L'ATTACCO


I


La Città Sacra era intorno a loro. Respirava come un essere vivente di un soffio malato, affannoso, tutto il tempo che era passato dalle origini. Le mura di protezione, la planimetria dell'abitato, i laterizi usati per costruire le case… Tutto era così vivo, palpabile. Osservando la qualità delle costruzioni si rimaneva disorientati dalla perfezione del risultato; la tecnica doveva essere stata squisitamente raffinata e avanzata, chi aveva realizzato quelle opere doveva possedere una sensibilità per il lavoro manuale davvero non comune. La prima Città Sacra dei Sumeri era tutta lì, a perdita d'occhio nell'oscurità della notte mediorientale; essa sonnecchiava ancora una volta in un riposo conosciuto da così tante migliaia di notti da non riuscire più a quantificarle. Eridu si dispiegava alle pendici della rampa dei Nephilim, dove i mezzi alati degli Dei erano pronti a partire per lanciarsi verso il cielo così da raggiungere la casa celeste dei saggi padri. Da quella rampa il mondo fin lì civilizzato era schematico, funzionale; Enki, il creatore genetico dell'uomo, osservava il risultato dei suoi sforzi organizzativi durati millenni. Le difese erano cospicue ma non bastavano per preservarsi da essenze oscure; le notti passate insonni, cercando una nuova linea di protezione, risuonavano ancora nell'aria di quel cielo così terso. Alzando lo sguardo verso le stelle si poteva notare la disposizione dei corpi astrali sensibilmente diversa da quella contemporanea. L'era dell'Acquario diveniva l'era del Toro, dei Gemelli, del Leone… Migliaia d'anni in rassegna misurati col movimento delle stelle, ed Enki era in perenne lotta con il fratello Enlil, l'usurpatore…

* * *

Il sottofondo musicale ideale per quello scenario, pensò Justine, sarebbe stato un coro di voci gravi, epico, evocante un senso di meraviglia soffocato; gli occhi si sarebbero chiusi sentendo e vivendo quel momento in un eccesso d'estasi, tale da far accasciare sulle proprie ginocchia. L'oblio del tempo passato in quel rapimento mistico sarebbe stato non quantificabile…

I giorni a grappoli trascorsi nell'Eden, in un posto esistente solo nella mente, non avrebbero mai intaccato la percezione di sé. Justine sapeva intimamente dove si trovava, senza che qualcuno glielo avesse detto: era nella terra dei Sumeri, nel momento in cui quella civiltà era florida e potente. Troppi particolari le indicavano la certezza di quella sensazione - i ricordi della storia studiata a scuola le premevano dentro - e le tavolette di terracotta con impressi sopra caratteri cuneiformi, cosi particolari, non facevano altro che aumentare la sua sicurezza. Sorseggiò della birra, la stessa che quel popolo doveva gustare millenni prima. Justine era stordita da quel mondo arcaico sorto sulle ceneri dell'orribile casa; il fetido luogo in cui essa emergeva appariva, ora, come un brandello di realtà scivolata via, sfaldata sotto uno strato completamente impalpabile d'ennesima tangibilità. La notte dominava la città; il territorio urbano era forse somigliante più ad un agglomerato rigorosamente ordinato - innalzato su un accampamento - che ad un vero e proprio nucleo cittadino. Ciò influenzava l'arredo civico, veramente semplice e pragmatico, dove qualsiasi orpello era bandito e ogni costruzione era interessante per la sua precisa funzione.

Cominciava ad albeggiare. Justine si guardò intorno: Judith, Mark e Janet dormivano sul terreno; solo lei era rimasta sveglia ad inebriarsi di quella perfetta emulazione, della dimora degli Dei… Solo lei si sentiva così vicina a quel mondo dimenticato. L'ansia mista a malinconia le determinava una mestizia infinitamente struggente: era la sensazione di qualcosa che si è perso per sempre e che avrà bisogno d'altro tempo per essere dimenticato. Justine pensava alla sua casa…

* * *

Il momento dell'alba era passato. Justine aveva atteso pazientemente il risveglio degli altri che era giunto sempre troppo tardi per la sua angoscia ingrossata.

- Ciao ragazzi, ben svegliati... Justine provò un sottile brivido di piacere ad osservare le facce dei suoi compagni mentre fissavano, ancora interdetti, la stanza dove si trovavano; il dubbio di resistere psicologicamente per altro tempo era dipinto nei loro sguardi... - Justine, tu sai dove ci troviamo? L'espressione del volto di Janet era esasperata: le riusciva di ricordare soltanto le ultime fasi del rapimento, nella stanza insonorizzata. - Siamo ad Eridu, la prima città costruita, molte migliaia d'anni fa, dai Sumeri... - E noi cosa c'entriamo con i Sumeri? Dal fondo della cella Judith fece udire la sua voce... - Vi avevo già detto che la soluzione dei nostri problemi era sepolta nel passato, no? Beh, ora ci siamo, nel passato... Chi ci ha rinchiuso qui sta realizzando il suo atto finale. - Judith, Justine… Avete idea i come si possa uscire da qui? Mark, ancora intimamente sorpreso dal suo repentino mutamento interiore, cercava di quantificare una strategia. - Non c'è uscita, Mark... Io non ne vedo…

La risposta secca di Judith aveva lasciato tutti di stucco, anche Justine che era la più portata del gruppo a capire come stavano evolvendosi gli avvenimenti. Nel contempo, l'universo di Judith era un gorgo fetido di sensazioni piuttosto che di immagini. Era un caleidoscopio che ribolliva della necessità di abbandonare la strenua difesa della propria anima per renderla disponibile, libera da qualsiasi vincolo ed in grado di incamminarsi solitaria ma forte verso l'abbandono delle rozzezze, incontro al maestoso passato... Judith s'impose uno stop: era andata a ruota libera ed ora si sentiva minacciata da... Aveva perso l'immagine della sua minaccia, fino ad un istante prima rappresentata da una fortezza che stringeva in assedio la sua psiche. Janet, invece, decise di continuare a percorrere le vie che aveva sempre intrapreso: cercare di fuggire da lì attraverso la rete per uscire da dove, inspiegabilmente, si era entrati.

