La giungla riversa |
Qualcosa si muoveva da ovest verso il punto in cui erano fermi.
Nella penombra fitta, quasi tagliente, il gruppo composto da Henry, Nadine, Jimy ed Eva scrutava ogni piccolo anfratto nella speranza di trovare un posto accogliente per passarci la notte.
Intorno a loro esistevano soltanto arbusti bruciacchiati dall'ultimo incendio, quello che aveva devastato uno dei pochi cuori vergini rimasti della Terra. I quattro cercavano semplicemente indizi probanti della responsabilità di un clan mafioso russo i cui interessi si spingevano fin laggiù.
L'odore di bruciato era forte, davvero insopportabile a volte. Henry si era messo sul naso una mascherina ecologica che l'aiutava, se non altro, a respirare meno faticosamente degli altri.
La vista verso l'orizzonte era compromessa dall'avanzare del crepuscolo; il disco solare era soltanto una pallida immagine immersa in un contorno sfocato. Tutti i rami, protesi verso la Luna e le poche stelle già visibili, erano simili ad esili bacchette da camino, buone soltanto ad attizzare le fiamme.
Henry riusciva così, soltanto così, a mettere bene a fuoco il Sole, proprio nel momento in cui irraggiava meno l'atmosfera terrestre; contemplava nello splendore del bianco, del puro bianco monocromatico, la capacità del disco solare di raccontarsi attraverso le esplosioni sulla sua superficie.
La cosa che prima si vedeva muovere da ovest sembrava adesso più vicina: era alta nel cielo come un incubo della notte. Per la prima volta Nadine sembrò notare quella figura così sgraziata farsi avanti, quasi stesse cercando loro; anche Jimy ed Eva se ne accorsero, appena un attimo dopo rispetto a Nadine.
Lo shock di vedere quell'essere impossibile, con le sue enormi ali nere a forma di pipistrello, evocava gli spettri che avevano animato le loro paure infantili, quelle rese vive dai racconti di uomini oscuri recitati magnificamente della nonna…
La notte si andava scurendo, era vicina al suo punto di buio massimo che avrebbe mantenuto fino a poco prima dell'alba. Con un brivido, Henry pensò che dovevano resistere in un'impossibile apnea per un numero congruo d'ore finché la luce solare non avesse spazzato quell'orribile bestia alata.
Eva cercò con lo sguardo Jimy e lo trovò intento a guardare il terreno distante alcuni metri da lei; vistolo così non si curò di lui e cercò la compagnia di Nadine per puro spirito di solidarietà femminile. Intanto Jimy stava osservando strane orme: dita molto forti che artigliavano il suolo, lasciandoci sopra impronte davvero impressionanti legate da una palmatura parecchio strana.
- Henry guarda qui. - Jimy lo stava chiamando attraverso la connessione wireless, su un canale personale.
Henry si fermò perplesso nel punto in cui si trovava, essendo in avanscoperta rispetto al resto del plotone. Capì che doveva raggiungere Jimy.
- Cosa hai trovato?
- Secondo te queste impronte non appartengono a quella bestia che abbiamo visto poco fa?
- Sì, potrebbero essere le sue - Henry sentì un brivido lunghissimo attraversagli la schiena, come se quegli artigli fossero già addosso a lui a scuoiarlo. Poi, bisbigliando aggiunse:
- Jimy, cerca di non farne parola con loro - indicò con un cenno Nadine ed Eva che in quel momento scrutavano il cielo ed il suolo alla ricerca, alternativamente, della visione della bestia alata e di un possibile rifugio.
- Sì, giusto. Se loro scoprono questo - indicò gli artigli - possono anche cadere in una crisi panico davvero difficile da gestire…
- Jimy, cosa hai scoperto?
- Niente di che… - Henry si affrettò a rispondere ad Eva, sperando che non le venisse in mente di guardare ciò che avevano trovato: non avrebbe saputo avanzare una teoria convincente, non avrebbe potuto fermare l'ondata di terrore susseguente.
- Eva, che ne dici di questo posto? - Per fortuna Nadine stava chiamando la sua amica; probabilmente voleva farle vedere un nascondiglio.
