LA RIVELAZIONE


I


Un mondo immenso. Un insieme frammentato in migliaia di angusti spazi strettamente vivibili, ognuno con tutto quanto occorreva a solleticare le curiosità, anche le più recondite. Il cielo era una parete impropria, alta ma così ben disegnata da apparire prossima alle teste. L'aria odorava di fresco notturno, di sano frizzante campagnolo mentre la presenza d'altre entità era soltanto accennata, intuitiva poiché dei bassi rumori di calpestio si udivano di tanto in tanto provenienti da ogni dove. Non c'era sensazione di chiuso, d'opprimente, eppure non era facile pensare a quel luogo come a qualcosa posto esattamente sotto al cosmo arioso: le stelle erano degli apprezzabili ologrammi a correzione d'errore. L'ambiente tutto viveva come un sistema neurale in avanzato stadio d'apprendimento. Il buio esisteva dietro ogni angolo, denso di livelli di grigio ma soprattutto di puntinature grossolane che costituivano l'intera trama del costrutto; l'oscurità lì era molto più che latente, anche se non assoluta. Gli odori si assommavano digitalmente uno sull'altro, in emulazione. L'angoscia di udire respirare nei propri pressi si pitturava di nero assoluto, a grana grossa, e diveniva anch'essa tridimensionale, viva, estesa. Il terreno andava gonfiandosi di liquidi provenienti da una casa lontana e avevano, questi, odore di putrido esattamente corrispondente ad uno spettro grafico: grigio non troppo scuro, sanguinolento. La casa dominava, quindi, sullo sfondo. Era bieca e obliqua, non più abitabile. Una luce fioca spezzava il suo macabro equilibrio teso all'emulazione di un buco nero, lasciando intravedere, proprio lì nel suo interno, un ologramma umano che faceva gesti rivolti verso il suo capo. La casa nascondeva immensi tesori completamente malsani che fuoriuscivano, straboccavano dalle fenditure - non finestre - aperte verso l'esterno, quasi fossero piaghe esplose dalla disperazione, tese ad accedere ad una realtà più accettabile. Il terreno si gonfiava percettibilmente ma non irreparabilmente ogni minuto che passava; il cielo stellato sembrava promettere l'assorbimento di quel magma maltenuto ma non si risolveva a bloccare il flusso da quella sorgente malata. Ogni cellula abitativa soffriva in quel posto ma manteneva la dignità per sopravvivere decentemente. I confini di quell'universo non erano immediatamente visibili ma esistevano in modo tangibile. Muovendosi con lo sguardo verso la parte opposta alla casa si poteva scorgere un dirupo improvviso; ma esso era così lontano che aguzzare la vista significava anche perdere contatto con tutto il resto del luogo e, soprattutto, portava a rivolgere le spalle al caseggiato. Quel fetido fabbricato poteva anche crollare addosso per induzione, poteva sopprimere in un solo istante chi si distraeva. Quella casa era viva, in qualche modo; il suo cuore si muoveva ed era un ectoplasma olografico. Un coro simile ad una litania, con toni che si visualizzavano come retroversi, si alzò dal terreno facendo bollire le zolle in un liquido; l'odore, il puzzo aumentò forte e tutti i movimenti cessarono quasi contemporaneamente come se ascoltassero, in tralice, l'essenza uscire dal terreno e di rimando, dalla casa. Ora l'immagine racchiusa dentro il casamento, reggendosi maldestramente, mosse la mano versa la tesa del suo cappello, lisciandoselo, e lasciò che un'ulteriore ombra scendesse sul suo viso, già in penombra: il sigillo di una sensazione, di una percezione, del concetto di mistero che si andava delineando nella mente di chiunque stava vivendo in quel luogo…

Un boato immenso squarciò quell'atmosfera fin dentro gli ologrammi stellari. Un buco si aprì, infinito, in qualche regione sconosciuta. Janet, Mark e Judith vi passarono sparati dalla pressione Venturi, ancora alle prese coi loro bisogni di confronto delle proprie sensibilità anomale. Si guardarono per un solo attimo mentre la catastrofe avveniva. In un determinato istante si trovarono tutti in linea, con gli sguardi legati tra loro. La visione granulare fu bucata dalle percezioni intime e per dei lunghi istanti loro non videro con gli occhi ma con la coscienza... Una scossa d'adrenalina. Un'impellente forza di coesione e di ricerca agitava le tre menti. Il momento terminò. Si allontanarono persi in un buio appena diverso dall'assoluto. Janet chiuse gli occhi ancora stordita dall'enorme shock emozionale.

La luce del boato li seguì, a breve distanza di tempo. Sembrava essersi cristallizzata in modo da lasciar loro un vantaggio apprezzabile per allontanarsi dal punto di passaggio. Nell'istante in cui l'immagine della deflagrazione riprese a correre anche il fragore irruppe in quel mondo; eppure nessuna delle due entità fisiche riuscì più a raggiungere i tre, dispersi in punti imprecisati, sempre più lontani.

Il mondo che viveva dentro Judith era al limite del collasso. Lei sentiva che qualcosa si era alterato nel delicato equilibrio con l'esterno e ciò la spingeva, oltremodo, a tenere le palpebre sempre più serrate. Judith si concentrava sull'introversa armonia interiore, l'unica forza che sentiva potesse salvarla dalla dissoluzione; fissò ancor più intensamente il centro del proprio Io osservando i grani tipici del buio scomparire, lasciare il posto ad immagini in bianco e nero ad alta risoluzione - scene d'ordinaria miseria nelle strade di Chicago 1935. Il canale attraverso cui era passata poc'anzi si era chiuso - sentiva il bussare insistente dei messaggi di servizio sulle sue porte - ed ora era in un regime d'epifania totale, d'auto esaltazione. Judith roteava su se stessa, dentro e fuori. Le sembrò di incrociare, in un determinato momento, onde mentali che cominciavano con questo nome: Mark.

Janet, Mark e Judith precipitarono, ognuno in un ordine temporale diverso, nel giardino della casa. Ciascuno di loro guardò, a suo modo, con muto terrore la figura che si agitava all'interno dell'abitazione, nel mentre che si lisciava la tesa del cappello. Un gelo pungente s'impadronì dei loro corpi; la sensazione di esser soli, ognuno con se stesso, era ben presente nelle loro coscienze: erano soli di fronte a qualcosa di sconfinatamente malvagio e tetro, soli contro la minaccia di un'invasione psichica, soli a guardarsi tremanti il proprio interno. Le tinte naïf del luogo, scoprirono presto, erano false: tutto era soltanto, semplicemente, sbagliato. Il silenzio calò, all'improvviso, con tenuta stagna in ogni angolo visibile o immaginabile; l'oppressione sapeva d'apnea e Judith vide, dall'interno del suo subcosciente, l'enorme baratro che disturbava la perfetta visione di se stessa.

Mark vagava per il giardino, tra gli alberi. Immerso nelle sue speculazioni sull'infortunio che aveva subito tentava così di non soppesare l'angoscia che gli premeva addosso. Il rumore di fondo che ora sentiva era, anche questa volta, completamente affine all'ambiente circostante, ed era proprio questo che lo terrorizzava fin dentro il suo intimo. Sentiva il dovere di razionalizzare, per quanto potesse fare, il momento che stava vivendo; per far ciò richiamò infinite routine di monitoraggio che aveva sviluppato con complessi processi di training autogeno riprogettato. Tutta la sezione nativa del suo cervello, ingrandita artificialmente e capace d'elaborazioni puramente logiche, si attivò per cercare di carpire un punto di leva, qualcosa che potesse aiutarlo a comprendere come doveva muoversi. Altre complicazioni. Non doveva farsi notare troppo dalla propria coscienza, per non precipitarla in balia di un terrore sottile.



Judith era vissuta, sempre, in un mondo del tutto particolare. La sua infanzia era un ammasso di visioni incolori, acolori. I suoi genitori erano intelligenze artificiali, sistemi esperti di 8a generazione trapiantate in corpi geneticamente perfetti. Tutto quello che loro sapevano insegnarle erano sequenze sparate di comportamenti digitali, logiche a losanga estremamente ortodosse; Judith condivideva quegli insegnamenti, condivideva tutto lo schema di vita ma non sopportava quel metodo impersonale, da interfacciamento puro, che i suoi adottavano verso gli altri. La figura del suo papà, Jeffrey, in particolare, la ricordava molto sfocata, lontana nel tempo. Lui si collegava la mattina molto presto al resto del mondo e rimaneva a completa disposizione di chiunque volesse interrogarlo. Un'immagine fuggevole le tornava ciclicamente in mente: il suo papà con gli occhi semichiusi, l'atteggiamento rigido sulla sedia e lo sguardo fisso verso un punto invisibile, fuori della finestra. I colori all'interno dell'appartamento - Judith li ricordava con ossessione - erano tenui, come la carta da parati; le scale davano verso il piano il superiore ed erano sempre ben linde al pari dei corrimani. Le stanze sapevano di sapone per parquet all'olio di sandalo, ricordavano icone del lontano oriente. Judith rammentava le sue innumerevoli salite al piano superiore dove spesso sostava sua mamma Ana; ella non era molto attiva e viveva all'ombra delle attività cerebrali del consorte. Durante le ore del giorno Ana ciclava sui propri pensieri, come un marchingegno in perenne attesa di qualcosa che la risvegliasse da un torpore diffuso, oppiaceo. Sarebbe stata seduta all'infinito, per anni interi, se il marito non fosse venuto a romperle il loop con dei cheat code di concezione dimensionale, di sera tardi, per comunicarle il suo bisogno di riposo. Quello che scoprì Judith, improvvisamente come una folgorazione, era che la mamma si rimirava il suo corpo mentalmente per tutto il tempo che era da sola, per tutto il giorno. Si osservava le deliziose curve fin nei dettagli atomici, fin dentro le funzioni matematiche che esse suggerivano; Ana rimaneva abbagliata dalle potenzialità, dalla fonte di sapienza occulta che i suoi creatori avevano voluto imprimere in lei. Era un novello Narciso, al femminile. Judith arrivò a capire questo perché captò onde anomale provenienti dalla psiche di sua madre: qualcosa di corrotto ma di terribilmente bello, qualcosa che fuorviava verso una bellezza aliena anzi, derivata. Alla sera, poi, tutta la famiglia si ritrovava unita in un rispettoso silenzio denso di brusio mentale davanti al desco; Judith ricordava che tutte le sere, tutte, non poteva fare a meno di subire il peso dell'enorme noia provata durante il giorno, mentre era rinchiusa nella sua stanza in interminabili sessioni d'apprendimento cadenzato. Judith ricordava anche le sue palpebre chiuse che ogni giorno facevano sempre più fatica a riaprirsi dopo il tempo dedicato allo studio. Le stesse palpebre che, giorno dopo giorno, celavano occhi sempre meno vivaci. Judith si rintanava, settimana dopo l'altra, impercettibilmente sempre più nel suo mondo.