* * *

Davis si muoveva agilmente nello spazio virtuale. Si abbandonava con piacere a giravolte impensabili nel suo stato precedente d'umano. La percezione cromatica di ciò che gli si costruiva intorno era in costante mutamento; fu grande la sua sorpresa quando si accorse d'essere lui a pilotare il costrutto virtuale con la sola potenza psichica. Il pensiero, nell'istante in cui intercettava il formarsi complesso di immagini, realizzava come si sarebbe evoluta l'interfaccia grafica l'istante successivo; Davis si accorgeva di essere dentro alla rete. Davis coincideva, per quel tratto virtuale, con la rete: egli era esattamente ciò che si chiamava costrutto. Sorpreso, esattamente potenziato dall'acquisizione del suo nuovo stato, riuscì a bearsi delle sfumature monocromatiche sovrailluminate da una fonte di luce artificiale, in perfetta emulazione; guardò intorno cercando angoli immersi nel buio, trovandoli ad una distanza euclidea dal punto di massimo irraggiamento luminoso. La sensazione d'estasi incipiente era favolosamente reale, sopraffacente. Qualcosa si muoveva rabbiosamente in quell'anfratto granulosamente poco definito; senza rumori nuotava graffiando la materia virtuale fino ad erodere il confine labile con la zona illuminata. Davis pensò a qualcosa che stava erodendo, come un tumore, il tessuto virtuale. La visione delle cose mutò repentinamente. Un germe, un virus monocromatico stava ingoiando lo spazio circostante che Davis percepiva in bianco e nero ma che sapeva essere costituito da colori violenti, contrastati. Quel corpo estraneo era lo stesso - Davis lo aveva riconosciuto - che aveva visto su Free-Earh.

Non seppe realizzare quanto tempo passò in uno stato inebetito, ma quando un particolare insignificante si rivelò - un volo al contrario di farfalla, appariscente bug del software di rete - la piena coscienza di sé ritornò completa, nella fantastica potenza che le memorie genetiche sapevano dare. Improvvisamente Davis percepì il suo corpo come un carapace immenso, capace di espandersi e contrarsi secondo le necessità. Guardò il tumore espandersi, concepì un tempo d'esaurimento del tessuto di rete come elevato - vastità dell'unico mondo manufatto - e, contemporaneamente, stabilì una mezza dozzina di strategie di difesa, poche unità di difesa-attacco e svariate tattiche di puro attacco, costruendoci sopra link relazionali in grado di suggerirgli, in qualsiasi momento, quale fosse la strategia più funzionale da adottare. Davis uscì per un attimo solo dalla sua corazza di carne e ossa e si vide per quello che in rete si percepiva di lui: un guscio dall'aspetto durissimo con innumerevoli braccia armate che lo identificavano come terrificante - aveva il volto coperto da un casco dallo stile vagamente medioevale, funzionalmente aggressivo e capace di proteggere il campo magnetico del suo cervello. Il nuovo Davis era pronto a riprendersi quanto era suo.

* * *

Gli capitò di imbattersi nuovamente in un'anomalia del sistema. Un documento, redatto ancora su terracotta, era stato abbandonato al lato del percorso di Davis. Osservandolo distrattamente per la prima volta notò dei caratteri cuneiformi; incuriosito, ne apprezzò la fattura e l'impostazione accuratamente indentata. Era un falso originale; altri dettagli, quale la codifica istantaneamente associata in basic e linguaggi di rappresentazione grafica, gli davano la certezza che quella tavoletta non fosse mai stata rinvenuta. Il dettaglio di ciò che vi era riportato sopra era stupefacente.


...Non abbiamo tradizioni anteriori a nessun altro, per quanto ne sappiamo. Noi siamo i più antichi osservatori del mondo, coloro che, quando sul vostro pianeta si agitavano soltanto insignificanti organismi poco più che unicellulari, già conoscevano scorciatoie dimensionali per rimbalzare dal vostro angolo ai confini estremi della galassia, in pochi istanti del tempo come voi lo avete standardizzato. Noi abbiamo visto concepirvi, prima ancora che foste fatti fisici, dai Nephilim. Vi abbiamo scrutato per millenni. Siamo convinti della bontà del vostro software personale. Noi abbiamo bisogno di inglobare idee sempre nuove. Dobbiamo mettere insieme dentro di noi qualsiasi conoscenza per poterla assimilare, convertire, spezzettare in milioni di parti da nanotecnologia. Noi siamo i Signori, posti da noi stessi sopra ai vostri Dei; siamo superiori ad ogni concezione monoteista. La morte è stata sconfitta perché abbiamo guardato oltre, imparando a modificare anche quella materialità. Le grida della nostra ma soprattutto della mia coscienza risuonano in spazi eterni, in posti dove non si applica il concetto di luogo; lunghi risucchi di risacche partono e ritornano dopo aver esplorato porzioni di spazio alla ricerca d'idee intriganti: io sono un Guardiano dei possenti, inerziali Supremi. Io, uno dei Guardiani Eletti, scruto questa porzione d'infinito perché so che i Nephilim sono rimasti, perché le loro estese curiosità e conoscenze sono succulente delizie per i Supremi, e per me. Dal buio che solo io posso vedere mi muovo agitando le membra, risuonando di potenza in tutti i mondi che incontro, in ogni essere che trovo; cerco ancora coloro che vedono in bianco e nero, i Blindcolor, i Nephilim. Loro sono densi di potenza, sono capaci di farci impiegare tempi quasi infiniti prima di farci svegliare; quando, infine, sono da noi completamente assorbiti essi vivono del nostro riflesso come ornamenti vegetali. Io, Flusher, risuono nel gong dentro ogni essenza perché sono l'Essenza. Io cerco, perché alla fine vi troverò e v'ingloberò.


