NEL SENTIERO



La visione, a perdita d'occhio, di un paesaggio grigio. Le diverse sfumature di presunti colori ridotte ad emulazioni impalpabili di bianco e nero. Il Sole calante: un pallido, amorfo scenario sullo sfondo. I pensieri all'interno del proprio involucro: una cortina potente d'autolesionismo psicologico, e una miscela di tormenti e desideri. L'amalgama avviene in un crogiolo impersonale, grigio, che non risalta nemmeno al buio. Il cammino verso il futuro si risolve in rimappature del passato, rivisto, rivissuto, reinnestato. Janet guardava fuori della vetrata il paesaggio filtrato dai suoi occhi decantati per raffinazione genetica. Generazioni d'embrioni neoumani vissute rapidamente in laboratorio avevano portato ad un punto fermo, almeno al momento del suo concepimento: terminazioni nervose in grado di assorbire le grandi variazioni cromatiche per dare solo pochi, importanti valori percettivi. Si pensava, in quei giorni, di essere giunti ad un elevato livello d'intelligenza artificiale trasmissibile geneticamente ed in grado di crescere, successivamente, da sola assorbendo il mondo denso d'errori. Janet rimaneva immobile di fronte al tramonto, guardando di sottecchi la sua immagine debolmente riflessa nella vetrata: un'ulteriore ombra scura sovrapposta alle altre, forse più concretamente. Stava sorseggiando un cocktail assolutamente alcolico e sperimentava l'adagiamento emozionale sull'onda dei propri pensieri, mentre il nero del tramonto diveniva sempre più deciso, più marcato. Le ombre incerte morivano in fretta in quel momento della giornata. In quell'ambiente nessuno era a far compagnia a lei, e il resto della casa era un popolarsi di immagini olografiche di pura compagnia, vecchio stile, alquanto statiche e sgranate. Janet parlava spesso con frasi smozzicate, sufficienti a capirsi da sola e a far da filo conduttore ai suoi pensieri, mentre cercava di risolvere problemi di logica accademica per il suo prossimo esame, quello di crescita professionale. All'improvviso si accorse che un tipo di buio di gradiente elevato era sceso intorno alla sua abitazione; quel buio era sgranato perché la definizione dei suoi occhi, quella che gli consentiva di percepire attraverso i nervi ottici bioartificiali, diveniva molto imprecisa in condizioni d'elevata oscurità. Per un attimo, in quell'istante, le olografie si fermarono e guardarono l'ultimo spicchio di riverbero solare morire dietro le colline. Janet, coppa di Champagne in mano, lo salutò con un accenno di brindisi rivolto verso l'esterno; si chiuse la cerniera del suo vestito fino al collo e osservò soddisfatta i luccichii spenti del suo completo di pelle nera. Compiva 26 anni in quel giorno, se si escludevano dal computo le poche settimane di gestazione accelerata vissute in un utero di bioconduttori. Accostò alle labbra il polso ricoperto da una membrana di cuoio leggermente più spesso e ordinò mentalmente la composizione di un numero telefonico, attendendo pazientemente il risuonare degli squilli; un segretario olografico comparì davanti a lei invitandola a lasciare un messaggio. Scostò il polso dal suo orecchio e osservò quell'immagine scomporsi in grani anonimi ancora più grossi di quelli che normalmente vedeva: lei aveva solo voglia di guardare per l'ennesima volta un corpo elettronicamente perfetto, quella definizione di lineamenti decisi e il lieve gonfiore, proprio nel punto giusto, armonizzato con una risaltante piega dei pantaloni all'altezza del bacino.

