L'ESSENZA |
I |
Ana era rimasta in un loop d'attesa, seduta accanto ad un terminale che forniva informazioni pubblicitarie senza sosta. Il suo stato d'introspezione non le permetteva di notare quelle info ma soltanto di sentire i benefici influssi di molte onde magnetiche, sprigionatesi dallo schermo HiDef.
Intorno a lei viveva un gran caos di movimenti, principalmente persone occupate in attività da connessione; il rumore che generavano, tramite i loro movimenti, disturbava marginalmente le sue attività di monitoraggio. Lei si costringeva, con algoritmi di derivazione umana, ad ergersi sopra alle possibili microdistrazioni che ogni movimento esterno creava, riuscendo a concludere il ciclo logico dei suoi pensieri culminanti con la domanda: Jeffrey è tornato?
Suo marito, Jeffrey, era occupato in un'attività di supporto mentale presso gli uffici d'assistenza sociale neurale, dove per neurale s'intendeva l'uso di software a correzione d'errore su più livelli mediante intelligenze artificiali, almeno di sesta generazione. Da qualche anno le norme professionali di Jeffrey lo obbligavano a spostarsi in centri di cura, dove poteva irraggiare meglio il fisico del malato.
Ana, analogamente a suo marito, da un po' d'anni era cambiata. Non era più così narcisista ed aveva spostato la propria attenzione appena fuori del suo corpo. In qualche angolo remoto della sua mente spesso si agitava un'icona quasi dimenticata, evanescente: una ragazza chiusa nel suo mutismo, intelligentissima eppure cieca ai richiami esterni, intimamente legata a lei attraverso alcune modificazioni di processi mentali. Quella figura, le era stato detto, sarebbe stata sua figlia, per sempre. Ana e Jeffrey le avevano imposto il nome di Judith e da allora avevano fatto di tutto per convincersi a adottare comportamenti umani, affettuosi, protettivi, sapendo anche che Judith era rimasta orfana fin dai primi giorni di vita; i suoi genitori biologici erano morti di un terribile virus contratto in rete.
Ana non dava molto peso al ricordo della figlia adottiva, non sentiva tutto il trasporto che una vera madre sente per i suoi bambini anche perché, aveva scoperto in seguito, i circuiti logici che i suoi creatori le avevano innestato difettavano proprio nei settori sentimentali, carenti d'informazioni e mal linkati. Jeffrey invece - i suoi progettisti neurali avevano deciso così - doveva possedere doti accentuate di rudezza, anteposta a qualsiasi sentimentalismo.
Il contatore di cicli interno al cervello di Ana segnava quota centocinque. Centocinque volte che il ciclo dei suoi pensieri tornava alla domanda finale: Jeffrey è tornato?
Qualcosa poteva scattare dentro di lei come un interruttore logico; si sarebbe messa nella posizione d'insofferenza, di fine attesa. Non successe. Cominciò, invece, a visualizzare strati d'apprensione per la salute strutturale di Jeffrey; lei era impensierita - gli algoritmi di preoccupazione inseriti erano molto curati - dall'affaticamento neurale che lui poteva subire dopo esser stato per tanto tempo esposto. Molti pazienti erano talmente lontani dal possibile recupero da essere utilizzati come cavie psichiche.
Ana guardò fuori della finestra: era quasi sera. Jeffrey non si era mai intrattenuto tanto in laboratorio, pensò lei improvvisamente… Si alzò e si diresse verso le stanze in cui, ore prima, suo marito era scomparso. La luce incerta dei corridoi riusciva a confonderla, non era in grado di dire con sicurezza quale fosse la stanza dove il suo Jeffrey era in seduta.
Aprì molte porte. Soltanto dopo che bussò all'ultima stanza capì di aver imboccato il corridoio sbagliato. Tornò indietro, fece mente locale e percorse la corsia giusta.
Bussò alla porta giusta…
Jeffrey era lì, seduto, con gli occhi chiusi. Un cavetto da interfaccia era collegato ad un paziente sdraiato davanti a lui. Gli occhi del degente erano chiusi, serrati, e quel corpo non sembrava emettere fremiti di vitalità particolare; solo il respiro, lento e meccanico, palesava una sopravvivenza neurovegetativa.
Il volto di Jeffrey, era concentrato ma stanco. I segni di uno sforzo continuato, estenuante, gli tiravano alcune rughe d'espressione sul volto, più di quanto avveniva normalmente, pensò Ana. Lo chiamò.
- Jeffrey?
- Jeffrey?
Finalmente, l'uomo si voltò compiendo uno sforzo che, ad Ana, apparve insostenibile. Lui sorrise a lei, debolmente…
- Ana, esci per favore, non riesco a reggere lo sforzo di interloquire con entrambi…
La donna voltò su se stessa, andò verso la panca dove era seduta prima. Ignorò ancora i messaggi pubblicitari provenienti dal terminale HiDef. Si sedette.
Riprese il conteggio da dove si era interrotto…
* * *
Al risveglio, Ana si accorse del Sole alto. Il fastidio che le provocava quella luce invadente si propagava per tutto il suo corpo. Poteva vedere l'energia penetrare in ogni angolo di quell'organismo che una volta reputava alieno. Ricordava bene quella sensazione. Ricordava quanto tempo aveva impiegato per sentire quella fisicità davvero sua. Gli ingegneri che l'avevano prima progettata e poi inserita in qualcosa di effettivamente vivo si erano impegnati al massimo anche per renderle familiare l'uso di quel corpo. Continue iniezioni di logica implementativa cercavano di agevolarle la comprensione della quotidianità spicciola; il tempo che un essere umano impiegava per imparare a muoversi bene - anni - lei dovette concentrarlo in pochi giorni.
Jeffrey, la sua anima gemella, era ancora dentro quella stanza. Ana lo comprese guardando semplicemente la porta, con un guizzo di ESP - gli ingegneri le avevano progettato doti di lettura del pensiero surdimensionate rispetto ai comuni esseri umani. Improvvisamente lei ebbe un sussulto, il suo punto di vista cambiò in modo radicale. Era collegata al suo Jeffrey; lo sentiva completamente dentro alla psiche del paziente, lo stava guardava attraverso i suoi occhi.
Quel degente, scoprì Ana, vedeva come sua figlia, come Judith. La corsia si dipinse improvvisamente di tinte monocromatiche. La luce solare aveva qualcosa di sbagliato, di diverso rispetto a ciò che aveva sempre visto. Ana si accorse che ciò che la disturbava di più era un'apprezzabile diversità di definizione; delle ombre infinitesimali ma granulose velavano la normale percezione visiva degli oggetti. La definizione diminuiva quando si abbassava l'intensità dell'illuminazione, fino ad approssimarsi ad un livello di cecità elevata. In un momento Ana comprese che con la normale percezione cromatica umana avrebbe potuto vedere di più nell'oscurità. Si accorse di star facendo quello che una volta non avrebbe mai fatto: guardare fuori di sé per capire, imparare.
Ana stava esplorando.
Jeffrey era nel pieno di un'esperienza psichica. Studiare un soggetto con percezioni B/W non capitava così spesso. I progressivi impianti craniali a sofisticazione elevata avevano prodotto anomalie genetiche non prevedibili, non ripetibili.
Non poteva distrarsi. Jeffrey riprese a scrutare con occhi non suoi il mondo. Altri studi erano ridotti ad icona e sostavano vicino al nucleo elaborativo del suo cervello fisico. Gli algoritmi logici lì residenti si accoppiavano, con sinergia, alle risorse inserite dagli ingegneri…
* * *
La notte senza fine di quel posto era inquietante. Mark non trovava un solo appiglio esterno alla sua mente. Tutte era interno, stremante.
Janet e Judith, dal loro canto, scrutavano quelle tenebre fitte ma non assolute in silenzio, convinte di poter far ancora qualcosa di indefinito per tirarsi fuori di lì.
Si osservarono, tutti e tre. Janet settò il suo regolatore di contrasto craniale cercando di vedere bene i lineamenti tirati dei suoi due compagni: terrore e stanchezza. Qualcosa di simile alla rassegnazione sovrastava la granulosità delle sue percezioni visive. Erano tutte sensazioni che provenivano dai suoi due compagni.
La casa, intanto, annichiliva le sue pretese sprofondandoli nella scena. Sembrava, a Mark, di essere sul set di un teatro assurdo eppure reale, dove nessuno conosceva il copione, dove tutti gli interpreti erano condannati a vivere un'angoscia asfissiante.
Judith riuscì a far capire molto bene agli altri la sua condizione interiore. Stabile su coordinate precise della sua psiche rivolgeva a se stessa appelli di moderazione, cercava salvezza abiurando qualsiasi concetto che riconducesse al concetto di capitolazione. I suoi pensieri, rigorosamente in bianco e nero, correvano lungo ricordi di film arcaici, drammoni neorealisti non ostentatamente melodrammatici. Altre scene le vennero in mente, molte tratte da racconti horror, perfettamente plausibili nel contesto in cui si trovava.
La casa sembrò apprezzare quelle onde mentali. Dei movimenti - si poteva arguirlo dalle onde elettromagnetiche, direttamente dalle vibrazioni cromatiche - indicavano che lo sfondo delle finestre passava da un cremisi ad un grigio profondo. Le stesse cromaticità intuite per estrapolazione producevano in Judith, nel momento in cui le assimilava, una tempesta emozionale di flusso negativo. Le sembrò, ancora una volta, di essere in un vecchio film dell'orrore, dove nulla sembrava risolversi in finali lieti.
Janet era entrata, nel frattempo, in un party interno alla casa. Incredula che lì si tenesse un simile incontro era entrata dalla porta principale. Aveva scoperto che le musiche, che i manichini di maggiordomi - perfettamente eleganti nelle loro casacche - e le maschere bianche e nere che indossavano, che tutto l'arredo era soltanto un perfetto impianto virtuale. Ebbe la sensazione di guardare dentro un piccolo monitor della sicurezza nascosto in una stanza angusta e buia.
Salì alcune scale convinta di accedere al piano superiore. Si ritrovò al pianoterra, esattamente dove aveva cominciato a salire gli scalini pochi attimi prima. Voltandosi, in tralice, aveva guardato atterrita le facce degli ospiti della festa trovandole inespressive, bianche, indifferenti a lei semplicemente perché - aveva orrore di quel pensiero - loro non la vedevano.
Il pensiero di Mark e Judith fermi, da qualche parte lì fuori, la fece sussultare.
Si ritrovò di nuovo sul prato, le luci interne alla casa spente e una sensazione di freddo da lì proveniente le fece capire che aveva soltanto percorso un itinerario mentale, sull'onda di qualche canale trasmissivo a 256 bit nascosto nella rete.
Cercò di continuare il tentativo di comunicare con i suoi compagni…
* * *
I punti erano fluttuanti all'interno della visione, lasciavano tracce di scie luminose fastidiosissime negli occhi di Janet. Quei punti univano, man mano, più coordinate di un piano fino a formare una sagoma sensata: il contorno di un viaggio astrale, il tracciato seguito durante una navigazione prendeva vita su un tavolo elettronico. Janet si trovava dentro una stanza virtuale mentre cercava di allestire tre comode postazioni da conferenza. Improvvisamente qualcosa si era animato alle sue spalle e quei cursori puntiformi avevano preso a tracciare un percorso.
Un astrolabio ruotava su se stesso nell'angolo dello studio, proprio dove l'oscurità si accumulava e faceva perdere la definizione delle immagini. Janet cercò di collegare tutte le informazioni che scaturivano da quella scena dentro un'unica ragnatela…
Judith e Mark si materializzarono nei posti che Janet aveva loro assegnato.
- Finalmente Mark.
- Ciao Janet, ciao Judith.
Judith era così impegnata nei suoi cicli mentali che soltanto dopo qualche istante concesse un momento d'attenzione ai suoi compagni.
- Ciao ragazzi...
Janet illustro brevemente l'analisi della situazione in cui si trovavano, rilevando che, finalmente, erano riusciti ad unirsi per ragionare.
Judith parlò come in trance.
- La soluzione, o parte della nostra soluzione la possiamo trovare cercando mappature antiche.
Gli sguardi degli altri si fissarono su di lei, interrogatori.
- Voglio sostenere che la fonte dei nostri problemi è quella casa, è il territorio su cui sorge; ma noi non abbiamo capito ancora perché siamo stati proiettati qui. Qualcosa si sente attratto da noi ma non sappiamo perché; quindi: la risposta è sepolta in un passato ignoto, che noi non possiamo ancora comprendere…
Gli occhi di Judith erano sempre serrati. Aveva parlato come un oracolo e sentiva ora il bisogno di andar via da quella riunione, per non affogare in un diluvio di propri e altrui pensieri. Mark e Janet avevano capito le indicazioni ma non il punto d'arrivo; si fissarono e decisero che dovevano continuare a cercare, tenendo conto di quelle oscure indicazioni…
Janet rimase sola in quel salotto virtuale. I punti luminosi cambiavano continuamente posizione; ora indicavano delle linee squadrate, dei punti d'intersezione messi non a caso ma con linearità euclidea.
La sensazione che qualcosa di veramente arcaico fosse sepolto lì sotto attanagliò Janet, proprio nel momento in cui abbandonava quell'ambiente.
Dolore da dissolvenza immagini fissato sulle retine…
* * *
Il sonno era una coltre pesante ma lasciava trasparire qualche lieve stralcio della realtà. La fatica, lo stress di troppe fantasie e della realtà stessa si assommavano e s'insidiavano, con la solidità della tangibilità, nelle gambe di Davis. Tante lame d'acciaio appaiate che s'inserivano nelle sue gambe tagliavano i nervi, la vitalità. La forza era decapitata fin nelle fondamenta.
La sensazione di rilassamento riuscì a penetrare da un recesso lontanissimo, insperato. Un fluido flebile ma costante rendeva quei momenti piacevoli; come terra inaridita che si ristora con la pioggia, così il senso di stanchezza si allentava in Davis. Dentro un incantesimo, improvvisamente, quelle lame cominciarono ad allontanarsi una ad una pur rimanendo, per lungo tempo, sospese appena sopra le sue gambe; esse gli donarono di riflesso un senso d'impalpabile che poteva essere riassunto in una parola sola: finalmente.
Nel sonno, Davis assistette a quest'evento come se fosse stato alla proiezione di un film. I luccichii argentei di quelle lame lo rapirono per lungo tempo prima che esse, senza fretta, cominciassero a dissolversi dopo la sospensione prolungata. Gli sembrò che lo svanire si accompagnasse alla scomparsa definitiva della stanchezza, del dolore diffuso sui suoi arti inferiori.
La scena che si rivelò ai suoi occhi onirici fu, a quel punto, inequivocabile. Le lame, nella loro pur piccola dimensione, avevano investito tutto quanto le circondava di un nuovo livello cromatico: il monocromatico. Il loro sollevarsi, o sprofondare, in piani invisibili non riusciva a togliere quell'incantesimo innaturale alla scena, proprio di un'altra dimensione…
Davis, nel sonno, si fissò su quel concetto: dimensione. Il rilassamento che provava era del tutto reale ma capì, senza prove oltre quella data dal suo intuito, che un altro ordine d'idee, di leggi, di fisicità premeva sul suo; quando il muro che li divideva si assottigliava - come nel suo profondo sonno denso d'attenzione - la natura straniera poteva invadere approfittando di sensazioni troiane. L'altra dimensione, una delle infinite esistenti, che pretendeva attenzione perché prossima, parente, era monocromatica.
Tutto questo Davis lo sapeva per intuizione intima, non avrebbe mai saputo confutarla o convincere alcuno della sua veridicità; egli, almeno per quei momenti, aveva fede di ciò che sentiva dentro di sé.
Il succedersi degli eventi in quel microcosmo lo riportò a tendere l'attenzione. Rimaste ad un'altezza appena sopra alle gambe una coppia di lame, sporche di poche gocce del suo sangue, iniziarono una danza a loro volta onirica o forse, antica. S'intrecciarono nelle figure che formavano; sembrarono a Davis antichi simboli magici facenti capo ai numeri 12 e 7. Giganteschi personaggi parevano comandare quella danza, perse in un'ombra cosmica infinita come infinita era la distanza che dovevano percorrere per parlare - sovrumana gli sembrò giusto definirla. Le figure continuavano le loro danze, perse in uno splendore così cupo, così potente e magnetico che Davis non poté far altro che fermarsi a guardarle meravigliato. Sorrise, quell'estasi densa di cupo tormento era dentro di lui e picchiettava, riempiva i buchi da tarli della sua coscienza con l'essenza di un potere immenso, pieno delle polarità esistenti.