Davis conosceva ora il nome del suo avversario: Flusher. La potenza infinitamente psichica di quell'essere era in grado di duplicarsi, quindi, in innumerevoli istanze e di rimanere lo stesso paurosamente superiore - Davis ricordava, ancora una volta, Free-Earth. I gong si udivano in lontananza ed erano in lento avvicinamento; Davis percepì, quasi impercettibilmente, quel suono vibrare dentro di lui, per pochi istanti. Flusher cercava i Nephilim, coloro che vedevano monocromaticamente, che erano dotati di capacità psichiche sovrumane... Proprio come lui.


II


Nulla si crea. Nulla si distrugge. Quel pensiero era fisso nei processi mentali di Janet. Lei cercava continuamente nuovi percorsi e, allo stesso tempo, elaborava teorie che riuscissero a ridurre le difficoltà in qualcosa d'affrontabile razionalmente. Il tempo esistente intorno a Janet rifletteva tutta l'incertezza del momento: nulla si crea. Nulla si distrugge. Le percezioni che lei aveva erano estemporanee, dettate soltanto dalla situazione in cui si trovava. Ora Janet stava volando alto sopra ad un piano inclinato dove migliaia e migliaia d'insetti fastidiosi le insidiavano la perfetta ricerca di uno spazio virtuale, un luogo dove lei potesse lasciare andare tutte le sue risorse psichiche; nulla si crea. Nulla si distrugge. Un impossibile stuolo di vestiti stesi ad asciugare al Sole era riflesso in una vetrina dove Janet si soffermava a guardare. I colori che non avrebbe mai percepito facevano bella mostra di sé nel riverbero di quel momento, esistito migliaia di volte in svariati universi; nulla si crea. Nulla si distrugge. Qualsiasi cosa Janet facesse era soltanto una rifrazione della realtà in cui era istantaneamente immersa. Il messaggio che le tornava indietro, come un codice d'errore, era sempre lo stesso: nulla si crea. Nulla si distrugge. Janet pensava al suo destino mentre attraversava i flutti di un mare virtuale, riparandosi gli occhi da rifrazioni insistentemente monocromatiche, fastidiose quando cadevano nelle penombre. Niente sembrava darle sicurezza, vedeva soltanto un'estrema variabilità che portava a conclusioni relative: nulla si crea. Nulla si distrugge. Janet smise di cercare. Era nell'attesa dell'evento che avrebbe fatto cambiare di stato alla sua coscienza...

* * *

Judith. Il suo nome le risuonava nella mente perdendosi come un'eco. Completamente persa nella visione filtrata dalla coscienza, si era assorta nella contemplazione di un tempio classico dedicato a Venere, costruito sulle pendici di qualche collina sacra. I marmi erano cangianti nello splendore riflesso del Sole e gli oggetti rilucevano sopra alle mensole, sui soprammobili con luce diamantina non scomposta. Judith comprese da un istante all'altro, senza pensarci, cosa mancava in tutte quelle emulazioni: il vero movimento caotico, la mancanza di collisioni derivate dal calore, dal movimento. Quel mondo in cui si stava muovendo era una perfetta emulazione grafica, visiva; le percezioni monocromatiche che arrivavano direttamente alla sua corteccia cerebrale erano piene di fluidi artificiali, impersonali…

Il collegamento che legava Judith e Janet permetteva alla prima di comprendere il senso di disfacimento intimo che la seconda provava; l'inutilità, la disfatta sembrava prendere vita in forme spigolose, totalmente prive di controllo. In quei momenti così mesti Judith ebbe tempo di pensare ai sistemi esperti che erano stati suoi genitori. Ricordava ancora le immagini con cui suo padre la salutava: un tramonto sul Grand Canyon in cui le sfumature monocromatiche sembravano davvero andare di là dei propri limiti, per tentare di comunicare la poesia che il genitore adottivo cercava di imprimere in Judith: era incredibile quanto fosse cresciuta la sensibilità dei sistemi esperti. Quel tramonto ora diventava molto più struggente, dopo che anni ed esperienze erano passati anche per Judith; lei apprezzava, ora, che suo padre le avesse trasmesso più volte la voglia di averla ancora con sé... Solo, si rammaricava di non averlo capito prima.

- Mark? - Sì Judith... - Tu lo vedi il tramonto che ti sto inviando? - Sì, lo vedo... È splendido, davvero. Ispira un pathos potente... - Sono contenta, Mark. Davvero - Dove hai preso quell'immagine olografica? - È qualcosa del passato... - È triste... - Sì, è triste, è vero. Forse... - Forse? - Forse soltanto ora riesco a capire davvero cosa vuol dire lasciare, abbandonare... - Sei dimessa, avvilita. Se tu aprissi gli occhi, solo per un istante… forse troveresti qualcosa in grado di stimolare la tua curiosità - L'ho fatto Mark, l'ho fatto. L'angoscia mi ha quasi spazzato via... - … Hai notizie di Janet? - Janet sta soccombendo. Lei è stata fatta prigioniera prima di noi, in un modo così traumatico da non riuscire ancora ad assorbire quello shock. Ora è nel momento disfattista, non vede altro che buio...

