apparve una tavolozza grafica con le sue frasi scritte sopra, in eleganti font.
…Ok comincia la fase operativa. Comincio ad inserirvi in ospiti…
Lo interruppe uno di quegli interlocutori dicendo: sì, possiamo cominciare; abbiamo sperimentato abbastanza con altri tecnici di laboratorio. Siamo affidabili.
Riprese il caporeparto: esattamente, avete uno spettro grafico rispondente alle attese. Siamo in perfetta sincronia con le potenzialità del progetto; voi siete in una fase che va oltre il puro apprendimento: voi siete le anime digitali.
Detto questo si sciolsero, tutti loro, in macchie che furono assorbite dal terreno; altri personaggi calpestarono quell'angolo senza avvedersi di nulla. Il brusio di sottofondo in quell'ambiente era notevole. La sovreccitazione di ciò che avevo spiato si ripercuoteva all'ingresso della mia boccola cranica, e l'impressione che si stesse verificando qualcosa d'imponderabile, che si fosse sul bivio di un punto di non ritorno, mi sorprese.
Una donna si avvicinò a me, tentando di colloquiare, ma fu immediatamente espulsa dal parco, liquefatta forse è l'aggettivo giusto, da qualcuno che sorvegliava i comportamenti. Rimasi ancora a guardare le liquidità così invitanti di quell'ambiente virtuale, pensai con sospetto a quante memorie genetiche potevano già essersi inserite in quel circuito e a quante, come parassite, lo facevano tramite i loro ospiti. Vedevo formarsi davanti a me un reticolo di collegamenti occulti degno delle migliori massonerie, delle migliori lobby. Tutto il progetto mi parve esplodere con violenza nella mia mente, chiaramente: fornire ad un substrato di proteine estratte i fondamenti caratteriali insieme, e questa era la cosa che non avevo mai compreso, alla possibilità di poter comprendere anche ciò che noi non possiamo per limiti strutturali. Le memorie erano state progettate per farci divenire formidabili antenne in grado di sondare altre dimensioni, altri aspetti fisici che possiamo soltanto sentire tramite medium.
Staccai la presa da dietro la mia nuca.
Mi presi la testa tra le mani e pensai a cosa potevo fare. Non cercavo certo di essere il salvatore del mondo oppure l'eroe di turno, odiavo certe immagini; cercavo soltanto di capire se fosse stato giusto, per me, trascendere la mia natura per acquisirne un'altra. Dovevo farmi innestare una di quelle memorie ora, ora che sapevo? Era giusto espandermi un altro po' dopo aver permesso la presa craniale, dopo che ero diventato soltanto uno dei miliardi e miliardi d'indirizzi IP disponibili?
Presi la decisione: mi sarei recato di nuovo nei laboratori facendomi innestare una di quelle memorie. Ne avrei parlato col mio ex responsabile, senza far capire che sapevo così tante cose.
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* *
Mi recai immediatamente nella factory, era tardo pomeriggio ma non avevo altra scelta che affrettare le cose.
Entrai indifferente nei vari uffici, non avevo veri amici da salutare. Mi misi in sala d'attesa sfogliando riviste elettroniche, velocemente in modo da poter assorbire tutte le informazioni in un secondo momento - facoltà di immagazzinamento nativa della mia presa craniale - avendo modo, comunque, di cominciare a digerire quelle nozioni ancora lì, nella sala d'attesa.
Il mio ex superiore si presentò molto tardi, benché fosse stato tempestivamente avvertito della mia visita. Addusse false scuse d'impegni, che finsi di credere senza dubbi. Lo attaccai subito, frontalmente. Gli dissi: voglio un innesto craniale con quelle memorie genetiche.
Mi guardò perplesso, non sapevo se per la decisione in se stessa o per la determinazione che stavo dimostrando. Poi, come se avesse voluto dire ok, l'hai cercato tu mi rispose: perfetto, lei conoscerà sicuramente alcuni aspetti delle memorie genetiche, avendoci lavorato così a stretto contatto. Si renderà conto che non si torna indietro da un tipo d'innesto del genere, vero?
Annuii. Lui continuò: e poi, capirà sicuramente che non potrà imputarci alcun malessere o problema che dovesse sorgere; sa, siamo ancora in una fase sperimentale.
Pensai frettolosamente tra me e me se mostrarmi al corrente di tutto ciò che era il progetto o se fare l'ingenuo. Decisi di continuare sulla linea che avevo prescelto.