Una voce remota gli ricordava: "I Nephilim giungono da lontano. I Nephilim giungono da lontano. Il loro viaggio somma in sé tutte le conoscenze che puoi comprendere con enorme, disumano sforzo".
Nel momento in cui Davis si mise seduto sul letto, improvvisamente sveglio, i dolori alle sue gambe erano scomparsi. Un senso di rilassamento lo pervase ma lo sgomento di quelle impressioni oniriche, la distensione lasciata dai suoi dolori legati alle lamelle ed alle danze che esse compivano, lo lasciarono stordito.
Stette un po' di minuti così. Una vertigine con l'origine posta in un punto lontanissimo lo colse e lo trascinò ancora una volta in un viaggio cosmico. In una piccola frazione di secondo si trovò trascinato al cospetto di qualcosa di magneticamente magnifico, potentissimo. I lineamenti di un volto erano sfuggenti; la visione era in un rigorosissimo e affascinante bianco e nero, sgranato di pochi gradi perché la luce che li circondava era accecante, desertica.
Tutto durò pochissime frazioni di tempo.
L'istante successivo Davis si trovò a decidere quando dar inizio alla giornata; diede uno sguardo a Geena che continuava a dormire nel suo sonno profondo e poi, attirato dal fastidio della luce solare, guardò oltre la finestra, giù in strada: un bus stava affrontando, col solito fragore, la curva che costeggiava il suo palazzo.
Si lavò e vestì in fretta. Aveva un appuntamento per ricevere i particolari della sua prossima missione esterna. La sua capacità di immagazzinare dati era intatta ma aveva quasi promesso al suo superiore che si sarebbe fatto impiantare, per non sfigurare più come gli era capitato con Francis.
* * *
Davis ricordava con piacere la volta che conobbe Geena.
Erano ad una festa, una di quelle dense di musica elettronica, droghe leggere e connessioni libere per viaggiare mentalmente in posti assurdi. Non si conoscevano prima di quella sera. Un amico comune li presentò mentre erano in viaggio, su canali diversi, verso una mappatura libera dell'altra parte lunare. Lui si trovava su una navicella stile primi anni '70 mentre lei era comodamente affondata in sedili anatomici e rilassanti, dentro una funzionale stazione orbitante prevista per il prossimo futuro.
Il loro amico sincronizzò i due canali isolando le interferenze visive, cercando soprattutto di farli conoscere per quello che realmente erano.
Si piacquero, immediatamente. I loro cervelli anziché essere ottenebrati erano iperempatici per l'uso che avevano fatto d'erba transgenica; riffs di musica elettronica, sparata ad alto volume direttamente nei loro cervelli fungevano da colonna sonora estremamente intrigante.
Quel loro viaggio sul lato oscuro della luna durò un tempo soggettivo di parecchie ore. Si nascosero in un canale di servizio preparato dall'organizzatore del party, cercando quell'intimità mentale che lo schermaggio da interferenze visive non era in grado di garantirgli; non che volessero una particolare privacy, semplicemente provavano piacere nell'inquadrare le elaborazioni visive dell'altro, coprendosi con un'epifania di suoni che li guidavano attraverso una foresta emozionale.
Scoprirono presto che le loro connessioni abituali avevano indirizzi simili: erano vicini nella rete anche se non fisicamente. La contiguità da connessione li rendeva davvero prossimi all'altro; la vicinanza fisica era un accessorio che esisteva solo in nome di un passato, un reliquiario da ingresso in società.
Quella mattina, prima di uscire da casa, Davis guardò la moglie mentre dormiva. Era ancora viva in lui la sensazione delle lamelle che si alzavano dai suoi arti, che liberavano dalla fatica il suo corpo… Qualcosa gli disse che lui non avrebbe potuto esistere senza quella donna, lei era una preziosa chiave mentale che gli serviva - anche - per mettere a posto tutti i suoi pezzi, fin nei minimi dettagli.
Lasciò un biglietto elettronico di ringraziamento con disegnati sopra dei ghirigori di pura fantasia; si allontanò per il colloquio con il suo superiore.
* * *
Justine si alzò tardi quella mattina. Sua madre le aveva lasciato un appunto sul tavolo, in cucina; quell'appunto era stato riversato su una clipboard reversibile, usata per interfacciarsi, all'occorrenza, con il resto della cosa.
Lesse le poche righe piacevolmente animate: "Sono fuori a pranzo. Papà è in riunione, non so quando torna.". L'espressione di qualcosa d'usuale si formò sul suo volto; era abituata a rimanere sola per molte ore, a volte per tutto il giorno. Quel dichiararsi di sua madre, quel suo dire sono fuori a pranzo la lasciava sconcertata: come poteva lasciarla sola, che cosa aveva mai di così importante da fare?
La consolle, di là, era perennemente accesa e dava libero accesso a qualunque user conosciuto verso le risorse condivise accettate. Lì, da qualche parte, erano state memorizzate le caratteristiche genetiche d'ogni membro familiare, i connotati psicologici, le previsioni biologiche per il futuro di ognuno di loro; quel database la schedava, in un certo senso, ma le garantiva continui scambi di relazioni personali con chi, all'esterno, era compatibile con lei.
Si sedette, si connesse cranialmente - ricordava ancora bene l'impianto nella sua carne delicata, afflitta da problemi di rigetto. Un universo ogni volta fantastico, sempre diverso, le si affacciò alla coscienza anche in quella circostanza. Un'esplosione di suoni, colori, sensazioni intime s'impadronì rapidamente di lei. Lì, in qualche posto recondito della sua attenzione, sentì che c'era qualcuno o qualcosa che stava interloquendo con lei a livello subcosciente. Quell'entità sembrava conoscere bene Justine, sembrava soltanto sfiorarle i punti deboli con gentilezza e signorilità per accentuare il contatto sui suoi punti nodali, dove lei provava piacere, orgoglio, autostima.
Justine, improvvisamente, si accorse a livello cosciente di quel colloquio; rivolse rapidi sguardi nella direzione da cui sentiva partire l'attrazione. Il caleidoscopio animato da particelle polarizzate a tre stati, da cui vedeva quella forza originarsi, fece sentire tutta la sua importanza formandosi con proteine biologiche: chiazze sempre più larghe di visioni in bianco e nero si aprivano all'interno di quel mondo ipercolorato conquistando sempre più spazio. All'interno di quelle isole B/W la percezione della profondità era completamente falsata da altri parametri; Justine doveva rimappare tutte le precedenti misure in altre di spessore diverso, dove doveva tenere conto della mutata densità della materia virtuale. Lì, nascosta dalla mutata malleabilità della materia, un divertente e ingannevole rompicapo viveva di vita e tempo proprio: era un mondo completamente a parte, capì presto Justine, dove le regole sembravano imposte da strani simboli - archetipi li avrebbe definiti istintivamente.
Tutta la vita di quello strano posto sembrava ruotare attorno a quegli archetipi.
Nel mentre che si avvicinava al nucleo B/W in espansione, accanto all'avatar che la rappresentava in quel mondo si condensarono, cristallizzandosi istantaneamente in grani apprezzabili e monocromatici - icone - le sue caratteristiche psicologiche e caratteriali; esse facevano bella mostra attorno al cammino che stava compiendo verso l'isola, come se fossero pietre miliari che indicavano il giusto percorso. Le icone fissate in pose prese a caso erano veicoli di suoni ascendenti ma non lineari, di cori polifonici funebri indicanti una diversa dimensione e significato della morte fisica…
Improvvisamente, Justine comprese quanto lontano si fosse spinta. Provò a guardarsi indietro e non le riuscì di vedere il condotto da cui si era calata all'inizio del tempo; fu presa da un panico improvviso quanto violento, urlò di terrore emettendo un suono di parole strozzate nell'acqua e nel mentre, i simboli archetipi ruotarono a velocità sempre maggiore intorno a lei, come se fossero a presenziare un rito antico quanto l'umanità.
Con un colpo di reni si voltò. Prese a muovere le gambe come nel nuoto e poté guadagnare, così, alcuni metri virtuali verso il ritorno al condotto craniale; le icone derivate dalla sua personalità rimasero ferme, sempre più lontane. L'avatar che lei era cominciò a starle stretto, troppo rigido come un vestito inamidato lasciato addosso.
A quel punto, provò a guardare di nuovo giù: stava risalendo.
Alcune voci familiari la guidarono in un territorio che stava mutando rapidamente. Riconobbe, con un certo ritardo, le intonazioni della madre che si rinforzavano con una sintetizzazione d'emergenza della voce del padre. Justine doveva tenere ben saldo il collegamento se voleva uscire presto da lì.
Le voci erano sempre più forti, nitide.
Pochi istanti prima di uscire da quel mondo Justine pensò di centrare perfettamente l'essenza di quell'esperienza atipica: un mondo sconosciuto quanto vivo e arcaico stava riemergendo da una regione sconosciuta - le sembrò che l'aggettivo dimenticata, riferito alla regione, fosse perfetto. Il sollievo di riemergere alla solita vita, abbracciata da Geena che non riuscì a nasconderle un volto angosciato, non fece altro che invogliarla, come vittima di un delizioso e istantaneo tormento, a tornare lì dov'era stata fino a pochi istanti prima.
L'incubo era così liquido, così avvolgente e reale che n'era rimasta avvinta, come se avesse vissuto all'interno di un agghiacciante romanzo horror, isolante e avvolgente.
Justine stava seduta sul divano del salotto. Scioccata ma determinata a sentire ancora quella sensazione aveva bisogno di razionalizzare prima alcuni particolari.
- Stai bene ora?
- Sì mamma, sto bene.
L'invito da parte di Geena a raccontare nei dettagli quella connessione cadde nel silenzio. Justine era ancora troppo immersa nell'isola monocromatica per essere presente da un'altra parte. Le ritornavano in mente, come flash involontari, i simboli e le chiazze di profonda granulosità bianca e nera. Le sabbie mobili di quel mondo così diverso dall'ipercolore usuale continuavano a tenere stretta Justine in una morsa mentale.
* * *
Janet, dopo molto, smise per un lasso di tempo ragionevole di pensare al mondo esterno e rivolse lo sguardo dentro di sé. La forte vibrazione del campo magnetico in cui era immersa la scuoteva.
Improvvisamente il tempo in cui lei viveva aveva preso ad oscillare, ondulando la percezione degli oggetti e increspando la sensazione tattile di qualsiasi materiale. Era come se un potente magnete fosse stato appoggiato dalla parte opposta del suo mondo e attraesse qualsiasi energia. Janet si vide, per la prima volta dopo un lungo periodo, per quello che realmente era: una ragazza esile, piacevolmente fragile esteriormente, armoniosa e accattivante se solo avesse voluto.
Il disturbo magnetico era ora scomparso ma il tremore diffuso che ella provava le provocava insicurezza; si ritrovava sola senza sapere se gli altri suoi due compagni fossero stati inghiottiti dall'anomalia.
La sua anima, intanto, ribolliva di visioni viscerali. Il suo corpo era rivestito internamente da una coltre sanguinolenta, radioattiva l'avrebbe definita, che pulsava luce cupamente rossa da finestrelle regolari, diffuse ovunque. Avrebbe desiderato scuoiarsi e far vedere al mondo cosa aveva realmente dentro; avrebbe voluto mostrare la stessa immagine anche al prato, alla casa, alle entità che erano lì dentro per saggiarne la reazione, per provocare un contraccolpo incontrollato, tale da strapparla dallo stallo.
Lo stallo schiacciava Janet…
Riemerse dal suo ego, rapidamente.
Alzando gli occhi verso quel cielo ora nuvoloso e grigio, mattutino, Janet vide che l'orizzonte si era incrinato. Uno spiraglio di luce diversa penetrava ora da una prospettiva impossibile e faceva intravedere forme geometriche e bisettrici dello Zenith assolutamente scolastiche, in movimento razionale e falso tra loro. Il mondo che si affacciava in quel modello d'incubo era altrettanto fasullo eppure reale e lei, e loro, si trovavano racchiusi in una sequenza interminabile di scatole cinesi; se davvero c'era un disegno superiore che governava la loro situazione le sfuggiva il vero senso di quel rompicapo.
II |
La destinazione era davvero particolare. Una navetta per viaggi oltre la stratosfera lo attendeva in un aerodromo non troppo lontano dalla sua città. Davis si sentiva leggermente teso dalla responsabilità che gli era stata data: doveva svolgere operazioni di travaso dati, in assenza di gravità, su una stazione orbitante intorno alla Terra.
Si accomodò a bordo dello Shuttle_EV_VII, un modello avanzato e raffinato adatto alla classe business. Era la prima volta che egli andava nel vuoto.
L'accensione dei motori, il breve rullaggio sulla pista rinforzata con lastre monocellulari di kevlar, il decollo. Davis sentì l'enorme spinta verso il sedile come un poderoso, fastidioso maglio che voleva stritolargli il busto. Un irritante sibilo di compressione avvolse tutta la cellula del vasto abitacolo in cui lui, e altre venticinque persone, stavano cercando di non pensare al disagio fisico di quel momento; la pressurizzazione si completò in pochi istanti riuscendo a dar sollievo agli occupanti dello Shuttle. Erano, a quel punto, a parecchie migliaia di metri dal suolo.
Il rilassamento si fece sentire a bordo. Semoventi arricchiti da sistemi esperti all'avanguardia passavano tra le file di sedili servendo, ascoltando i desideri dei viaggiatori, dando suggerimenti su come si poteva passare il tempo a bordo. Davis era infastidito da uno di quei semoventi che fischiava, forse, per scarsa manutenzione del suo sistema di movimento.
- E' la prima volta che vola?
Davis si voltò verso il vicino di poltrona, un distinto uomo d'affari che gli sorrideva.
- Sì, veramente sì. E' la prima volta che volo verso lo spazio.
- Stia tranquillo, diventa routine anche questo; non c'è molto di diverso rispetto ad un normale volo di linea, sa?
Sorrise Davis, volendo sottolineare la condivisione compiacente all'affermazione del suo interlocutore.
- Sì, ne sono certo. Certo, è davvero emozionante la prima volta: la sensazione che si prova è forte…
- E' già molto che non abbia provato nausea. Molti si sentono male per tutto il viaggio. La compagnia che gestisce questi velivoli spende molti soldi in pulizia e manutenzione igienica degli apparecchi; anche i semoventi sono spessi portati in laboratorio… Sa, sono i primi a soccorrere i passeggeri…
Davis sorrise di nuovo, afferrando al volo ciò che quell'uomo gli stava raccontando. Guardò veloce ai minirobot e vide che erano tirati a lucido. Si rivolse di nuovo verso di lui, trattenendo uno sbadiglio.
- Quanto c'impiegheremo ad arrivare alla stazione orbitante?
- Credo che, al massimo tra un'ora, vedremo in lontananza la sua struttura riflettersi nel buio dello spazio siderale.
- Allora credo che proverò a schiacciare un breve sonnellino.
- Sì, ha ragione. Penso che lo farò anch'io.
Non dormì profondamente ma riuscì soltanto a rilassarsi quel tanto che bastava ad alleviare un latente mal di testa. Quando riaprì gli occhi vide dal finestrino di metavetro una forma indefinita di strutture metalliche tese a sorreggere una capsula tondeggiante, leggermente schiacciata ai poli; il modulo era davvero imponente, la navetta dove era lui si perdeva nel confronto dimensionale.
La stazione li attendeva e riluceva di una luce intensa e fastidiosa, a causa dei pigmenti riflettenti da cui era rivestita.
Si avvicinarono velocemente ai pontili d'attracco…
L'urto verso le barriere fu lievissimo. Un approdo perfetto, senza scosse fu la fine naturale di quel viaggio.
Scesero dal velivolo in fila paziente e s'incamminarono verso le sale d'accoglienza. Si trattava, in realtà, di saloni molto eleganti e rifiniti, ricchi d'aria ossigenata al punto giusto. L'illuminazione emulava fedelmente quella solare. La stazione Free-Earth dava così il benvenuto ai suoi visitatori.
Davis si fece portare, esaurite le operazioni di riconoscimento, nel suo alloggio da un veicolo guidato da un sistema esperto non troppo aggiornato ma efficiente. Il suo appartamento si trovava verso il polo nord della capsula, in una zona dove il fragore del quadrante commerciale, posto all'equatore, non giungeva.