Momenti di tensione: Henry e Jimy aspettarono che le due donne si allontanassero ulteriormente per poter giudicare meglio quelle orme, per poter parlare più liberamente senza dover destare sospetti nelle due ragazze.
- È davvero impressionante - Henry riempiva il canale trasmissivo verso il compagno d'espressioni iconizzate di stupore, venato di panico.
- Mmmmmmm sì, molto.
- Hai idea di dove sia andata a finire quella cosa?
- No, non ne ho idea; l'ho visto volare davvero per poco tempo. Ero troppo impegnato a guardare queste impronte; non sapevo se chiamarti o no.
Da lontano, circa sessanta, settanta metri più in là, le due ragazze cercarono di chiamare vocalmente Jimy ed Henry; si ricordarono soltanto dopo essersi accorte di non riuscire a contattarli che dovevano usare i collegamenti aerei, aprendo una sessione di contatto multiplo tra tutti e quattro.
- Jimy, Henry; forse abbiamo trovato una graziosa camera d'albergo per questa notte…
* * *
L'anfratto nella roccia doveva essere davvero antico. Trovarono tracce d'utensili sparsi un po' ovunque, frammentati perché rotti dal passare dei secoli.
Tutti e quattro strizzarono gli occhi cercando di mettere a fuoco meglio che potevano la fastidiosa oscurità, a basso contrasto e sgranata.
Si sentivano più sicuri lì dentro; il retaggio dell'antichità, dal fascino intatto anche dopo l'innesto di memorie genetiche, faceva ancora sentire il suo influsso: l'uomo aveva cominciato la scalata sociale proprio difendendosi dentro le caverne, soprattutto dagli animali. Pensando a quest'insidioso particolare Henry trasalì, cercando di non far trasparire nulla delle sue emozioni agli altri.
Si stavano invischiando, Henry e Jimy, in una catena interminabile di segreti, ognuno sicuro che dovesse nascondere qualcosa agli altri per il bene del gruppo.
- Bisogna stabilire dei turni di guardia. - Jimy l'organizzatore stava pensando ad altro piuttosto che ad osservare, pensò Henry.
- Hai ragione; comincerò io, poi mi darai il cambio dopo due ore. Ci alterneremo soltanto io e te e lasceremo le ragazze risposare…
Nadine si sentì messa in disparte. Un moto d'offesa serpeggiò nel suo sguardo: risentimento puro. Lei si convinse presto a lasciar perdere osservando la reazione accondiscendente d'Eva, tralasciando così qualsiasi ulteriore commento.
Prepararono tutti quanti insieme un giaciglio decente.
* * *
Henry era solo, appena fuori dell'ingresso della grotta.
Ormai in solitaria elucubrazione da almeno cinquanta minuti si accorse che il suo sguardo stava osservando autonomamente uno spicchio di cielo. Andando a ritroso nella sua memoria visiva gli parve di centrare un fotogramma elaborato - in automatico - dal chip installato nel suo cervello. Vi era impressa un'ombra che attraversava l'orizzonte, nel pieno dell'oscurità, da un estremo all'altro della giungla.
Ora la sua attenzione era desta, ben desta. I suoi nervi erano tesi. La fredda impressione della minaccia latente, vicina, gli faceva una sgradevole compagnia. Henry si sentiva minacciato profondamente come mai in vita sua aveva provato. Si voltò per controllare fugacemente il sonno dei compagni; per guardarli nel dettaglio dovette mettersi i suoi speciali occhiali notturni che gli permettevano di alleviare il fastidioso granuloso del buio. Accertatosi che tutti stessero dormendo controllò nel suo orologio craniale quanto tempo mancasse al turno successivo e, visto che restavano sessantacinque minuti, si voltò nuovamente verso la foresta, per scrut…
Indietreggiò velocemente, strisciando nella polvere all'indietro, senza voltarsi per paura di essere ghermito. Un pipistrello enorme, con fattezze umane, volteggiava proprio sopra l'ingresso della cavità naturale a circa venti metri dal suolo.
Gli occhiali lo aiutarono a percepire bene il volto di quell'orribile figura; nel mentre cercò di sistemarsi un po' più dentro alla grotta, evitando di fare rumori molesti - non dovevano assolutamente svegliarsi gli altri, avrebbero generato rumore, caos, panico, disorganizzazione.