Una sera, verso i suoi 17 anni, d'estate, Judith era seduta nel terrazzo ad osservare il mondo rimanere sospeso appena sopra di lei. Il cielo era straordinariamente nitido. Il contrasto tra il nero dello spazio interstellare e i puntini bianchi poco dettagliati della galassia era deciso. Sentì una vertigine impadronirsi di lei improvvisamente e vide immediatamente dopo i volti dei suoi genitori sfumare, porsi su un piano talmente lontano da non reputarli più nemmeno parenti ma semplici conoscenti: il mondo si spalancò sotto di lei. Comprese immediatamente, con occhi disincantati, ciò che Jeffrey e Ana erano in realtà, come mai le era capitato. Chiuse gli occhi per concentrarsi ancora di più e per cavalcare quell'onda di conoscenza e di lucidità estrema, sicura che per lungo tempo non sarebbe più stata in quello stato di grazia. Osservò ciò che aveva intorno, con la potenza dell'acume cinico ed estremo. Si vide padrona soltanto di parte del suo tempo e di nessuna delle facoltà di decidere della propria potenza mentale. Si vide come legata ad un macchinario che le insegnava, suggeriva, che le obbligava la strada da percorrere. Provò ad andare più in fondo a quello stato psichico. Vide ombre infinite, totalmente monocromatiche, dove i suoi genitori erano soltanto un'eco sbagliata della vibrazione molecolare che lei, Judith, era in quel momento. Si vide inserire uno spinotto cranico e porgere l'altra estremità wireless verso le due figure rannicchiate in fondo al suo schermo mentale; le vide rimanere immobili. Le vide scivolare verso un fondo adimensionale denso di nero, solo nero. Judith aveva troncato il cordone ombelicale con le proprie origini, mentre aveva laterilazzato il ruolo dei suoi genitori.

Non si accorse che le palpebre le erano rimaste serrate. Le venne naturale conservarle in quella posizione per il tempo che susseguì a quella sera, nei giorni seguenti. Non parlò, non cercò di scambiare parole. Non volle confrontare nessun'esperienza con chiunque si avvicinasse al suo mondo. Racchiuse Jeffrey e Ana in un'icona vicino al cestino della sua complicata coscienza.

* * *

Mark era taciturno, viveva l'infanzia dentro la sua psiche. Riviveva il fluire del suo fiume emozionale come un evento lontano; le figure care erano pallidi simulacri sotto un sole gelido, in riva ad una spiaggia impossibile, mai esistita. Le parole dei suoi nonni, gli schiamazzi dei cugini, le voci dei passanti e del brusio della vita quotidiana annaspavano in un lato lontano del suo poliedro psichico. Mark si concentrò verso un punto focale immaginario lasciando appese tutte le altre attività, tutti i richiami verso la sua attenzione. Vagò alcuni istanti col suo sguardo interiore, spaziando su una spiaggia assolata, bianca come i colori che saturavano lo scenario. Non riusciva a vedere nessuno che vivesse lì se non un bambino, lontano, intento a far qualcosa d'indefinito mentre era seduto sulle sue ginocchia, nella sabbia. Mark s'incamminò verso lui, a passi lenti mentre gocce di sudore gli colavano sulla fronte, sul viso. Qualcosa di familiare pungolava la sua coscienza, un déja vu che gli appariva nodale si dipanava indisturbato sotto la sua coscienza più vigile, come un fiume sotterraneo che martellasse incessantemente le pareti occlusive. Era nei pressi del fanciullo. I capelli del bimbo che fluttuavano al vento, non troppo lunghi, gli ricordavano qualcosa. La pelle così bianca e cosparsa d'efelidi... Il suono della voce e l'intonazione, e l'inflessione dialettale, così conosciuta, così familiare… Tutto era così intimo… Mark si avvicinò verso il punto di visione dei tre quarti, con lentezza da macchina da ripresa, scoprendo i lineamenti facciali del bambino grado dopo grado. Un improvviso colpo al cuore: vide se stesso verso l'adolescenza. Il bambino si voltò, di scatto, senza che vedesse nulla intorno a sé. Per quanti sforzi facesse Mark non riusciva a ricordare quel flashback, così osservò curioso lo svolgersi della scena, muto, rapito da una meraviglia angosciata. Il giovanotto era così delizioso nei suoi pensieri ancora incorrotti, stava costruendo con un'armonia stupefacente un castello di sabbia; tutti i suoi movimenti avevano un qualcosa di malinconico, un senso sfuggente di tristezza struggente. Il giovane Mark alzò gli occhi verso il Sole morente, provò un brivido di freddo per la crescente umidità proveniente dal mare. Osservò con uno sguardo soddisfatto il castello e pensò, nell'ingenuità della sua anima, che quello fosse un momento perfetto. Tutta la sua essenza era pervasa da un'euforia contenuta ma melliflua, non poteva esserci soddisfazione maggiore e pienezza dei sensi nel realizzare quella costruzione di sabbia: il mondo degli adulti era così incomprensibile nei suoi meccanismi angoscianti, così sbagliato nel cercare obiettivi incomprensibili. Mark rimase a guardarlo, stupito, dispiaciuto che lui fosse cresciuto, che avesse abbandonato quell'epifania. Le onde cerebrali di quella strana visione erano tutte percepibili, perfettamente e così, con apprensione, egli vide il piccolo alzarsi e correre verso le rocce, verso una casa arroccata sugli scogli, a strapiombo sul mare. Il senso di perfezione era molto potente nell'anima di Mark… La luce morente, densa di puntinature monocromatiche, non impediva all'adulto di percepire nitidamente lo svolazzare di candide lenzuola, appese ad asciugare nel retro della casa. Non c'era nessun segno d'altre persone che si muovessero nei dintorni della costruzione. Il bambino arrancava su per un sentiero appena tracciato tra le rocce. Le ombre dell'oscurità divenivano decise, ed il momento di minor percezione visiva di Mark stava raggiungendo lo Zenith - pensò al bambino, alla sua stessa percezione del buio incombente e al possibile panico crescente. Per quanti sforzi facesse, Mark non riusciva a raggiungere il piccolo, non poteva far altro che mantenersi ad una distanza di circa cento metri. Ne osservò dopo poco l'ingresso nella casa e nel frattempo sentì lo sforzo appesantire i suoi muscoli. Riuscì a giungere nell'angusto piazzaletto su cui sorgeva la costruzione e, pochi istanti prima che il Sole annegasse del tutto nel mare, entrò nella casa, senza mancare prima di osservarla velocemente: essa era costruita con pietra nera, si confondeva con gli scogli; aveva poche finestre ed appariva sporca, malcurata, sinistra. Pose il primo piede dentro e si fermò un momento, con l'orecchio teso ad ascoltare i passi del piccolo. Un silenzio innaturale gravava in ogni angolo della casa mentre riusciva a scorgere, dentro una stanza immersa nella penombra, lo sportello di un antico armadio ricoperto da uno specchio aperto verso la sua figura. Mark si voltò, agghiacciato dalla precisa sensazione che egli fosse riflesso da un secondo specchio - era lì, proprio dietro di lui. Fu in quel momento che scorse una scala che portava al piano superiore. Deciso si diresse verso l'alto, cercando di non inciampare nei sassi che erano stati abbandonati sugli scalini, alti e stretti. Un nodo di polvere gli spezzò il respiro in gola. Ragnatele e immagini di sporcizia vecchia di troppi anni paralizzarono la sua fantasia: non c'era traccia di sé adolescente e capì di aver perso se stesso, per sempre, nelle maglie del tempo. Mark sperimentò la sensazione di essere intrappolato in un luogo impossibile. Semplicemente, non c'era motivo che esso esistesse eppure, eppure… Il momento di cecità era finito ed ora le puntinature bianche erano sì estese ma gli permettevano di dominare, in qualche modo, il buio quasi assoluto spezzato dalle stelle. Il fragore del mare era elevato, tendeva alla tempesta ed ora Mark capiva che doveva scendere, uscire da lì. Le scale erano scomparse. La polvere prese a soffiargli addosso. Le imposte sbatterono la loro vacuità fatta di legno marcio e frammenti di vetri opacizzati dal tempo, a ritmo della tempesta che montava sotto di lui. Imboccando un corridoio che portava verso altre stanze Mark capì che stava cercando una via di fuga irrazionale; aprì con decisione, cercando di non soccombere allo scricchiolio parossistico dell'anta, una porta di un vano chiamando debolmente il proprio nome… Mark… Mark… Non osò pronunciarlo di nuovo, sconcertato dall'eco inesistente e dall'assorbirsi immediato delle sue parole in un nulla vivo. Si ritrasse da quel buio così denso e si precipitò, colto da panico, verso la finestra dove non poté far altro che semisvenire guardando le profondità dell'abisso agitato dal mare buio, tempestoso. Si rigirò verso il corridoio, le spalle alla finestra: un universo di tenebra viveva accanto a lui, quasi dentro di lui. Colse con la coda dell'occhio una figura in movimento, da una stanza verso sé… Fu un istante solo, quanto bastò a scagliarlo in un doloroso attimo di perdita di coscienza. Si sentì chiamare da un'eternità profondissima, distante: sono Janet, svegliati! Svegliati, non puoi rimanere a lungo senza respirare…

Janet era ritta e lo chiamava a gran voce dal suo sogno liquido. Lei era stata abile a racchiuderlo dentro una polla di vetro cristallina. Lei osservava Mark riverso nei suoi sogni e non fece altro che chiamarlo, nel tentativo di riportarlo ad un minimo di coscienza, lontano dal flat. In un minuto d'intensa decadenza Janet aveva anestetizzato la psiche di Mark creandogli la spiaggia, l'icona di lui adolescente e la casa sulla scogliera in modo da difenderlo dallo shock della vera realtà, perché ancora convalescente dagli attacchi subiti in rete. Sentiva il dovere di chiudergli parte della sua coscienza in quel quadro virtuale: l'orrore della casa, di quel giardino pregno di marciume in cui tutti e tre si trovavano era troppo presente, troppo asfissiante. Janet aveva soltanto sfruttato uno dei suoi plug in mettendoci dentro Mark; Judith, d'altronde, era troppo presa dal suo mondo e così parzialmente preservata dalla corruzione.