Guardò il suo orologio sincronizzato sul tempo di Greenwich; aveva ancora sette ore prima di avere il colloquio col responsabile del transfert dei dati. Accese il visore satellitare per ricevere le ultime notizie e poi selezionò, dal vasto elenco, un film davvero arcaico: Nosferatu, girato nei primi anni del '900…
* * *
Il colloquio informativo era stato fluido. Davis credeva di aver fatto una buon'impressione al responsabile; pensava di aver offerto un'immagine estremamente professionale di sé, illustrando tutte le varie tipologie di interfacciamento e memorizzazione dati. Si erano accordati per i lavori di preparazione che sarebbero partiti al termine di un ciclo iterativo di produzione, tra sedici ore.
Davis aveva quasi una giornata libera in cui doveva, principalmente, abituarsi al diverso fuso orario e poi prepararsi con esercizi mentali all'assorbimento delle macro contenenti informazioni.
L'appartamento in cui si era stabilito era votato alla funzionalità estrema. Lo spazio su Free-Earth era prezioso, non doveva essere sprecato con movimenti architettonici inutili; le stanze erano particolarmente razionali e, dove possibile, dotate d'uso multiplo. Nulla era stato sacrificato al comfort; era stato previsto anche un angolo privo di forza gravitazionale - ottenuto comprimendo l'architettonica angolare dell'alloggio - in cui potersi allenare per eventuali passeggiate turistiche all'esterno della capsula orbitante. Lì fuori si poteva godere lo spettacolo della Terra che, imponente nella sua mole, sembrava precipitare sulla stazione.
Non esitò un solo istante. Si collegò col suo cavetto alla biblioteca elettronica. La ricerca continuava.
Qualcosa era cambiata dall'ultima volta in cui era stato lì dentro. Il disordine sembrava aver preso il sopravvento con una meticolosità certosina, razionale. Anche i libri sembravano esser diversi, contenenti qualcosa che prima non c'era.
Tenne nell'altra mano una lista indicizzata d'argomenti che l'avevano guidato nelle ricerche precedenti; cercò riscontri, analogie, ma sembravano cambiate addirittura le didascalie sotto ogni scaffale. La parola Sumero, ad esempio, sembrava scomparsa, mai menzionata.
Si accorse dell'ora tarda, doveva uscire da lì.
Il caos mentale provocatogli dallo stravolgimento della biblioteca gli precludeva una corretta esecuzione delle procedure d'inizializzazione neurali; soffriva, in quelle situazioni, di mancanza di risorse mentali perché tutte erano occupate nel cercare di risolvere il problema in atto. La gerarchia logica con cui ragionava Davis era semplice: preferiva risolvere un'incognita per volta, col massimo delle energie disponibili, piuttosto che frazionarsi in mille percorsi faticosi da ricostruire.
Il cavetto gli procurò il solito prurito quando si scollegò dalla sala.
* * *
La solitudine di vivere nello spazio gli piombò addosso all'improvviso. Ritornare nell'alloggio, dopo che aveva svolto le attività preparatorie al travaso, lo riempiva dello stesso vuoto presente all'esterno della capsula.
Dove si trovava era un mondo autosufficiente, duro perché doveva sopravvivere al freddo siderale. Davis capiva che, se voleva entrare pienamente in quella vita, non poteva far altro che assorbire l'asprezza degli elementi esterni, minacce permanenti dell'ecosistema artificiale.
Il cambiamento immotivato, inspiegabile, minacciava più del resto il suo equilibrio psichico. L'essere giunto a delle scoperte rilevanti che poi, improvvisamente, si dileguavano come gas leggeri impediva una continuazione razionale delle sue speculazioni mentali.
Si perse nel guardare le telecamere che riprendevano la Terra. In quel momento si trovavano esattamente sopra al Golfo Persico. Sotto di lui risplendeva tutta la Mesopotamia di colori forti, violenti. Il blu profondo del mare in cui tutta l'area era immersa dava una suggestione estrema a tutta la scena. Davis era lontano migliaia di miglia da casa, dalla Terra, da ciò che lo legava alla vita; il pulviscolo esterno di quell'angolo di galassia non era, in fondo, così diverso da lui.
* * *
Davis fu raggiunto da una visione strana durante una di quelle notti. Era circondato da Janet, Mark e Judith che avevano disegnato intorno a lui, con delle candele accese, un pentacolo. Si muovevano, loro tre, con passi di danza sincopata, come se fossero stregoni di qualche villaggio sperduto nel mondo non civilizzato. Davis cercava di colloquiare con loro provando a capire perché si trovasse in quella strana situazione.
Le parole gli uscivano a fatica; si esprimeva senza un filo logico apparente tanto che i tre non gli prestarono minimamente attenzione. Si guardò intorno, oltre il pentacolo: era nel deserto.
Qualcosa gli annunciava che quello era il deserto più antico del mondo dove la vita si era, inspiegabilmente, organizzata, evoluta verso la socialità e il progresso.
Con un'accelerazione stordente la scena cambiò radicalmente intorno a lui. Non era più nel deserto ma tra costruzioni moderne; grattacieli d'ultima generazione gli si ergevano velocemente intorno e le strade cambiavano ogni istante riempiendosi di veicoli sempre più strani, ipertecnologici e inquietanti.
Il cambiamento lo sorprese qualche attimo dopo, ancora più velocemente di quello precedente. Era ora nello spazio a bordo di un'astronave incomprensibile; stava volando tra gli astri cui non sapeva attribuire un nome. Davis era seduto su una comoda poltrona da bassa gravità, posta al centro di un pentacolo di squisita fattura e sfogliava appunti su tavolette grafiche dense di tecnologia sconosciuta, avanzatissima; il solo pensiero - wireless - bastava ad imporre la registrazione, su supporti invisibili, di una macro ad immagini mentali - pensieri - o di appunti mnemonici di basso livello.
Il corpo di Davis era rivestito da una strana tuta da cui uscivano connessioni d'importanza variabile. Dentro di sé aveva innesti biotecnologici e forse alcune protesi meccaniche d'alta ingegneria non genetica.
Il sogno finiva lì. Assurdamente ricominciava dal deserto e si reiterava, con lo stesso percorso, molte e molte volte, fino a fargli perdere il computo delle occorrenze in cui aveva vissuto. Nel sogno riuscì a pensare alla visione che aveva avuto di quei tre, persi nel giardino; collegò istintivamente la loro condizione ad un'impressione di regressione verso uno stadio dove forze evolute cercavano di racchiudere intelligenze in sviluppo. Non sentì differenza tra i costrittori ed i costretti. Poteva tranquillamente scambiare i personaggi e far fare loro una qualsiasi di quelle parti.
Il sogno, ora, era troppo vivido, troppo intellettuale per essere davvero una semplice attività onirica.
Si svegliò con la convinzione che doveva farsi impiantare uno di quei chip a proteine biologiche di memoria…
* * *
…Gli archivi, qui, possono assumere connotazioni diverse. E' già successo molte volte…
Davis parlottava con un dipendente della società per cui lavorava chiedendogli, in modo non diretto, se sapeva qualcosa del cambiamento avvenuto tra gli scaffali.
- Mi stai dicendo che le informazioni cambiano di contenuto?
- Molto di più: cambiano proprio le informazioni. Qui è, a tutti gli effetti, un mondo diverso.
Davis rifletté attentamente sul significato nascosto di quella frase. Osservò l'espressione degli occhi, l'esaltazione dei muscoli facciali formarsi ai lati del naso del suo interlocutore a mo' di serietà. Poteva significare che lì, su quel mondo, qualsiasi cosa veniva rimappata per adattarla alle esigenze locali; oppure che qualsiasi accadimento non doveva turbare l'ordine costituitosi, a costo di manomettere i fatti: necessità politica.
Pensò: la verità pura è un'utopia; qualsiasi cosa può esser vera.
* * *
L'incrinatura si era prodotta. Qualcosa d'irreparabile era avvenuto nella rete: qualche avvenimento tale da cambiare non solo i modelli di rappresentazione della realtà ma anche la materialità stessa della rete. Davis nei suoi collegamenti periodici osservava, prima distrattamente e poi con sempre maggiore attenzione, il formarsi di chiazze in espansione di realtà monocromatica, granulosa quando oscura.
Pensò al racconto che gli aveva fatto sua figlia. La disavventura di cui lei era stata protagonista, pochi giorni prima che lui partisse per Free-Earth, lo aveva scosso; si era, convinto, tuttavia, che tutto fosse stato un semplice episodio a sé, estemporaneo: un brutto incubo da connessione, come tanti ne avvenivano.
Ora però, non tutto gli appariva così semplice ed ovvio. Era come se l'ingresso di Justine nella rete, in quel determinato istante, avesse prodotto il fatidico punto di non ritorno: una sorta di distorsione che qualsiasi ingresso, in quel momento, avrebbe in ogni caso provocato.
Le dinamiche di quell'ennesimo mondo alternativo all'usuale vivevano di vita propria.
Frugando nella nuova biblioteca Davis s'imbatté in un documento forse dimenticato. Era una riproduzione fedele di un'antica tavoletta d'argilla, con incisi sopra molti caratteri cuneiformi. Era bella da vedersi, possedeva un fascino intrinseco che andava di là del valore storico o documentale; sembrava, quella tavoletta, avere un'anima iconica, autoesplicativa, che doveva raccontare qualcosa soltanto a chi sapeva ascoltarla.
Intensificò il suo collegamento, voleva rafforzare le percezioni in entrata al massimo; la sua coscienza doveva essere tutta tesa, come se stesse partecipando ad un evento emozionale. Impose le mani, graficamente, sulla riproduzione della tavoletta, immaginando d'averla realmente tra le sue dita.
La storia che si dipanò sotto il flusso della sua coscienza gli parlò di un'antica razza, scesa dal cielo a bordo di navi volanti. Essi erano vestiti di strani indumenti aderenti che coprivano tutto il loro corpo; il capo era racchiuso da uno scafandro durissimo, simbolo, per quel popolo arcaico che li vide scendere, di potere. Quegli esseri che gli antichi abitanti della terra di Sumer chiamavano Annunnaki avevano poteri immensi; potevano agire da lontano con raggi di luce, potevano volare quando volevano tramite macchine volanti, riuscivano a chiamare di nuovo alla vita le anime di coloro che erano morti…
Conoscitori della magia, avevano un difetto fisico: vedevano, tramite i loro occhi, in bianco e nero.
Sconcerto. Attimi d'impasse.
Davis non staccò le mani dalla riproduzione ma continuò a rileggere quel documento fin quando, inspiegabilmente, il calco digitale scomparve; improvvisamente Davis non riusciva a leggere più nulla, non aveva più nulla tra le mani. Era come se un messaggio medianico gli fosse stato recapitato di nascosto: lui era diventato forse un eletto? Eletto da chi, per cosa?
Andò a rivedere il log della connessione, convinto d'avere male interpretato qualche immagine oppure di essere, per sbaglio, capitato sulla linea di qualcun altro. Concretamente, non gli sembrò nulla di tutto ciò. Davis aveva effettivamente visionato quella tavoletta per alcuni minuti dopo che un apparente recapito anonimo gliel'aveva fatto trovare nello scaffale che stava ispezionando.
Un segnale con priorità superiore al suo irruppe nella connessione; Davis distrusse immediatamente i log relativi alla sua esperienza virtuale, comprendendo che la Sicurezza di Free-Earth stava per inserirsi nei suoi dati.
La perquisizione, discreta e silente ma implacabile, durò alcuni minuti. Al termine il segnale con priorità alta, semplicemente, cessò di viaggiare sulla portante della sua esperienza da connessione.
Qualcosa sembrava essersi mosso nell'immobile palude spaziale.
* * *
Le comunicazioni con la Terra erano sempre un problema di priorità. Free-Earth era collegata con dei satelliti ma essi avevano precedenza di comunicazione con la Terra piuttosto che con le stazioni orbitanti.
Quel pomeriggio Davis voleva parlare con sua moglie, doveva capire se stava succedendo qualcosa.
Il collegamento, dopo lunghi tentativi, si stabilì in modo chiaro e pulito.
- Geena?
- Ciao Davis, come stai?
- Lavoro molto, ma sto bene… Tu stai bene? E Justine?
- Stiamo bene tutte e due. Justine è spesso in rete, la vedo collegarsi di più rispetto a prima…
Geena rise a Davis. Lui, invece, si rabbuiò. I suoi timori avevano forse qualcosa di fondato? Justine sentiva la necessità di collegarsi perché, forse, era attratta come lui da quel mistero che sapeva d'antico, di monocromaticità, di soprannaturale?
- Qui ho molto da fare, Geena, davvero molto. Spero di riuscire a finire entro un mese ma non sono sicuro. Mi raccomando, bada alla piccola, la sento sola.
- Certo, non ti preoccupare… E in ogni modo Justine non è sola: ha conosciuto un bel po' di persone, ultimamente, in rete; passa proprio per quel motivo molto tempo lì dentro.
- Sì, certo… Ha conosciuto nuovi amici… Ciao Geena, devo andare ora.
- Ciao Davis, a presto.
Lui staccò la comunicazione, ancora più perplesso di prima.
* * *
Un sogno da connessione. Davis si addormentò mentre era collegato alla rete. Sulla portante del suo collegamento si inserì, subdolamente, un canale di segnali risolti come negativi. Un'ondata di nero come pece si spanse su tutto ciò che lui poteva dominare con lo sguardo e con l'anima. L'ondata rifluì, dopo poco, e il paesaggio che lasciò dietro di sé era completamente monocromatico.
Tutto sembrava così malvagio, ora. I dettagli che si vedevano erano sinistri, mal concilianti con le esigenze di serenità. Impulsi omicidi affiorarono appena sotto il livello subliminale delle immagini - castelli di perfezione digitale in emulazione medioevale - lasciando passare soltanto onde negative generate da qualcuno, da qualcosa nascosto dietro le cortine di pesanti immagini da copertura.
Il castello principale si sgretolò. Dalle macerie, esattamente da dietro, un'impressionante essenza si erse dissolvendo effigi con la sola volontà della sua personalità. L'essenza era male allo stato puro: una perfetta icona, un concentrato di tutto quanto di malvagio possa esistere. Quella visione era un'improbabile personificazione del maligno, densa di scelleratezza ed empietà.
Con atti di nequizia l'entità si divise, come in un processo cellulare, per sviluppare una colonia infinita di sue creature; il calore infernale che si sprigionava dal quel crogiolo era insostenibile mentre azioni d'infamia intollerabile rivivevano per induzione nella mente di Davis.
Tutto era così cattivo. Le atrocità di un'intera razza si srotolarono improvvisamente, come una valanga insostenibile di negatività agli occhi sognanti di Davis. Alcune figure manovravano queste scene a loro piacimento ed erano gerarchicamente superiori all'essenza stessa del male. Esse scesero, poi, dentro di essa. Si fusero.
Milioni di tavolette con scritte cuneiformi andarono in frantumi contemporaneamente. Tutti i significati lì contenuti andarono smarriti in un pozzo di scolo dove qualsiasi cosa si sarebbe persa, fin nel suo intimo. Ciò che le tavolette rappresentavano, ciò che ricordavano, fu annientato da quell'impossibile personificazione del male…
Il sogno era terminato perché Davis si era voltato nel sonno staccando così il cavetto per la connessione. Sveglio e scosso nel profondo cercò di realizzare bene quali immagini vivide avesse bisogno di vedere.
Desiderò, per la prima volta così intensamente da quando era su quella stazione orbitante, di tornare a casa. Il soggiorno tra le stelle, in quell'ambiente così precario, lo stava impaurendo. Si sentiva messo in contatto con qualcosa di enormemente superiore e potente rispetto a lui.
* * *
Jeffrey aveva conservato la sua autonomia ma, al contempo, era giunto ad un buon grado di fusione con il paziente. Gli stimoli emozionali che provava erano, per lo più, anche quelli del malato. Impressionato dal tipo di mentalità del soggetto - percepibile interpretando la disposizione degli impulsi mentali - Jeffrey provò a porsi sullo stesso piano cercando di giungere al kernel di quel ragazzo, cercando di sviscerare la malattia che lo stava disgregando.
S'imbatté in un puro disagio psichico. Granitico. Esteso. Quel patimento era tagliente tanto da provocare metastasi estese; in mezzo ad esse isole di salute relativamente buona resistevano, dando immagini di perfetto bianco e nero a definizione granulosa. Queste estensioni andavano via via diminuendo perché erano dominate da qualcosa di sfuggente, una sorta di potente essenza che stava vincendo la sua partita.