Quel volto era assolutamente terribile… Rimasero impressi a Henry gli zigomi, assolutamente affilati e prominenti, su cui dominavano due orbite completamente nere e gonfie, grandi come solo un mostro letterario potrebbe avere. Ricordava poco, invece, del resto dei lineamenti: gli sfuggiva il particolare della bocca, della sua conformazione, del mento, del collo. Il corpo lo ricordava pericolosamente muscoloso, leggermente incurvato, come se proteggesse il suo torace e addome in un cuneo a chiusura rapida. L'altezza di quella bestia sembrava umana, almeno un metro e settanta d'orrore nero, profondo.
Henry cercò di vedere dove si fosse posata quella figura, spremendosi tutte le risorse mentali aggiuntive che possedeva per cercare di attuare un'organizzazione, una difesa da opporre nel caso che il pipistrello avesse voluto attaccarli.
Un click interno alla sua psiche attivò un coagulatore mentale: onde di natura sconosciuta che potevano prima inibire, successivamente squagliare in una poltiglia grassa qualsiasi cervello umano; Henry doveva soltanto stare attento a rivolgerle contro il bersaglio giusto.
Non c'era più. Henry si rese conto che la bestia era scomparsa.
Agitato ancor più di prima, col sacro terrore che questa gli saltasse addosso da un momento all'altro, aumentò il polling delle sue ricognizioni visive cercando di prevenire, nel frattempo, qualsiasi eventuale situazione di pericolo gli si rivolgesse contro.
Il turno finì.
Henry girò il trillo della sveglia verso i socket virtuali di Jimy, comodi perché riconfigurabili ogni volta secondo le esigenze del momento.
Qualcosa di sbagliato in Henry allarmò Jimy. Lo guardò, scrutandogli la psiche attraverso sensori in grado di leggere la chimica delle sinapsi e collegandosi, anche, attraverso tecniche di derivazione neozen ai suoi centri decisionali in modalità wireless.
Henry si sentì scoperto. Provò a depistare il suo compagno cercando di impostare con lui un dialogo mentale scherzoso.
- Jimy, sempre un personaggio alla ricerca di tool alla moda te eh? Ti rinnovi ogni mese cercando una nuova oggettistica; sei sempre il personaggio più cool del gruppo… Cosa mi scansioni la mente? - sorrise ironicamente…
- Henry, cosa è successo in queste due ore? - Non aveva la minima intenzione di cadere nel tranello tesogli dal compagno; evidentemente era in pieno stato d'agitazione per la paura che provava intimamente.
- Nulla, cosa vuoi che sia successo?
- Non è vero, sento benissimo il tuo panico; Henry, hai rivisto quella bestia alata?
Un attimo d'esitazione, quello che servì a Henry per decidere se continuare a mentire o confessare quel peso così gravoso lo tradì. Stava per continuare a mentire, quando si rese conto che il tempo intercorso nel loro dialogo non gli lasciava altra scelta che raccontare tutta la verità.
Lo fece. Jimy ascoltava, un senso sottile di paura s'insinuò anche in lui…
- È bene che ci avvertiamo, d'ora in poi, quando avvengono queste cose, Henry.
- Hai ragione - nel mentre faceva cenno di sì, col capo.
- Ora è il mio turno; va' a riposarti, ti vedo scosso…
- Sì, non è certo una bella cosa vedersi così vicino quell'essere.
Erano passati pochi minuti e Jimy ebbe la sensazione anzi, scandagliandogli la mente n'ebbe la certezza, che Henry si fosse già addormentato, vittima del rilassamento successivo allo stress.
Ripassò mentalmente tutto il racconto fattogli; rabbrividì da solo.
* * *
La notte era nel pieno della sua estensione. Controllando il proprio orologio a scomparsa Jimy vide che la mezzanotte era passata da ventuno minuti. Fino a quel momento, nulla di rilevante era successo.
C'era poca luce; la Luna non avrebbe dato un'illuminazione importante, il novilunio era passato da due notti appena... Eppure, delle parvenze d'ombre si agitavano insidiosamente di fianco a Jimy che si voltò di scatto, non appena ebbe la percezione netta - affacciatasi repentinamente alla sua coscienza - di quell'anomalia.