Per quanto si muovessero, nessuno di loro quattro riusciva ad andare oltre le mura in cui si trovavano rinchiusi. Eridu viveva di vita virtuale alle loro spalle. Innumerevoli avatar sumeri giungevano fino alle finestre della prigione senza che loro li notassero.

Il suono dei gong si propagava, da ogni dove...

* * *

Francis si muoveva strettamente nella sua tuta. Se ne stava di qualche misura sopra il punto di visuale, sulla balaustra. Era in fase di test di un nuovo prodotto d'emulazione, basato su un innovativo protocollo che prevedeva un massiccio trasferimento di dati. La scena in cui si sarebbe immerso di lì a breve era una simulazione medioevale: un castello sotto assedio, strenuamente difeso dal signore locale. Francis muoveva lo scacco finale e nel far ciò assumeva le funzioni di un microchip di prossima uscita, nanotecnologico. L'esatta sensazione di cavalcare un vero puledro di razza, l'odore della battaglia, del sudore e del sangue riempivano l'aria; l'istinto del guerriero lo galvanizzava realmente. Il suo cavallo, senza avvisaglie, si mosse trasversalmente di tre quarti, attraversando la scena. Francis sospese temporaneamente la scena, esprimendo un pensiero di fuga - sognò in modo compresso lo spazio aperto di un'isola tropicale, il caldo... Il movimento inaspettato del cavallo indicava un bug del software applicativo, ennesima riprova della fragilità di quella tecnologia da tempo in disuso in molti tool applicativi. Si accorse improvvisamente che tutto quanto era software stava decadendo. Francis accertò, in monocromatico, una rapida decadenza della logica a tre stati, la stessa che animava il sottobosco delle funzioni integrate. Qualsiasi oggetto con un nucleo software, anche se esterno alla rete, stava deperendo e nel mentre si arricchiva di tonalità che anche a lui apparivano spiccatamente bianche e nere. Francis sapeva. Comprendeva, intuiva quanto era dietro quell'anomalia. Scorgeva la lotta. Si tolse la tuta. Con atteggiamento Zen si concentrò, chiudendosi in se stesso, in meditazione. Le immagini arrivarono presto, nitide. La lotta invisibile era cruenta. Le navi da spazio profondo erano invase da un forte disagio che colpiva tutto l'equipaggio. Come un tumore, il virus che erodeva la mente dei Nephilim si propagava da un individuo all'altro; in sequenza, ognuno di loro vedeva e percepiva il mondo in modo sempre più fioco fino a vedersi rinchiuso in uno stretto range, sempre più ridotto, dove i pensieri ciclavano progressivamente verso l'asfissia. I Nephilim morivano psichicamente, uno dopo l'altro, prima ancora di terminare nel loro fisico. L'incrocio con i pianeti più lontani del sistema solare, con la fascia d'asteroidi ed il convergere, infine, verso la figlia di Thiamat rappresentava per i Nephilim raggiungere un semplice traguardo intermedio; per gli Shapeless meno, ancor meno. Nella visione mentale di Francis ogni nave Nephilim era facilmente neutralizzata riducendo all'impotenza psichica i suoi occupanti. Vide, ancor più vividamente, la loro sofferenza impressa sui quei volti così umani; la testa ora gli stava girando come se avesse bevuto tanto vino da stordirsi e fu allora che Francis comprese il principio d'induzione dove chi assisteva era, ad ogni modo, contagiato dall'evento. Il sacrificio di un equipaggio si dispiegò alla sua coscienza, completo di particolari. Era in gioco la sanità mentale della colonia che aveva realizzato Eridu perché, improvvisamente, quando le ore terrestri scorrevano placidamente e brevemente, una voragine si aprì nell'immensa psiche dei Nephilim, nel loro dominio che si estendeva su dimensioni a volte non eterogenee. In breve Francis assistette ad un'implosione psichica, fisicamente visibile. L'equipaggio si accasciò sulle postazioni dove si trovavano; senza che emettessero un gemito li vide uno dopo l'altro estraniati da ogni percezione esterna. Il rumore che le loro menti emettevano era un vortice inverso, assurdo, un lamento straziante. Tutto diveniva coinvolgente. Il dramma dell'estinzione di una somma di ricordi, di emozioni, di progetti aveva ancora la forza sufficiente di ripetersi nella ricettiva mente di Francis provocandogli ondate stordenti di shock… Gli ci vollero parecchi minuti per riprendersi. Francis navigava liberamente nel dramma assorbendo ogni onda struggente che quella scena riusciva ancora a generare. Capì che il calore produce rumore; che il gelo, o quanto vi si avvicina, è prossimo alla stasi, al concetto di fine. Il freddo della morte è la somma di un intero ciclo: ciò che si approssima al congelamento rappresenta il limite estremo tra l'ignoranza e la conoscenza massima. Francis adorava il ghiaccio che lasciava sopravvivere; lui amava percepire le immagini in bianco e nero, così vicine a quello stato limite…

Nulla poteva dare a Francis un senso di pace maggiore delle visioni che aveva, direttamente dai canali di registrazione sempre aperti. Le memorie genetiche gli avevano rivelato una frontiera che prima gli era stata soltanto accennata; lui aveva saputo sapientemente espanderla, consapevole delle sue capacità psichiche innate.