Il paziente era collegato. Lo sguardo di Jeffrey improvvisamente si fissò su quel particolare: la connessione. Causa ed effetto si erano confusi, non si sarebbe potuto stabilire se la malattia fosse partita dalla rete o se vi fosse stata immessa; doveva staccarsi immediatamente da lì e divulgare la sua scoperta.
Jeffrey diede un ultimo sguardo alla perfezione delle isole psichiche in bianco e nero, racchiuse nel candore eccessivo delle tinte chiare; notò che i colori scuri erano ben definiti se illuminati da fonti di luce, sgranati se posti in una condizione di penombra. L'intera isola era, in ogni modo, affascinante, unica e intrigante, davvero sana…
Il disastro si consumò subdolamente, in pochi istanti. Una zona marginale cominciò a lasciar intravedere il reticolo sottostante; prima ancora che Jeffrey vi ponesse la sua attenzione il reticolo stesso andò sfilacciandosi, mentre le immagini che costituivano quel frammento d'isola andavano sgretolandosi come antichi affreschi. Gli venne di mormorare un mugugno di sorpresa quando la macchia si estese visivamente. Lo sguardo cadde rapidamente alla parte opposta dell'isola: era scomparsa una porzione elevata di confine mentre il centro si dissolveva.
Il reticolo era intuibile quasi ovunque sotto le poche zone rimaste intatte. I margini erano tutti corrosi e accartocciati come carta bruciata, neri; Jeffrey li vide ergersi e richiudersi al centro che stava implodendo. L'isola era affogata nell'essenza; sembrava di percepire un moto elettrico di muta soddisfazione.
Staccandosi dal paziente, si ritrovò gli sguardi dei medici addosso.
- Sta andandosene…
- Cos'ha? È riuscito a capirlo?
- Sembra un tumore ma è molto peggio. È qualcosa di vivo e subdolo; viene dalla rete o va verso la rete, non saprei dirlo. È dotato di personalità e sta distruggendo velocemente questo ragazzo.
- Ancora una volta…
Jeffrey guardò verso chi aveva pronunciato quella frase. Il camice bianco, la mini clipboard sul bavero, l'unità di ricerca immediata che gli penzolava fuori della tasca; oggetti caratteristici di chi detiene carisma e conoscenza all'interno di una équipe medica…
- Non è il primo caso vero?
- No, non lo è. Non sono tanti ma, dopotutto, non sono molti nemmeno i soggetti che vedono monocromaticamente.
Le routine ormai native di Jeffrey non gli permettevano di replicare a quelle parole. Pragmatismo, forse una punta di cinismo gli imponevano di fermarsi.
- Ho mia moglie che mi attende qui fuori da troppe ore. Devo andare…
Lo accompagnarono, ringraziandolo e versandogli un cospicuo accredito sulla sua carta bancaria. Sorrisi e frasi di circostanza; gli specialisti ben sapevano di aver ricompensato in giusto modo la prestazione di Jeffrey ma non volevano apparire cinici come lui: non ci riuscirono, loro desideravano soltanto gloria e onorificenze per se stessi.
Gli imposero il silenzio assoluto su quello che aveva visto lì, dentro quel paziente.
- Ana, andiamo.
Sua moglie era ferma sulla sedia, gli occhi concentrati verso un punto interno, nella sua coscienza.
- Hai finito Jeffrey?
- Sì, ho finito. Possiamo andare a casa.
- Cos'ha quel ragazzo?
- Qualcosa di davvero brutto Ana, non è il caso di parlarne.
Jeffrey pensò, sussultando a Judith, monocromatica, chiusa in se stessa e nella rete…
*
* *
I templi degli Dei si ergevano su più colline.
Dominati soltanto dal cielo, dalle nuvole e dalle tempeste essi colloquiavano, tuttavia, con gli elementi tramite le loro innumerevoli navi spaziali. Un continuo traghettare dalle stazioni remote verso la Terra e viceversa rendeva i loro traffici quotidianità spicciola. La Terra vista da lì era uno stupendo paesaggio in bianco e nero, denso di poesia e unicità: nessun altro posto aveva quel profumo, varietà di paesaggi, spettacolo solare che illuminava di bianco accecante le valli, il mare, trasformando il calore in energia visiva per le loro menti.
Comunicavano tra loro in modo evoluto: reti neurali composte da innumerevoli postazioni, linguaggio iconico stilizzato, parole molto espressive che assumevano significati plurimi, efficaci anche se lette al contrario. La loro visione del mondo, piccola ma piacevole, era limitata allo spettro cromatico del bianco e nero, non troppo definito e variabile in funzione della luce che illuminava la scena. Il Sole, ad esempio, era visibile a loro come un enorme foglio bianco, senza increspature ed esteso come una sottile lamina di rame ben levigato.
La potenza fisica di cui essi disponevano era sovrumana, letteralmente. I loro sensi si sviluppavano soprattutto per via mentale e raggiungevano così tanti livelli di trascendenza superiore da essere, a volte, rapiti da quella realtà così estranea anche a loro. Altre essenze vivevano in quei livelli cognitivi, con potenza e magnetismo variabili; alcune lasciavano transitare tranquillamente i visitatori, altre - gli Shapeless - trattenevano le anime per scopi diversi, anche per assorbirle ed ingrandire così la loro enorme aura nera. Erano, queste ultime, forze primordiali esistenti da tempi così remoti che nessun'entità poteva affermare d'averle viste entrare nei loro livelli vitali: semplicemente, gli Shapeless vi soggiornavano già da quando altre intelligenze cominciavano appena ad assumere consapevolezza di sé.
Esseri prettamente cinici, gli Shapeless potevano incarnare il concetto di malvagità così bene da esserne, per un lungo periodo dell'antichità, identificati. Successivamente furono confusi con l'enorme schiera di Dei e pseudo divinità della natura e a volte dimenticati, come presto accadde agli esseri navigatori dello spazio profondo, gli Dei terrestri primordiali: i Nephilim.
Gli Shapeless divennero non proprio nemici ma, semplicemente, cacciatori dei visitatori dei loro livelli psichici; essi avevano necessità di nutrirsi di quelle energie mentali per alimentare il proprio enorme gorgo oscuro, costituito dalla collettività delle loro attività aure. I Nephilim furono soltanto una delle loro molteplici fonti psichiche.
Trainati dalle continue ricerche dei Nephilim sul mondo della magia, gli Shapeless irruppero nella realtà fisica propria della Terra in un momento critico anche per gli Dei stessi, che stavano decidendo se scomparire totalmente agli occhi degli umani o rifugiarsi nell'oblio del tempo, dove presto ci si sarebbe dimenticati di loro o sarebbero stati considerati soltanto come una leggenda persa in un tempo mitologico, esseri di pura fantasia.
I Nephilim scelsero di scomparire dietro un velo d'oblio, confondendosi con la realtà circostante, cercando di evitare la consapevolezza di se stessi per non farsi scoprire dai loro nemici… Ma una traccia flebile eppure tangibile era stata già tracciata: la genia umana. La stessa stirpe che avevano originato con accoppiamenti fisici ed esperimenti genetici aveva, talvolta, alcune loro caratteristiche - tra queste la vista monocromatica - che identificava in modo univoco, almeno fino all'avvento delle memorie genetiche, l'origine divina dell'individuo umano.
Gli Shapeless non avevano mai smesso di cacciare i Nephilim né gli altri invasori del loro mondo psichico. Shapeless e Nephilim non erano più andati via dalla Terra.
*
* *
III |
Era strano provare sensazioni di caldo a bordo di Free-Earth. Tutto era stato studiato dagli ingegneri esperti di problemi abitativi per garantire il comfort ottimale, sempre. I sensori sistemati in ogni angolo della stazione orbitante monitoravano, con cadenza di cinque secondi, i valori essenziali: umidità, temperatura, percentuale d'ossigeno ed altri gas necessari ad una buona respirazione. Eppure, quella notte, Davis provava un caldo inusuale.
Si svegliò grondando sudore dalla fronte. Il cielo della sua stanza stava trasmettendo film a ripetizione scegliendoli tra un vasto archivio online; fissò esterrefatto i fotogrammi di 2001 Odissea nello spazio, cercando di trovare verosimiglianze tra i concetti lì espressi, nell'immaginazione dell'epoca, e la loro effettiva corrispondenza alla realtà che era stata, molti anni prima…
Era ancora rapito dal sonno; il caldo dentro a quel cockpit, a volte troppo angusto, sembrava crescere col passare dei minuti. Guardò verso gli indicatori ambientali: i valori sembravano ottimali. Con un'applicazione wireless provò a vedere se nella rete ci fosse qualcosa che non andava, e lì trovò valori di routing completamente fuori standard. Sembrava che qualcosa, o qualcuno, avesse sconvolto almeno di tre o quattro valori di percentuale i collegamenti tra i vari punti nodali della rete, troncandoli o falsandoli. Al loro posto erano cresciute migliaia di nuclei in espansione cellulare che divoravano la parte incontaminata. Sembrava di assistere ad un tumore in crescita rapida, e quel distruggere generava combustione, percepibile anche fuori della rete stessa.
Davis vide l'emergenza farsi movimento, il movimento divenire azione ed infine, l'azione diventare l'esemplificazione visiva di un pensiero concettuale. Come cesoie affilatissime alcune icone con lo stemma della croce rossa stavano provvedendo ad isolare le sezioni già compromesse dal virus; larghe fette, tutte locali ed ancora circoscritte, erano tagliate fuori del resto del mondo per porle in una quarantena o forse, più probabilmente, in una stanza asettica virtuale, nell'attesa che si spegnessero. Si poteva notare, infatti, nell'interno di queste zone contaminate una consistenza spessa alcuni micron, nera, elettrica, che sembrava vivere di vita propria. Non appena quella lanugine assumeva uno spessore sufficiente corrompeva il circondario disgregandone la vivida cromaticità digitale, lasciando al suo posto una tetra, compatta landa in bianco e nero.
La lanugine era cresciuta in pochi istanti. Era diventata un'entità viva, terribile, Davis la sentiva capace di scavalcare i fossati che gli operatori della rete avevano scavato intorno a lei. Per Davis, quella era l'essenza che sua figlia Justine aveva visto quel giorno, collegandosi alla rete; fotografò con la sua mente, un attimo prima di uscire dall'applicazione, quel tumore...
Il calore nella sua stanza era sparito. 2001 Odissea nello spazio continuava a scorrere mentre l'infezione, quella che lo aveva destato dal sonno, sembrava ancora reclusa nel network.
Davis sviluppò le foto e le risolse su carta chimica, la prima che gli venne a portata di mano. Si vestì rapidamente e s'incamminò verso gli alloggi dei responsabili amministrativi, convinto che stesse per succedere qualcosa d'irreparabile: l'intervento automatico poteva non essere sufficiente per salvare la rete; Free-Earth, tutta la tecnologia che si reggeva sulla ragnatela di connessioni.
* * *
L'ufficiale di turno, rappresentante notturno delle cariche di governo locali, era affaccendato in piaceri del tutto privati; il suo ufficio risuonava - si percepiva anche dall'esterno - di risolini e mugolii vari. Davis comprese che lì dentro si stava svolgendo un festino privato, sesso sfrenato con donne compiacenti ed avide di basso potere.
Esitò alcuni istanti. Bussò.
Il piacere si fermò, impaurito da quell'inattesa divagazione.
L'occhiolino della videocamera scrutò attentamente l'esterno; Davis attese pazientemente il momento in cui fu inquadrato.
- Salve, sono una risorsa temporanea di Free-Earth. Mi dispiace disturbare ma credo di aver qualcosa da mostrare; nella rete stanno accadendo cose strane…
Il volto del graduato era arrossato dalla fatica sessuale; incredulo che qualcuno, a quell'ora così tarda, volesse qualcosa da lui provò a contenere la sua rabbia arrogante.
- Lei sa, vero, che i tentati allarmi sono puniti severamente qui?
- Sì, lo so ma… Abbia pazienza… Credo che questo non sia un falso allarme…
- Cos'ha in mano?
Davis spiegò in breve quanto gli era successo, evitando accuratamente qualsiasi riferimento a sua figlia. Mostrò alla videocamera le foto, imprecise perché riportate su banale carta chimica, di quanto stava avvenendo nella rete.
- Ma scusi, signor…?
- Davis. Mi chiamo Davis…
- Scusi signor Davis, queste foto dove le ha prese?
- Le ho scattate io, cranialmente.
- Poco fa?
- Sì, al massimo un'ora fa. Il mio timore è che ora, in questo momento, la situazione che vede qui riprodotta non sia più la stessa, bensì sia peggiorata. E' facilmente intuibile che gli agenti automatici non abbiano vita facile nel porre barriere logiche contro questo virus…
- E perché si rivolge a me?…
Davis vide i gesti che il burocrate stava facendo verso chi era con lui in stanza; stava evidentemente cercando di prendere tempo per riceverlo in un ufficio che somigliasse, il meno possibile, ad un'alcova.
- Ok salga ma l'avverto: sarò severo se scoprirò che questo è uno scherzo o peggio, se lei è un mitomane…
Davis salì le scale, i risolini erano in discesa da un'altra parte della costruzione: l'uscita di sicurezza.
Si salvò per metà. L'ufficiale gli notificò che, effettivamente, qualcosa era successo quella notte in rete; tuttavia l'intervento di risposta andava oltre una semplice quarantena delle zone infette: era stato impartito un ordine di formattazione radicale.
Si era riusciti a circoscrivere il danno a pochi lotti - isolati - grandi alcuni Gb, mentre quell'essenza che aveva percepito anche Davis sembrava essersi dileguata, nel nulla elettronico.
L'ufficiale annotò sulla scheda magnetica di Davis pesanti note che, tuttavia, non andavano oltre il sospetto; egli era sotto condizionale per il tempo che doveva ancora passare lì, su Free-Earth.
* * *
Judith aveva bisogno, ora, di riaprire gli occhi. Sentiva il pericolo premere forte su di lei, da quell'esterno che conosceva bene per l'acutizzarsi degli altri suoi sensi - soprattutto per la sensazione tattile del proprio corpo. Un attimo prima di riaprire le palpebre provò intenso terrore; in lei esisteva un micidiale cocktail di paura, rimorso, mancanza di stima verso se stessa. Judith capiva che l'intero mondo si sarebbe riversato addosso e dentro di lei, come una valanga d'acqua farebbe con una depressione profonda per troppo tempo rimasta isolata.
Poi, improvvisamente, la decisione fu presa. Le palpebre, a fatica, come porte chiuse da troppi anni che cigolano, si aprirono.
Impiegò alcuni istanti prima di riuscire a mettere a fuoco. La luce, anche se oggettivamente debole, era come un maglio sui suoi nervi ottici. Coprendosi con le mani, richiudendo parzialmente le palpebre, Judith riuscì ad abituarsi a quell'onda luminosa incerta; le venne in mente senza nessuna ragione apparente di quando lei, bambina, uscì da casa con un palloncino appena acquistato dalla mamma. Quel palloncino non era legato al suo polso ma lei non ci badò, era troppo felice per quel regalo inaspettato; improvvisamente qualcosa la sorprese, ebbe un fremito di paura troppo breve per capire che era un insetto in movimento nella siepe, troppo lungo per accorgersi in tempo di aver mollato la cordicella che teneva il palloncino; lo vide volare tra i riflessi del Sole, cangianti sul palloncino stesso e sui muri della casa vicino cui si trovava. Judith aveva capito, allora, che mai avrebbe dimenticato quella sensazione di perdita e l'angoscia di aver compreso, per la prima volta, cosa potesse significare effettivamente mai più: mai più avrebbe rivisto quel suo gioco che per lei era una compagnia; mai più avrebbe ricevuto le stesse attenzioni di quel giorno da sua madre. Il momento era passato, il sentimento anche, e lei aveva perso un altro pezzo d'innocenza.
Ecco, Judith capiva perché aveva ripensato a quel lontano giorno. Osservò bene il cielo e frugando tra i suoi ricordi riconobbe quelle tonalità di grigio chiaro, la stessa luce solare, gli stessi riflessi ambrati di un lucente così caratteristico che da soli ricordavano i paesini del centroamerica nei filmati rivoluzionari della metà '900, girati dai ribelli di nascosto dalle autorità.
Ora, le sue pupille erano più accoglienti verso le immagini. Lo sconquasso mentale che si era prodotto era pari, invece, ad un vulcano improvvisamente risvegliatosi.
