ROVINE


I


La consapevolezza di Francis si era accresciuta in modo anomalo, sembrava deviata verso un sentiero oscuro, perso in una foresta davvero anormale. La particolarità di quella selva era assolutamente bizzarra. Entrandoci mentalmente Francis si accorse che la linea dell'orizzonte cambiava impercettibilmente, si spostava di qualche grado formando un angolo acuto con il terreno. In quel piccolo spazio viveva qualcosa d'indefinito, di pericoloso, pronto a balzare fuori verso di lui. Francis si sentiva realmente braccato ma lasciato libero di aggirarsi in quel bosco: era questa la sensazione che provava intimamente quando cercava di razionalizzare quell'immagine che tormentava la sua attenzione. Sapeva degli avvenimenti, del dramma consumato nella rete: il canale aperto verso Flusher lo informava dettagliatamente, gli trasmetteva un'ipercronaca multimediale completamente compatibile con le sue qualità biologiche. Sapeva di essere considerato, insieme a Davis, una sorta di ambasciatore con peculiarità diverse, però, dal suo simile… E allora, in quel momento, un improvviso flash mentale illuminò completamente lo status della sua condizione: Francis era una mente superiore tra i suoi consimili. Francis aveva libero accesso tra gli Shapeless che lo sorvegliavano.

In qualche modo si sentiva usato. Il caldo atmosferico penetrava, in quelle ore, dalla finestra semiaperta; attraverso le mura scendeva direttamente dal cielo per irraggiamento solare. La scena ricordava a Francis l'atto finale dell'assorbimento. La visione della sua casa era omogeneamente in bianco e nero, senza sbavature; l'immagine di sé che si rifugiava nelle stanze oscure, al calare della sera, lo sorprese e così si costrinse a prendere atto del suo rifiuto intimo verso quel tipo di collaborazione… Si vide intento nel nascondersi, nel non pensare, nel tenere i canali di comunicazione mentali liberi da qualsiasi tipo di traffico; un cappello calato sul capo e un soprabito, scuri come l'ambiente circostante, li ritenne il completamento necessario per una mimetizzazione visiva… Alla fine dei conti, pensò, è soltanto un sopravvivere, esattamente come cercano di fare quasi tutti gli individui. Francis aveva un bisogno disperato di vivere, anche se era prigioniero, anche se sapeva che era difficile - se non impossibile - affrancarsi da quella schiavitù. Nella sua mente, proprio nel mentre che arrivava a quella conclusione, l'essere pericoloso che viveva nella nicchia dell'orizzonte, nella foresta, balzò fuori del suo nascondiglio per cercarlo; Francis si rese presto conto di non poter frapporre altro che semplici arbusti tra sé e l'entità. L'orizzonte ora si era capovolto di centottanta gradi. Francis s'immagino completamente avvolto dal suo soprabito e cappello scuro; se solo fosse riuscito ad arrivare alle tenebre sarebbe sfuggito alla personificazione del terrore lì, nella foresta mentale, dove gli Shapeless giocavano con lui come in un videogioco…


II


Judith precipitava dentro al buio dei suoi occhi. Il nucleo della sua personalità continuava a contrarsi sempre di più, tendendo allo stadio di riduzione massimo. Si sentiva defluire verso un oceano infinito, ma la particolarità di quella sensazione era che lei si vedeva dall'esterno, in terza persona, sempre più debolmente. Nulla era paragonabile a quell'oscurità, talmente densa che nemmeno la porosità riusciva a venirne fuori; tutto le appariva come un enorme grano buio, perfettamente levigato. Da lontano Judith riuscì, con grande sforzo, a raccogliere le forze per domandarsi, ancora una volta, cosa fosse lei, cosa cercasse di raggiungere, che le mancava… Cosa la spingeva a vivere. Un lontano richiamo, ritardato, sempre più ritardato, la rendeva labilmente presente; il richiamo era uno scandire lento del suo nome: Judith, Judit h, Judi t h, Jud i t h…

Era lontana ormai. Si vide per l'ultima volta in piedi, sospesa nel nulla, nel buio, mentre il suo volto si consumava in una fiamma senza calore e luce. Milioni d'immagini si riversarono in quel punto non indirizzabile dove, fino al momento precedente, esisteva Judith…

Flusher pensava, in un luogo recondito della sua indefinibile personalità, di concetti arcaici di logica: va definito e usato il contenitore, non il contenuto.