* * *

Una nuvola si addensava lontano, veniva verso il punto in cui si trovava. Francis, cercando di digerire l'ennesima ondata di immagini provenienti direttamente dal lontanissimo passato, tentava di comprendere concetti strutturali: ogni volta che aveva visione di quelle scene, sommariamente le stesse, riceveva un dettaglio sempre più raffinato dove la sofferenza, le sfumature dei pensieri dei Nephilim divenivano progressivamente più affilate, frammentandogli la sensibilità in una miriade di pezzettini atomici. Ogni volta era sempre più difficile uscirne. Il particolare più sconvolgente era che le visioni sopraffacevano la sua volontà: Francis non era in grado di pilotare gli eventi e si sentiva, per questo, soltanto un mezzo di quelle forze arcaiche. Il dissesto emozionale cresceva.

La nuvoletta era diventata possente. Si stagliava contro un cielo grigio chiaro, perlaceo, e oscurava larghe fette di terreno sottostante; quelle zolle apparivano poco definite, oscure, spente da qualcosa che sembrava incombere sulla staticità del paesaggio. Francis rimase ad osservare. Un oggetto, forse più propriamente un'entità astratta, piena di software evoluto, sembrò calarsi da un punto talmente alto da non poter esser identificato. Un bersaglio minimo, rilucente come uno schermo metallico centrato dalla luce solare tentò un collegamento neurale impossibile con lui; eppure, a Francis sembrò di percepire qualcosa di nitido…


III


La prigione cominciava a limitare troppo la mente di Justine e degli altri. Lei si sentiva estranea, in qualche modo, al caos assurdo in cui era caduta. Guardava i suoi compagni e li percepiva indefinitamente parte di un disegno troppo evanescente perché sia compreso. Si guardò un attimo dentro e capì: era finita lì per errore, per curiosità. Da fuori proveniva un forte odore di polvere e guardando il cielo, Justine comprese che un temporale si stava preparando; grosse nuvole, minacciosamente scure, si addensavano poco lontano da lì. Janet, in quel mentre, stava appena uscendo dall'introspezione. Judith, sempre più immersa nella sua cecità volontaria percepì il variare del campo mentale causato da Janet e, allo stesso tempo, rivolse la sua attenzione verso Mark… Lo sentì tentare uno sfondamento dell'area in cui erano prigionieri; egli cercava una possibile via d'uscita provando a scardinare la porta, tirando la base delle approssimative grate apposte sulle finestre, sperimentando qualsiasi idea gli venisse in mente. Poi, senza avvisaglie, il mondo si rovesciò addosso a loro con fragore. L'attacco venne da qualsiasi punto, attraverso tutte le vie immaginabili. Frotte di sfaldatori cromatici si avventarono sul cielo, sui mattoni della prigione, sul paesaggio, su qualsiasi cosa visibile e la decolorarono aggressivamente mangiando le sensazioni cromatiche, lasciando nudi tutti i soggetti del campo visivo. La furia si esaurì in pochi secondi ma, contrariamente a quanto sembrava logico pensare, l'attacco fu portato successivamente ad un livello più basso, molecolare. Justine e gli altri percepirono una poderosa pressione diretta a loro; non era una compressione fisica o almeno, non solo quella: era una torchiatura psichica indirizzata verso l'essenza della loro anima, guidata da un'intensità insostenibile. Intorno a loro era un risuonare folle di gong vicinissimi, potenti, ripetitivi come se in pochi secondi fosse reiterata una frase - la stessa - all'infinito. La visione delle cose, intanto, era progressivamente offuscata; i quattro stavano perdendo la cognizione del luogo, lo vedevano svanire in proporzione all'aumentare dell'intensità dei suoni. In ognuno di loro il momento era sentito diversamente, esattamente come la loro psiche suggeriva.

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Judith vedeva delle sabbie mobili formarsi intorno ai suoi piedi con un raggio di partenza alquanto ampio. Nell'oscurità del luogo - pensò di essere nelle segrete di un castello - l'unica fonte di luce era rappresentata da una fioca torcia, lontana. Quella luminosità appariva a Judith come una fiammella dai colori o troppo o quasi per nulla saturi. Il cerchio si restringeva. Progressivamente Judith aveva la netta sensazione che il raggio si accorciasse sensibilmente ogni minuto di più. Quelle sabbie mobili erano strane, minacciose: si agitavano, avevano delle increspature come se qualcosa sotto la superficie vivesse e stesse attendendo l'occasione giusta per emergere. Infine, quando Judith si sentì ghermire dal primo spruzzo di fanghiglia sul piede, percepì una dissoluzione a contatto del suo corpo. La sua anima sembrava defluire da quell'apertura inferiore verso le sabbie mobili… Guardò profondamente nel gorgo, nel suo splendore monocromatico. Una forza viva emergeva in quel momento e si stava mostrando in tutta la sua possanza…

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Mark era impegnato in una battaglia contro la dissoluzione. Schermi ad altissima definizione, davanti a lui, si stavano sciogliendo come neve al sole sotto l'influsso di un potente virus da desktop. Migliaia e migliaia di visori, ammassati uno sull'altro, sembravano diventare di plastilina, tanto era facile modellarli. La disgregazione si apprestava ad intaccare anche i dati custoditi in memorie occultate. Mark vide nitidamente lingue di liquido abrasivo, rigorosamente senza venature di colore e quindi esattamente in bianco e nero, protendersi verso i luoghi in cui queste memorie erano custodite; l'illuminazione elettrica del bunker in cui egli si trovava cessò. Rimasugli d'attività fotosensibile rimasero impressi sulle sue retine per alcuni secondi, quanto bastò a Mark, nel disastroso dettaglio che percepiva, per vedere l'ultima folgorazione di quel bunker telematico. Poi, nella cecità assoluta, sentì che l'attacco stava per rivolgersi a lui, verso la sua zona più intima e inaccessibile: l'anima. Un rumore sinistro, proveniente dal suo interno, gli diede la sensazione che lui stesse defluendo via dal suo corpo… Guardò profondamente nel buio, nel suo splendore assoluto, granuloso. Una forza viva emergeva in quel momento e si stava mostrando in tutta la sua possanza…