Dissi: certo, me ne rendo perfettamente conto. Sono cosciente di ciò.
Mi sentii rispondere: allora mi segua; di qua prego.
Camminammo per un lungo corridoio che non conoscevo. Giungemmo, per vie traverse, al cuore del laboratorio dove avevo tanto sperimentato le prime impressioni. M'indicò un comodo lettino. Mi ci adagiai sopra.
II |
Avevo un senso di vertigine. Ero in aria e volavo su coste frastagliate, nere. L'oceano lì in basso era minaccioso, le creste dei cavalloni mi apparivano enormi, bianche, e risaltavano ancora di più l'oscurità dei fondali che saliva fino alla superficie delle acque: un enorme scenario nero sotto di me e sopra, tempo di burrasca.
Un ago penetrò dalle spesse nubi. L'ago era di una lucentezza sinistra, gelida. Lo vidi entrare, lo sentii penetrare nella nuca con un lieve pizzicore. Un momento di black out assoluto conquistò i miei sensi, non vidi più l'oceano, il cielo, le scogliere, non sentii più nulla ma soltanto ricordai ogni istante della mia esistenza.
Due occhi grandi e innocenti dominarono il mio scenario: erano quelli di mio figlio che mi chiedevano attenzione, che m'instillavano i suoi sorrisi fin dentro la mia anima. La sua gaiezza era nutrimento per i miei pensieri; i suoi vocalizzi prima, le parole incerte poi erano un completamento, qualcosa che mi faceva vivere tranquillo. Non ebbi più contatto con lui dopo che crebbe: mi ero allontanato per sempre e tutto il mio essere era un grondare dispiacere. Sentivo un vuoto dentro che non seppi più recuperare…
Il black out finì, rividi il laboratorio intorno a me. Le rocce, l'oceano e tutto quello splendido scenario in tempesta erano scomparsi come solo in un sogno può accadere. Di fronte a me c'era il mio ex capo che sorrideva professionalmente; i miei sensi erano ancora intorpiditi ma sentivo di non essere propriamente solo, qualcuno si era introdotto in me ed era semplicemente una sensazione di calore docile ma decisa. Sentivo brusii diffusi, come se fossi stato in qualche canale chat, ed ascoltai le parole che fuoriuscivano come dei colori - quella percezione mi sorprese, dovevo farci ancora l'abitudine - dalla bocca del mio interlocutore: ora Lei è una nuova persona, anagraficamente identica a prima ma, scoprirà presto, totalmente diversa nell'anima. Sia tranquillo, dovrà semplicemente prendere le misure di questa sua nuova… Condizione; tutto andrà per il meglio. Lei sarà sempre tracc… Rintracciato, ovunque si trovi. Non si preoccupi quindi se si sentirà solo in balia di pensieri anomali, noi siamo sempre con Lei.
Si congedò con una stretta di mano cordiale ed un sorriso di circostanza. Mi accompagnò in quel corridoio così lungo e alla porta elettronica - dei menù in cascata illustravano le varie opzioni di uscita - mi salutò con un: di nuovo, La saluto. A risentirci presto.
Potevo muovere perfettamente tutte le mie articolazioni, avevo pieno controllo dei movimenti e dei pensieri. Guardavo con sicurezza le persone che camminavano intorno a me; ero perfettamente integrato nella moltitudine anonima. Mi sentivo anche più sociale, più vicino alla protezione che solo il branco sa dare.
Mi rinchiusi per lunghe ore in un pub, cercando di stordirmi profondamente, come sapevo fare molto bene.
Uscii per l'ora di chiusura, cacciato come un barbone alcolizzato.
III |
Mi tuffai vertiginosamente nel condotto. Alcuni ronzii di disturbo erano intorno a me. I forti colori da pennello elettronico mi abbagliavano ma mi trovavo in un grandioso rendez-vous che non poteva essere contrastato da nessun generatore di disturbo; guardavo le anime iridescenti scorrermi intorno, al ritmo di svariati Kb al secondo: ero in un tubo di portata gigantesca.
