Dentro l'oblio |
Abbiamo avuto cura di inserire dei files emozionali - nostre creazioni - come link veloci, proprio nei punti dove è scritto plug in, in modo tale che il lettore abbia l'esatto brivido che volevamo trasmettere.
Rileggiamo il tutto. Crediamo di aver esorcizzato il terrore che era salito in noi.
Creiamo il file craniale pronto da innestare, lo lasciamo circolare nella rete come un virus.
Sappiamo che sarà raccolto…
Notte.
Le mura della casa erano cadenti. Entrai dalla porta semidivelta, di legno marcio. Intorno soltanto silenzio. I tre piani della casa erano tutti fatiscenti ma densi di qualcosa - brividi d'orrore - difficile da raccontare se non per trasposizione di sensazione - plug in. Avevo addosso una sottile sensazione di imbarazzo, come scrutare dalle persiane qualcuno ignaro dentro la stanza.
Salii il primo piano. Tre appartamenti si affacciavano su quell'angusto pianerottolo. Le porte erano nude, senza ante, il buio che contenevano a stento era così compresso che dava l'impressione di sfuggire; l'aria si sollevava sopra uno strato di silenzio che avviluppava le mie caviglie.
Passai al piano successivo. Il cuore mi faceva male nelle arterie, verso la gola. Quel pianerottolo era sinistramente diverso, aveva solo una porta in meno ma il male contenuto negli alloggi apparteneva a qualcosa di spaventoso, di prossimo all'eterno. Entrai in una delle due e guardai attraverso la poca penombra comprensibile dai miei sensi: c'erano ondate fetide sotto il naso, irregolari. Il buio era, se possibile, ancora più chiuso alle intrusioni.
Uscii e salii verso l'ultimo piano, che scoprii con un lunghissimo brivido essere senza appartamenti: perché costruire un piano se non vi si vuol alloggiare nulla? Con la coda dell'occhio scorsi la continuazione delle scale verso il tetto, forse c'era una mansarda. L'idea di un anfratto del genere mi gelò il sangue.
Dopo essermi soffermato pochi attimi, in cui riuscii ad apprezzare gradi diversi di panico crescente, presi la decisione di salire quei gradini. Scricchiolii. Schegge di legno tagliente si erano, inspiegabilmente, impigliate nei miei pantaloni; sentii la scala cedere lentamente al mio peso ma proseguii, mancavano pochi passi al termine dell'ascesa.
Le scale davano direttamente nel locale mansardato. Sentivo il tetto opprimermi, pesarmi in modo diseguale, non proporzionalmente alla lontananza della cuspide della casa. Non riuscivo più a vedere nulla, nemmeno le sensazioni delle zone buie che percepivo prima; anche i miei pensieri erano contornati da ombre insidiose, insistenti verso il mio nucleo primario: era qualcosa che poteva divorarmi per apprezzabili, interminabili istanti, prima che mi fosse stata assorbita anche l'anima.
L'immagine del mio intimo perso mi dannò; l'identità annullata, inglobata in qualcosa di così antico di cui io non avrei mai potuto farne parte minò le mie fondamenta. Anche l'idea di tornare indietro mi divenne insopportabile, avrei preferito, piuttosto, divenire infinitamente piccolo per potermi assottigliare al livello del silenzio che solleticava le mie caviglie, quasi fosse anch'esso un'entità viva; passato e presente, forse anche il futuro, erano acquattati immediatamente sotto la cuspide del tetto e mi attendevano, mentre la notte si approssimava al cuore più inviolabile. Ero fermo, pietrificato. Orrore si sommava ad orrore. Tutto stava divenendo insostenibile.
Il mondo si rivoltò, in meno di un frangente. Il pavimento cedette di schianto e precipitai attraverso i tre piani del caseggiato, passando per densità spaventosamente crescenti di terrore - ne sentii la vitalità premere sulla mia coscienza affilata come un rasoio - plug in. La mia schiena si ferì durante la caduta e finii nella cantina, dove mi accorsi d'avere anche le gambe fratturate: non avevo via di fuga, ero immobilizzato.
Ora.
Senso d'antico al risveglio. Devo aver dormito per lungo tempo.