Tutto il suo mondo interiore era completamente impazzito; squagliatosi al potente fascio fotonico proveniente dall'esterno, non riusciva più a conservare la coesione necessaria per sopravvivere in un angolo. Judith subiva lo scuotimento più totale, aveva dovuto dilaniare il suo precario equilibrio per salvaguardarlo da un pericolo esterno; l'esterno stesso, con la sua potenza, le disgregava ancor prima dell'orrore latente la labile sanità psichica.
Persa. Judith si sentì persa come mai in vita sua.
Distinse finalmente, tra le varie ondate di coscienza iperreale, gli strali di pura malvagità. La casa era lì, ferma sullo sfondo, imponente come solo le cose tetre e negative sanno presentarsi. Essa le lanciava continui messaggi d'angoscia senza fine, d'inviti alla dissoluzione mentre risatine diaboliche di sottofondo erano appena percepibili se solo si porgeva bene l'orecchio. Judith capiva bene che doveva opporre qualcosa d'efficace ma, principalmente, l'azione più difficile era quantificare il numero dei nemici con cui doveva confrontarsi.
Non sei mai sola. Mai!
Un'onda mentale che sovrastava le altre. Una voce femminile che le lanciava un'ancora importante. Un sentiero che s'irradiava, senza che lo avesse visto prima, sotto i suoi piedi e che portava lontano, verso la fonte da cui proveniva quella voce.
Decise di seguire quel richiamo. Decise che poteva richiudere gli occhi, ancora una volta. Capì che l'istinto racchiuso nel proprio Io l'avrebbe fatta star bene rifornendola di tutto il nutrimento psichico di cui aveva bisogno.
Un ultimo sguardo a quel mondo. I riflessi monocromatici erano ovunque mentre gli attacchi da quella casa così spaventevole continuavano incessanti; strane chiazze di bianco e nero s'illuminavano nel cielo mentre un campo magnetico alterato premeva su quel mondo. Quelle furono le ultime immagini che Judith si portò con sé, dentro di sé.
* * *
Justine rientrava, per l'ennesima volta da quando era stata attaccata, in rete. Era spinta a connettersi da una volontà di conoscenza mista a paura, pungolata da un desiderio inconscio di provare brividi di pura angoscia.
Il paesaggio che si affacciò nella sua mente, non appena completato lo startup di connessione, si presentò inquietante: nuvole basse d'elettricità statica, plumbee, si addensavano sui siti più popolati; echi visivi, concentrici, di rifrazione rendevano instabile il percorso su cui doveva camminare.
La rete stava modificandosi sregolatamente nonostante gli interventi fatti da bot istruiti da sistemi esperti. Sembrava - lì dentro - predisporsi una tempesta tropicale, immensa e violenta, che avrebbe modificato per lungo tempo il paesaggio. Quella tempesta era ancora lontana, era stata in qualche modo ritardata ma sarebbe giunta: questa era la convinzione intima di Justine.
Osservò le rifrazioni sotto i suoi piedi. La deformazione che poteva vedere mutava istante per istante tutto il mondo, sembrava di vedere uno specchio d'acqua agitato da sassi lanciati in successione. Il particolare che più la colpì fu che, inspiegabilmente, sembrava che i sassi fossero lanciati da sotto lo specchio d'acqua.
Quell'intuizione fu, per Justine, uno shock. Cui ne seguì un'altra: chi era che tirava i sassi, dall'altra parte?
L'incresparsi dell'effetto ottico - notò - lasciava visibile, per qualche breve istante, il suolo sottostante. Pensò che ciò potesse significare una sola cosa: in quel momento qualsiasi software era in grado di penetrare il muro liquido.
Si concentrò. Andò dentro il tempo ritmato delle onde ed aspettò il momento propizio, quello che intimamente sentiva essere quello giusto.
Lo spazio che si aprì, per un solo brevissimo istante, fu enorme. Justine scattò con la velocità che solo un perfetto controllo del sistema nervoso poteva garantire. Qualcosa d'appiccicoso o forse - più precisamente - di viscoso si modellò attorno al suo corpo virtuale. Poi, senza nemmeno avere il tempo di accorgersi che quella sensazione spiacevole l'aveva abbandonata, si ritrovò intatta dall'altra parte. Osservò incantata i cerchi concentrici agitarsi sopra di lei e, ancora più sopra, vide le nubi accartocciarsi e sfaldarsi successivamente in grumi monocromatici, come se fosse un'infezione.
Non esisteva più lo iato dimensionale.
Con sconcerto Justine si accorse che lì, dove si trovava, non esisteva più il passaggio che le aveva permesso di attraversare i cerchi concentrici.
Un richiamo che le giungeva forte da oltre una collina, di fronte a lei, le impose di muoversi per raggiungere quella fonte sonora.
Justine osservò ciò che la circondava: un mondo lugubre dove echi di gong risuonavano ovunque, incessantemente, con insistenza anche dentro al proprio corpo. Il paesaggio era formato da collinette irregolari dove l'erba cresceva fitta; lì non sembrava esistere nessuna forma d'intelligenza virtuale, si vedevano soltanto alcuni brandelli di software sparsi come fiori lì intorno.
Justine camminò ancora per raggiungere la collina che nascondeva il richiamo; la chiamata aveva i connotati di una voce femminile, stridula, spaventata, ma non sembrava declamare cose intelleggibili. Dopo poco, Justine era quasi sulla sommità del rilievo. Camminò ancora un poco e poi…
Dopo che riuscì a tirare il respiro osservò dettagliatamente lo scenario che era sotto ai suoi piedi.
Una casa enorme, curva su se stessa ma miracolosamente in piedi, campeggiava sulla collina prospiciente e incuteva tutta la malvagità che tratteneva a stento nel suo intorno più immediato. Le finestre erano male illuminate, in tutta la casa sembrava risplendere una luce malata, sbagliata.
Tra le tenebre incipienti Justine vide che qualcosa si muoveva intorno alla costruzione: una figura umana, sembrava un perfetto avatar di una donna. Più lontano, in direzione della luce, altre due figure umane vagavano come se fossero alla ricerca di qualcosa: tre personaggi in cerca di… Identità, o forse della via d'uscita, come pensò un istante dopo Justine.
La paura, quella più feroce e irrazionale, s'impossessò di lei. Ebbe paura di non riuscire più a fuggire da lì; provò terrore nell'osservare bene quella casa, pensò che doveva assolutamente trovare una via di comunicazione per chiedere aiuto, per far sapere che lì, in quella zona geografica della rete c'erano delle entità intrappolate…
* * *
Davis era nella discoteca a ballare con movimenti gothic. La fine del suo soggiorno su Free-Earth si avviava lentamente alla conclusione. Per scacciare la noia aveva preso l'abitudine di visitare, uno per volta, tutti i locali della stazione orbitante.
Quella sera era alla Cripta. I corpi sussultavano nello spazio di bassa gravità. Vestiti rigorosamente in nero un manipolo di giovani Gothic si agitavano al ritmo di musica sepolcrale; i riverberi elettronici di quelle sonorità dilaniavano i pensieri, spingevano a muoversi con un gelido ordine che sapeva di caos.
Davis studiò attentamente i volti di quei Gothic senza che se essi se ne accorgessero: avevano i lineamenti congelati in puri atteggiamenti interiori, persi nelle ombre che quella musica evocava in loro.
La scena piaceva a Davis. Sorseggiando lentamente un cocktail assolutamente alcolico si aggirava pigramente con lo sguardo nella sala, mirando prima i drappeggi a lutto poi il bancone, poi il mixer craniale collegato in modalità wireless con alcuni personaggi oscuri presenti lì, in uno degli angoli a gravità standard.
L'esemplificazione sonora del disagio da connessione.
Davis si accorse che le note si stavano allungando in un delay davvero infinito che stirava i suoni elettronici inverosimilmente, dando loro i connotati di un lamento interminabile. Si accorse che i dee jay manovravano interiormente, dalla loro coscienza più recondita, il banco mixer, afferrando inconsapevolmente le sottili differenze maturate istante per istante intorno a loro: quei dee jay erano connessi alla rete ed era, in realtà, la rete stessa che pilotava la diffusione sonora.
L'oscura estasi di quei suoni.
Era come se un'entità antichissima, arcaica, si digitalizzasse prima per poi tornare in modalità analogica, dopo esser passata attraverso driver booleani. Davis la vedeva: era un'essenza possente, nera, talmente profonda da lasciar trasparire solo pensieri deviati, malati, corrotti da un male illimitato.
La poca luce che era lì dentro fu ulteriormente offuscata da un'impressionante manifestazione di potenza. In accordo con le inclinazioni musicali tutti i presenti, mentre ballavano, si voltarono verso lo stesso angolo dove qualcosa d'opalescente, in rilievo, si accomodava su un sofà di velluto nero. Poi, senza che Davis apprezzasse la variazione d'intensità, ogni oggetto sembrò vivere di vita propria; così i bicchieri da caduta libera sembrarono animarsi - tramite il loro bulbo di contenimento - di una sapienza particolarmente diabolica - così avrebbe certo affermato un conoscente religioso di Davis. I cursori ad azionamento mentale del mixer ora stavano regalando ai presenti un concerto particolare, che non si sarebbe ripetuto mai più: le fibrillazioni delle tonalità elettroniche tendevano, da un delay così prolungato, a contrarsi verso suoni sotto alla soglia udibile dalle orecchie ma, sicuramente, apprezzabili da ogni altro organo interno.
Un terremoto fisico sconquassava l'esatta percezione della realtà in ognuno che era lì presente.
La dissociazione totale tra corpo e mente.
La divisione delle realtà in più livelli cognitivi.
La paura di non riuscire più a distinguere quale fosse la realtà d'appartenenza. Davis era curiosamente furioso con se stesso ma, allo stesso tempo, apprezzava le varie scale di realtà in cui era caduto. Una parte di sé non avrebbe mai voluto scegliere nuovamente quale livello conoscitivo doveva appartenergli…
Non si ricordò per quanto tempo era stato lì dentro, né cosa avesse fatto. Aveva memorie confuse di corpi che si aggrovigliavano in posizioni molto piacevoli da caduta libera, al ritmo di quella musica così opprimente eppure totale; tutti gli organismi sembravano essersi legati indissolubilmente ad ogni rifrazione sonora linkata, a sua volta, ai neuroni e alle cellule umane.
Quando Davis si risvegliò da quel regime di trance si vide vicino a due splendide ragazze, con il trucco sbavato sotto agli occhi, verso le gote. Entrambe bionde, di quel biondo ossigenato, mostravano sulla loro carnagione molto chiara i segni d'amplessi goduti e furibondi; avevano sul collo, sulla schiena ormai scoperta e all'interno delle gambe segni violacei di bocche insaziabili, vogliose di carne, di sangue, dell'anima di quelle due ragazze.
Loro, le due bionde evanescenti, erano inebetite; sembravano appena uscite da un party dopo essere state imbottite di droghe sintetiche, pseudo oppiacee. Il piacere dei sensi era ancora dipinto sui loro lineamenti…
Dolorosamente, Davis pensò che doveva tornare al suo appartamento, che doveva recuperare le energie psichiche e neurali per completare tutti i trasferimenti di dati richiesti dal committente.
Si alzò con la mente ottenebrata dalla nenia oscura. Riuscì a mettere fuori i piedi dalla Cripta.
Scosso, realizzò che l'essenza che aveva percepito giorni prima in rete si era visibilmente palesata: ora era tra gli umani, carica del suo potere ipnotico.
Il Sole si stava levando fuori Free-Earth, sullo spicchio di Terra dove sorgeva la sua casa, dove Geena e Justine stavano dormendo...
La squadra di manutenzione della capsula avrebbe dovuto pulire molto presto le ampie vetrate di metavetro; i residui appoggiatesi sopra, dallo spazio profondo, stavano coprendo tutti i contatti visivi con la madre Terra…
* * *
Mark osservava il cielo. Il plumbeo si era accentuato nelle ultime ore e sembrava davvero che qualcuno avesse proiettato lui dentro ad Il cielo sopra a Berlino. Ma lì non esistevano angeli bensì soltanto anime perfide; il senso di solitudine era così accentuato che non sarebbe certo bastata la compagnia delle sue due amiche a farlo sentire empatico.
Quel cielo era strano.
Nel profondo delle nubi poteva vedere, nei rari momenti in cui si scostavano, infiniti cerchi concentrici. La loro inerzia terminava dopo istanti lunghissimi ed essi si fermavano soltanto quando suoni di gong arrivavano dall'alto, da tutti i luoghi possibili. Mark non era sicuro di aver sempre sentito quei fonemi ma, sicuramente, la loro intensità era cresciuta nelle ultime fasi.
Ora continuava a vagare per la valle oltrepassando colline, attraversando prati, ascoltando soltanto la voce che gli giungeva da dentro di sé. Quella piccola, unica ancora di salvezza gli parlava del desiderio di tornare ai giorni in cui era sicuro di sé, in cui le promesse del futuro erano ricoperte di splendore e il palazzo in cui esse abitavano era stuccato di smalti. In quei giorni, qualsiasi cosa gli si proponesse o facesse riusciva a risolverla brillantemente con la sola potenza mentale. Mark era, al tempo, psichicamente indistruttibile, fiducioso che il passare del tempo non avrebbe potuto far altro che aumentargli la potenza perché il futuro, quello che lui prevedeva, era portatore di novità importanti, di nuove, eccitanti innovazioni tecnologiche. Mark pensava fortemente che l'umanità si stava avviando verso una nuova evoluzione tale da rendere la sua struttura fisica attuale obsoleta: la nuova release umana sarebbe presto giunta.
La promessa, però, si era incrinata per Mark. La sua mente era rimasta danneggiata e tutto si era allontanato anni luce da lui. Si sentiva in una fase di premorte, non riusciva a trovare un solo percorso che l'avrebbe potuto avvicinare di nuovo allo splendore dei suoi giorni migliori. Tornava di nuovo al pensiero, girandoci a vuoto ogni volta per ore, che chi l'aveva danneggiato l'aveva fatto davvero bene…
I cerchi concentrici erano, improvvisamente, scomparsi.
Nel cielo la visione monocromatica era appesantita da un appiattimento da calma assoluta. Un caldo mentale scendeva improvvisamente da un posto impossibile da capire, soltanto perché il vento che quei cerchi generavano era scomparso. Mark pensò che si fosse nella stessa situazione di quando la brezza cade ed il freddo batte sulla pelle, lasciandoci sopra sensazioni false di calore.
I gong continuavano a suonare ora, in quel momento, esattamente da dentro di lui. Voltandosi, egli vide una figura in cammino verso la zona in cui lui, Janet e Judith si aggiravano ormai da troppo tempo. L'immagine che ebbe di quella persona fu fattezze femminili esili, minute; pensò che fosse una ragazza molto giovane, scesa da quei cerchi come un angelo, che fosse venuta a salvarli.
La guardò camminare su quei prati. Il vestito che indossava era bianco, quasi una veste da notte. I suoi piedi rasentavano l'erba, la sfioravano mentre i capelli si adagiavano sulle sue spalle, toccandole leggermente, spettinati come se si fosse appena alzata da un lungo sonno.
La vide osservare lungamente la casa. Mark si mise seduto a guardarla attentamente, studiando ogni suo movimento; in passato lui era stato molto abile nel capire le psicologie di chi lo circondava sfruttando le sue intuizioni intime. Provò a concentrarsi, cercando di carpire ogni minimo dettaglio delle movenze di quella ragazza; percepì il suo sentirsi persa e il continuo voltare la testa in tutte le direzioni, l'alzare spesso gli occhi verso le nuvole che stava quasi a dire: che strano cielo qui…
* * *
Geena cercava disperatamente di riportare Justine indietro. L'aveva trovata bocconi sulla scrivania con la connessione ben infilata nella presa craniale a scomparsa. Era conscia che qualsiasi cosa avrebbe fatto, se non sapeva bene quale effetto ne sarebbe scaturito, avrebbe potuto farle perdere sua figlia; togliere la presa di colpo poteva anche ucciderla, interromperle qualche funzione vitale.
La prima cosa che pensò di fare fu chiamare Davis. Da tanto tempo ormai lui era sulla stazione orbitante, proprio lì, sopra le loro teste e cominciava a mancargli troppo; ma non poteva contattarlo: l'avrebbe spaventato, innervosito, stressato oltremodo e forse egli non avrebbe ben compreso il dramma incipiente. Forse si sarebbe preoccupato troppo, pensando che la situazione fosse più grave di quanto era in realtà.
Realtà…
La realtà era che Geena non aveva la minima idea se lo stato di Justine fosse normale. Non aveva mai sentito parlare di persone addormentate così profondamente in rete e, soprattutto, lei stessa non era un'abituale frequentatrice di luoghi virtuali; quel posto l'aveva sempre spaventata e difficilmente vi aveva acceduto da sola.