Mark aprì gli occhi, respirando con un colpo di tosse. Janet era caduta in ginocchio e si stava massaggiando la parte posteriore della testa come se dovesse assorbirsi un colpo. Si alzarono ed osservarono Judith che sembrava comprenderli da un luogo imprecisato, mentre sorrideva loro. Si sentirono fratelli per un momento solo, fratelli d'ombre di un buio granulare come nessuno lo aveva mai percepito: le loro menti sembravano dar vita ad un organismo oscuro, unico, costituito dalle loro tre psichi.



Il cielo, completamente coperto da nubi scure, lasciava passare forti aliti di vento. Il prato su cui i tre erano adagiati dava loro l'impressione del colore smorto che anima l'erba mentre la pioggia comincia a caderci sopra. Il tipico colore livido del temporale che si avvicinava li dominava. Janet osservava quel crepuscolo e lo immagazzinava nelle sue cellule da scansione, come farebbe un ruminante con l'erba. Vide Mark tirarsi su, dritto, e mormorare poche parole tra sé; Judith, tenendo le palpebre ben serrate, gli rispose brevemente: "Siamo qui, neanche Janet sa bene come ci siamo arrivati". "E' vero", rispose lei, "ero di ritorno da un party cerebrale quando quasi per caso mi sono ritrovata catapultata qui". "Ci stavamo conoscendo, proprio poco prima che fossimo gettati qui", disse Judith, sempre le sue palpebre chiuse. Mark era perplesso. Le nuvole assumevano forme sempre più lugubri mentre il buio si manteneva pressante. Solo la casa sembrava animarsi di una luce interiore, ed il freddo che veniva a folate verso loro gettava uno squallido spiraglio d'angoscia sulla loro psiche. Realizzarono, Mark e Judith, di aver raccontato molto della loro adolescenza a Janet ma si resero presto conto di non sapere nulla di lei. Le rivolsero la loro mente, cercando di percepire le sue memorie…

… Effluvi di immagini stilisticamente esatte, digitalizzate, in un formato universalmente riconosciuto con le giuste tonalità di grigio, proprio dove servivano. Janet offriva icone di sé, schegge di perfezione che raccontavano interni di una stanza, di penombre, di corpi bellissimi adagiati su un lettino in posizione postorgasmica. Rapidi riferimenti visivi ad un archivio appoggiato su una biblioteca vecchio stile facevano capolino di tanto in tanto. Il luccichio di un cavetto da trasferimento, lasciato pendere da un tavolo, appariva mentre un albero di logica tracciato su un dataflow da appunti si poneva in primo piano… Il cielo continuava ad essere scuro, lì fuori; sul prato… La generazione di una forma sintetica in grado di riflettere, come punto primo. Il problema del trasferimento di questi algoritmi in un sistema biologico in grado, anche, di sopravvivere attraverso la riproduzione, la necessità successiva. Il bisogno di coprirsi dal gelo che avanzava, direttamente dalla casa. La consapevolezza di non avere nulla di così caldo da indossare… L'impianto di una logica dove ne esisteva già un'altra affine: chiaramente tecnica da innesto, un nuovo frutto da mangiare, da gustare, da assorbire. I ricordi precedenti assumono una connotazione irreale, impersonale. I movimenti del corpo restano immutati, melliflui quando la condizione psicologica è eccellente. Il bianco e nero è tecnicamente definito. Lo sguardo mentale pungente, l'invasione psichica non è aggressiva, ma reale… L'apprezzare i cali umorali come perfetta definizione dell'ambiente mentale mentre il fastidio dell'innesto diviene sempre più insignificante, considerandolo facente parte di se stessi come il bisogno di bere, di mangiare, di respirare, di pensare. Scoprire che il pensiero si è come raddoppiato, sovrapposto; scoprire che si ragiona con un'altra ottica, davvero sopraelevata. I frammenti di pensiero si ricompongono. L'impulso che parte da loro, puramente elettrico: la comprensione.

"Ecco, vi ho spiegato", sussurrò Janet. Lo sguardo incredulo di Mark, lo sconcerto che trapelava dai pensieri di Judith: lei ha delle memorie genetiche trapiantate, lei ha milioni d'unità psichiche che puntano verso un Uno superiore. Lei è carne da connessioni autoindotte.

La casa, nel suo distacco apparente, aveva capito.

* * *

In perfetta comunione mentale Judith, Mark e Janet s'incamminarono verso la costruzione, come se si fossero presi per mano. Ogni passo era un deliberato avanzamento verso l'ignoto più inquietante. Judith si faceva guidare dalle ombre mentali degli altri due riuscendo a percorrerne lo stesso tragitto fisico; pensava a se stessa in quei momenti, era conscia che una forma particolare d'angoscia le stava montando dentro, ogni istante di più. Quel sentimento le rodeva l'anima, le acuiva i sensi, le stringeva lo stomaco in una morsa nervosa. Provava delle improvvise aritmie: il sangue pareva sprofondare verso i suoi piedi e poi non circolare più per alcuni istanti. Dentro al suo torace provava una specie di prurito, un corrugamento dei suoi organi interni, come se essi provassero un senso di raccapriccio vagamente sensuale. Judith sentiva i cuori di Mark e Janet battere fin nei loro stomaci, prepotenti. Un fattore di pura sorpresa colò dalle loro menti verso Judith, corrodendo la sua precaria stabilità psichica: la casa stava cambiando impercettibilmente, da pochi momenti, l'immagine cromatica che dava di sé a chi la guardava. Judith vide la casa con gli occhi di Mark e la mente di Janet - quella mente così potenziata, rifletté rapidamente - e la trovò caratterizzata da una forte componente attrattiva, ipnotica le venne spontaneo definirla: se lei non avesse percepito in bianco e nero avrebbe detto che quello sarebbe stato un viola elettrico con sopra ghirigori simili a cachemire, in un rilievo sicuramente scuro. Janet stava elaborando sia gli algoritmi in grado di governare quel cambiamento, sia la potenza mentale che muoveva, che ispirava quella trasformazione. I suoi multipli cerebrali lavoravano forsennatamente, entrando in innumerevoli stanze virtuali di riflessione, completamente immerse in una luce elettrica eppure buia. Le sue anime pensanti stavano scalando rampe ripide di conoscenze non trigonometriche e osservavano lo sfrigolio delle logiche che vi si agitavano. In uno di quegli istanti si voltò, di scatto, verso Mark. Egli era semplicemente incuriosito da quel cambiare di tono cromatico; non aveva intenzione di approfondire, in realtà, memore del fuoco che aveva bruciato larghe sezioni del suo cervello. Ritrasse, per interminabili momenti e più volte lo sguardo da quel cambiamento di polarizzazione, tentando di riversare l'attenzione verso il cielo, il prato, le sue compagne, verso qualsiasi cosa fosse tangibile e non raggelante. Da dietro le palpebre, Judith vide Janet penetrare in un costrutto riccamente arredato da libri da innesto. La vide esaltarsi ogni volta che una pubblicazione entrava a far parte del suo patrimonio culturale, la sentì piegarsi al disegno delle pareti, architettonicamente ardite e tendenti verso un unico punto d'unione, verso il soffitto. L'insieme forniva un effetto d'oppressione costruttiva, qualcosa che provocava enorme stress psicofisico in grado, però, di sollecitare costruttive deduzioni. Il disegno delle pareti, scopri Janet con una cognizione di banale sorpresa, era lo stesso che si agitava sull'esterno della casa - i due scenari erano finestre affiancate nel suo personale visore. La sorpresa si trasferì immediatamente in Judith che reagì cercando di attingere forza psichica da… Non le riusciva di trovare un posto dentro di sé che fosse ancora incontaminato dal terrore che, sostituendosi all'angoscia, si andava insinuando.


II


Uno sguardo fuori delle finestre. Sera. Tempo piovoso. Umidità che offusca le costruzioni di fronte agli occhi di Davis.

"Il cuore, tutta l'anima in subbuglio. Desiderio di espletare ciò che si ha dentro. Le parole non vogliono uscire perché dietro non esiste più nulla; dopo tanto transito sono rimaste soltanto le sterpaglie secche. Il vuoto dell'anima è il naturale risultato del bruciare dei tormenti e dei giorni".

Davis si trascinava sul letto. Quel pensiero composto non faceva altro che looppare nella sua mente mentre l'esatta percezione d'isolamento crescente aumentava, da un canto, la sua forza psichica e dall'altro lo affondava in una perfetta percezione: la dimensione del buco dove si andava rinchiudendo. Davis era lontano, in quei giorni, dalla sua casa, dalla famiglia. Costretto a viaggiare come corriere specializzato - la capacità che aveva di immagazzinare picture monocromatiche lo rendeva molto richiesto - si trovava spesso a confondere città, persone, situazioni. Un bisogno di gelosia lo percorreva senza che riuscisse a provarne nemmeno un po'; osservava il mondo esterno con fredda indifferenza convinto che, in larga parte, molti provassero il suo stesso malessere. Tutto sembrava logicamente sincronizzato, teso verso un fine d'angosciante controllo, di condivisione globale delle risorse. Davis sapeva che doveva, alla fine, funzionare tutto così. Davis era perfettamente consapevole di essere una parte, anomala ma integrata, della condivisione. Il lavoro fatto nel pomeriggio era soltanto un particolare di rifinitura per un'opera notevolmente più complessa. Si era trovato a focalizzare, mappando con le percezioni della sua anima, rilevanti stralci di una visione di tramonti; quelle immagini sarebbero state integrate in un package da innesto dedicato - utenza visiva monocromatica. Quel pacchetto avrebbe guidato anche chi, cieco, si fosse ritrovato trapiantati nervi ottici da bianco e nero. L'analizzare lo splendore di alcuni tra i più comuni tramonti aveva inaridito Davis per contrasto, portandolo a guardarsi dentro, trovandoci poltiglia rarefatta che tentava di riempire un vuoto schiumoso. La fatica di considerare quella polvere di professionalità che ricopriva, durante le fasi di registrazione, tutto il suo essere era stata dura e vana; tra le crepe della sua coscienza lo splendore della vitalità si era insinuato rompendola come ghiaccio nella roccia. La lontananza è uno stato psichico impossibile da fronteggiare quando l'angoscia, quella vera, assale improvvisamente, motivata.