Ciò che vide fu qualcosa di davvero simile ad un'immagine da incubo, da cinematografo: gruppi di pipistrelli possenti, in formazione di due a due, stavano volteggiando sopra l'ingresso della grotta studiando il modo migliore per prendere di sorpresa tutti gli occupanti della cavità - percepiva gli orientamenti dei loro svolazzamenti come tentativi per occludere le vie di fuga.
Esse, le bestie alate, si accorsero di lui; si accorsero che lui aveva capito.
Jimy ebbe l'istinto di svegliare Henry; poi pensò al terrore che si sarebbe acceso nei suoi occhi. Indirizzò un flood mentale verso uno dei pipistrelli, uno a caso…
Sentì un tonfo dopo alcuni secondi, laggiù, nella boscaglia fitta; la bestia doveva aver avuto uno schianto contro il tronco di qualcuno di quei - enormi - alberi secolari, probabilmente appena scalfiti da una collisione così imponente.
Ravvivato da quel successo Jimy indirizzo lo stesso attacco verso altri due esseri alati, che caddero puntualmente anche loro, dopo pochi secondi.
Ben presto, però, il notevole dispendio d'energie psichiche si fece sentire. Uno di quei mostri, approfittando di un attimo di sbandamento, sorprese Jimy alle spalle. Lo ghermì, strappandogli quasi tutta la carne intorno alla cassa toracica e alle spalle.
Il dolore lancinante, insopportabile, annebbiò la mente di Jimy spegnendola. Dall'alto una coppia di giganteschi pipistrelli scese in picchiata verso quella che sembrava una carcassa umana e la portò lontano, verso le loro tane…
Al risveglio di Henry, tutto era tornato calmo.
Si alzò rapidamente, cercando Jimy; guardò l'orologio mentale: erano l'una e trenta. Henry era in perfetto orario per il turno successivo.
Uscendo dalla grotta qualcosa macchiò le sue scarpe e l'orlo dei pantaloni: sangue.
Ondate di panico via via più frenetiche lo assalirono lasciandogli sempre meno tempo per riaversi. Mille domande e congetture si facevano strada in lui ma tutte lo portavano, invariabilmente, verso un'unica risposta: Jimy era stato preso da quelle creature rivoltanti, portato chissà dove…
Allora, se ciò era vero, perché non avevano preso anche loro, tutti immersi nel sonno?
L'ovvietà della domanda che si faceva da solo lo lasciava sconcertato, così come sconcerto provava nel non capire perché, dopo tutto quello che Jimy aveva raccomandato a lui, egli non lo avesse svegliato nel momento del pericolo: forse non n'aveva avuto il tempo? Forse si era solo allontanato, cercando… Cercando cosa? Non c'era motivo per cui Jimy dovesse allontanarsi.
Lanciò un'occhiata densa d'apprensione verso Nadine ed Eva: erano immerse in un sonno senza fine apparente, il loro volto era sereno… Almeno il loro.
Indossò di nuovo gli occhiali che gli permettevano di vedere meglio nel buio granuloso, monocromatico, che lo circondava.
Guardando meglio verso l'esterno della grotta vide, con un sommovimento violento dello stomaco, dei brandelli sanguinolenti di qualcosa indefinibile. Si avvicinò: era carne d'animale, umana gli gridava una voce interna proveniente dalla memoria genetica nel suo cranio.
Vomitò, per alcuni minuti non riuscì a smettere. Davanti a lui aveva alcuni resti di Jimy.
Riavendosi dallo shock, per prima cosa si domandò cosa potesse fare per salvare ancora Jimy, e dove poteva essere; poi si chiese cosa doveva fare lui ora, dove avrebbe dovuto portare le ragazze visto che quella missione, per motivi di segretezza, non poteva essere resa nota: se loro avessero chiesto aiuto ufficialmente, attraverso il canale d'emergenza dei loro impianti, il Governo avrebbe negato qualsiasi suo coinvolgimento nella missione…
Non poteva resistere a quello stress, doveva prendere una decisione anche perché, la notte, era ancora lunga da risolversi.