Notte fatta. Pur regolando al massimo il contrasto della vetrata né lei né gli ologrammi riuscirono a percepire lo scenario nella valle. Janet si sentì gonfiare le orbite per lo sforzo e, stropicciandosi i bulbi oculari, sperimentò un aumento del senso di sgranamento. Chiuse quindi le tendine e accese delle lampade sospese vicino al soffitto. Un effetto Casablanca inondò la sua immaginazione di stereotipi rimodernati, qualcosa già vissuto esteriormente che colava d'inaspettato fascino: quello dell'inesplorato. Degli inviti per una festa lampeggiarono sul display di un quadro, appeso alla parete. Janet scrollò rapidamente l'elenco, cercando un party particolarmente interessante tra le righe delle descrizioni. Un occhio elettronico la scrutava e l'aiutava a compiere dei merge mirati tra il suo abbigliamento, lo stato d'animo e le peculiarità delle feste stesse. Fu annoiata dalla descrizione dei suoi 26 anni pronunciata dallo speaker sintetico installato nelle pareti: genitori sconosciuti, alto quoziente d'intelligenza, modifica oculare congenita, estrema capacità di sintesi derivata dalla particolare analisi spettrografica dell'ambiente circostante, bellezza fisica nei canoni, vergine. S'inserì in alcune demo e scelse una festa, infine, denominata dark eyes. Lì, in quel party, molte persone stavano scrutando, in una forte penombra psico, le sue fattezze fisiche ed i vestiti. Altri guardarono di sfuggita le sue credenziali rese pubbliche su un tesserino magnetico, posto sul visore d'ingresso. Janet aprì bene gli occhi cercando di attenuare quella panoramica granulare, mentre molti di quelli che l'avevano osservata attentamente si girarono con atteggiamento annoiato. Riuscì a percepire la frase ancora un occhio genetico detta da qualcuno che sorseggiava tediosamente un cocktail. Janet si guardò rapidamente in giro, in cerca di altri con la sua stessa peculiarità visiva. Infine, mentre un tappeto sonoro di musica elettro-stimolativa permeava tutti gli angoli dell'ambiente, una figura si stagliò come se un drappo nero la ricoprisse: contorni soffici, tridimensionali e un senso di rilievo senza percezione netta di guglia s'impresse sui nervi retinali di Janet. Erano le rifrazioni d'infrarosse tagliate, tipiche di chi aveva, come lei, lo stampo genetico-oculare decantato. Lei si avvicinò rapidamente verso quella figura in movimento, cercando di non inciampare in nessuno. Vide, nascosti precedentemente, un altro nugolo di suoi consimili. Un'impressione d'epifania. Un circolo, un ghetto. Si capirono immediatamente tra loro. Costruirono un senso di comunità basato solo sulle cognizioni intime e sulle percezioni d'onde infrarosse che ognuno emetteva. Il frastuono era pressante. Frasi smozzicate, tanto per dare una sorta di contegno convenzionale a quel gruppetto, erano dette da uno o più contemporaneamente; qualcosa di simile a convenevoli, a rituali frasi di benvenuto o di congratulazioni. Janet pensò di non essersi mai sentita tanto isolata.