La pioggia scendeva a fiotti. Gli scrosci facevano rumore ovunque, anche sui muri esterni del palazzo e, di riflesso, sulle altre costruzioni lì intorno. Davis era al settimo piano, l'appartamento era una foresteria non di prim'ordine. Immagini da tutto il mondo gli giungevano, attraverso il cavo di connessione, direttamente nella mente. Commenti in tutte le lingue ponevano l'accento sugli avvenimenti salienti della giornata, sugli appuntamenti di business remoto, sulle nuove economie che si succedevano a velocità irreale una dopo l'altra, spesso sovrapposte: tutto necessario, tutto giusto, ma Davis aveva la nausea, soprattutto di se stesso. Sulle pareti erano state appese fotografie digitali d'anziane coppie, che davano alle stanze un vago sapore rétro, polveroso. Il disagio di guardarle, il sentirsi pervadere dal senso di vivere insieme infiniti anni e di sentirli tutti parte di sé lasciava Davis serio sul letto, stanco, tormentato… Visioni da un personale inferno di ghiaccio sintetico che venivano rimandate, tramite un canale privato, verso servers emozionali da condivisione lo tormentavano; la visione neurologica di quelle panoramiche portava all'assuefazione del nervo ottico che si abituava ancor di più a vedere in bianco e nero. Anche questo era parte del lavoro che doveva svolgere: vivere stati di paranoia indotta per studiare gli effetti su chi vedeva in due tonalità. Le sue angosce, però, erano native, ben ramificate in lui. Ogni prestazione non faceva altro che far scivolare il suo disagio profondo verso un cratere immenso. Le cosiddette malattie professionali…

Davis sapeva che pochi, tra quelli che svolgevano la sua stessa professione, vivevano a lungo. La sua casa la sentiva sempre troppo lontana, sempre ideale, sempre popolata da qualcuno troppo legato a lui per essere reale.

* * *

Un'ondata di violenza scosse il sonno di Davis, in piena notte. Tre persone erano intrappolate con la loro mente in un giardino alquanto bizzarro, dominato da una costruzione cadente, inquietante. Le affinità che sentiva tra sé e quelle persone erano sfumate, non riusciva a venire a capo dei pensieri che gli ribollivano nella coscienza appena desta. Quelle tre anime erano concretamente vive in lui. Fu colpito da flash di visioni in bianco e nero, da istanti fugaci di paura assoluta e intimità estrema, da ultimo rifugio.

* * *

Era nei loro sogni, vividi perché vivevano una realtà vera anche se bizzarra. Correva con loro nella notte granulosa. Loro sentivano la sua presenza ma non riuscivano a vederlo: Mark troppo preso dal recupero neurale, Janet in perenne ricerca di un canale che permettesse loro la fuga, Judith persa nella sua psiche cieca, in ascolto come un daemon d'antica concezione. Davis stava esasperando la sua capacità mnemonica, istintivamente. Era in grado di infilarsi negli spazi esistenti tra ogni grano visibile dai tre sapendo, essendo posto su un diverso livello di realtà, come guidare il gruppetto lontano dai pericoli imminenti, … Nessuno dei tre riuscì a trarre giovamento da quell'aiuto esterno. Come una navicella che ha mancato il rendez-vous con l'astronave madre, Davis si allontanò improvvisamente da quel giardino ricadendo pesantemente nella sua poltrona, nel suo appartamento; diede un ultimo sguardo verso Mark, Judith e Janet che stavano scomparendo, risucchiati da un vortice di polvere colore carboncino, in chiusura ermetica su loro.

Davis ricadde nei suoi pensieri.

* * *

Davis amava inebriarsi la mente di immagini esoteriche. Nei momenti liberi dagli impegni si rifugiava nella sua libreria elettronica, in presa craniale, e sfogliava le migliaia di trattati in essa contenuti, guardando ogni volta con occhi diversi, più consapevoli, le immagini associate alle dissertazioni, alle formule, alle teorie, ai compendi di millenni di conoscenze occulte la cui origine, spesso, si era persa nell'immensa notte del tempo. Le acquisizioni dei tomi classici, medioevali, illuministici, fino ad arrivare a quelli immediatamente precedenti l'imprinting elettronico, avevano una fattura squisitamente perfetta. Davis scrutava il dettaglio che permetteva l'individuazione delle imperfezioni di stampa originali: molte immagini erano ricostruzioni fotografiche in bianco e nero. Il reticolo era sfocato, grossolanamente a grani ma riusciva a rendere perfettamente l'atmosfera delle ricerche magiche. L'angoscia, il mistero, il fascino di quelle effigi monocromatiche inebriava la sua anima… Erano passati alcuni giorni dal contatto onirico che aveva avuto con quelle tre ombre, tanto da sembrargli - la visione - soltanto un vago ricordo, un sogno troppo vivido. Il soggiorno in quella foresteria era alla fine, l'indomani sarebbe partito per tornare a casa. Sfogliando quei libri elettronici Davis si sentì preso dalla sensazione di vedere qualcosa di completamente nuovo, una release successiva di ciò che sapeva. Ebbe l'impressione di essere penetrato in un grado di conoscenza più profonda, tutto ciò che aveva appreso negli anni assumeva, improvvisamente, un significato diverso: un fiore sbocciato dopo troppo tempo di costrizioni, di buio, di mancanza di nutrimento. Un fantasma perseguitava la sua attenzione proprio all'imbocco della bioconnessione, sembrava attirarlo polimorficamente verso un prato, quel prato che conosceva bene dal sogno avuto notti prima. Lo spettro aveva insiti tutti i tratti somatici di Mark, Judith e Janet e cercava di attirare la sua attenzione verso alcune immagini. Davis guardò attentamente la prima di quelle effigi: persone in file convergenti verso un altare oscuro - poco dettaglio visivo in bianco e nero - tale da trasportare quella scena in un mondo diverso, soltanto confinante con l'usuale. Le altre immagini scorsero veloci nei dispositivi di lettura ma una delle ultime attirò tutta la sua attenzione: una casa nera di penombra, immersa nella notte, vagamente neoclassica e così sinistra, così inquietante che Davis non poté far a meno di soffermarvici. Le finestre erano illuminate nei loro contorni; la luce che lasciavano passare dall'interno era strana poiché essa filtrava solo dalla vetrata mentre l'interno affondava in una tenebra assoluta, confusa con le mura della costruzione. Una cancellata erroneamente luminosa circondava quella dimora, la conteneva sarebbe stato meglio dire; un invisibile giardino viveva il suo stato alterato nello spazio tra la casa e l'inferriata.

La Città Sacra.

La didascalia che illustrava quell'immagine era molto concisa, affermando che la Città Sacra era sopra a tutto, che viveva in una cellula libera dalla vergogna. Pretendeva energia, alimenti. Non era menzionato dove si trovasse né come trovarlo. Sembrava un territorio nascosto, una specie di Avalon urbana di cui si erano perse le tracce da troppo tempo. Davis si concentrò su quelle finestre così sbagliate e con un brivido pensò a qualcuno perso all'interno del giardino, in fuga circolare senza soluzione di continuità… Mappò il tracciato che aveva percorso per arrivare a quegli apprendimenti, segnando le conoscenze che avevano fatto da pietra miliare nel suo personalissimo viatico verso la Città Sacra; era convinto che sarebbe servito riconoscere il giusto sentiero a chiunque si fosse trovato lì, dandogli le coordinate di quel mondo così celato dove ora era, dove erano i tre intrappolati. Un vago fastidio all'imbocco della connessione craniale gli fece capire che doveva togliere il collegamento: da troppo tempo era dentro e la sua mente cominciava a sfrigolare. Diede ancora uno sguardo a quella sacralità così sfuggente: il fastidio era insopportabile, ogni istante di più, così sussurrò "Ho capito dove siete. Torno, non vado via per molto".

* * *

Le ricerche sulla Città Sacra cominciarono durante il viaggio di ritorno a casa. Davis era nella navetta a tremila metri d'altezza, cullato dal silenzio ovattato della pressurizzazione. Il fastidioso sibilo dell'alta velocità rendeva la concentrazione un po' difficoltosa ma accettabile. Davis guardava lo splendido scenario delle montagne innevate e più giù, molto oltre, le pianure dense di un verde spento; fissò la linea dell'oceano, profondamente azzurra. Il cielo era davvero blu e poche nuvole occultavano lo splendido paesaggio sottostante. Ordinò all'hostess del Gintonic, "Molto gin, poco tonic", come le rilevò con un risolino d'intesa; lei sorrise compostamente, professionalmente ma divertita. Davis la guardò attentamente per tutta la sua figura: era di una bellezza soffice, protettiva, folgorante, rendeva desiderosa qualsiasi persona la incontrasse di conoscerla, di parlarle, di entrare nelle sue grazie. Il sorriso che mostrava era disarmante, limpido. La osservò allontanarsi verso la fila di sedili dietro di lui. Ebbe il desiderio intenso di richiamarla di nuovo, di farle un'altra ordinazione, di guardarla dritta negli occhi, di fissare un appuntamento con lei, di… Si decise, infine, a collegarsi ai suoi tomi digitali.

Un ronzio, unito al solito pizzicore, segnalò il suo ingresso nella biblioteca elettronica. Entrò attraverso l'ingresso graficamente standard dell'edificio e percorse i corridoi digitalmente perfetti e puliti, accedendo infine nell'ala che più gli interessava in quel momento. I volumi erano accatastati uno sull'altro, in un disordine studiato ed evocativo. Le candele accese sul tavolo davano l'impressione di una stanza di casa Usher. Davis cercò lungo le file di scaffali qualsiasi cosa richiamasse l'argomento della Città Sacra. Un'invasione di luce, fastidiosa; il sibilo dell'alta velocità… "Ecco, il suo Gintonic". L'hostess gli stava portando quanto aveva chiesto. Davis le sorrise compiaciuto, sempre più conquistato da quel viso così semplice, dallo sguardo così cordiale, amichevole. La vide andar via di nuovo… Sorseggiò il suo cocktail e, chiudendo gli occhi, s'immerse di nuovo nella penombra della biblioteca.