Mi soffermai - avevo, nonostante tutto, modo di analizzare ciò che mi veniva sussurrato intorno - cercando di capire le motivazioni delle moltitudini di avatar rabbiosi: cercavano in tutti i modi di abbattermi con lanci multipli di segnali a grappolo. Rimanevano, però, sconcertarti nell'ammirare la mia tecnica che riusciva a far riflettere sugli scudi i loro magli d'assalto; ero indistruttibile, imbattibile, inaffondabile. Nessun segnale digitale riusciva ad intaccarmi perché le memorie genetiche erano cloccate ad un vertiginoso valore assoluto, tale da riuscire ad amministrare tutti gli eventi pensabili come se questi si stessero svolgendo al rallentatore, in una qualsiasi delle regioni potenzialmente mappabili da loro: ciò significava che da qualsivoglia punto partisse un evento, loro erano in grado di fronteggiarlo.
Ero di nuovo in un canale chat. Non avevo saputo resistere all'impulso di catapultarmi in quel mondo; ero imprendibile.
Riuscii a penetrare, contemporaneamente, in una moltitudine di stanze, disintegrando le difese. Ero in grado di analizzare tutti gli eventi possibili da un'innumerevole quantità di punti di vista diversi, riuscendo a fornirmi di tutte le strategie di difesa-offesa occorrenti. Tutto avveniva grazie a rapide sollecitazioni provenienti dalla mia memoria innestata; essa mi diceva - in un codice che non saprei definire in altro modo se non naturale - come potevo districarmi, come potevo uscirne senza danni.
La mia anima era espansa, molteplice; ero io aumentato di una potenza ennesima, non avrei mai saputo quantificare il valore di quell'ennesimo esponente. Quella notte, pur essendo totalmente ubriaco, spensi molte stanze e riuscii a rintuzzare attacchi provenienti da tutte le parti con un minimo sforzo offensivo che non m'impedì, tuttavia, di cuocere alcuni cervelli particolarmente offensivi. Riuscivo ad infilarmi nei minimi spiragli lasciati aperti nel loro sistema difensivo e provai un piacere perverso nel friggere quei neuroni così capaci: ero in balia ad una sorta di delirio da onnipotenza.
Quando sconnessi la presa, non sussultai per la solita scarica passiva che mi provocava fastidiosi pruriti: non ne avvertii. Mi vedevo ugualmente da svariati punti di vista, mi capivo e accettavo molto più di quanto mi succedesse nel passato.
I vocii cominciarono ad interessarmi, ma non quelli della chat e nemmeno quelli dei rumori d'ambiente che avevo intorno, bensì quelli che sentivo nella mia testa. Quelle voci erano qualcosa di molto interessante, erano stimoli di un'intensità così piacevole che quasi avevo la sensazione di essere drogato da partite d'oppio di fattura riplasmata. Continue e piacevolissime fitte di piacere percorrevano il mio corpo; passai la notte in uno stato di semi veglia e quando si fece giorno aprii completamente gli occhi - sapevo che ero stato con le palpebre quasi chiuse per tutto il tempo dell'oscurità - senza avvertire stanchezza o sintomi riconducibili alla spossatezza.
Mi sciacquai velocemente il viso - avevo i lineamenti di chi ha bevuto troppo la sera prima. Scesi in strada ed osservai ciò che mi circondava con occhi nuovi. Guardavo i fabbricati, le strade, l'affaccendarsi delle persone, le insegne poste sopra i negozi, percependo il tutto come una strana visione dell'antico posto sulla soglia di un mondo nuovo: era una sensazione difficile da spiegare anche a me stesso ma, in definitiva, vedevo il passato con gli occhi di chi è già nel futuro, mi sentivo come se Johnny Mnemomic si fosse catapultato nella Los Angeles del 1975…
Con questo senso indosso di provincia dimenticata - come se mi trovassi in un bazar gitano - m'incamminai lungo la via, ascoltando le voci intorno a me, dentro di me.
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Guardavo alcune vetrine. Le luci multicolori sparavano sulla merce esposta ingannando i sensi. Le stesse luci erano scomposte in spettri che andavano, dentro il mio nervo ottico, oltre l'ultravioletto. Parzializzai l'analisi per immagazzinarla nel mio menù craniale così, in un modo del tutto naturale, scoprendo che l'adattabilità ai miei vecchi impianti era ben oltre le attese. La merce, capii con ritardo - ma non me ne importava nulla - era costituita da protesi estremamente sofisticate, complete di collegamenti neurali a centri decisionali d'avanguardia; sorrisi piano, con soddisfazione: cosa poteva esserci di più evoluto del centro decisionale che era nella mia testa, nella mia anima?