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Janet fissava un incrocio telematico. Un impressionante numero di siti presenti in rete si stendeva maestosamente sotto ai suoi piedi mentre lei, dall'alto, sorvolava quel piccolo spicchio di mondo virtuale. La vivacità di quel bianco e nero si spense di colpo, lasciando soltanto una confusa rappresentazione di quello che era fino ad un istante prima. Una voragine si aprì sotto a quel quartiere elettronico facendo intravedere i lineamenti di un furibondo essere, appena delineato, opalescente nella sua trasparenza non cristallina. Era enorme, occupava con un solo arto tutta l'estensione urbana che prima si stendeva sotto di lei. Con potenza, dando bracciate vigorose, scardinava il tessuto su cui poggiava il sobborgo virtuale facendo precipitare ogni cosa nel buio che Janet percepiva sempre più sgranato. Una bracciata più potente delle altre, dopo che tutto era stato distrutto, la colpì allo stomaco provocandole un profondo taglio sull'addome. Senza che emettesse un lamento sembrò esser sicura di star precipitando - ma solo con l'anima - verso il territorio sottostante, verso il buio, verso l'essere che stava stracciando tutto… Guardò profondamente nel buio, mentre un bagliore la folgorava. Una forza viva emergeva in quel momento e si stava mostrando in tutta la sua possanza…

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Justine, l'unica del gruppo che vedeva tutto lo spettro cromatico, era adagiata sul letto di casa. Aspettava il ritorno della mamma mentre il papà era chiuso nel suo studio, intento a sperimentare tecniche di potenziamento mentale. Qualcosa la faceva star male. Un sapore di sangue in bocca le dava continui conati di vomito; Justine si portava spesso le mani alle labbra, come per ricacciare indietro la nausea. Una di quelle volte si guardò involontariamente le dita, dopo che le aveva strofinate sui denti: erano madide di sangue. Si voltò di scatto. Dove prima erano le pareti della sua stanza ora c'era un vuoto asfissiante, sbagliato, fatto da una miriade di puntini, inconsistenti se presi a sé stante ma importanti quando facevano massa. L'impressione che si aveva vedendo quella materia era che qualcosa di gelatinoso si stava impossessando di tutto lo spazio circostante. Justine scoprì con una sensazione di sconvolgente paura di non riuscire a respirare; per quanto provasse non era più capace di inspirare aria. I suoi polmoni, vuoti, erano dilatati nel tentativo di gonfiarsi. La paura divenne terrore insopportabile quando si accorse che tutta l'aria era in realtà risucchiata dalla barriera gelatinosa; gli occhi di Justine stavano uscendo dalle orbite per lo spasmo e poi, quella gelatina, sembrava davvero viva. Con un guizzo concettuale, impossibile a spiegarsi per le contorsioni logiche e associative che vi erano implicate, Justine si accorse che la barriera stava convergendo verso di lei. Un dolore insopportabile alla nuca. Il sapore del sangue in bocca ora era davvero forte. Comprese che il cervelletto le stava uscendo da un gran foro apertosi dietro alla sua scatola cranica… La gelatina era molto prossima a lei, sempre di più… Si trovò invischiata, bloccata in una posizione anomala, plastica. Il risucchio del cervello, del suo sangue, era più veloce di prima; intorno a lei l'oscurità era calata ma un attimo prima che tutto si scurisse si accorse che la visione del suo mondo l'aveva avuta in bianco e nero. Guardò profondamente nel buio, un senso odioso d'appiccicoso era nella sua anima. Una forza viva emergeva in quel momento e si stava mostrando in tutta la sua possanza…

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Le sensazioni ridivennero nuovamente comuni, dopo l'inizio dell'assalto. Tutti e quattro erano immersi in un universo completamente privo di luce dove, però, si riusciva a distinguere una forma imprecisa, qualcosa di vivente. Si sentivano tutti attratti verso quell'organismo ma l'integrità singola - il proprio Io - era gravemente compromessa. L'impressione che tutti si sentivano di condividere, all'interno di un'area comune dove i pensieri di uno erano di tutti, era quella di una conversione verso qualcosa di infinitamente più cosciente, più onnisciente. Andando verso il livello superiore, sentivano di perdere la propria identità; loro avevano acquisito da pochi istanti, successivamente al momento del buio totale, l'impressione di essere fagocitati e di sostare in una fase di digestione dove le proprie idee, modi di pensare, semplici esperienze cessavano di divenire importanti. Nulla sembrava andare veloce, ora. Sentirono d'essere assai vicino, uno all'altro. Non c'era una traccia di lotta in loro, nemmeno della volontà di accomunare le forze per tentare una sorta di fuga. Rimbalzarono stancamente da un punto all'altro del recinto invisibile sentendosi apatici, insensibili, semplicemente devitalizzati.