Provò a scuotere per l'ennesima volta Justine. I suoi occhi erano serrati in un sonno profondo: sembrava persa in un mondo onirico - così sperava Geena.
Davis stava chiamando, proprio in quel momento…
- Ciao Geena, come stai?
- Davis, meno male che hai chiamato. E' successa una cosa…
Il silenzio dall'altra parte, il momento silente di chi ha paura di aver capito.
- Geena, non sarà mica successo qualcosa a Justine?
Lo sgomento frenetico, misto a terrore, era pronto ad esplodere. Geena non sapeva più trattenerlo.
- Davis - urlò - Justine si è persa nella rete!
- …Come persa?
- Sì, persa. Si è addormentata col cavetto inserito e ora non riesco a svegliarla. E' parecchio tempo che tento di rianimarla ma niente, niente! Non si risveglia… Davis, io…
- Calmati Geena…
La voce profonda di Davis aveva sempre un effetto rilassante su di lei, questo lui lo sapeva bene. Confidava che anche questa volta fosse riuscito a calmarla.
- …Sì Davis, sono calma…
- Bene… Allora dimmi esattamente: da quanto Justine è dentro?
Gli spiegò tutto quanto lei sapeva, della sera prima che l'aveva vista tranquilla, delle altre volte che Justine era entrata in rete, dei turbamenti che le trasparivano ogni volta che tornava dai collegamenti.
Davis era convinto che tutti gli accadimenti degli ultimi tempi fossero legati tra loro. Si ricordò del sogno delle Città Sacre, dei tre che si erano persi lì… Comprendeva che tutto era cominciato davvero da quel momento.
- Geena, chiama l'ospedale, io non so bene cosa consigliarti ma loro sapranno cosa fare; ad ogni modo, stai calma, non è successo nulla, è solo un incidente che può accadere a chi si collega troppo.
La bugia era grande ma sperava di fargliela inghiottire sana, senza colpo ferire.
- Sì Davis, farò così. Tu sei sicuro che non sia nulla di grave?
- No, stai tranquilla, non è nulla di grave, fidati. Poi fammi sapere cosa dicono i medici.
- Certo. Ti richiamo più tardi. Ciao…
- Ciao…
Geena compose il numero dell'ospedale. Chiese se potevano soccorrere una ragazza intrappolata in una connessione…
* * *
Janet era collegata ad un canale musicale. Stavano trasmettendo melodie dense di sonorità oscure. La particolarità di quella stazione era l'associare immagini generate da sistemi esperti - di derivazione ludica - ad icone figlie della stessa musica.
Il rumore di fondo della rete era notevolmente attutito da pareti fonoassorbenti di formidabile spessore e durezza, impensabili in un ambiente così soffice. Accanto a lei, in quell'ambiente vasto da iperrealtà, tanti piccoli visori piatti aiutavano a risolvere l'esperienza d'immersione nelle immagini come quadridimensionale.
La potenza sonora esplose senza preavviso. Un muro possente s'interpose subito in ogni spazio esistente tra le sue cellule e lasciò soltanto un minimo iato di tolleranza, per potersi muoversi senza danneggiare il tessuto e senza sbriciolarsi. Janet sembrò apprezzare quell'intro così atipica.
Tutto era così buio, tutto sembrava improvvisamente indistinguibile; le sferzate sonore si trasformarono in carezze violente, in percussioni su tutto il corpo tramite qualcosa d'imbottito ma non violento, non ferale. Da angoli impossibili uscirono, materializzandosi, personificazioni del male; avevano indosso semplici vestiti neri e, a guardarli bene, non sembravano differenziarsi da qualsiasi altra umano. Janet provò però a fissarli nel profondo dei loro sguardi e si accorse che emanavano un odio selvaggio ma razionale, ben affinato dal tempo e dalla pratica, non stemperato dalla scellerata quotidianità.
Essi avanzavano a frotte, folate di gelo dai loro occhi. La pressione psicologica era insostenibile.
La musica ebbe un picco, alterando tutte le dinamiche armoniche che, fino a quel momento, si erano espresse. Le figure in nero, approfittando della visione sgranata di Janet, poco dettagliata, l'assalirono facendola prigioniera.
Un mugolio. Janet sentì che la sensazione di essere tenuta in ostaggio le offuscava i sensi salendo come un dolore lancinante diretto al cervello. Lo shock che provò fu un lampo dietro i suoi occhi, una luce accecante di un bianco mai visto, che la lasciò cieca per qualche istante. Successivamente percepì le immagini associate alla musica come un'icona persa in un angolo sperduto della sua visuale; gli uomini in nero si erano dileguati e l'avevano abbandonata lì, in quella stanza acusticamente isolata, reclusa in un mondo virtuale a scatole cinesi.
I suoni erano ora bassi ma incisivi. Le ondate di nero continuavano ad avanzare saturando l'ambiente; le immagini in associazione cessarono di riprodursi lasciando Janet in una sorta d'astinenza da stimoli visivi.
IV |
Davis stava preparando i bagagli. Il soggiorno su Free-Earth si era protratto oltre le sue valutazioni; il trasferimento di dati che aveva dovuto effettuare si era rivelato più pesante e articolato di quanto si aspettasse.
Molti dati-immagine si erano persi durante la dislocazione in qualche parte recondita del suo cervello, causandogli fastidiosi side-effect di disturbo che si risolvevano, spesso, in ritardi di fine trasfert. Il cervello di Davis era stato settato come si faceva con i vecchi router in protocollo TCP/IP, assicurando così la ricezione di tutti i blocchi in trasferimento ma appesantendo il traffico.
Il desiderio di tornare a casa era forte.
Sua moglie lo aveva informato degli sviluppi di Justine, riferendogli la diagnosi fatta dai medici: non si poteva far null'altro che aspettare il risveglio, la sua uscita da quel mondo; doveva farlo da sola e bisognava aver cura di non interrompere il suo collegamento al network.
Intuiva, Davis, l'angoscia che sua figlia stava provando; quasi certamente si trovava persa in un posto che lui ricordava, in perfetta solitudine. Inutilmente si spremeva le meningi per trovare una soluzione, per riuscire a portarla fuori di lì - doveva, di tanto in tanto, fermarsi perché l'indicatore biologico della sua attività cerebrale andava spesso nella zona rossa…
Il rosso.
Il colore.
La percezione cromatica…
La chiave era lì. Doveva, se voleva aiutare fuori sua figlia, diventare affine ai Nephilim e percepire il mondo in modo monocromatico.
Davis poteva riuscirci solamente con un chip di memoria genetica, opportunamente settato e inserito, perché solo così sarebbe potuto diventare psichicamente forte.
Ora aveva una forte motivazione per farlo, oltre al pensiero del guadagno in immagine professionale che ne sarebbe scaturito.
* * *
La navetta lo stava attendendo. Era uno degli ultimi passeggeri e trovò l'hostess che lo stava pazientemente aspettando all'imbocco della porta pressurizzata.
Davis si sedette al posto indicatogli da una splendida ragazza ucraina - le multinazionali dei trasporti avrebbero fatto carte false per compiacere i loro viaggiatori. Il sedile a lui destinato era vicino ad un corposo finestrino di metavetro rinforzato.
Si allacciò le cinture di sicurezza in modo da rimanere ben modellato nella confortevolissima nicchia, e chiuse gli occhi.
La Terra era di uno splendore ineguagliabile. L'avvicinamento era sempre più visibile; Davis pensò al piacere di respirare all'aria aperta, al godere della frescura notturna, al guardare oggetti lontani senza pensare al tipo d'emulazione adottata.
L'ingresso nell'atmosfera terrestre fu violento, inaspettato. Le fiamme ricoprirono tutti i finestrini di un rosso così vivace che pensò di non poter più dimenticare quel colore… Un sussulto al cuore: avrebbe presto perso la percezione dei colori, gli sarebbero rimasti soltanto i ricordi come una reliquia importante.
Pensò, per un istante, al suo collega Francis.
I sobbalzi cessarono presto. La navetta si stabilizzò dopo pochi secondi di traballo; le fiamme scomparvero nello stesso istante e un lieve calore si irradiò dalle paratie senza che esso fosse indesiderato: Davis era stato troppo tempo esposto al freddo cosmico, alle temperature controllate. Si slacciò il colletto della camicia e respirò a pieni polmoni.
Un ultimo sguardo alla Terra che ora occupava ogni finestrino della navetta: riconosceva tutte le regioni sottostanti.
Finalmente, l'atterraggio.
* * *
La prima sensazione che ebbe, scendendo dalla navetta, fu che qualcuno avesse acceso un enorme phon direttamente dalla torre di controllo. Era ormai settembre inoltrato ma il caldo, quell'anno, non accennava a diminuire.
S'infilò gli occhiali da sole entrando nel pullman refrigerato da un'aria condizionata esagerata. Poteva già scorgere sua moglie che l'attendeva nella sala orbita, con quell'aria fascinosa che le aveva sempre riconosciuto.
- Ciao…
- Ciao Geena…
Gli sguardi di due persone che s'incontrano dopo molto tempo sono spesso così intensi da non potersi descrivere. Davis aveva troppe emozioni da comunicarle ma non conosceva le parole giuste. I sensi, il tatto, un'occhiata fugace sapevano benissimo sostituirsi al verbo, comunicando così il desiderio intenso che lui aveva di rivederla meglio di qualsiasi altra frase.
La strada verso casa era sempre noiosa. Attraversarono suburbi perennemente regolari, senza sorprese; ogni costruzione si assommava all'altra dando l'impressione che tutte le edificazioni fossero state tirate su in serie.
Il vento era piacevole sulla faccia.
- Geena, prossimamente mi farò impiantare una memoria genetica.
- Come?
- Presto andrò una mezza giornata in clinica e mi farò inserire un chip di memoria genetica.
- Sei pazzo… Perché ti vuoi fare quest'innesto?
- Per lavoro Geena... Tempo fa ho collaborato con un collega innestato; lui produceva più del doppio di me, con la metà del mio stress.
- Davis, è qualcosa d'angosciante quello che mi stai dicendo. Hai idea dello sconquasso che ti provocherà? Attento, non sarai più come prima…
- Lo so, lo so…
Davis vide che sua moglie si era adirata. Il momento perfetto del ritorno si era già spezzato.
Passarono il resto della giornata in silenziosa apatia. Davis da una parte a cercare di mettere ordine alle sue cose, Geena occupata a tenere ben assettata la casa; il pensiero di entrambi era fisso su Justine, sprofondata nel letto della sua cameretta, alimentata da flebo e con il corpo ormai disabituato al movimento. Davis sapeva che doveva far presto, non aveva molto tempo se voleva salvare sua figlia dalla demenza.
Sera tarda. Linea Business dedicata. Davis era in connessione protetta con una delle cliniche controllate dalla multinazionale proprietaria del brevetto, il brevetto delle memorie genetiche. I suoi dati furono registrati e un sistema esperto gli fissò l'appuntamento. Lui sarebbe entrato in clinica tre giorni dopo, alle dieci di mattina.
Il sistema esperto gli raccomandò l'estrema puntualità all'appuntamento, pena l'esclusione dalle liste d'altri interventi d'innesto.
* * *
- Dopodomani vado in clinica…
- Non posso fermarti Davis, lo sai; ma a tua figlia, non ci pensi?
- Sì! Certo che ci penso…
Si mordeva le labbra. Non poteva, non voleva dirle tutto ciò che sapeva. Avrebbe speso troppo tempo e fatica; e poi la conosceva bene sua moglie: sarebbe scesa anche lei nel gorgo delle memorie genetiche, se solo avesse capito il vero fine che lo spingeva all'innesto.
- Geena, ne riparleremo, vuoi?
- Riparlare di cosa? Hai deciso tutto tu! Non so di cosa si potrà parlare dopo… Davis, una cosa solo ti chiedo: tira fuori tua figlia da quello stramaledetto buco!
- Sì Geena, te lo prometto. La tirerò fuori, fosse l'ultima cosa che faccio…
O forse la prima, pensò… Poteva davvero essere la prima cosa che poteva fare il rinnovato Davis.
Ebbe un piccolo brivido che Geena non notò; si era già voltata e aveva ripreso a fare ciò che, in realtà, non aveva mai smesso di fare.
Davis doveva ancora avvisare il suo capo progetto…
* * *
Lo trovò seduto come sempre, nella stessa posizione che assumeva da anni, con l'identico cipiglio. Sapeva che bisognava prenderlo per il verso giusto.
Pochi cenni di saluto. Si mirava, come in tutti i rapporti professionali, a parlare dell'essenziale: il business.
- Bentornato Davis.
- Grazie. Su Free-Earth è stata dura ma alla fine ho fatto tutto ciò che mi chiedevano. Ho dovuto combattere contro fenomeni di dispersione interna al mio cervello, fortunatamente rientrati con l'aiuto di pochi farmaci psicocoagulanti.
- Bene Davis… Qualche giorno di riposo e poi ci sarà una nuova missione…
- Magari un po' di giorni di riposo; dopodomani entro, per qualche ora, in una clinica: mi faccio innestare un chip di memoria genetica…
Il sorriso del suo superiore si allargò, come se gli avesse riferito di aver appena vinto una fornitura di droghe coinvolgenti da rete.
- Bene Davis, così potrà darci innumerevoli soddisfazioni e credo che molte altre potrà togliersele anche lei. Sono sicuro che il mondo le apparirà in modo diverso ma non come molti lo descrivono, in modo negativo. Credo che l'innesto di una memoria genetica potenzi notevolmente oltre che la struttura cerebrale anche la personalità, il modo di porsi rispetto al mondo, la forza psichica…
- Sì, così dicono…
- Beh, in bocca al lupo. Ci vediamo al suo ritorno. Faccia così: siccome immagino che ci vorrà un po' di tempo prima che lei si abitui alle nuove potenzialità, torni quando si sente pronto.
Davis soppesò la cosa attentamente: sarebbe tornato non appena fosse riuscito a riportare indietro Justine.
- Sì, va bene, farò così…
Si strinsero la mano, gelida e pragmatica cortesia.
Davis uscì dall'ufficio senza voltarsi. Fuori la giornata era splendida, piena di colori…
Di nuovo quel pensiero: i colori. Il groppo in gola ritornò forte, gli tolse il respiro per un solo attimo.
Si riprese, pensando a qualcosa di più angosciante: Justine.
Davis, ore nove del mattino. Stava dirigendosi verso la clinica.
Il traffico usuale dei giorni lavorativi lo bloccava in code interminabili. Non aveva dormito la notte precedente, la tensione era stata troppo intensa per riposare: erano gli ultimi pensieri vissuti nel modo tradizionale e poi…
L'angoscia di sapere di essere effettivamente su un punto di non ritorno.
Parcheggiò la vettura, avendo cura di staccare prima lo spinotto craniale della guida satellitare, nello spazio riservato ai pazienti in Day Hospital. Si guardò bene intorno, respirò profondamente. Si diresse verso le scalette che portavano alla portineria.
- Buongiorno, ho un appuntamento nel reparto genetico, ore dieci.
- Buongiorno a lei… Attenda che controllo. Mi dà il tesserino d'identità per favore?
Attese che tutte le operazioni di riconoscimento fossero compiute. Fu accompagnato, non appena esse terminarono, in un lungo corridoio. Salì alcuni piani. Fu portato verso una porta a due ante, ben chiusa.
Entrando in quel reparto notò le raffinate apparecchiature. La notevole evoluzione tecnologica aveva reso quell'intervento una banalità ambulatoriale: poche ore e si poteva tornare a casa, come nuovi. Come un altro…
Si sedette, nell'attesa che s'intervenisse su di lui. Una porta a vetri lo separava dal locale dove l'intervento sarebbe stato effettuato; il vetro divisorio era offuscato ma permetteva di vedere le ombre che si muovevano dall'altra parte.
Attese pazientemente.
- Venga, si accomodi, non abbia timore.
Il sorriso ampio, deciso e senza ombre dello psicotecnico lo mise a suo agio. C'era qualcosa di studiato nei suoi modi e, senza dubbio, sembrava funzionare.
Davis si rilassò; si accomodò su quell'ampio lettino che gli ricordava, in qualche modo, il sedile della navetta spaziale…
Un filo lunghissimo di ricordi sembrò dipanarsi da quel pensiero, in libera associazione; intuì la direzione dei flussi mentali e s'impose di interromperli.
- Ci vorrà molto?