Titoli, decine di titoli sparsi per i vari scaffali. Ognuno evocativo, ognuno apparentemente sembrava il testo giusto per capire qualcosa della Città Sacra. Lesse le introduzioni a volte traslando dal latino altre dal francese; gli capitarono anche rari testi in greco. Un paio di essi recavano l'originale in cuneiforme con la traduzione in inglese corrente a fianco. Su questi Davis si concentrò… La Città Sacra sembrava essere anticamente locata nella Mesopotamia…

Il tempo all'interno della biblioteca sembrava scorrere come una testuggine sulla spiaggia. La comprensione verso quelle scritture metteva ogni altro particolare della coscienza in secondo piano.

* * *

Dopo un tempo dilatato, non valutabile, Davis si trovò a leggere di siti arcaici, talmente antichi che già ai tempi della Grecia classica si faceva fatica ad averne il ricordo. I nomi di queste città erano Eridu, Larsa, Nippur, Bad Tibira, Larak, Sippar, Shuruppak, Lagash. Molte di queste erano state sedi di palazzi dove risiedevano alcuni tra i più importanti Dei, e tutte quante erano state ricostruite ogni volta che ce ne fosse stato bisogno, seguendo fedelmente lo schema originario. Il terreno degli Dei, il terreno Sacro dove si ergevano le Città Sacre sembrava dispiegarsi sotto i suoi occhi. Davis si domandava: perché quest'argomento è collegato a quelle tre persone? Perché anche lui sembrava sentirsi richiamato da quell'ordine caotico, antichissimo? Applicò un filtro monocromatico alla scena…

Il brusco rollio dell'atterraggio lo costrinse ad aprire gli occhi. Le tracce che stava segnando su copie elettroniche delle antiche mappe si dissolsero velocemente sulla pista d'atterraggio; le linee bianche tratteggiate sull'asfalto unirono idealmente, per pochi istanti, le Città Sacre evidenziate dal bianco e nero. Era tornato a casa.

* * *

La musica si spandeva dal basso, dal pavimento e risuonava attraverso le pareti in tutto l'appartamento. Il rilassamento era una cosa piacevole da gustare. Davis assaporava le parole musicali "Home, Home again", il ritornello, la voce roca, il trasporto immaginario verso luoghi ariosi, paesini di campagna, case rurali… Di colpo ebbe la visione della Città Sacra fissata sulle retine, i suoi fosfori biologici da innesto avevano rinforzato la permanenza delle immagini sul nervo ottico, affaticandogli meno la memoria visiva: un gioco di risorse mentali liberate per elaborazioni più impegnative. Un ricordo dei tre che correvano nel giardino, immersi nelle penombre monocromatiche, lo sorprese impreparato.

* * *

Janet correva nei propri corridoi mentali. S'infilava in migliaia di percorsi simultaneamente, apprezzava i diversi gradienti di tenebra e di luce esistenti in ogni ambiente, cercava di sviscerare tutte le caratteristiche di quei luoghi per trovare angoli di fuga. Strali di grafica complessa e aggressiva sfioravano il suo volto come vento. Il dovere di provare ogni sensazione la sconvolgeva. Vide l'ingresso della casa rimappato attraverso falsi colori - lei riusciva a percepirlo anche attraverso il suo sguardo monocromatico. Al suo interno percepì il movimento sincopato e radente alle pareti di un gruppo d'ombre poco definite; ebbe cura di tenere lontano da sé Mark e Judith, ormai indistinti, persi tra le spire dei suoi pensieri, in un posto imprecisato della mente. Riconobbe delle figure in movimento cadenzato: i genitori di Judith, innaturalmente vivi come in un'emulazione.

* * *

Il tracciato delle Città Sacre si dipanava lungo rette ben delineate. Il disegno che inspirava la disposizione dei luoghi era razionale, finalizzato. Davis osservava e riportava su tavolozze elettroniche tutto quanto gli sembrava interessante sovrapponendo schemi, schizzi, mappe, immagini di ruderi, ricostruzioni. Una mano sovrannaturale sembrava aver previsto larghe fette d'entropia.

Il percorso d'avvicinamento dalle stelle.

Le forze arcane, oscure eppure positive, ricoperte da una patina di polvere si rendevano visibili all'arguzia di Davis. Il decoloramento del tempo rendeva la scena buia, senza toni; osservandola si trovò conquistato dalla verosimiglianza, in quella biblioteca virtuale, dello stanzone illuminato dalle candele. Era facile dimenticare la realtà, quella canonica… Nel mentre che scorreva le clipboard temporanee un'immagine destò la sua attenzione: uno stuolo d'antichi dei con la loro prole. A seguire, file di semidei con genitori umani e divini in posa per il disegnatore del bozzetto. Più lontani si scorgeva un popolo, il Sumero, insieme ai loro procreatori, in posa. Davis scorse tra quella moltitudine i volti di Janet, Judith, Mark.

Per un attimo soltanto, togliendosi la connessione all'e-book, Davis vide il suo appartamento in tonalità monocromatiche. Si ricordò d'essere solo in casa. Un messaggio visivo della moglie ciclava in una subroutine di servizio e gli ricordava che lei era in vacanza, con la figlia. Doveva sbrigarsi, l'indomani sarebbe partito per una nuova missione. Il caos della sua camera da letto sotto sopra lo infastidiva. I vestiti erano, dopo il lavaggio, buttati alla rinfusa ovunque. Il silenzio innaturale, fisicamente vivo, della casa sovrastava qualsiasi forma d'attività. La solitudine continuava anche lì, Davis era straniero nella sua nicchia.

Il richiamo gli giunse da lontano. Voci confuse, dense di pathos gli indicavano la strada da percorrere. Era una via diversa, né secca né umida: un sentiero nascosto da qualche parte, impossibile a vedersi con gli occhi normali. Decise di entrare, appena possibile, in una clinica da impianto per installarsi alcune tipologie di memorie genetiche, qualcosa che riuscisse ad aprirgli la strada verso la nuova via che doveva, ormai non poteva più tirarsi indietro, percorrere.

* * *

Judith urlava dal recinto interno alla sua mente. Assumeva le tonalità dei suoi compagni per dare più forza all'appello. Le tenebre che erano in lei avevano le caratteristiche di un semicrepuscolo; si aggiungevano a tante, sottili schegge lamellari di buio su luce bianca, minima, monocellulare. Sentiva il tutto come splendori crepuscolari, splendori dell'anima. Inquietanti splendori.



Notte piena. Il cielo stellato come una mappa cifrata per arrivare nella culla dove gli altri vivono. Eridu, la casa lontano da casa, risplendeva di luce propria, percepibile solo da chi sa vedere. Francis seguiva i segnali deboli, tramortiti dall'enorme massa del tempo, salire verso chi aveva ancora antenne, verso i successori dei Guardiani. Francis udiva le voci levarsi dal passato in una lingua a lui sconosciuta, dimenticata; le ondate di calore che avvolgevano quelle terre, all'epoca, erano ancora ben vive in qualche canale di trasmissione abbandonato da lui percepito. Dovette fermare la macchina, ridurre ad icona la riproduzione dei suoi brani preferiti, ascoltare la chiamata che giungeva a lui, sempre più insistente; la strada era troppo trafficata, così si avventurò in un viottolo di campagna, lì vicino. Il contrasto delle immagini granulari era troppo elevato e fastidioso, non riusciva a vedere bene la strada sterrata che stava percorrendo - visione in bianco e nero, a grani, da quando si era fatto impiantare. Ebbe un impulso mentale: indossare uno switch neurale che gli permettesse di indossare lenti a risoluzione assorbita, per pareggiare l'asperità della granulosità… Perfetta visione in bianco e nero, come quella di un cinescopio di tanti decenni prima.

Francis aveva una memoria genetica di terza generazione nel suo cervello; qualche evento casuale di combinazione gli aveva donato la capacità di vedere in monocromatico e di sentire il passato emergere, ma non come un sensitivo ordinario bensì come qualcuno che vive il passato nel presente. Ondate di semplice storia dimenticata asservivano la sua curiosità e alimentavano comunità di domande affini: perché, ora che vedeva così, si sentiva avvicinato dagli antichi potenti? Giunse in un largo prato e alzò gli occhi verso la notte con maggiore concentrazione. Il segnale giungeva dalle stelle e contemporaneamente dal terreno, lontano da lui ma, ad ogni modo, assimilabile a lui, ai suoi predecessori, alla razza umana. Immagini di caratteri cuneiformi si sovrapposero alla sua coscienza in una visione da delirio.

Rimise in moto la sua vettura. Doveva arrivare a destinazione prima che facesse giorno. Lasciò dietro di sé le invocazioni potenti verso gli Annunnaki, verso gli antichi signori; il canale aperto nelle sue percezioni si affievoliva ma non moriva, nemmeno quando si trovava tra uno sciame d'anime inconsapevoli, morte alla Coscienza.

* * *

Sollevò il coperchio logico del telefonino craniale per chiamare il suo collega; voleva avvisarlo di un contrattempo inaspettato. Non riuscì a raggiungerlo, la linea era assente. Francis cercò di rintracciarlo, allora, tramite la vecchia rete di fibre biologiche, cercando di giungergli fino alle sinapsi superficiali; si ricordò che il suo collega, Davis, non era tra gli impiantati. Si chiese per quanto tempo ancora sarebbe riuscito a nascondere le sue percezioni amplificate. L'impressione che qualcosa fosse mutato l'ebbe subito dopo l'innesto, non appena si risvegliò dall'oblio dell'anestesia. Si ricordò del modo in cui fissava gli psicomedici che gli avevano appena installato, proprio sotto la corteccia cerebrale, quel gioiello di tecnologia biologica programmata. Ebbe subito - un brivido lunghissimo lo percorreva ogni volta che ricordava quel particolare - impressioni di voci, sensazioni di aver a che fare con qualcosa di soprannaturale; stringhe di significati e conoscenze arcane lo investirono e da allora non lo lasciarono più: un flood irresistibile, spaventoso, di percezioni atipiche.

Riaprì gli occhi semichiusi, ricordandosi del presente. Doveva raggiungere Davis all'appuntamento che il suo committente gli aveva fissato, prima che il ritardo diventasse inaccettabile.