* * *

Davis era in un condotto di servizio della rete. Lo stile disadorno del luogo, non cesellato da ricche iconografie olografiche, rendeva quel percorso davvero misero. Si chiedeva cosa stesse succedendo a sua figlia, cosa n'era stato degli altri tre, se mai sarebbe riuscito a fuggire da quel buco in cui s'era cacciato. L'angoscia surdimensionata del suo stato psicofisico si faceva sentire fortemente; le anime multiple che man mano si era reso conto d'avere lottavano forsennatamente per acquisire un posto verso l'esterno, verso la supremazia sulle altre personalità. Davis comprendeva che non era il caso di parlare di schizofrenia ma soltanto di rendersi consapevole delle potenzialità innate nelle memorie genetiche, drogate con caratteristiche incrociate: 65536 caratteri campioni intrecciati in un esorbitante numero di combinazioni possibili, nel pieno furore di una lotta intestina ma costruttiva. Davis poteva essere, potenzialmente, l'unico al mondo a comportarsi così. Non aveva senso sprecare tempo per cercare aiuto perché, forse, nessuno era in grado di daglierlo.

Il sommovimento di quel sottosuolo virtuale fu improvviso. Lassù qualcosa doveva essersi pesantemente modificato; la certezza che fosse qualcosa legata alla sorte di Justine lo rese cieco di furore, di apprensione e angoscia. Doveva assolutamente uscire allo scoperto per fare qualcosa di risolutivo. Trovò le indicazioni per un'uscita verso l'alto: una scaletta stretta e disagevole che non esitò a salire. Il coperchio di un pesante tombino ostruiva il varco. Davis si sforzò di aprirlo. Lievemente, solo di poco, riuscì a smuoverlo. Con enorme sforzo - la sua faccia doveva esser diventata rossa, n'era sicuro - smosse di un altro centimetro quella pietra tombale. Si riposò, pochi secondi. Partì di nuovo con una spinta poderosa, con la forza delle sue spalle, spingendo con tutta la rabbia che aveva in corpo e concentrandola in soli due brevissimi istanti. Dalla mezzaluna che Davis era riuscito a guadagnare vide cosa c'era lì fuori: il buio che precede una tempesta. L'ultimo o forse il penultimo sforzo. Quel tombino circolare era ora in grado di farlo ruotare su se stesso. Un rumore sordo, di una pesantezza disarmante, si sparse lì intorno… Ora lo spazio che si era creato nell'apertura permetteva il passaggio di una persona. Davis rimase stupito soltanto un attimo, soffermandosi nell'osservare la perfezione della capacità d'emulazione della rete. Finalmente, era a livello terreno.

La poca luce che esisteva lì sopra andò rapidamente degradando verso la tenebra. Qualcosa di assolutamente fastidioso, che dava una sensazione di repellente, diede l'impressione a Davis di appiccicarsi addosso, fin nei meandri più reconditi della sua anima multipla. Quella sgradevole percezione s'intensificò ogni istante di più, andando esattamente di pari passo con la diminuzione della luce ambientale. La vista di Davis cominciò a soffrire molto, la granulosità così viva degli oggetti arrivava quasi a toccargli le pupille con un grado di convessità degli elementi esterni assolutamente innaturale. Guardò profondamente nel buio. Un senso odioso d'invasione era nella sua anima. Una forza viva emergeva in quel momento e si stava mostrando in tutta la sua possanza…

Un pensiero balenò come un flash in Davis, gli attraversò la mente da un estremo all'altro: Justine. La sentiva vicina anche se non aveva un motivo razionale per ritenerla tale; e ancora, sentiva prossimi a lui anche quei tre che aveva visto nella strana visione di tanto tempo prima, quella che aveva dato origine a tutti gli avvenimenti che stava vivendo. Il tempo andava contraendosi. In un punto lontano della vastità del cervello di Davis avanzava il risultato di un'elaborazione: spazio e tempo non marciavano più nel dualismo usuale, canonico. Cercò, quindi, di abituarsi a quel nuovo regime spazio-temporale. Era davvero vicino - lo sentiva - a Justine. La percepiva diversa, non più sua, non più cosciente come prima ma, forse, trascendente.

* * *

Francis il mediatore. Mediatore tra le realtà multiple, tra le varie epoche, tra le persone, tra le forze. Interponeva tra gli elementi e le vittime la sua saggezza culturale, lo spessore umano. Il punto che scendeva dal cielo si era rapidamente trasformato. Era divenuto un vasto scudo organico, opalescente, che assorbiva tutta la residua luce circostante come se fosse un buco nero. Gli Shapeless non erano interessati a lui. Si rese conto di quell'anomalia analizzando finemente tutto l'excursus e, sulle prime, non riuscì a darsi spiegazioni. Poi, capì. Gli Shapeless lo ritenevano un valido tramite tra loro e il mondo umano; Francis era convinto di ciò, in un modo così intimo che gli sembrò quasi un suggerimento esterno. Sentiva quella voce farsi forte nella sua mente. Sentiva un'entità straniera in lui, Flusher era il suo nome, che lo reputava più utile da esterno che da inglobato. I gong risuonavano forte in Francis, fin dentro al suo scheletro in cui vibravano…

Il mondo virtuale stava rapidamente decadendo, inghiottito dal bruciare monocromatico delle rappresentazioni grafiche, inglobato insieme alle entità disincarnate intrappolate nel collegamento neurale… Solo quelle davvero interessanti… Solo quelle corrispondenti ai Nephilim… Fu proprio in quell'istante che Francis percepì dei lamenti così diversi eppure così umani, delle esortazioni che riconobbe come espressioni di lingue arcaiche sepolte sotto millenni di dimenticanza. Comprese istantaneamente, abbinandoci delle visioni d'insieme date dal potenziamento delle sue qualità mentali, che la trappola per i veri Nephilim era scattata proficuamente. Si preparò ad assistere all'atto finale della caccia sicuro, nel suo intimo, che nulla avrebbe più fermato gli Shapeless. Nessuno sarebbe stato in grado di farlo.