- No….. in un'ora al massimo avrò terminato; a quel punto le interromperò il collegamento inibitorio. Passeranno pochi minuti ancora e lei potrà tornare a casa, alla sua solita vita.
- Capisco… Dottore, lei è un impiantato?
Non rispose ma sorrise.
- Lei può anche farmi tutte le domande del mondo, ma mica vorrà che risponda a tutto, vero?
Davis sorrise a sua volta.
- No, ha ragione, non posso pretenderlo…
Il colore sano della carnagione dello psicotecnico fu l'ultima cosa che notò prima di essere interdetto elettricamente. Poi il nulla, lungo una brevità appena apprezzabile.
* * *
Risveglio.
La prima cosa che Davis vide fu la luce che entrava dai finestroni: fastidiosa, inusuale, potentemente e totalmente bianca.
Davis si coprì gli occhi. Si disse mentalmente: questo trapianto, di questo particolare tipo, l'ho voluto io… L'ho voluto io…
- Come va, signor Davis?
- Non… Non lo so ancora, dottore…
- Ci vuole un po' di tempo per abituarsi, in effetti; lei, poi, ha scelto un tipo d'impianto che cambia radicalmente il modo di vedere le cose, letteralmente…
- Sì, sapevo questa particolarità ma… La mia professione… Mi serviva…
- Si rilassi ora. I discorsi importanti… Abbiamo sempre tempo per farli.
Davis si guardò intorno, attentamente. Il fastidio del bianco che lo accecava era scomparso o, perlomeno, attenuato. Prestando bene attenzione agli sconvolgimenti silenziosi che si susseguivano in lui udì una voce flebile ma crescente, una sorta di seconda, terza, ennesima anima che crescevano sempre più rapidamente. Parallelamente alle funzioni psichiche si andava sviluppando anche una moltiplicazione esponenziale delle percezioni del suo corpo; le braccia, le gambe, tutta la sensibilità tattile del fisico si stava allargando su scala logaritmica cosicché gli sembrò di essere un enorme carapace in grado di toccare, contemporaneamente, gran parte della stanza in cui si trovava.
Davis si stava espandendo come un gigantesco pesce palla ma fisicamente, osservò ponendosi davanti ad uno specchio, era esattamente uguale a prima.
La dilatazione della coscienza, pensò.
Ore quattordici.
Davis era seduto in una saletta particolarmente accogliente. Le differenze cromatiche dell'arredamento gli sembravano ora meno marcate, ma l'esatto ricordo di come le aveva percepite fino a poche ore prima l'aiutava a ridefinire la mappatura dei colori nel bianco e nero.
Sentiva meno pesante il groppo in gola, stava nettamente meglio; le espansioni delle sue facoltà spazzavano via le nubi del dubbio, dell'angoscia. Pensò, per la prima volta da quando si era risvegliato, a Geena.
Non sapeva dove fosse ora, cosa stesse facendo. Avrebbe voluto comunicarle che stava bene, che stava molto bene, che tutto sembrava aggiustarsi. Voleva rassicurarla, ora si sentiva forte, davvero molto, e avrebbe voluto che lei che non avesse più paura di ciò che sarebbe successo.
Tutto poteva davvero risolversi.
Ore sedici.
Un'infermiera bussò alla porta della stanza dove Davis stava confrontandosi col mondo, soprattutto interiore.
- Signor Davis?
- Sì?
- Tra mezz'ora dovrò accompagnarla all'uscita…
- Il mio tempo in Day Hospital sta scadendo, vero?
- Sì, normalmente lei dovrebbe esser già uscito; abbiamo fatto un'eccezione, vista la particolarità dell'intervento…
- Grazie signorina, appena tornerà ad avvisarmi uscirò immediatamente.
Davis continuava ad osservare meravigliato, il mondo. Gli schermi da terminale avevano ora una definizione peggiore di quanto la ricordasse. Poi', d'un tratto, capì: gli angoli in cui le apparecchiature si trovavano erano allocati in un punto, in quel momento, poco illuminato. Li percepiva con una definizione approssimativa, sgranata gli venne da definirla. Quella zona dello studio sembrava esser carta di giornale gonfiata dall'umidità; nel rilievo si stavano adagiando le immagini che percepiva.
La porta si aprì. Davis si alzò da quella comodissima poltroncina.
La testa gli girò per un breve attimo perché tutte le sue neoanime erano in profonda elaborazione da esplorazione; il loro idle time era prossimo a zero.
* * *
Al ritorno a casa, il pomeriggio inoltrato si era disteso sopra agli alberi, sulle macchine parcheggiate, su qualsiasi cosa si presentasse alla visione di Davis. Tutto era sgranato, lui doveva strabuzzare gli occhi per percepire decentemente le cose.
Le persone che incontrava camminavano come sempre, ignorandolo. Esteriormente sembrava davvero non essere cambiato nulla.
Qualcuno di sua conoscenza lo salutò con il solito modo, distrattamente mentre si affaccendava nelle sue attività.
L'appartamento risuonava della mancanza di movimento. Davis ebbe un'improvvisa folgorazione: Geena se n'era andata. Cercò disperatamente nelle stanze e, non avendo trovato nemmeno Justine, cercò qualcosa che l'aiutasse a capire cosa fosse successo.
Su un mobile dell'ingresso trovò una clipboard da appunti che emetteva segnali luminosi, a mo' di richiamo. Prese in mano quella tavolozza elettronica e si sedette, improvvisamente stanco, sul divano.
Premette il tasto d'invio.
L'immagine di sua moglie apparve in un'espressione che tentava di mascherare il sommovimento dei suoi sentimenti.
- Davis, sono andata via… Ho portato Justine con me in un posto tranquillo, dove attenderò che esca da quest'orribile incubo. Non preoccuparti per me, ora che hai qualcos'altro cui pensare… Immagino che avrai innumerevoli cose, ora, che riempiranno la tua capace mente…
Scorse dell'ironia graffiante, disperata in quelle parole. Tante stilettate si affondavano nel suo torace, dritte al cuore.
- Non so se tornerò, Davis. Non so cosa farò né dove andrò, se ti lascerò per sempre. Per il momento so dove rifugiarmi, so dove tenere tranquilla Justine…
Non sarebbe più tornata, ne era sicuro…
- Spero che i medici che ti hanno tenuto in cura sappiano come assisterti, nel caso ti sentissi male… Ciao Davis…
L'ultima sequenza di quel clip, che rivide molte e molte volte, mostrava Geena perplessa, dubbiosa se stesse facendo qualcosa di giusto.
Davis si guardò intorno: la sera stava finendo di calare, anche nel suo appartamento, e per la prima volta si trovò a gestire quel buio così invisibile senza che nessuno potesse aiutarlo, guidarlo se qualcosa fosse andato storto.
Sentì un moto di sconforto salirgli direttamente dallo stomaco, sussultargli nei ventricoli, prendergli la gola. Ricordò sensazioni analoghe perse nel tempo: lui adolescente, forse bambino che camminava dietro al feretro della madre morta; suo padre lo rammentò immerso nei pensieri, di fianco a lui, proprio mentre il corteo funebre si arrestava mestamente davanti alla basilica ortodossa - la fede di sua madre …
I colori di quel giorno erano violenti; le lacrime che gli sgorgavano dagli occhi le ricordava brucianti e suo padre sembrava essere diventato così mesto… Nulla in quel giorno doveva esser vissuto. Tutto allora sembrava crollare addosso senza che si riuscisse a pensare al domani…
Solo un ricordo tristissimo, si disse all'improvviso.
Davis doveva attingere da dentro di sé. Il futuro era appena dietro l'angolo e soprattutto, soprattutto, Justine era davvero in difficoltà da troppo tempo ormai.
Accese l'abat-jour nel corridoio da un comando remoto; si alzò e, osservando con gli occhi densi di bianco e nero la sua casa, gli sembrò di essere dentro un film di Marlowe o di qualche poliziesco degli anni 30 o 40…
Il suo corpo era potentemente in espansione. La sua psiche era piena di tentacoli che spaziavano verso i confini della curiosità e della sapienza.
* * *
Era sola. Aveva l'impressione che in quel luogo non esistesse differenza apprezzabile tra il giorno e la notte.
Justine guardava le ombre formarsi sul prato e non riusciva a capire perché, la luce, a volte veniva da un luogo di fronte a lei e poco dopo si era spostata così rapidamente tanto da esserle dietro. La noia di un paesaggio che cominciava ad essere sempre uguale, mai nessun'emozione particolare, cominciò a sostituirsi ad uno stato d'agitazione, originato da un movimento incongruente della casa verso un'altra zona del prato.
La costruzione si era spostata dalla collina, era scesa dalla sommità verso le vicine pendici; poi, però, aveva cominciato una manovra d'avvicinamento, impercettibile, verso Justine stessa, lasciando tracce di arato sul terreno visibili fin a dove era lei. Non si udiva rumore. Non si sentivano odori particolari.
La casa assunse, repentinamente, una configurazione orribile. Semi accartocciata su sé, come se fosse di cartone, strizzò dal suo interno verso gli spazi contigui essenze di ciò che conteneva: nero viscoso, come pece, che impiastrava larghe chiazze di erba, già scure di loro. Quel liquido così colloso rimaneva immobile nella posizione di fissaggio sui fili d'erba, facendo apparire questi ultimi come capelli trattenuti da gel tenace, puntati verso l'alto.
La casa l'aveva trovata, lo sentiva. Justine si accorse che guizzi sempre più estesi di quell'essenza nera puntavano verso lei. Un impossibile sottofondo musicale sembrò levarsi dalle vicinanze della costruzione: sonorità oscure, inquietanti, ritmate davano l'impressione di prendere il controllo di vaste aree adiacenti alla casa, puntando anch'esse verso Justine.
L'assalto sembrava cominciato.
Justine cercò con lo sguardo impaurito solidarietà; non era in grado di quantificare da quanto tempo era lì, ed era certa che quello fosse un attacco mentale, poderoso, schiacciante.
Si mosse da dove era tentando una fuga ragionata. Le lievi colline che aveva dietro di sé non consentivano nascondigli; con un brivido si accorse che la provenienza di quella luce che impregnava tutto il paesaggio era nuovamente cambiata.
Sollevò gli occhi. Qualcosa continuava a consumarsi oltre le nuvole, divorato dal tumore nero: larghe zone di cielo divenivano monocromatiche, a grani.
Pensò: il buio a grani.
La musica, nel frattempo, non era ancora cessata ma l'attacco sembrava ridimensionarsi. La casa non si muoveva più come prima, i solchi lasciati sul terreno diminuivano di lunghezza col passare dei minuti - Justine si augurò che lì, in quello strano mondo, i parametri spazio/tempo fossero una perfetta emulazione di quelli terrestri.
In un sogno ad occhi aperti lei percepì qualcosa cambiare, senza avvisaglie. Una piccola onda d'urto si era abbattuta lì intorno e l'aveva fatta barcollare, per un breve instante.
Si guardò intorno ma non vide assolutamente nulla che potesse giustificare quel sommovimento. Ripensò istintivamente ai cerchi concentrici attraverso cui era passata, intuendo che il mondo vero e quello in cui si trovava erano legati da fili invisibili, dove determinati influssi reali si ripercuotevano nel virtuale.
Comprese di essere stata lei la causa della formazione dei cerchi concentrici, scomparsi non appena aveva cominciato ad appartenere ad un altro stato materiale.
La via di fuga continuava a non apparirgli chiara ma forse, forse, qualcosa poteva succedere se alcuni stimoli esterni fossero stati in grado di modificare l'ambiente lì sotto…
Justine non riusciva a raggiungere le figure perse nello sfondo, ora visibili. Erano i tre individui che aveva avvistato in precedenza e che, inspiegabilmente, lei non era riuscita a raggiungere perché scomparsi dalla sua vista.
I suoni di gong ripresero incessanti come in un moto perpetuo cui ci si fa l'abitudine…
* * *
Judith vedeva con la forza della sua mente una sconosciuta; non sapeva da dove provenisse. Vedeva e sentiva perdersi quella ragazza nei meandri dell'entità viva, perfida, insediata nella casa. Lei, quella ragazza, era in completa balia del mostro che si agitava nella casa.
La potenza della sua mente, Judith, la giudicava accresciuta nelle ultime ore. Aveva imparato a scoprire nuovi angoli bui della psiche illuminandoli d'onnipresente autocritica, di costante voglia di scoprirsi. Le stanze che aveva aperto dentro di sé erano grezze, ricche di rivestimenti grossolani e le percepiva in un bianco e nero diversamente possente, primitivo e per questo infinitamente lontano presenze della costruzione.
Quelle sue stanze erano stipate d'energie intatte: un ricettacolo di scappatoie nemmeno pensate. Vi aveva acceduto non appena le aveva scoperte e valutate.
Il primo risultato fu lo scomparire dalla vista dei compagni; si accorse di questo quando captò pensieri - di Mark - che urlavano: Judith, Judith dove sei?
Notò, improvvisamente, che era da tempo che non sentiva più pensare Janet. Sembrava che fosse scomparsa nel nulla, in una delle sue molteplici ricerche di scappatoie per fuggire - attraversandola - dalla rete.
Il punto di forza del gruppetto ora era lei. Sentì che doveva appellarsi a quella nuova ragazza e che doveva reclutare, scacciandogli i fantasmi mentali, Mark.
Judith provò a collegarsi mentalmente con quell'adolescente che, di rimando, le visualizzò a lettere infantilmente grandi il suo nome: Justine…
- Judith, sono Mark… Sento che ci sei…
- Sì, ci sono…
- L'ho vista arrivare da poco tempo, quella ragazza… E' arrivata quando sono scomparsi, dal cielo, parecchi cerchi concentrici…
Mark inviò mentalmente a Judith le immagini di quello strano evento.
- I gong non cessano mai di risuonarci dentro, Mark
- No, è un supplizio continuo… Ah, Janet è stata fatta prigioniera…
Mark le raccontò ciò che lui aveva visto mentalmente della discoteca insonorizzata…
I gong continuavano a risuonare ovunque, fuori e dentro di loro. Justine ora sembrava più vicina al posto dove Mark e Judith si trovavano; stava camminando furtivamente per non farsi scoprire da qualcosa che la stava terrorizzando fin dentro la sua anima.
V |
Francis percepì all'improvviso un cambiamento repentino - pochi istanti - nella tensione della rete tra gli impiantati.
Quel network - una particolare WLAN nativa - costituito da primitive inserite nelle memorie genetiche, permetteva un rapido scambiarsi di informazioni al di fuori dei canali usuali; era soltanto una delle innovazioni, a volte implicite, che sperimentava chi si faceva installare uno di quei chip biologici.
La vibrazione che arrivava direttamente al cervello di Francis aveva il potere di aprire un socket verso la fonte dell'impulso. Il rapido scambiarsi d'informazioni preliminari gli dava un leggero sapore d'elettrolisi sulle labbra, con sfumature di volta in volta diverse, tanto che col tempo aveva imparato a distinguere le varie situazioni già dalla rapida sapidità fissata sulla sua lingua.
Il canale su cui queste informazioni viaggiavano era di derivazione ESP. Tutti gli esperimenti che erano stati svolti sulle capacità extrasensoriali avevano stabilito che le vie trasmissive ausiliari esistevano ma su altri piani dimensionali; ciò non toglieva la possibilità di uno sfruttamento tecnico, a patto che fosse sviluppata una nuova tecnologia capace di interloquire con le primitive dimensionali, proprie di ogni realtà.
Francis, queste primitive, le aveva già sviluppate di suo, ancor prima che ricevesse una memoria genetica nel cervello. Egli aveva sempre avuto predisposizione a comprendere i pensieri degli altri. Fin da bambino si era spesso trovato in una posizione di superiorità rispetto ai suoi coetanei, indovinando con apprezzabile tempestività le loro mosse.
Col passare del tempo Francis aveva affinato le proprie tecniche. Alcuni anni dopo fu uno dei primi a credere nell'avvento dei nuovi chips craniali; fu allora che decise di impiantarsi con delle memorie genetiche.
Un'immagine olografica si formò nella mente di Francis: Davis. Egli comprese in un attimo che Davis si era fatto installare un chip genetico. Francis prese delle informazioni sulla configurazione standard che il suo collega aveva ora, sfruttando la WLAN e le note inserite come non riscrivibili in ogni chip da impianto; vide che aveva una conformazione molto simile alla sua anche se corredata d'alcune patch d'aggiornamento rilevanti.