Provò ad arrampicarsi un paio di metri sopra l'apertura della grotta, soltanto per vedere cosa ci fosse intorno a loro. Il cielo, fatto di quel buio monocromatico così livido e indefinito, si oscurò del tutto. Qualcosa era addosso a Henry e lo stava scuoiando vivo.
Il dolore fu una luce grigia, intensissima, come solo il rosso vivo visto attraverso un filtro monocromatico sarebbe. L'alito fetido di una creatura, presumibilmente di quel gigantesco vampiro, fu l'ultima cosa che Henry sentì in vita sua.
Fu portato via a brandelli, la testa ciondolante, verso lo stesso luogo in cui giaceva il cadavere di Jimy.
* * *
Erano le quattro e dodici minuti: così lampeggiava l'orario nel visore craniale di Nadine. Si svegliò di soprassalto, impaurita da qualcosa d'indefinito.
Il mondo fuori era totalmente cambiato. Eva dormiva accanto a lei ma il suo volto era sfregiato; qualcosa l'aveva colpita sulla tempia lasciandole un solco profondo che arrivava fino al cervello - si vedevano gli innesti in rame e materiale biologico connettivi tra meningi e memoria genetiche.
Maledisse la compagna per la sua decisione avventata di lasciar di guardia soltanto i loro due compagni, inspiegabilmente scomparsi…
Tornò a concentrare la sua attenzione verso il mondo esterno, troppo diverso da come lo avevo lasciato addormentandosi; la foresta le solleticava l'attenzione pur rimanendo cosciente che Eva era accanto a lei, che aveva bisogno di cure, che forse poteva essere salvata.
La luce che entrava da fuori era invertita. La notte era diventata grigia, come se fosse l'immagine negativa di una fotografia; i contorni, le pareti della roccia, qualsiasi altra cosa che doveva essere più chiara era, in realtà, granulosamente imprecisa, poco definita. Il mondo così era davvero sinistro.
Nadine scorse brandelli di carne uscendo dalla grotta, chiazze di sangue sparse un po' ovunque lì intorno. L'impressione di essere al centro di un enorme, antiquato rullino fotografico fu un bizzarro diversivo che la deconcentrò per qualche attimo; poi, l'angoscia di trovarsi in un posto così sbagliato da essere assurdo s'impadronì dei suoi sensi.
Dall'alto, figure poco più chiare della notte sembravano agitarsi in un maestoso ed elegante balletto: erano cinque o sei, non seppe contarle esattamente perché quelle, le figure alate simili a pipistrelli, si stavano muovendo velocemente, sinuosamente ma senza coordinazione nel cielo.
Nadine ricordò, associò l'immagine negativa con quella che aveva visto poche ore prima in compagnia degli altri tre. Si trattava proprio di quel tipo di mostro ma non immaginava che ce ne potessero essere altri, né tantomeno aveva credeva fermamente in ciò che aveva visto: la mano nella tasca dei suoi pantaloni trovò ancora due pastiglie di… Sì, pasticche di droghe psicotrope, totalmente sintetiche, che avevano portato per non sentirsi troppo angosciati dalla giungla…
La spiegazione fu un lampo che illuminò il terrore che le attanagliava la mente: le memorie genetiche, a volte incontrollabili, prendevano il dominio degli avvenimenti e modificavano tutto quanto potevano modificare della realtà percepibile. Durante quelle ore il gruppo aveva fatto semplicemente uscire i propri fantasmi collettivi rendendoli vivi, vividi, veramente reali.
Nel mentre che Nadine pensava ciò uno di quegli esseri alati scese verso di lei e la arpionò pesantemente, provocandole un dolore immenso che e arrivò alla coscienza soltanto dopo alcuni secondi, tante erano le tranciature che quegli artigli avevano prodotto nel sistema nervoso della ragazza.
L'ultima cosa che vide, alzando gli occhi verso il cielo, fu il cambiare della visione negativa in positiva, in alternanza per alcune volte. Quando spirò tutti gli esseri cui avevano dato vita con la fantasia, sia Nadine che gli altri tre, si dissolsero in una dimensione irraggiungibile in stati mentali normali.
La giungla rimase lì, usualmente reale come loro non l'avevano più vista.