IV


Lo split mentale era in agguato. Davis monitorava continuamente, attraverso un tool nativo del suo chip di memoria genetica, lo stato delle interconnessioni tra le sue diverse nature, stando molto attento a qualsiasi segnale - anche minimo - che mostrasse alterazioni di valori. Nulla d'anormale. Avanzò nel buio così granuloso che gli sembrò di essere immerso in un vascone pieno di polistirolo grattato, tanta era la consistenza visiva - convessa - dell'oscurità. Aveva la netta sensazione che Justine le stesse respirando, vivendo proprio lì, di fianco a lui. Ritornava in Davis l'impressione che Justine fosse in qualche modo, in quel momento, aliena alla bambina che conosceva da sempre. La sentiva impersonale, o meglio, spersonalizzata. Gli sembrava certo che lei fosse un'anima confusa con altre, quasi non riusciva sentirla più come parte a sé stante e dotata d'indipendenza. Si voltò più volte in ogni direzione, cercandola: non c'era. Un caldo opprimente, da compressione, lo colpi in viso come un'onda d'urto. Era uno schiaffo che gli tolse il fiato per un istante; comprese presto che quel calore così invasivo era soltanto l'avanguardia di qualcosa di ben più consistente. Davis capì che stava entrando nel cuore dell'attacco, che doveva organizzare le difese e accamparsi sotto la tempesta. Quello che arrivò poco dopo era molto peggio dell'uragano che si aspettava. Un inferno di calore cominciò a liquefare qualsiasi cosa incontrasse, ogni emulazione che incrociasse i suoi codici per tentare un contrasto. La qualità del ciclone virtuale al calor bianco era costituito da un simbolismo vivo, superiore a qualsiasi prodotto da ingegneria software mai realizzato. Il bianco delle ondate di calore accecava Davis perché era formato da una luminosità che non era possibile percepire da un occhio umano: troppo accecante e splendente.

Justine era compresa in quelle fiamme. Davis la vedeva confusa, sciolta in un brodo primordiale che ancora le lasciava comprensibili le fattezze fisiche. Il suo sguardo, evanescente come i lineamenti facciali, andava dissolvendosi lentamente, staticamente in qualcosa d'enorme, d'incommensurabile. Il sottofondo dei rumori, in quella bolla di calore, suonava a ritroso come se tutto fosse una sensazione ricollegabile al Male più profondo. Con grande sforzo Davis si girò, come per guardarsi intorno, e gli sembrò di notare nell'enorme fornace delle figure conosciute. Aguzzando la vista vide i corpi di Judith, Mark e Janet in evaporazione controllata. Tentò di gridarne i nomi senza riuscirci; tutta la conoscenza che essi avevano acquisito, insieme alle proprie psichi, era direttamente, impossibilmente correlata alla sua. Davis condivideva quasi perfettamente l'anima di ognuno dei tre, li sentiva compenetrarsi uno all'altro e a sé, sempre più indissolubilmente. Justine era l'unica che stentava a bruciare. Un coro di voci sacre femminili portava tutti loro verso l'estremo punto di un piano; Justine sembrò bruciarsi improvvisamente e riallinearsi allo stato degli altri tre. Davis si domandò se anche lui appariva così ma suppose di no, si sentiva ancora troppo cosciente, troppo dentro se stesso per essere parte di quel magma comune… Janet non c'era più. Era scomparsa dalla visuale, confusa in un liquido vischioso, completamente liquefatta; anche psichicamente aveva cessato d'esistere, come se fosse stata risucchiata in un buco nero che le tratteneva tutta l'energia. Judith e Mark, a loro volta, chiusero il segnale psichico un momento dopo che Davis non li vide più fisicamente. Guardò allora verso Justine e solo in quel momento si rese conto di essere davvero impotente, di essersi precipitato fin lì con il possente bagaglio delle memorie genetiche senza che potesse realmente muovere un dito. Ora sua figlia stava svanendo; se lo ripeté almeno quattro volte, di seguito: svanendo. S v a n e n d o.

Ecco, nemmeno lei c'era più. Un vuoto enorme si aprì in Davis, nell'anima, nello stomaco dove tutto il suo essere rovinò. Le gambe improvvisamente si appesantirono, si accorciarono sotto suo il peso che, nel frattempo, doveva esser diventato considerevole. Fu portato verso il precipizio da un flusso di forza inspiegabile ma potente, in perfetto isolamento visivo come se fosse dentro una campana impenetrabile; era convinto che non ne sarebbe uscito come un'usuale entità umana. Davis non sentiva più la condivisione precedente dei pensieri e della mente con le altre anime: ora era solo, con un'enorme potenza psichica che premeva su di lui come se avesse voluto spremerlo. Si sentì risucchiato. Era ora sopra alla campana di calore. Il bianco accecante era in basso, avviluppato in un calderone incandescente da rendere ciechi. Davis era in buona parte assorbito da una forza nuova e incommensurabilmente potente, come mai avrebbe pensato potesse esistere.

* * *

Si svegliò molto dopo, incapace di assegnare un'unità di misura temporale convincente allo svolgersi degli eventi. Davis non avrebbe mai avuto idea di quanto tempo avesse passato in quell'universo: minuti, ore, giorni, anni…? Era nella sua casa, in perfetta solitudine.