Piovve, forte. Mi si bagnò l'ingresso della presa cranica. Ebbi un sussulto da elettrolisi, da elettricità statica animale che entrava in contatto con la pioggia: natura contro natura ed in mezzo, l'impianto. Ero affascinato, come non mai, dall'evoluzione che rappresentavo io più di ogni altro, perché sapevo bene cosa avevo dentro, perché conoscevo perfettamente la mutazione cui andavo incontro. Ero il primo vero scalino di una scala evolutiva che avrebbe portato, per gradi diversi, verso la vetta, verso i creatori, verso la potenza: io ero la potenza.
Mangiai, vagai, pensai. Passai tutto il giorno così. Una mappa vagamente opacizzata si sovrappose, verso notte, sulla mia visione delle cose: indicava il pub della serata precedente - alcune frecce animate si agitavano proprio sulla locazione, all'interno della mappa, del locale - facendomi capire che la parte artificiale di me voleva continuare l'esperienza della sera prima. La capacità delle memorie di apprendere era stupefacente; nessuna rete neurale, nemmeno quelle più sofisticate, avevano mai dimostrato tanta capacità ad imparare. L'artefatto era effettivamente vivo, come mi avevano dimostrato le mie visioni, ed il drogaggio caratteriale doveva essere stato contaminato da sfumature vagamente bohemienne.
Bevvi anche quella sera, fino a sentirmi male, fino a sentirci male. Vomitai tutto. Fui tempestato da immagini malate come mai avevo conosciuto ma, anche in questo, loro impararono in fretta da me, ristabilendo presto quantitativi di immagini standard verso me.
IV |
Erano passati dei giorni dall'innesto. Guardavo dei vecchi video musicali nel canale cerebrale ed istruivo, così, le memorie genetiche al mio retroterra culturale. Lì, in quelle immagini, qualcuno con dei cappelli a tesa larga, nerovestito, nascosto da occhiali scuri, cantava nel deserto contro una brezza non lieve. Si potevano apprezzare i chiaroscuri da ambiente chiuso registrati in bianco e nero. L'anima gotica veniva fuori di lì in ogni istante; il sentirsi appartenere ad un circolo privato, occulto, che protegge con il silenzio e col buio, veniva esaltato.
Avevo passato tutti quei giorni, forse dieci, alternativamente fuori e dentro la mia casa. Non ero più solo, questo lo sapevo già, ma soprattutto avevo un'entità che mi assisteva veramente nelle mie scelte. Ero preso dalle navigazioni nei canali chat, dal pub, dallo strusciare nelle vie osservando la gente preda delle loro nevrosi; m'immergevo nella contemplazione delle mie meraviglie, quelle cerebrali, dove un mondo denso di cromaticità inedita scorreva nei miei neuroni. Avevo un'esplosione di fantasia, di potenza, e la velocità era assoluta essendo il mondo, principalmente, in me.
Una notte ripresi a sognare come ai tempi in cui ero puro. Ondate davvero scure di sabbia mi soffiavano dentro gli occhi icone di decomposizione; in breve fui sommerso e mi trovai a camminare lungo il bagnasciuga in una notte senza luna, nel freddo, mentre una nenia lontana ed elettrificata, come se fosse stata immersa nello Stige, mi fece sentire terribilmente nero. Sudavo freddo, respiravo affannosamente. Gridavo la potenza dei Signori, degli antichi Dei; tutta la verità della Creazione mi appariva così semplice, non esisteva nessuna fede all'infuori della conoscenza che regola l'invisibile, all'infuori della sapienza tecnica e del caos, della capacità di creare per via genetica. Pensavo: noi siamo software - we are software - e packages biomeccanici…
Stavo sognando ma comprendevo la veridicità del messaggio di quel sogno; avevo scritto così chiaramente da qualche parte in me che la creazione era stata voluta ma non nel senso religioso: l'universo era in me, almeno in parte, e qualcun altro di immensamente sapiente ma non onnisciente l'aveva inserito.
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I giorni passarono, uno dopo l'altro. Così le settimane e i mesi. L'integrazione era perfettamente riuscita.
Espulsi il supporto non biologico per via rettale; ormai la sostanza si era liquefatta nelle mie vene, nelle cellule. Le memorie genetiche erano integrate in me e la completa espansione della mia anima era giunta a maturazione. Tutte le promesse che per lungo tempo avevano flirtato con me si erano mantenute: ero un uomo, cento uomini, centomila uomini, una compagine di Dei…