* * *

Davis attendeva pazientemente, seduto nella hall dell'hotel dove erano state prenotate le loro camere. Era mattina tarda ma il suo collega non era ancora giunto all'appuntamento. La linea di connessione di Davis, la WAC - Wireless Application Cranial - era in avaria; egli si rendeva conto di non poter comunicare in alcun modo con il suo collaboratore. Con la mente si spostò sui territori degli antichi dei in una fantasia coinvolgente a tutto schermo. L'odore della polvere, della sabbia fina sollevata dal vento misto al putridume degli escrementi degli animali, al sudore stantio degli uomini fissato sulle loro vesti, gli riempiva la mente fino alla presa cranica. Lo sguardo di Davis saliva istintivamente al cielo dove strani oggetti si muovevano con velocità impossibile verso dei punti imprecisati, accompagnati da un sibilo… Un impiegato dell'albergo si stava avvicinando verso di lui con un passo lento, portandogli un vetusto apparecchio telefonico; il ragazzo si abbassò, porgendogli la cornetta: "Signore, è per lei…". "Pronto?!", disse Davis. "Sì, sono Davis, sei Francis?"… Sentì la risposta affermativa dall'altra parte. "Dove sei? Sono almeno due ore che ti attendo qui nella hall. Il nostro cliente si starà chiedendo se siamo fuggiti con qualche bottino trovato per strada…". "Ah, capito, capito il problema; beh, posso telefonare al cliente e assicurargli che passeremo lì nel pomeriggio, magari fermandoci fino a dopo cena… Passo a prenderti, ok?".

Francis avrebbe atteso Davis dentro la sua auto, parcheggiata sul lato della larga strada provinciale. La sua vettura era andata in panne, almeno così Francis aveva raccontato a Davis, senza però fornirgli il log del chip decisionale della vettura. Si trovarono. Francis stava fumando tranquillamente, seduto nella sua berlina presa a noleggio. Aveva gli occhi persi in una qualche direzione immaginaria. Agli occhi stralunati di Davis i lineamenti del volto di Francis apparvero, per un attimo, mediorientali. Si presentarono; caricarono i bagagli nell'auto e si diressero di nuovo in città. Si studiarono durante il tragitto, ognuno convinto che l'altro avesse qualcosa di profondamente in comune ma celato. Le parole che si scambiarono furono poche, banali, mirate a barattarsi opinioni sui modi di lavoro: schermaglie di superficie su argomenti di second'ordine, temi come pedoni in una partita a scacchi.

* * *

Si ritrovarono la sera successiva a parlare di sé davanti ad una birra. Davis osservava Francis con occhi indagatori, aveva delle visioni a sprazzi in bianco e nero, granulose, cangianti in normali. Francis, dal canto suo, aveva uno splendido modo di percepire le cose; con l'aiuto della giusta luce, con un ottimo settaggio del contrasto - nativo del suo chip interno - poteva guardare di sottecchi Davis e indirizzargli i suoi pensieri, proprio nel canale più ricettivo: Francis si sentiva un gatto che giocava col topo, un gatto che voleva soltanto svagarsi. Le parole fluivano da Davis copiose; era desideroso di liberarsi delle sue impressioni, convinto che Francis fosse la persona giusta. Gli raccontò della missione precedente con un grado sempre maggiore di confidenza, di dovizia dei particolari, entrando impercettibilmente nel cuore dei propri pensieri, delle sue convinzioni…

- Ero convinto di non sognare quella sera; ero stanco della missione, del lavoro, dello stare lontano di casa. Mi sentivo la testa pesante, occupata da troppe cose… Eppure… - Eppure cosa? - Beh guarda, ho fatto un sogno così nitido, così vero che giurerei, anche ora, di aver incontrato tre persone, sperdute, in un luogo innaturale; io ho sognato di incontrarli... Francis guardava impassibile Davis, senza lasciargli indovinare cosa pensasse di quel racconto. - Io ero con loro; stavano fuggendo, senza riuscirci, da un fazzoletto di terra dove sorgeva una costruzione definibile, non so… Ecco: malata. - E li hai soccorsi? - No, sono uscito presto dal loro contatto visivo. So che tutto era un sogno ma… Ho avuto l'impressione di averli persi… L'impressione di aver abbandonato qualcuno che non conoscevo… Davis continuò a raccontargli, dettagliando le sue ricerche nei tomi elettronici. Vide Francis interessarsi.

L'ora era diventata tarda, decise Francis. - Davis, dobbiamo andare. Le nostre capacità mnemoniche credo che si siano stancate ora. - Sì, hai ragione, sono parecchio stanco. Paghiamo il conto ma prima voglio portarmi in camera una birra, così mi addormento prima. Fuori del locale c'era un vento forte, umido. Andarono verso l'hotel. Davis rimuginava sulle mappe delle Città Sacre che non aveva voluto rivelare all'altro. Dal canto suo, Francis sapeva cosa si stava per rivelare al suo collega.

* * *

Judith navigava nella liquidità della sua mente, in solitario richiamo verso Mark. Era riuscita a chiudere tutte le porte al terrore più vero, quello intimo. Cercava ora di far quadrato verso gli altri, riuscendo ad elaborare dei suoi processi mentali autonomi. Ricordava un momento del suo passato: lei giovane, le pressioni della vita quotidiana che premevano su di lei così intense da generarle stress puro, insoddisfazione, ipersensibilità verso le emozioni degli altri. Le venne in mente una distrazione che amava fare in quel periodo. Ricordò di quando il cielo se lo immaginava azzurro ma sporco, come solo l'azzurro in bianco e nero sa essere; ricordò che si trovò a proiettare i suoi pensieri dritti verso l'alto, nell'alto più profondo e lì, in un improvviso delirio, vide oggetti imprecisati che si muovevano con cognizione di sé, perfettamente bilanciati. Tutto durava un momento solo, intenso. Le rimase dentro, per molti minuti, il senso che la perfetta impressione di quel suo vedere non fosse un caso né una fantasia. Lei si era sentita, in quei pochi istanti, parte di qualcosa enormemente grande che non sarebbe mai riuscito a scendere nell'imbuto della sua comprensione.

Guardò mentalmente verso Mark cercando di tenerlo presso di sé, più vicino che potesse mentre cercava di coinvolgere anche Janet…

* * *

Janet dormiva sonni elettronici. Si catapultava in numerose vie d'accesso a semplici magazzini di dati da più lati, in molte ondate, ovunque avesse sentore fosse più facile. Aveva un bisogno insostenibile di sentirsi vicina all'overflow e per questo occupava ogni neurone della sua testa - neuroni sintetici e nativi - con una gamma di polarizzazioni elettriche possibili. Questo la faceva apparire, dall'esterno, addormentata in un sonno profondo. Agglomerati di file semicoscienti di tipo spyware circondavano la sua psiche, ed ella resisteva dall'interno con metodi d'intercettazione random: osservava la scena con particolari algoritmi di cattura dei transienti e assegnava ad ogni attività un livello di monocromaticità; riusciva così a colpire prima che essi colpissero, ed a trattenersi sul limite della zona di non intervento, dove gli agenti IA primevi non potevano agire. La scena che vedeva dall'interno di quella rete neurale era tipicamente calda; macchie di sudore elettronico, lasciato traspirare appositamente dai depositi in posizione di difesa attiva, assorbivano la luce aggravando le condizioni in cui Janet doveva studiare la scena. La granulosità, infatti, era passata da una grana fine ad una particolarmente fastidiosa. Lo stress di dover vedere strizzando gli occhi stava fiaccando la resistenza di Janet…

La costruzione era sempre lì. Janet se ne rese conto in un eccesso di realismo che la sopraffece, come un'emozione violenta. Un alito di vento minaccioso stava soffiando dalla sommità di quella piccola altura dove era la casa ed era gelido, fetido. L'estrema tenebra su cui essa si trovava era pallidamente illuminata da una fonte di luce distante, debole; era anch'essa fredda e Janet percepì il tutto, nel suo bianco e nero, come se si sentisse in un posto assolutamente inospitale. Il richiamo che le lampeggiò nelle sue visioni craniali, debolmente, in un angolo remoto e di secondaria importanza, la distrasse lungo una terza linea d'attività: Judith lanciava continui ping per un meeting che doveva svolgersi con lei. A Janet venne spontaneo pensare a Mark: ignorava dove fosse ora. Con una maschera di cortesia Janet lasciò lampeggiare a lungo l'avviso finché non cadde in timeout; la sezione della sua mente interessata da tale evento era diventata accessoria da troppo tempo per farla tornare a livelli d'importanza primaria. Judith continuò a richiamarla utilizzando altre skin di mimetizzazione ma non riuscì a sollecitare il suo interesse.

L'interno della casa era in subbuglio. Qualcosa si era mosso pesantemente. Ombre con tonalità di scuro maggiore e più definite si muovevano velocemente da una finestra all'altra. Il bianco della luce che usciva dai finestroni sull'abisso era mascherato da quelle figure; a Janet la scena ricordò alcuni vecchi film, i primi realizzati tanto tempo addietro da apparire dei ruderi iconografici. Quei film raccontavano di ghost stories, di vampiri, e chissà perché nella sua mente ora le appariva naturale che il colore dell'orrore e della paura fosse il bianco e nero… Il colore che lei riusciva a vedere… Janet riusciva a vedere soltanto in quel modo. Cercò di rintracciare Mark…

* * *

Davis era nel suo letto, notte fonda. Da alcuni minuti si trovava nei meandri della biblioteca elettronica a studiare i siti sacri del tempo andato. Scelse da un lato della scena in cui si trovava un accompagnamento sonoro che riuscisse a conciliargli la concentrazione: musica etnica, forse medioevale o tribale; lasciò che tutti gli antichi demoni e spiriti guida uscissero da quelle note, così da sentirsi in compagnia appropriata. Pensò che tutti i misteri andavano dritti, convergevano verso il gran punto interrogativo della Creazione. Qualsiasi cosa creata lasciava lo spazio ad una sola domanda: chi aveva creato cosa. Eridu governava la questione nodale; Davis identificò presto quest'assunto come punto fondamentale. L'esistenza di un agglomerato così importante, in un momento storico dove non dovevano esistere - per motivi evolutivi - centri di vita sociale originava un ristretto ventaglio di possibilità; aveva la sensazione che chi abitava quel luogo non era identificabile con l'uomo, almeno non strettamente.