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Quello che sentì, appena si rese conto di essere in destrutturazione, fu un senso d'inutile spreco d'energie spese per il recupero psichico. Mark ebbe un guizzo di logica inattaccabile, l'ultimo pensò, quando sentì fluire via da sé la personalità, le esperienze e i suoi penosissimi ultimi mesi. Non sentiva dolore, nemmeno provava astio, solamente voleva che tutto non finisse lì perché gli sembrava troppo ingiusto scomparire. Si trovava nel buio, percepiva gli altri poco distanti da lui; sentiva Judith quasi andata, persa nel suo universo mentale mentre Janet e Justine erano in qualche modo ancora presenti. Il suo flusso, quello vitale, moriva e andava a confluire in un magma enorme, così variegato da polarità assurde e inconciliabili da sembrargli impossibile che tutte quante potessero vivere lì. Si cercò la sua nicchia tentando un'ultima, disperata difesa. Fu spazzato via con un semplice soffio venuto dal nulla e portato su uno strato superiore d'impalpabilità…

Non si pose troppe altre questioni: era sempre stato, dopotutto, un ragionatore cinico. Attese pazientemente, sempre più spersonalizzato, di essere risucchiato via. L'ultima sensazione: un rumore d'aspirazione. Mark era assolutamente gelido dentro…

Flusher pensava, in un luogo recondito della sua indefinibile personalità, di concetti arcaici di logica: va definito e usato il contenitore, non il contenuto.

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Justine opponeva una resistenza forsennata, per nessun motivo al mondo avrebbe voluto evaporare. Rastrellò tutte le sue risorse psichiche cercando disperatamente una via di fuga per non pensare alla morte; voleva lottare come una belva ma si rese conto, ormai allarmata, che quella voglia di battaglia la conservava soltanto in un luogo remoto della sua psiche. Bruciava a tratti. Sentiva il calore premere da fuori verso il suo interno ma riusciva, nonostante tutto, a cedere non progressivamente; la sua dissolvenza era a compartimenti stagni. Gridò, con tutta la rabbia che aveva dentro ma non riuscì a dir nulla dalla sua bocca parzialmente deformata… …E delle boccate di buio occlusivo entrarono direttamente in lei, minando definitivamente la sua voglia di resistere. Justine pensò spasmodicamente a sua madre, al padre, alla voglia di ritornare nel proprio letto, di dormirci dentro, di risvegliarsi il mattino con il Sole che entrava dalla finestra, al desiderio di comunione con Flusher, alla voglia di sentire i suoi amici, al desiderio di essere un amalgama unico, alla voglia di vivere, all'aspirazione d'essere parte dell'oceano di potenza… Alla voglia di coincidere con Flusher… Nell'ultimo barlume di consapevolezza autonoma Justine guardò svanire il proprio corpo in una fiamma bianca di calore, con le estremità della lamella di fuoco rosse intense…

Flusher pensava, in un luogo recondito della sua indefinibile personalità, di concetti arcaici di logica: va definito e usato il contenitore, non il contenuto.

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Janet era in un'epifania di sensazioni quale nessuna realtà virtuale era mai riuscita a darle. Osservava scintillare in lei mille rapidi guizzi luminosi mentre fantastici richiami ad intriganti rally con esseri mentali erano presenti ovunque. Vide il suo corpo dissolversi lentamente e nel mentre acquisì la consapevolezza che infinite strade si stavano aprendo in lei; un attimo dopo ebbe coscienza di star correggendo ciò che pensava un momento prima: infinite strade stavano giungendo in lei, provenienti da tutto l'universo che riuscisse a concepire. Confermò le sue impressioni: ciò che le stava succedendo era davvero meglio di qualsiasi viaggio virtuale avesse mai provato. Un disagio avanzò nella sua percezione delle cose: la dissolvenza corporea cominciava ad esser fastidiosa. Il formicolio che sentiva era intenso, la forte curiosità che Janet provava verso l'affascinante mondo mentale non riusciva ad ottenebrarle ciò che stava diventando dolore intenso. Lottando fortemente coi suoi sensi si spinse a guardare il proprio corpo, trovandolo in evaporazione ogni volta che entrava in contatto con l'enorme calore che era intorno a lei: si stava sublimando. Un milione di voci premevano dentro di lei, la soffocavano. Un milione di ricordi, provenienti da innumerevoli software filoumani, si rendevano contemporaneamente disponibili e Janet accettava tutto, schiacciata com'era in un buio assolutamente profondo; lei vedeva soltanto una lavagna nera, levigata, senza granulosità alcuna. L'istante prima che tutto di lei si dissolvesse percepì il pericolo estremo, come se si fosse svegliata improvvisamente da un bellissimo sogno. Comprese in un attimo lungo un tempo infinito che non ci sarebbe stato più nessun viaggio, alcuna sensazione o risveglio, nemmeno consapevolezza… Svanì in quel mondo immenso, etereo, non allocabile proprio nel momento in cui la sua coscienza stava per prorompere in un urlo straziante, imponente. L'istante dopo nulla era rimasto di Janet: era persa, disgregata, non più esistente.

