L'esperimento |
Una nostra sorella è stata scoperta quando aveva completato l'innesto. E' stata annientata dalle energie psichiche terminali di un povero mortale, esaurito psichicamente. Il racconto è stato stilato da uno psichiatra con tecniche di lettura cerebrale postuma.
Guardavo quelle foto digitali così accattivanti. Erano poste in ordine apparentemente casuale sul tavolo. Osservandole capii che c'era un tentativo mirato alla mia destabilizzazione, la sequenza era un crescendo emozionale che solo io potevo cogliere; chiunque fosse stato lì prima di me - e sapevo chi era - aveva costruito la scena abilmente, pensando a me. Meditai che gli era sfuggito il particolare della naturalezza nella messa in scena: sarebbe bastato un solo particolare fuori sequenza e io, io stesso, non avrei saputo capire.
Ebbi uno shock elettrico dalla rivelazione, come se quella disposizione mi comunicasse qualcosa o forse, come se mi trasmettesse dei parametri persi nello spazio e nel tempo. Una donna strana, una dark-lady d'altri tempi camminava parallela a me, senza che si accorgesse, apparentemente, della mia presenza. La guardai, lei non si voltò ma avvertii le sue percezioni, sentii tutto ciò che vedeva muoversi intorno al suo corpo; la scrutai mentre diveniva un amalgama vivo che non esisteva solo nella mia testa ma anche nello spazio che mi circondava. Stavo osservando un corpo astrale perso nel passato e le percezioni che lo avevano agitato in un preciso istante della sua esistenza; tutto ciò viveva dinanzi a me, io ero in contatto indotto dentro un campo magnetico modificato. L'induzione era partita da me, dai miei neuroni messi sapientemente in rete…
Ringraziai mentalmente il costruttore dell'ordine fotografico per l'opera che aveva preparato: non poteva conoscere così bene i miei attrattori di caos neurale ma mi stava aiutando a vivere qualcosa d'unico.
Mi mossi. Presi a sondare le immediate vicinanze della visione e i miei canonici limiti fisici. Le modificazioni erano pesanti, la mia mano affondava in una melma dimensionale che mi riusciva difficile farla tornare indietro; tutto stava diventando viscoso, percepivo salire quell'odioso senso d'inglobamento lentamente, inesorabilmente.
Il mondo intanto era caduto, appresi nel mio intimo; anche se non inesorabilmente avvertivo l'irreparabile modificarsi. La mia struttura molecolare era cambiata senza clamori ma, ad ogni modo, non possedeva una flessibilità tale da tornare allo stato iniziale; la mia gola ora aveva una piccola apertura proprio sul pomo e l'aria entrava ed usciva prevalentemente da lì. Le mie mani, scoprii guardandole, si erano arrotondate, non disponevano più della normale spuntosità delle dita: esse avevano perso la loro naturale forma affusolata, erano state assorbite dai palmi; questi ultimi si erano ispessiti, erano aumentati di massa.
Stavo scivolando in un altro ordine caotico, e mentre questo avveniva la musica che mi circondava diveniva sempre più inquietante; la paura, un'altra entità viva, improvvisamente divenuta viva, si stava stabilizzando intorno a me. Dei richiami molto vicini al terrore si allocarono lì vicino e si dichiararono come parenti molto stretti; altre basse potenze mentali, negative, presero il sopravvento negli spazi liberi, lasciando molte celle di polarizzazione vuote.
Guardavo la dark-lady camminare compassatamente. Mi sentivo come un palombaro con la tuta fallata immerso nelle profondità oscure del mare. La signora si accorse finalmente di me, mi sorrise, e tutto quanto permetteva di appigliarmi al mondo da me conosciuto crollò; mi persi nel suo sguardo e morii in quegli occhi in cui vedevo navigare la sua anima. Mi ritrovai a navigare dentro di lei e poi mi accorsi di esserle al fianco, impersonando di volta in volta ognuno dei suoi sentimenti, o meglio, ognuna delle sue percezioni…
Il mio ordine caotico risplende di cupa bellezza, ora. Similmente ad una pietra buia e trasparente vivo di dolorose sensazioni d'isolamento; di tanto in tanto lei, la mia signora, passa per allietare il tempo che vivo da solo. Insieme ci troviamo persi in lugubri e lubrici pensieri. Insieme proviamo a sondare i limiti fisici del suo e mio nuovo mondo.
Da un po' di tempo, però, sono solo. Vedo muoversi accanto a me, su mura antiche, ombre poco nitide, le vedo pulsare di vita strana. Ho osservato per caso, pochi istanti fa, formarsi un buco a spirale, animato, e l'ho visto inghiottire materia, mangiarla, trasformarla.
Mi sto gettando lì dentro…
Mi trovo a camminare dentro le foto digitali poste sul tavolo tra corpi eterei, finti. Improvvisamente quelle splendide forme si voltano per guardarmi con occhi glaciali e mi cercano, mi rincorrono; tutta la loro imponenza d'anime dense mi è evidente ed insopportabile mentre cercano di opprimermi, di annientarmi. Fuggo, su un terreno non mio, sconosciuto; sento i loro morsi strappare la mia anima, ridotta a brandelli. Scappo tra le varie pose plastiche delle modelle e sono travolto dall'imponenza dei loro sguardi. Con accelerazione impossibile sono proiettato, esattamente, al centro di suoni violenti - vibro di ritmo - mentre digitalmente sono su un'onda irregolare; sento rugosità stringersi, pressare su me e così mi guardo bene intorno: osservo linee astrologiche intrecciarsi percependo sinistri presagi. Mi rannicchio, ora, nell'angolo e comprendo fino in fondo che sono una semplice immagine olografica, che esisto nella mente di qualcuno - rugosità che mi soffocano.
Devo fare qualcosa. Istintivamente, non saprei dire come, rendo viva l'angoscia e la pongo di fianco a me: essa è così avvolgente, è un'icona composita che mi sovrasta. Capisco di aver voglia di dormire ma il sonno non è altro che brusio elettronico di sottofondo; c'è un flash che illumina di luce negativa ciò che mi vive intorno e me stesso, così sono colto da un raptus: uccido con furia cieca tutte le entità viventi che mi circondano, semplicemente imponendo la mia mente sulla materia. Poi, coscienziosamente, digito la chiave kill su una tavola elettronica che faccio interfacciare al mio ospite. Penso: se lui non sarà tanto abile e veloce da chiudere tempestivamente il suo lavoro interattivo, avverrà l'irreparabile.
Non è stato rapido. Ho sentito il momento della sua chiusura quando era ormai troppo tardi per lui: stavo già scattando. Osservo con occhio cinico gli astanti: hanno la loro ultima attenzione alla pratica realtà usuale e poi, ora, ora, udiranno gli spari su loro, su loro, e l'ultimo su lui, sul mio ospite…
Adesso ricordo un momento, un'ultima rifrazione di fotogrammi persa nella concitazione della decadenza finale: me che sistemo le foto digitali sul tavolo ed una splendida donna danzante a piedi nudi - una memoria genetica; il suo volto si sovrappone alla dark-lady - che m'inseriva la spina troppo polarizzata nel cranio. Ho un ultimo pensiero: la signora. Respiro profondo, affannosamente, ora rantolo; quella donna si starà avvolgendo nel suo soprabito, tentando inutilmente di riscaldarsi in quei morbidi panni scuri.
Un esperimento andato bene ma lei, la signora oscura, affonda con me.