Davis si accorse di essersi addormentato alle porte di Eridu. Sognava di scrivere cuneiforme, vestito come uno scriba dell'epoca; ma un lato remoto della sua psiche era cosciente di star sognando dentro la biblioteca elettronica. La sveglia rimasta sempre attiva in un task di routine gli sconquassò il cervello, aprendogli gli occhi verso la finestra della sua stanza; la luce del giorno era già definita. Doveva alzarsi per recarsi insieme con Francis dal cliente. Si stropicciò i bulbi oculari che facevano male da dietro per lo sforzo di sognare con la presa inserita. Dritto sul letto, osservando lo scorcio di strada visibile dalla finestra, si massaggiò tutto il cranio, preoccupandosi per il lavoro che doveva svolgere durante la giornata. Il telefono ronzò sul comodino: Francis lo stava già aspettando giù nella hall, e nel mentre stava consumando una corposa colazione.

- Davis… La notte ti ha portato consiglio? - Ho un tremendo mal di testa. Non è che hai un analgesico? - No, mi dispiace. Possiamo chiedere al portiere se ci porta un'aspirina o qualcosa di simile… - Sì, ok, fammi il favore di chiederglielo tu, non ho molta forza stamani; spero mi passi presto quest'emicrania perché non potrei nemmeno concentrarmi… Francis guardò attentamente il suo collega e capì che egli aveva proseguito la ricerca durante la notte; gli occhi di Davis erano rossi, gonfi, come se lui si fosse sottoposto a connessioni esplorative per tutta la notte. Attesero tranquillamente, in silenzio, il ragazzo di portineria che portò loro un potente farmaco. Davis ingoiò due pastiglie, sperando che di lì a poco tutto fosse passato. Chiamarono un taxi per farsi portare dal cliente.

Il lavoro che li attendeva era grossolano ma imponente. Dovevano registrare masse smisurate di dati visivi ridondanti, filtrandone tutti i cloni, ordinandoli per poterli poi travasare in una nuova memoria di massa ad accesso rapido. Indossarono le loro attrezzature craniali che infiammavano a lungo andare il nervo ottico, bruciando subito le sinapsi più superficiali. Davis si sentiva progressivamente meglio ma l'angoscia che lo pervadeva ogni volta che indossava quell'attrezzatura lo fece precipitare, a vite, verso il centro irraggiungibile di sé; gli sembrò di vivere, come un parassita, delle sue stesse angosce e paranoie. "Concentrati", gli ordinò cranialmente Francis. "Sì, scusami", replicò senza tono l'altro.

* * *

Mark si sentiva di fronte ad uno specchio. Il confronto con se stesso diveniva improrogabile. Si fissò dentro, nel profondo della sua anima, filtrando i riflessi argentei della luce della casa dietro di lui. Passò oltre il suo sguardo. Percepì il nuotare dei sentimenti, della sua psiche nel caos dei neuroni. La sconfitta pesava. Chi aveva destrutturato il suo cervello gli aveva disintegrato anche la volontà, la voglia di combattere. Il doversi guardare così a fondo esaltava le maglie allentate della sua coscienza; gli sembrò di essere un cargo alla deriva, perso in un oceano ostile. Un richiamo lontano lo folgorò; appese la visione interna di sé in un wait indefinito e provò a decodificarlo: la voce apparteneva a Judith. Improvvisamente, inspiegabilmente, la casa si frappose con fragore tra lui e la voce di Judith, cancellando il processo di rigenerazione della sua psiche. Tutto l'orrore possibile fu riversato addosso a Mark da agenti invisibili eppure palpabili, di consistenza ectoplasmica. Il frastuono era insopportabile, intimidiva la sua labile struttura mentale. Simile ad uno sbarco militare ondate di puro terrorismo psichico dividevano in sottili lamelle l'anima di Mark, tremante fino alle fondamenta. Egli sembrava annegare in un mondo alieno quando, improvvisamente, riconobbe qualcosa di noto; non sarebbe mai stato in grado di capire cosa fosse quella familiarità ma capì che l'attacco era portato da qualcosa di prossimo a lui, di polarità diversa.

Il frastuono si dissolse. La casa arretrò - solo nella mente di Mark - di decine di metri. Il prato continuava ad essere lì, inondato di quella luce buia. Mark guardò la scena con i suoi occhi monocromatici, nativi, prestando attenzione, di nuovo, al richiamo di Judith…


III


La risata risuonava immensa, piena d'echi, rimbombando tra le pareti della grotta prospiciente. Il sogno di Davis l'aveva portato nell'antica Mesopotamia, tra le montagne che la circondavano, nelle paludi. La risata era terrificante, profonda. Il calore del Sole si diffondeva sul corpo di Davis, sul terreno circostante, sfrigolando la materia come carne in un forno a microonde; nella caverna c'era qualcosa di sbagliato, un essere che non doveva esistere. Alzò gli occhi verso il cielo e nel mentre vide, nella pianura sottostante, le costruzioni: un nucleo di case e poco oltre un'enorme piramide, sovrastata da qualcosa che somigliava ad una rampa di lancio. Sentì dei rumori sospetti provenire dalla grotta; si nascose. Un umano enorme, vestito con una strana tuta scura uscì dalle viscere della montagna…

Davis si svegliò nel cuore della notte. Le immagini del sogno erano vivide e gli rimasero impresse per lunghi secondi nella coscienza. Le ricerche che continuava a fare nella biblioteca elettronica lo portavano sempre più nella terra dei Sumeri dove le Città Sacre, gli appariva ogni volta più evidente, rivestivano un ruolo centrale nella vita d'alcuni esseri superiori. Esseri particolari, diversi; si sosteneva che possedessero strane doti: la capacità di evocare la magia, la conoscenza della tecnologia. Si sosteneva che avessero corpi possenti, i sensi molto evoluti, la vista acuta ma monocromatica… Davis era turbato da quelle informazioni. A volte aveva provato ad accennare di alcuni di questi particolari a Francis ed egli si era dimostrato interessato, conciliante verso quelle teorie, forse troppo tanto da far balenare, in Davis, l'improvvisa intuizione che egli già sapesse tutto ed attendesse la sua piena presa coscienza, il suo risvegliarsi dal torpore dei millenni ammassati uno sull'altro.

Col passare dei giorni Davis si rendeva conto che quella non era stata soltanto una fugace intuizione bensì la realtà. Francis aveva invidiabili conoscenze dell'occulto, sapeva collocare ogni singolo evento in una visuale più ampia, invisibile a molti ma inevitabilmente esatta se solo si fosse avuta l'accortezza di osservare la natura delle cose più attentamente. Quell'uomo era così potenziato dalle sue memorie genetiche da essere un umano diverso; un esponente di un'umanità nuova, che ragionava in un modo diverso e migliore, inimmaginabile per chi non era come lui o come loro: gli impiantati. Giorni su giorni rendevano sempre più debole e stanco Davis, stressato dal bombardamento visivo che subiva; i suoi neuroni non avrebbero retto a lungo lo sforzo perciò s'impose di riposarsi secondo un ritmo di propria elaborazione. Francis, invece, era sempre all'opera, mai stanco; Davis lo vedeva concentrato - occhi chiusi - sull'acquisizione delle immagini. Notava che i risultati dell'altro erano superiori ai propri: il dettaglio delle immagini che Francis otteneva era talmente elevato, soprannaturale; Davis non sarebbe mai riuscito a raggiungere quella raffinatezza, nemmeno se avesse modificato il suo cervello con l'abbreviatura delle terminazioni neurali… Pensò all'impianto che, probabilmente, si sarebbe fatto installare. Riuscì a capire, in un lampo, cosa sarebbe successo in lui, dopo.

* * *

Davis e Francis passarono l'ultima sera insieme in un locale alternativo. Macchinari per la gravitazione indotta simulavano l'assenza di gravità mentre un allestimento interno faceva credere ai clienti di quel pub di essere tra le stelle, a bordo di un'astronave leggermente futuribile. Entrarono cercando di compensare in fretta il capogiro che provocava loro l'inclinazione del pavimento. Erano entrambi colpiti dal paradosso che un piano fortemente inclinato non facesse cadere chi vi camminava sopra. Si sedettero sull'orlo di un baratro d'alcuni metri; il locale era strutturato su sette livelli diversi, ricavati agevolmente sfruttando le variazioni di gravità d'ogni piano. Videro arrivare una graziosa cameriera in vesti succinte che prese loro le ordinazioni. Un ronzio insistente segnalava che le macchine gravitazionali erano a pieno regime. - Finalmente, abbiamo finito il transfer dei dati. - Sì Davis, magari bisognerà ritornare per qualche piccolo aggiustamento ma il grosso è davvero fatto. - Ti ho visto molto preso da questo tipo d'attività; è come se tu fossi davvero predisposto per questo genere d'acquisizione… - Ognuno ha le sue preferenze… Nel dir ciò Francis si lasciò scappare un risolino che a Davis parve troppo esplicativo. Si fece coraggio fidandosi del suo terzo occhio, quello degli occultisti… - Francis, cosa ne sai dei Sumeri, delle loro Città Sacre, dei loro Dei, di… - Sono giorni che giri intorno a questa domanda; sono davvero giorni… Forse è una delle prime cose che avresti voluto o dovuto chiedermi... Beh, credo di saperne molto ma è giusto che tu ci arrivi non dico da solo ma, in ogni modo, con risposte nate dentro di te. - Tu hai sempre visto in bianco e nero? - No, soltanto dopo l'innesto - Capisco… Tu sai che gli antichi narravano di Dei con sembianze umane, provenienti dallo spazio, con conoscenze superiori a tutto lo scibile umano, dotati di vista monocromatica? - Sì, so… - E non t'impressiona? - Ormai, non più… Ho preso coscienza dei miei nuovi limiti, di potenzialità evolute. Mi pongo su un altro piano d'acquisizione e cognizione. Per me ora il problema è: come posso comprendere ancora me stesso senza disconoscermi? O meglio: posso ancora considerarmi uno di voi, un uomo? - Sei riuscito a risponderti? - Non del tutto, o almeno, non soddisfacentemente. - Perché? - Ho una zavorra che mi lega al vecchio concetto di me stesso, ed è il mio corpo; non posso accedere a livelli superiori se prima non me ne libero. Sento che esiste un mondo impossibile ora, e questo per colpa dei miei limiti fisici. Sono sicuro che senza legami fisici si può vedere in modo diverso il tempo, lo spazio, le cose, i fenomeni fisici e psichici…

Bevvero, tutta la sera. Davis incalzava Francis come farebbe un reparto militare dopo aver sfondato le difese nemiche. Dal canto suo, Francis era impassibile, rivelava all'altro solo ciò che lui voleva dirgli.

