Cento anni



E' interessante notare l'acuto dolore che si può provare alla morte di qualcuno. Osservate, sorelle, quanta disperazione. Osservate la profondità dell'angoscia. E' qui che dobbiamo essere umili, nel capire, emulare, sviluppare una nostra autonomia. Nel corso del racconto mi è sorta una domanda: è lecito, a nostra volta, innestarci entità ancora più potenti di noi?



Lo osservo. Ho appena visto il suo ultimo movimento acquietarsi su quella poltrona, dopo cento anni. Sento salire improvviso, prepotente, un nodo alla gola, prima ancora della razionalità, prima ancora del pensiero di ciò che è stato lui, di ciò che ha fatto. Mi sposto nell'angolo, non voglio palesare davanti ad altri la mia anima. La stanza è grande ma almeno metà è occupata dal letto e dal mobilio. Altre persone sono sparse per il resto della camera e della casa. C'è un vocio sommesso che passa di uomo in donna, in bambino, in uomo… Hanno saputo tutti ciò che è appena accaduto. E' ancora presto per fotografare la scena così com'è, nelle proprie menti. Ci appare del tutto naturale che il sole sia nel pieno di un pomeriggio estivo e che arroventi le mura di questa casa, che ci faccia sudare e inondi di luce così indiscreta ogni angolo di questa camera. Più tardi, tra qualche ora, forse qualche giorno, questo momento assumerà l'inconfondibile sapore che non potremo mai più dimenticare, qualcosa d'univoco nel suo dolore. Così, travolto da un'apatia del tutto temporanea, comincio a pensare alla serie di pratiche che dovrò sbrigare, a burocrazie più o meno inette; credo di desiderare la quotidianità, di considerarla un bene irrinunciabile, qualcosa che mi aiuta a vivere in alto rispetto a questo enorme dramma che mi sta per travolgere. Ho bisogno di uno scoglio, di un appiglio che mi aiuti a tenermi a galla dall'enorme ondata di piena che sta per arrivare - odo il frastuono lontano. Alzo gli occhi un momento, verso gli altri presenti. Sento che lo sgomento ha preso gran parte delle menti - riesco a percepirlo dagli sguardi, da qualcosa che esce dalle pieghe dei loro corpi ingessati in pose plastiche, solo leggermente innaturali. Capisco bene che non sanno cosa dire, come comportarsi, che anche loro vorrebbero essere lontani da qui, addirittura mai entrati tra queste pareti, che non vorrebbero aver mai conosciuto lui, il defunto, nemmeno essere stati tra i suoi parenti più stretti. Le prime lacrime impetuose stanno sgorgando dagli occhi della moglie, insieme ad un urlo straziante che aumenta lo spessore di scena aliena: è un'action che non si vorrebbe mai interpretare e nemmeno vedere. Vedo la donna abbracciare quelle membra insensibili ed il corpo ridotto a povere ossa, con la pelle che si è aggrinzita intorno; la vedo fissare incredula la faccia della morte formarsi su quel volto. Il cadavere è ora completamente nato.

Sono passate delle ore, credo d'essere più razionale di prima ma sento che l'ondata sta arrivando piena di forza distruttiva. Provo a ricordare tutte le opere del defunto, le passioni, l'enorme cultura che lo ha sempre accompagnato, la sua signorilità. E' andato via qualcosa di più di un uomo, è scomparso uno degli ultimi baluardi di un tempo che non c'è più. Ora fisso i suoi volumi ordinati nella giusta sequenzialità che raccontano tutta la sua esistenza, che comprendono anche le dicerie, le favole, le esagerazioni dei suoi avi; io ho trattato quelle memorie attraverso le mie capacità tecniche fissandole su tavolozze mnemoniche, dandole in futura memoria a chi avrà desiderio, voglia, o soltanto curiosità di conoscere di quando si portavano vestiti così curiosi da risultare già bizzarri ora, in questo momento storico. L'anima di lui, del defunto, è penetrata parzialmente nella mia… Ho un piccolo flash delle ultime volte che ho incontrato il suo sguardo, che ho udito la sua voce; non riesco a trattenere il pianto che mi sommerge ad ondate violente. So bene come doveva sentirsi lui, quali ultimi barlumi di forze l'hanno accompagnato all'ultima posa. Sapeva di non essere vissuto invano, aveva consegnato tutto ciò che valeva la pena di essere ricordato alle memorie eterne.