In quel momento Francis si trovava in un bagno di soluzioni saline per facilitare certi processi elettrolitici. I pensieri in cui egli era impegnato vertevano su alcuni aspetti religiosi, più precisamente riguardavano le pratiche magiche e i rituali aventi come soggetto gli eventi astronomici. Quei pensieri sembravano ricevevere giovamento dal bagno salino…
La stanza dove Francis si trovava era il bagno di casa sua, opportunamente attrezzato. Le sue osservazioni si riflettevano sul soffitto e lui le rileggeva, in un loop perverso di conoscenza che si rimappava ogni volta: infiniti gradoni che si sviluppavano, affinandosi, sopra ai precedenti. Stava costruendo una Ziggurat personale su un terreno solido.
Ogni sua attività cerebrale sembrava velata da un'opalescenza; filtrandola, essa assumeva una coreografia da collage di films di Frank Capra. La sgranatura delle immagini si risolveva in rifrazioni di zone d'ombra e, a guardare bene la scena, Francis s'immaginava di essere all'interno di un caleidoscopio dove vedeva solamente una serie infinita di zone variabili tra il buio e la luce…
Tutta la sapienza dei Sumeri gli si presentava, ancora una volta, nitida, senza equivoci. Dopo anni di intenso studio delle dottrine esoteriche Francis sapeva benissimo quali legami aveva il mondo moderno con quello antico; sapeva bene quale era il punto d'inizio di qualsiasi sapienza e vitalità e cosa si era originato da esso. La calma interiore che egli possedeva era solo il pallido riflesso della monumentalità della sua conoscenza; Francis poteva comprendere l'universo senza muovere un solo dito, facendo girare la sua mente con la forza dell'inerzia data da anni d'applicazioni e studi.
Decise di uscire da quel bagno. Un lieve friggere dell'acqua densa di sali sulla sua pelle gli confermò che la ricarica delle batterie era arrivata alla fine. Francis era ora come un enorme accumulatore saturo.
* * *
Francis era interfacciato con i tomi della Biblioteca Interdisciplinare, cui spesso Davis si collegava remotamente con diritti da utente semplice. Migliaia di input giungevano alle sue sinapsi scavando microsolchi necessari agli input successivi. In ognuno di quei solchi era lasciata la traccia per un successivo attracco d'informazioni aventi la stessa tipologia: era un tipo di paginazione necessario affinché milioni d'input fossero catalogati correttamente e in fretta, per facilitare nuove associazioni relazionali. Tutta l'esistenza di Francis era organizzata in rigidi scaglioni logici; gli imprevisti sarebbero stati indirizzati in uno specifico contenitore "varie" insieme ad altri eventi bizzarri o comunque fuori standard.
Fermo sulle proprie gambe Francis appariva granitico e dava l'impressione di un'enorme cisterna, pronta a traboccare di densità non convenzionali.
La natura dei suoi rapporti col passato, quello arcaico, che nessuno poteva raccontare o tramandare, si era dispiegata maestosamente durante gli ultimi collegamenti settimanali. Francis aveva l'impressione che qualcosa si stesse smuovendo occultato all'ordinaria coscienza. Gli sembrava, nelle ultime sessioni, di percepire il risveglio delle forze antiche, ancora più arcaiche dei Nephilim e coincidenti, almeno agli occhi dei Nephilim stessi, con il popolo primevo, quello magico. Si poteva andare diretti, così, verso la radice delle sapienze occulte, dove viaggiare tra gruppi planetari non significava più essere Dei dal potere sconfinato ma soltanto entità con capacità tecniche o psichiche.
Impassibile, Francis sedeva sul suo trono virtuale e da lì gestiva le informazioni con cui nutriva la sua insaziabile sete di sapere.
L'essenza di molti millenni fa, di tutte quelle innumerevoli decine di migliaia d'anni, si alzò da un punto insignificante della Biblioteca Interdisciplinare e si tese verso una zona strategica da cui avrebbe potuto dominare, con effetto duraturo, tutta quella branca di sapienza virtuale. Francis si rese presto conto, guardando di rimando alcuni log di poche settimane prima, che quello che stava osservando era la fase risolutiva di un attacco provato in precedenza, fin nei minimi dettagli. Successe, in quelle occasioni, che vennero occultate stringhe falsamente a caso di testi mesopotamici, in seguito rimesse nel luogo dov'erano.
Quegli attacchi, in realtà, furono fatti e resi visibili solo ad una ristretta cerchia d'utenti: ad esempio, gli abitanti di stazioni orbitanti come Free-Earth: chi dimorava nelle stazioni spaziali aveva ben altri problemi che consultare risultati di ricerche antropologiche.
Le essenze di quel mondo vetusto e dimenticato, esistente solo nelle pieghe d'antichi manoscritti, stavano rispuntando nella modernità di un mondo nuovo, virtuale, ennesima dimensione possibile di un universo; sfruttavano il tecnicismo per loro di poco superiore all'età della pietra.
Francis provò a guardare delle creature dense, viscose, dove la luce si perdeva dentro: erano nere, quelle essenze, e intrappolavano le immagini dentro di loro; lui poté vedere soltanto dei grani di buio davvero immensi…
La flemma di Francis s'incrinò, minata dalla certezza che nulla avrebbe potuto fermare quell'ondata di soffocante psichicità, distruttiva se solo lo avesse voluto.
* * *
Janet era ancora rinchiusa nella prigione. Pensieri uditi mentre si diffondevano nella rete le suggerivano ipotesi drammaticamente disfattiste; sembrava che chi l'aveva rapita era in grado di travestirsi, di apparire tutt'altro che insidioso. Si diceva che poteva propagarsi con la velocità che solo la rete sapeva garantire.
Nel frattempo, la stanza dove le note musicali si risolvevano come costrutto visivo era scomparsa. Al suo posto, con gran sorpresa, si era materializzato un altro pannello visivo che sembrava mostrare le immagini della casa, la stessa che inorridiva, durante i tentativi di comprensione, Mark, Judith e...
Janet scorse una terza ombra che, non troppo nitidamente, si aggirava nel raggio d'azione della costruzione; le fece rapidi zoom mentali per assicurarsi una comoda visione della scena, lottando con il dettaglio che andava sgranandosi velocemente nel buio. Janet notò che dei riflessi sonori si trasformavano in visivi: rumori di gong che saturavano l'aria mefitica della zona apparivano come anelli di metallo buio, sporco.
La casa, sullo sfondo, vibrò come se stesse sgretolandosi, come mai aveva fatto; Janet sembrò bearsi di quel suono così terribile. Gli scenari finalmente - le venne da pensare - in qualche modo stavano reagendo: il cammino verso il momento finale sembrava avvicinarsi.
* * *
Una cortina di sonno impenetrabile calò sulla valle. La prima ad accorgersene fu Justine mentre era intenta nella marcia d'avvicinamento verso Judith e Mark.
Justine osservò attentamente l'intensità delle ombre sul terreno aumentare, farsi netta, definita come se divenisse qualcosa di vivo, di palpabile e non più bidimensionale.
Quel processo sembrò prendersi un tempo talmente lento da apparire statico; le ombre tendevano a cementarsi col passare dei secondi ma ciò che le tradiva era il cielo, sempre più plumbeo. Lo scenario della casa stava mutando radicalmente, proprio dall'interno della costruzione che andava svuotandosi di qualsiasi cosa lì dentro vivesse.
Justine osservò casualmente l'erba sotto i suoi piedi. Alcune macchie di pece, dello stesso nero viscoso che era stato spruzzato dall'interno della casa, ora spuntavano dal terreno come se fossero fili d'erba rimappati in steli d'orrore. Lo sconcerto lasciò immediatamente posto ad un'angoscia muta, talmente insostenibile che Justine non seppe più cosa fare per scrollarsela di dosso.
Osservò la costruzione afflosciarsi lentamente su se stessa. Provò a girare dall'interno della sua anima verso l'esterno, cercando di passare attraverso i rovi di puro panico che le crescevano dentro imbrigliandole la coscienza - sperava di preservarla dall'attacco al kernel del suo essere...
Fu toccata da qualcosa di vivo, di molle, che emanava vibrazioni in qualche modo affini a lei. Si voltò e vide un volto femminile vicino al suo fianco: Judith. Lei aveva gli occhi serrati come li terrebbe un cieco ma il suo volto faceva trasparire una vitalità interiore impressionante. Justine associò immediatamente Judith ad un vulcano con il cratere principale occluso, prossimo ad esplodere verso il mondo.
Judith era una sorta di Krakatoa emozionale.
* * *
Mark si lasciò andare, convinto che nulla potesse più raddrizzarsi ormai. Aveva percepito il sottile mutamento atmosferico che si era prodotto nella valle in cui erano reclusi ma non riusciva a scorgere alcuna d'uscita.
Il mondo, lì, sapeva ancora d'oscurantismo, un senso interiore che lui poteva interpretare bene. Mark si continuava a sentire un semplice ingranaggio deteriorato all'interno di qualcosa enormemente grande, non più controllabile, di cui si sentiva soltanto un elemento passivo.
Il crescere di fili d'erba neri, direttamente dal suolo, non fu altro che l'ultima di una serie cronologica d'avvenimenti straordinari, inspiegabili. Mark osservò la casa accasciarsi su sé senza provarne esultanza: sapeva bene che era soltanto un'evoluzione verso il degrado, verso la corruzione di un piano inferiore.
Mark vide Judith approssimarsi verso quella ragazza giunta lì da poco, verso Justine. Osservò distrattamente, in modo distaccato l'andamento di Judith. Lei aveva un passo sicuro nonostante le palpebre serrate. Dignitosamente si muoveva, con fierezza, quasi ignorando l'orrore incipiente.
Poi, senza preavviso, Mark si accorse che sotto la casa spuntava qualcos'altro. Prima ancora di capire cosa fosse si gettò, d'istinto, verso Justine e Judith cercando di farle cadere in terra per preservarle da...
Non sapeva cosa fosse la sagoma che spuntava dal sottosuolo, generata dai fili d'erba neri, ma gridò convinto, come da troppi mesi ormai non faceva più, tutta la sua forza e sicurezza interiore ritrovata improvvisamente. Una nuova istanza energetica gli stava crescendo dentro e tutta la sua psiche sembrava miracolosamente guarita.
Mark era pronto al combattimento e poteva essere lui, questa volta, il punto di forza del gruppetto. Egli analizzò freddamente cosa poteva essergli accaduto dentro, all'improvviso, e l'unica spiegazione che seppe darsi era che la paura e l'inconsistenza psichica che in lui viveva, semplicemente, si era annullata come radioattività decaduta.
Raggiunse Judith e Justine.
* * *
Judith non avrebbe aperto gli occhi per nessun motivo al mondo, tanto più ora che sentiva crescere la potenza in sé.
Era appena giunta a Justine, e anche Mark lo sentiva nei suoi pressi farsi forte. Pensò che la forza delle parole poteva dare un giusto indirizzo a loro tre; sperava di far aggregare anche Janet, non appena l'avessero rintracciata.
Judith doveva finire l'aggregamento con gli altri, come se tutto fosse un gigantesco rendez-vous. Si rivolse a Mark…
- Gli eventi sembra stiano precipitando...
- Pare di sì Judith.
Justine cercava ancora spiegazioni razionali a quello che le stava accadendo intorno.
- Ma voi, è da molto tempo che siete dentro questo incubo?
Gli occhi di Judith si mossero con frenesia, come se stessero impazzendo.
- Sì, è molto. Per Mark forse è stato un ulteriore motivo d'angoscia esser qui, senza che si fosse riavuto dalla sventura precedente.
Mark ritenne di dover fornire maggiori spiegazioni a Justine. Le fece un riassunto efficace di ciò che la sua vita era stata nei mesi precedenti.
Justine, di contro, si presentò rapidamente, aggiungendo in che modo era entrata lì, da dove proveniva, e quali fenomeni aveva sperimentato su sé le altre volte che aveva frequentato la rete.
Judith riprese la funzione dell'oracolo che tanto le si addiceva…
- Mi sembra ovvio collegare gli eventi. Justine, sei stata tu a modificare i campi d'energia qui, con la tua venuta... I cerchi concentrici si sono creati per induzione dopo che sei entrata a far parte del campo magnetico. Tu hai fatto pesare il mondo reale su quest'alternativo, facendolo vibrare con il tuo ingresso in rete... Ma tu sei stata soltanto un soggetto involontario, uno strumento di volontà sconosciute.
La sicurezza di quella donna era esemplare. Concetti taglienti, espressi senza possibilità di equivocabilità. Justine volle replicare.
- Ma questi gong che si sentono, li sentite anche voi? Cos'è che risuona?
- Sì, li sentiamo tutti noi. Sono le anime arcaiche, le essenze esistenti da sempre. Ci chiamano per annullarci, perché noi vediamo le cose in modo diverso...
Judith spiegò a Justine le loro peculiarità monocromatiche.
- Ogni guerra ha le sue vittime innocenti... Justine, cerchiamo di uscire da qui prima che sia troppo tardi…
Judith guardava dal profondo del suo terzo occhio, sempre più sviluppato, il formarsi di nuove linee geometriche sul terreno. Riusciva a proiettarle agli altri in una vista dall'alto: le linee avevano la stessa definizione e precisione di quelle tracciate a Natzca e in centinaia di altri posti arcaici della Terra. Il contrasto che la sua vista in bianco e nero le regalava era superbo, nessun innesto di colori avrebbe saputo significarle meglio le costruzioni che vivevano, che stavano alzandosi al posto della casa...
Le Città Sacre riemergevano dal sito del tempo passato, senza che chi le abitava nei tempi remoti potesse definirsi ancora il padrone.
Le Città Sacre erano occupate da una moltitudine d'essenze nere, senza fine.
Judith, Mark e Justine osservarono attentamente la scena, inorriditi ognuno nel proprio intimo ma disposti a non lasciare andar via banalmente la propria anima. Sapevano che correvano il rischio di perdersi definitivamente.
Dal sottosuolo la prima Città Sacra, Eridu, si sollevò con fragore, intrappolando Mark. Judith e Justine in una cella dove gli antichi Sumeri rinchiudevano i condannati. La porosità delle pietre si sommava alla granulosità delle percezioni visive di Mark e Judith.
Si voltarono tutti, richiamati da un rumore improvviso e inaspettato: Janet era lì, seduta sul pavimento; il suo morale era visibilmente depresso...
* * *
Il grigiore di una giornata non più estiva ma soffocante di caldo umido premeva. Il Sole era già alto nel cielo ma una spessa coltre di nubi copriva i suoi tentativi di illuminare le cose.
Davis osservava con occhi stupiti, per la prima volta da quando aveva subito l'impianto, lo spettacolare mostrarsi cupo della Natura, comprensibile dagli occhi di chi sapeva e poteva guardare. Tutte le rifrazioni cromatiche erano trasformate in una sequenza sottilmente diversa di sfumature praticamente uguali; anche le ondate di caldo soffocate dalle nuvole emanavano vibrazioni che Davis, nell'elaborarle mentalmente, sentiva oscillare di un suono che non poteva esser altro che in bianco e nero. Gli sembrò di assistere ad un film di Akira Kurosawa, una di quelle scene in cui il Sole penetrava a fatica nella foresta nipponica…
Il silenzio, lì intorno, era rotto soltanto dalle emulazioni d'uccelli cinguettanti. Rifacendo un giro mentale per la casa, Davis fissò mentalmente le variazioni che aveva dovuto fare per riuscire a adattare le suppellettili alle sue nuove esigenze…
Non poteva attendere ancora. Davis guardò per l'ennesima volta il messaggio che sua moglie gli aveva lasciato nella clipboard; studiò ancora una volta quello sguardo, lo interpretò dandogli un ennesimo significato diverso. Le parole di sua moglie… L'immagine di Justine distesa sul lettino, il pensiero della sua psiche prigioniera nella rete: tutto gli strinse il cuore, amplificandogli i sentimenti all'ennesima potenza d'angoscia.
Non era una semplice afflizione per Davis ma qualcosa che dall'ansia si sviluppava in una forma ramificata e ragionata di pensiero: se la sua mente era ora enormemente moltiplicata anche i sentimenti, opportunamente guidati dal chip emozionale, si erano adeguatamente espansi.
Registrò un messaggio su un'altra clipboard per se stesso, per sua moglie se fosse tornata, per chiunque avesse voluto sapere.
- Sono Davis. Ho intenzione di andare a prendere mia figlia laggiù, in quel posto così strano, nella rete. Ho dovuto farmi impiantare un chip di memoria genetica per potermi potenziare, per potermi confondere con ciò che Loro cerca