- Senti, hai un CUN? - Numero Craniale Universale dici? E cosa ci faresti Davis? Mi chiameresti alle tre di notte quando sogni di grotte e della terra di Sumer? Il respiro mancò a Davis per un attimo, un attimo solo. - Tu sai… Tu sai molto più di quanto non ammetterai mai. - Forse. Forse… Più realisticamente affermerei che potrei racchiudere in me i Sumeri, i Babilonesi, gli Assiri, tutti i popoli mesopotamici fino ad un certo punto dell'antichità. Posso racchiudere buona parte delle comuni persone d'oggigiorno… Davis rimase ad ascoltare quelle ultime parole senza dir nulla. Ammise, solo con se stesso, che non avrebbe potuto mai commentarle perché non era ancora in grado di viverle.

* * *

Davis guardò tutta la notte le mappe che aveva tracciato nelle clipboards d'appunto. Linee dritte convergenti, città poste lungo alcuni incroci non casuali delle direttrici stesse con i meridiani; le tracce di un disegno oscuro, appena intravisto da lui, che potevano solamente morire tra i suoi pensieri, proprio come la notte che andava scemando nel fastidioso filo dell'alba. Il suo aereo sarebbe decollato sei ore dopo. Provò a addormentarsi sfiorandosi con le dita le tempie doloranti.

Davis poteva considerarsi una vittima dello spazio superiore, inferiore, centrale, occulto. Sentiva che questi lo relegavano in uno stretto recinto dove poteva solo urlare come farebbe un pazzo nella cella imbottita, legato nella sua camicia di forza. Il sonno lo vinse molto presto. La sveglia craniale lo destò soltanto due ore dopo. Pochi chilometri distante da lui una squadra di operai stava pulendo, revisionando, rifornendo l'aereo che avrebbe dovuto prendere.



Mattino, non troppo presto. Davis varca la soglia di casa con i suoi bagagli, proveniente dall'aeroporto. La famiglia era già tornata. Il caos che aveva ordinato era svanito, evaporato. Ora esisteva soltanto un rumore diffuso, dato dalla somma dei caratteri della moglie e della figlia. Davis era stanco del viaggio, del lavoro, della stasi familiare. Aveva assoluto bisogno, quanto prima, di scavarsi una nicchia dentro al suo nido e di precipitarvi dentro per riprendere le forze psichiche. - Davis, mi aiuti a sistemare questi vestiti? Sua moglie era impegnata nel rimettere in ordine il guardaroba della bambina, quasi adolescente ormai. Davis osservò quest'ultima, presa nell'aiutare la mamma, con gli occhi dell'adulto e non del padre; Justine aveva poco più di tredici anni e cominciava ad avere le caratteristiche della donna, anche se ancora acerbe. Capì che di lì a poco la vita di sua figlia, e anche la propria, sarebbe cambiata irrimediabilmente ancora una volta.

Pomeriggio. Caldo afoso. Davis girava per la casa, finalmente padrone del suo territorio. La moglie e la figlia dormivano, esauste dal viaggio e dal cambio di residenza. Si chiuse nel soggiorno immerso nella penombra e fresco come una cantina. Scelse qualcosa da sentire, tra i mucchi di software musicale, che fosse appropriato allo stato d'animo del momento… Fields of the Nephilim: Elizium. Si connesse cranialmente all'unità hardware utilizzando un cavetto in oro…

Il tappeto sonoro era mellifluo. Le parole, anch'esse suoni, vagavano liberamente lungo i corridoi loro assegnati. L'immaginazione viaggiava a briglie sciolte: You can see the earth. We're high here. We're climbing over Sumertown… L'eco di quei testi lo colpì con violenza insopportabile. Riusciva a Trovare un ulteriore collegamento alle Città Sacre, nella terra dei Sumeri… Memories lay, beside us but I'm seeing through an age who I am… Taken from god, forgive us… I riferimenti erano precisi, inequivocabili: come qualcuno nel passato lontano riusciva a ricordare, così altri posteriormente avevano scoperto sapienze sepolte. Gli antichi dei avevano insegnato alle loro creature - gli uomini - le arti, le manualità, le tecniche, le leggi esoteriche. Altri uomini, a loro volta dei per capacità di creazione, riprendevano in tempi moderni, con sapienza, ciò che gli antichi avevano interrotto…

Al termine della registrazione Davis riaprì gli occhi e fu investito da una visione fugace, monocromatica del suo appartamento; la qualità visiva, granulosa, lo colpì profondamente, all'improvviso. Appese il cavetto al macchinario hardware, guardando infinitesimali scariche elettriche gocciolare dal plug. Il silenzio rasente la perfezione, istantaneo, fu interrotto dal caldo e dal risveglio dei suoi familiari. - Davis, pensavo ti riposassi con me… - No, avevo da fare alcune ricerche per il mio prossimo lavoro. - Sei già in partenza? Pochi attimi d'attesa, la faccia di Davis era tirata. Un soffio di noia… - Tra pochi giorni, sì… - Mi dispiace, vorrei solo che qualche volta ti riposassi anche tu…

Tra sé, Davis si disse che non c'era miglior riposo che scoprire verità scomode, arcane.

* * *

- Cosa sono queste clipboard, Davis? - Mmmmh… Quelle appoggiate vicino alle borse da lavoro? - Sì. - Sono appunti, Geena. - Di cosa trattano? Sono strane, sai? - Sono… Ehm, sono convergenze vettoriali, per un miglior apprendimento mnemonico istantaneo. - Perché vi sono menzionate cose tipo: Città Sacre, Sumeri… Ci sono riferimenti anche ai Nefilim… - Nefilim? - Sì, Nefilim… Mai sentito parlare di loro? - No… Davis non sapeva bene perché sua moglie gli stesse dicendo quelle cose, perché si stesse verificando quella coincidenza; prese qualche istante cercando di raccogliere le idee. - Geena… Sumeri e tutto il resto sono argomenti che tratta il cliente. Tu invece cos'è che dici? Nefilim? - Chi è il tuo cliente? Lo sai che tempo fa ho trovato un articolo interessante su una rivista che parlava proprio dei Nefilim? - Ah sì? E cosa diceva?

Davis si accorse di aver trovato un prezioso aiuto proprio dalla persona che meno si aspettava: sua moglie. Lei gli raccontò dei parallelismi tra alcuni passi della Bibbia - Genesi, soprattutto - e scoperte derivate dagli studi dei caratteri cuneiformi. Davis fu sorpreso dall'apprendere che sembrava esistere, in tutto il mondo antico, una sorta di collegamento occulto che rendeva le civiltà di quell'epoca - tutte - apparentemente legate a conoscenze provenienti dal cielo, da alcune popolazioni talmente superiori da essere ritenuti Dei. Davis era riuscito a dare un'identità agli Dei. Ripensò ai brani che aveva ascoltato cranialmente, direttamente nel suo cervello: racconti dell'antica terra dei Sumeri, invocazioni esoteriche d'antichissime potenze cantate da un gruppo che si chiamava Fields of the Nephilim… Il cerchio sembrava diventare più stretto. Qualcosa di effettivamente occulto lo stava guidando verso una serie non casuale di coincidenze; Davis sapeva bene che in quell'ordine di cose nulla avveniva per caso. Si sentiva trascinato verso un punto d'origine da cui ogni minimo evento si era lentamente distaccato, a raggiera, intrecciandosi successivamente in una miriade di punti: un'enorme ragnatela, un labirinto di mitologica memoria anch'esso - si accorse Davis - con significati occulti. Rimandi su rimandi. Un mondo ipertestuale creato in un passato di cui non si riusciva ad aver memoria se non quelle estrapolate da vite di studi.

- Geena, sei davvero una fonte di conoscenze inaspettata… - Non è anche per questo che mi hai sposato? Il sorriso malizioso di sua moglie lo disarmò. Improvvisamente non desiderò altro che di rimanere solo con lei, al buio…

* * *

Tutti i personaggi erano in piedi, come sugli spalti di un'arena. Davis era nel centro del palco, nel mezzo dello stadio. Si girava continuamente su se stesso per guardare gli spettatori: Janet, Judith, Mark, Francis, Geena, rappresentanze dei Sumeri e dei Nephilim. Questi ultimi, pur essendo seduti, svettavano sugli altri; erano in perenne silenzio e proiettavano ciò che vedevano su immensi schermi mentali visibili da tutti. Le immagini erano in bianco e nero, sgranate in modo variabile secondo la luce che i Nephilim stessi percepivano. Davis si trovò a combattere contro qualcosa che non vedeva, che gli strappava la forza psichica di dosso. Vide il pubblico far tumulto, scommettere sull'uno o sull'altro contendente. La luce venne meno per un lunghissimo momento. Le immagini sugli schermi divennero un'enorme crosta porosa, lasciando indistinguibile qualsiasi cosa vivente vi si agitasse dentro. Un artiglio strappò via l'anima di Davis dalle sue carni; quando la luce rivenne si trovò a guardare con occhi vuoti il simulacro del suo ectoplasma penzolare da un appiglio alto parecchi piedi. Il posto che apparteneva ai Nephilim era ora vuoto; un punto alto nel cielo svaniva velocemente mentre gli altri spettatori fuggivano in preda ad un sacro terrore…

Il sogno s'interruppe lì. Davis si tirò su, a sedere sul letto. Gli sembrò di essere giunto ad una sorta di punto d'arrivo. Si guardò intorno. Geena dormiva profondo e fuori della finestra un fastidioso vento agitava gli alberi; a guardare bene, le figure che i rami degli alberi disegnavano sul muro della sua camera erano inquietanti: sembravano strani uomini che si agitavano in preda ad una febbre - terrore, è il terrore, gli venne subito da pensare - che cercavano di fuggire in ogni direzione. Prese il cavetto di connessione craniale e s'innestò in un gioco d'ultima generazione. Colori vividi che riportarono alla mente, per contrasto, le immagini lievemente sgranate, in bianco e nero, del suo sogno. Nel gioco, Davis era rincorso da qualcosa di trasparente ma in rilievo, come se una mummia dentro un sarcofago di vetro lo inseguisse nel deserto. Davis immaginò che la scena si svolgesse nel deserto iracheno, sulle orme d'antichissimi esseri…