Mark era seduto nel bosco. Il giorno era da poco fatto. La dissonanza dello spettro solare rendeva la visione delle cose prossima al bianco. Un senso di sollievo fu in lui quando si infilò un paio di spessi occhiali da sole neri. Era uso passare molte giornate immerso tra gli alberi, i prati, nel frastuono della natura. Quel suo modo di vedere il paesaggio, in perfetto bianco e nero, lo aiutava nella meditazione, nella trascendenza del caos e della banalità quotidiana. Sapeva d'essere fratello genetico di molte anime sparse per tutto il globo e forse per buona parte del sistema solare, ma si beava della sua unicità, del suo essere Mark. Raccolse dei fiori, e poi delle foglie, annusando la fragranza e la linfa vitale che ancora essi contenevano; riusciva a scorgere, tra le ombre granulose che i suoi occhi gli proponevano, gli schemi molecolari di quegli aromi, tutte le sagome d'ogni petalo o frammento di foglie spezzettate. Si alzò e respirò forte, camminò tra gli alberi nel bianco e nero più affascinante che conoscesse, solitario. Mark non era sempre vissuto così. Sei mesi prima un incidente nella rete gli aveva bruciato un congruo numero di cellule cerebrali e molte sinapsi, cosicché aveva dovuto subire un paziente lavoro di ricostruzione della sua personalità e delle capacità nervose. Da poche settimane era in convalescenza e tutto quel tempo passato libero da qualsiasi tipo d'impegno, tranne se stesso, non faceva altro che aumentare il suo grado di meditazione. Pensava che si fosse attuato un piano premeditato contro di lui. Pensava a tutti i nemici che si era fatto dopo anni di professione svolta nella rete. Spremeva molte delle energie mentali in recupero facendo congetture, linkando ricordi, rivangando schemi di lavoro e osservando il tutto con la sua coscienza ancora traballante: non gli riusciva di trovare nulla di concreto, nulla oltre dei sospetti vaghi e imprecisi; se qualcuno aveva giocato con lui era stato molto abile. Altre volte invece, come questa, si trovava immerso in un profondo dialogo tra lui e la natura, ancora predominante in quel luogo. Si trovava a pochi chilometri dal centro abitato, dov'era la sua clinica, e pensò non fosse un caso che quel tipo di vegetazione - così rumorosa - crescesse vicino ad un centro di riabilitazione: ancora non si riusciva ad emulare perfettamente il mood di una foresta nelle reti neurali mediche. Mark pensò anche alle radiazioni di fondo della Via Lattea, da lui percepite come ombre potenti in grado di schermare il Sole con una tendina invisibile, fragorosa. In quel momento si sentiva al centro di un universo così potente e strutturato da non fargli rimpiangere i brividi del lavoro da connessione. Solo per un attimo, vedendo il paesaggio sfocato dalla monocromaticità, gli venne da pensare che si stava comportando come un'entità oscura della natura; pensandoci per un ulteriore momento gli venne da paragonarsi allo spirito di una qualche dimora di campagna, abbandonata perché ritenuta infestata, vagante per i prati circostanti, in cerca di qualcuno da plagiare. Il senso del male era così chiaro nella sua mente, in quel momento. Un'immagine di un albero semi piegato su se stesso, enorme e nodoso, si piazzava nei prati della sua fantasia oscurando la luce solare. Mark percepiva il senso di sbagliato e sapeva che esso era sfuggente, subdolo, insinuato appena sotto il livello della coscienza. Il rumore di un tuono lo scosse. Un temporale all'orizzonte lo esortava a tornare verso la clinica. Ebbe un sussulto pensando che un attimo prima il Sole stava splendendo, così osservò l'orario nel suo canale retinale: led nitidi gli indicavano un'ora molto tarda. Non era più mattino presto. Qualcosa di prossimo ad un impulso sessuale lo sconquassò. Un danno localizzato nell'anima, nella parte più inaccessibile lo trascinò in un universo particolarmente torbido, fatto di posizioni erotiche ed amplessi furibondi. Desiderava che donne lascive, le più conturbanti da lui mai immaginate, giacessero vicino a lui in uno stato di totale sottomissione, di passione per il corpo, per i suoi genitali. Si vide rapito dal puro concetto estasi. Era prossimo alla clinica ormai; il temporale era sempre più vicino, minaccioso. Le immagini nella sua retina indicavano che il buio si faceva sempre più sgranato, meno nitido. La sofferenza esteriore del non percepire esattamente come stessero visivamente le cose si compensò con l'acume che i suoi altri sensi andavano acquisendo; Mark dominava il mondo con l'anima, col suo Io, solamente che qualcuno più forte di lui era riuscito a fargli compiere un bel salto nel vuoto.

Janet usciva dalla festa e rientrava nel suo appartamento, in quella cella dorata. Annoiata da chiacchiere e conoscenze inutili desiderava soltanto ascoltare un poco di musica trascendentale per addormentarsi, per sprofondare in qualcosa che le tenesse lontano ogni genere di pensieri. Tutto era così simile ad un purgatorio eterno che sembrava odorare di un asettico senso di pulizia, simile all'ordine che precede la fine. Ogni sforzo procedeva, invariabilmente, verso un mare chiuso. Gli occhi le mostravano cose indefinite perse nel buio del suo appartamento; quelle ombre le davano un senso d'introspezione cruento interno alla sua anima. Si chiese cos'altro poteva distrarla da quel bianco e nero chiazzato, e quando sarebbe venuta la luce solare per addormentarle quell'acutezza di sensi. Tirò le tende e cadde rapidamente nel sonno al suono della musica. Sognò di essere trascinata in un pozzo senza fine dove le cromaticità erano diverse da come le conosceva. Sognò istanti arabescati, aromatizzati da cachemire in bianco e nero. Janet tremava d'emozione. Era in un sonno d'oppio e volava a pochi palmi da terra, sull'onda di percezioni puramente mentali. Ammirò nel suo sogno le presenze d'ologrammi da compagnia. Cercò di sintonizzarsi sulle stesse frequenze d'onda dei suoi fratelli genetici. La distillazione genetica, tutto il processo, avveniva nitidamente davanti alla sua coscienza, ben scandita.