La notte, la prima notte senza di lui, sta terminando. I bagliori del nuovo giorno sono discreti, ancora, ma presto tutto esploderà nella luce calda, anticamera della decomposizione. Il cammino verso l'espiazione del dolore è appena cominciato, ci vorranno giorni e giorni per esaurirlo nella quotidianità, nella noia che conduce alla fine di qualsiasi cosa. Provo a pensare alla cerimonia funebre e sono assalito da un nuovo sussulto al cuore: immaginare questa casa senza la sua presenza, averlo soltanto nella propria testa quando si vorrebbe la sua esistenza nella quotidianità dei gesti semplici, oppure in un desiderio espresso parlando gentilmente a qualcuno… E' struggente! Capisco appieno in un interminabile attimo la portata dell'evento: una gran catastrofe si è svolta, e l'angolo che ho girato mi porta ad un livello diverso, non so bene se superiore o inferiore, di comprensione; voglio spuntare ogni piccolo particolare per coglierne tutti i significati, voglio lottare per conoscere. Lo accompagno nell'ultimo viaggio. So che dentro il feretro c'è il suo corpo ormai molle, ma non è più la stessa cosa che saperlo vivo. La sua anima è in me, per sempre in me; solo lì dovrò cercarlo ogni volta che avrò voglia di udire la sua voce, che sentirò il desiderio di imparare ancora qualcosa dalla sua enorme cultura, che vorrò andarlo a trovare per far sì che non muoia definitivamente. Non voglio che la sua esistenza sia davvero passata invano. Fuggo dalla funzione religiosa. Non ha senso rimanere qui. Cammino lento sotto il sole, senza soffrire eccessivamente il caldo asfissiante. Non ho voglia di ascoltare discorsi, di farmi penetrare dalla quotidianità che mi sembra così becera ora, così insignificante. Vago tutta la mattinata in perfetta solitudine. Alzo lo sguardo, ora. Sono sotto il suo palazzo ma non avevo assolutamente la volontà di arrivare fin qui. Alzo lo sguardo fin lassù, fino alle finestre del suo studio. Provo ad immaginare la scrivania, gli scaffali, gli strumenti di cancelleria, i suoi libri: tutto è vuoto, senza vita; la luce sta illuminando il nulla.

*

* *

Questa notte sono solo nella mia casa. I giorni sono passati, ammassandosi uno sull'altro, lasciando sempre più spazio all'indefinibile tedio per l'attesa che tutto diventi indolore e familiare, anche il volto della morte. Improvvisamente sono divorato dal desiderio di consultare le sue memorie, la sua vita nel formato che ha voluto trasmettermi. Mi agito per rimettere ordine negli appunti sparsi in mio possesso. Mi adopero per allegare anche i miei personali ricordi agli aneddoti non scritti da lui. Riesco a rendere omogenea l'opera. La inietto in me, senza pensarci sopra, attraverso l'apertura posta direttamente sopra la mia testa. Ho dei fenomeni di sovrapposizione, dei noises abbastanza trascurabili. Delle sfocature tra ciò che effettivamente penso sia mio e quello che mi rimane dubbio - immagini di tempi andati, non so se concepite dal mio subconscio - non m'impediscono di avere un'ampia visuale di ciò che mi accade dentro: mi sembra di essere un palazzo al limite della fatiscenza, dove il crollo è rimandato di un po'; la mia immagine riflessa nei vetri impolverati parla di sapienza, cerco di andare a ritroso nel tempo…

Sono su una poltrona, damascata com'era nello stile di tanto tempo fa. Le microiniezioni mi pendono dal braccio e stanno ad indicare un pessimo stato di salute del mio fisico. Non ricordo da quanto tempo sono qui. Non ho possibilità o voglia di fuggire. Sto declinando verso il crepuscolo. Mi guardo intorno: non c'è nessuno ad assistermi, sto morendo. Ho iniettato in me cento anni di sapienza, di vita piena e di colpo sono un relitto, ricco d'esperienza. Sono soddisfatto, sento la pienezza di ciò che ho vissuto. Percepisco me stesso senza l'inutile ingombro dei limiti fisici. Vedo lui, il gran vecchio, raggiungermi, sorridermi, vivere nei miei ricordi mentre capisco, all'apice dell'angoscia, di non aver vissuto così a lungo, di non aver imparato da solo. Roteo nella solitudine, nel vuoto, urlando il mio nome, sperando che qualcuno mi senta, che mi aiuti a non morire mentre impazzisco, da solo. Lascio scritte queste righe, per far capire lo stato d'animo finale:



Cento anni

E all'improvviso
sono stanco
dell'usuale dello straordinario
di vedere giorno e notte
di muovermi pensare, di continuare.

Sono stanco
di essere presente
e peso cento anni di memorie
che mi stritolano, di enorme piacere…
La fatica di ricordarli è oltre me.

Ho fatto ciò che dovevo
e loro domandano sempre di me;
ho bisogno di un attimo ancora
per guardarmi un'ultima volta intorno.
Scruto dentro me, ma ora non c'è più nulla, nemmeno me.

Vi ho voluto, forte, tutti nella mia anima.


(In memoria di Vittorio Rossi Brigante, 3/2/1900 - 5/6/1999)