Flusher pensava, in un luogo recondito della sua indefinibile personalità, di concetti arcaici di logica: va definito e usato il contenitore, non il contenuto.


III


Il fragore della battaglia, della disfatta era lontano. Anni luce, passati in un baleno, pesarono nella consapevolezza della travolgente sconfitta che aveva subito. Davis sentiva l'enormità dell'avvenimento mentre era spalmato sulla poltrona di casa in atteggiamento sfatto, stravolto. Justine non c'era più. Geena era andata via da tempo. Janet, Mark e Judith si erano persi in un gorgo senza fine, come sua figlia… Lui si era fatto impiantare quelle memorie che in nulla avevano potuto aiutarlo se non nell'allontanare sua moglie… La sconfitta non poteva essere più totale; se almeno fosse perito lì, nell'enorme calore assassino, non avrebbe dovuto sopportare l'insostenibile pesantezza della solitudine che era condannato a reggere, per il resto dei suoi giorni, amplificata da quelle enormi capacità mentali. Eppure… Eppure qualcosa non quadrava. La sensazione di sentirsi amplificato, portavoce o meglio, tramite, era una piccola luce rossa nel profondo della sua coscienza; come un bersaglio in avvicinamento vedeva quell'impressione, col suo occhio interno, divenire sempre più grande e occupare massicciamente - in espansione - una quantità di massa cerebrale sempre maggiore. Davis si sentiva diverso. Si sentiva diversificato. Si alzò dalla poltrona con enorme sforzo; la luce che entrava da fuori era davvero fioca se paragonata a quella che gli aveva quasi bruciato i nervi ottici laggiù, nella rete. Ora era mattina tarda e lui doveva pur cominciare a scuotersi, doveva cercare di rialzarsi perché aveva bisogno di dimenticare per non morire… Doveva guardarsi dritto negli occhi e capire esattamente chi era… Lo specchio impietoso era nell'ingresso, a tutta altezza. Davis si guardò, l'incredulità sembrava uscire dalla lastra di vetro e metallo levigato per aggredirlo, per schiaffeggiarlo e metterlo di fronte alla realtà, quella vera… Il suo cranio, orribilmente deformato, aveva delle appendici nuove a scomparsa: brandelli di cavi biologici che lo connettevano ad un infinito - finito - da cui entravano idee degli Shapeless. Gli Shapeless erano in lui, Flusher era in lui: gli stava parlando per icone, per simboli assimilabili a caratteri cuneiformi. Quelle grafie avevano un suono loro che solo ora Davis poteva percepire, che nessun altro avrebbe potuto udire se non fosse stato indottrinato da quelle forze superiori. L'abisso di cinismo e potenza oscura si aprì di nuovo nella mente di Davis. Capì che non l'avrebbero mai più lasciato andare del tutto, che sarebbe servito loro come se fosse stato un cavallo di Troia, un tramite naturale tra loro - gli Shapeless e Flusher per primo - e gli umani tra cui i Nephilim continuavano a nascondersi. L'orrore profondo dei suggerimenti di Flusher dilagavano nella sua psiche lasciandogli l'immagine dello spazio siderale, buio, per quello che realmente era: una piccola porzione della massa degli Shapeless, piena di magmi mentali in via di assimilazione… Urla sommesse, codificate, disperate, meccaniche. Quiete. Vuoto dell'anima. Assenza dell'anima, di qualsiasi software.



FINE







Un ringraziamento speciale
al prof. Zecharia Sitchin
per le sue sconvolgenti teorie.