Il richiamo che Mark sentì, improvvisamente, fu qualcosa di sconosciuto anche se ne aveva sempre avuto la premonizione. Proveniva da un luogo impossibile, posto in una locazione che non avrebbe mai saputo trovare nelle mappe tradizionali. Egli era appena rientrato nel suo appartamento, lanciando occhiate fugaci verso gli occhi elettronici che monitoravano ogni istante della sua esistenza. La sensazione d'intimo che provò in quel preciso istante somigliava ad una forma di contatto tra fratelli, forse ad un legame cosmico. Mark sentiva di nuovo premere su di lui tutte le forze della volta celeste fin dagli angoli più nascosti, più lontani. Chiazze di luce bianca immerse nel buio assolutamente più nero costituivano lo sfondo dei suoi pensieri, di tutta la sua attività cerebrale. Guardò fuori della finestra il giorno pieno e la luce così candida. Vide il segnale che lo aveva richiamato andare oltre lui, cercare con modalità TCP altri destinatari.

Judith teneva gli occhi chiusi. Il senso di vuoto perenne che aveva dentro di sé la spingeva, sempre più spesso, a tenere le palpebre ben serrate sulla realtà. Aveva smesso di lottare da un po', si era arresa; pensava che era inutile tentare di sovvertire ciò che le nasceva istintivamente all'interno e irrompeva verso l'esterno, ricoprendolo. Eppure ricordava bene tutte le volte che aveva cercato di alzare la testa, fissando nel suo irripetibile bianco e nero le facce dell'avversità, gli sguardi che erano stati vicino a lei. Ricordava estremamente nitide le frasi staglianti sulle immagini dirette a lei, le stesse frasi dette dai suoi amici più intimi capaci di dilaniarle l'anima. Judith non aveva mai creduto negli affetti, perciò cercava sfogo in forme istintive d'arte, a volte nella musica. Composizioni bizzarre ottenute attraverso la creazione di suoni insoliti, originali e affettati, davano a Judith l'esatta dimensione del cammino interiore che stava compiendo e della dualità del suo percepire: bianco e nero. Per essere sempre più vicina alla perfezione, al gelido dove ogni cosa si riveste d'inattaccabile superiorità, lei aveva sfruttato tecniche d'imprinting e di linking puramente neurali: collegamenti a qualche host spuntato lì per lì, pregno di conoscenze acquisite per innesti parassiti ad arcaiche fonti presenti nell'etere. Judith, a volte, coincideva troppo intimamente con l'essenza di alcune banche dati supportate da potenti IA. Ogni volta che fantasticasse - poco prima della percezione del segnale - i suoi occhi erano sempre chiusi su un pozzo gravitazionale dove giacevano dei cadaveri, esplosi per mancanza di gravità. La desolazione dopo la tragedia era così evidente in quel luogo mentre rivoli di sangue grigio scorrevano verso Judith, verso il suo angolo d'osservazione. Il pozzo gravitazionale continuava a ruotare con la stessa velocità, nessuna perdita o buchi di pressurizzazione sembravano essersi prodotti in quei locali. Ora i cadaveri galleggiavano lentamente verso il pavimento, il suo sguardo era fermo sui loro volti che raccontavano tutta l'angoscia e la consapevolezza di morire in quel modo orrendo. Qualcosa d'imprevisto nello svolgimento della scena. Questa volta, un momento di buio sgranato, d'oscuro più intenso, colpì improvvisamente Judith. La visione della stazione orbitale svanì per dei lunghi istanti ed al suo posto lei visualizzò i dettagli poco nitidi di una stanza terrestre al buio, con alcune anime olografiche in quieto riposo, in attesa di un movimento vitale da parte di qualcosa o qualcuno. I grani d'oscurità avevano peso tridimensionale e le ferirono i nervi ottici leggermente ritoccati da tecniche plastiche. Judith si strusciò le palpebre a mo' di prurito ma volle tenerle serrate. Si sentì tagliare l'anima da un filo monocellulare, invisibile. Parlò formulando domande standard del tipo Cos'è, Cosa mi sta succedendo, Un momento ancora e poi aprirò gli occhi… Ma, ovviamente, era ben lontana dalla volontà di sfilacciare il suo interno alla potenza del mondo circostante; stava cercando soltanto un valido intermezzo tra l'inconveniente e la possibilità concreta che la visione del pozzo gravitazionale tornasse. Un calore sintetizzato la investì. Il calore era riconvertito, molto simile al gelido ed aveva in ogni caso perso le caratteristiche basi del tepore. Era gelo industriale che nasceva da fonti genetiche. Judith vide di nuovo sullo sfondo i cadaveri esplosi, per pochi istanti ancora. In quegli attimi le visioni si sovrapposero e lei ricordò rapidamente una melodia sintetica: suoni di stalattiti che si rincorrevano, dissonanti. Il disastro del pozzo gravitazionale si andava ripetendo, ora, davanti ai suoi occhi, ricominciando dall'inizio.