E' completamente buio dentro, fuori, ovunque. Sento i detriti su me ed anche, vibrando attraverso le mie ossa, delle campane suonare lontane; sembrano quelle di un paesino di campagna…
Rifletto, dopo aver preso più coscienza di me, su questo senso d'antico che mi attanaglia; rifletto a sprazzi, senza continuità apparente solo perché la mia possibilità di concentrarmi è limitata. Sono vittima di immagini fugaci che attraversano la mente, lasciandola al buio, cui segue la paura che si ridesta incollandosi alla coscienza.
Altri flash: all'improvviso, mentre cerco di decifrare un'immagine d'ombre in fila perfetta, ho la netta sensazione di non essere solo, non più. Mi accorgo di gocce di sudore gelido che scivolano sulla mia fronte e tendendo i sensi, tendo anche i muscoli; odo forse dei bisbiglii, credo di esser certo di scorgere figure nere stagliarsi dall'oscurità che mi permea e forse, loro, parlano recitando strani rituali. Non riesco a capire di chi siano quelle voci ma la mia mente è territorio di immagini di cavalieri medioevali, di paesaggi agresti ancora densi di paganità non del tutto vinta… Le figure nere si muovono lentamente, dirette verso la mia immaginazione.
Mi domando, senza una ragione precisa: sono davvero certo di essere nel consueto mondo reale, o forse sono in un limbo onirico?
Qualsiasi cosa stia vivendo, intercetto un attentato al nucleo della mia psiche, un puro tentativo d'invasione psichica, potente. Mi trovo in ginocchio sapendo di essere sdraiato, mi accorgo di ascoltare me stesso parlare mentre la mia lingua è ferma, mentre ho la bocca chiusa: sono sottili paradossi che scuotono e affondano le certezze del mio intorno più prossimo.
Al pari della caduta di un muro, così le illusioni si accasciano, si smaterializzano e mi lasciano intravedere le figure nere di prima avanzare ancora, angosciosamente, verso me: ho davvero paura. Impercettibilmente è come se avessi oltrepassato una soglia; me ne accorgo troppo tardi per ricacciare indietro le ondate ricorrenti di panico. Il terreno sotto di me sembra aprirsi al passaggio di quelle anime nere - loro disincarnati.
Sono avvolto da loro.
Credo di essere davvero negativo, ora. Infinite rifrazioni di schegge buie, poliedriche, colpiscono l'intera complessità del mio corpo ridotto a poltiglia - una sorta di bolo primordiale, adimensionale penserei di essere adesso. E poi, poi le possibilità che essi mi ergano sopra i piani implosi, sopra il terreno e qualsiasi altro mi venga in mente mi stordisce: non posso soddisfare i miei voleri di fuga!
Ciò mi apre dei pozzi infiniti, profondi in un modo che nessuna comprensione prettamente umana può capire. Cammino su essi e sulle entità. Ora io sono quelle figure nere anzi, loro sono situate dietro la mia testa, comandano da lì, stanno modificando la mia corteccia cerebrale… Pronuncio delle preghiere ma escono dalla mia bocca come se fossero state enunciate al contrario; rientrano così nella mia coscienza e mi sento più cinico, più soddisfatto, ogni istante di più, della perfidia che si sta identificando con me.
Il mio nucleo inattaccato trema dai tremendi colpi, dal terrore…
Sono sicuro di essere una credenza ora, una dolorosa possibilità esoterica, una parte della casa, qualsiasi cosa diversa dalla mia persona che ho trasceso. Non so più che momento temporale sta vivendo il mio corpo…
*
* *
Il tempo passato è soltanto un parametro arbitrario, non ha valore assoluto, forse come i ricordi. Non so da quanto sono qui, non so se sono stato svenuto, se ha senso parlare di passato remoto e se soprattutto, appartengo ancora al consueto continuum dimensionale.
Come in un'implosione, la casa si accartoccia su sé. Ho soltanto lo spazio vitale intorno a me e tonnellate di detriti sopra. L'ultima considerazione che credo di avere a disposizione prima di impazzire è che la casa è dispersa in una tenuta vasta, ed è dispersa perché tutti asserivano che essa fosse crollata parecchi decenni prima, mentre io ero fermo nel dire che ieri, ieri, era lì ancora in piedi, nella luce del mattino.