Le strumentazioni che Judith aveva nel suo appartamento stavano registrando quella sequenza anomala; tentavano di tracciarne l'origine, l'esatta locazione tridimensionale insieme con una breve descrizione cromatica degli ambienti sorgenti. Più tardi, Judith avrebbe aperto gli occhi dell'anima su quell'analisi per vedere i risultati del trace, oppure si sarebbe semplicemente connessa cranialmente agli schermi da viaggio - non aveva mai pensato di dotarsi d'impianti fissi perché adorava la compattezza dei servizi mobili. I movimenti delle sue palpebre, degli occhi erano frenetici. Era una sorta di REM in stato di veglia, un portento d'attività nervosa. Il pozzo gravitazionale mutò, collassò durante la sua rotazione, con un movimento di deflagrazione proveniente esattamente dal punto dove dovevano trovarsi i cadaveri. Tutta la visione moriva dentro la coscienza di Judith, nel punto coincidente col luogo dove la proiezione neurale era nata. Un segnale esterno sopraffece finalmente la sua attenzione. Il buio era totale ora; tra i grani molto grandi ed irregolari che formavano il suo mondo s'insinuarono le ondate d'empatia provenienti dall'esterno.



Janet li stava osservando inconsciamente. Le immagini le portavano stimoli ed emozioni di ritorno provenienti da quei due fratelli genetici monocromatici. Il suo sonno proseguiva mentre le emozioni, svuotate del contenuto della sua personalità, erano trasmesse verso gli ologrammi di compagnia, statici nella stanza nell'attesa che il Sole calasse di nuovo. Uno di questi mosse la mano versa la tesa del suo cappello, lisciandoselo, e lasciò che un'ulteriore ombra scendesse sul suo viso, già in penombra: il sigillo di una sensazione, di una percezione, del concetto di mistero che si andava delineando nella mente di Janet…

La luce così forte accecò Mark per lunghi istanti e così grandi grani precipitarono sui suoi nervi ottici. Sullo sfondo cieco qualcosa si agitava pur essendo fermo; strizzando l'attenzione Mark si accorse che era l'interno della figura ad agitarsi assumendo trasparenza opalescente. Un ologramma mosse la mano versa la tesa del suo cappello, lisciandoselo, e lasciò che un'ulteriore ombra scendesse sul suo viso, già in penombra: il sigillo di una sensazione, di una percezione, del concetto di mistero che si andava delineando nella mente di Mark…

Judith si ritrovava seduta, gli occhi sempre chiusi. Il suo mondo era molto più grande di quanto qualsiasi estraneo avrebbe potuto pensare; ogni tanto diceva parole frammentate del tipo: Qualcuno può vedermi? Qualcuno sa dirmi dove sono esattamente seduta ora? Vorrei soltanto bere in compagnia… Ora lei non parlava ma osservava in dettaglio un angolo, dove prima c'era il pozzo gravitazionale. Una figura mosse la mano versa la tesa del suo cappello, lisciandoselo, e lasciò che un'ulteriore ombra scendesse sul suo viso, già in penombra: il sigillo di una sensazione, di una percezione, del concetto di mistero che si andava delineando nella mente di Judith…