Il pericolo nella rifrazione |
Free-Earth si muoveva nel suo moto lineare, esattamente come aveva sempre fatto. Pigramente avrebbe continuato a ruotare per decenni ancora, fino alla progressiva disgregazione delle strutture che la componevano. Quella stazione avrebbe avuto bisogno di troppi interventi di manutenzione, lunghi e dispendiosi nonché pericolosi - le compagnie assicurative non avrebbero mai pagato le morti accidentali degli operai in caduta libera - quindi era gioco forza costruirne un'altra nuova, più funzionale, innovativa e facilmente gestibile.
Quel tempo era lontano da venire; la stazione orbitante aveva davanti a sé ancora molto tempo, almeno venti anni. Chi abitava lì sopra aveva finito per trovarsi bene, trovando non del tutto negativa la prospettiva di passare parecchi mesi in un ambiente perfettamente controllato.
Ronnie era un ragazzo - uno dei pochi - nati lì. I suoi genitori lo avevano concepito sulla Terra e poi si erano subito spostati nello spazio, invogliati da una cospicua borsa finanziata da molte lobby sanitarie allo scopo di studiare i comportamenti del feto - e della mamma - durante massicce esposizioni alle radiazioni solari.
Il bambino era nato sano, la madre stava bene. I primi mesi di vita del neonato fluirono esattamente come se lui fosse stato sulla Terra; Ronnie riuscì, in seguito, a muovere i primi passi in un ambiente che emulava perfettamente la gravità terrestre e nessun sintomo apparente sembrò disturbarne la crescita, nemmeno le tanto temute radiazioni solari.
Qualcosa cambiò per Ronnie, da un giorno all'altro.
I suoi genitori ebbero un grave incidente durante una riparazione di routine ai pannelli solari esterni di Free-Earth: un'improvvisa falla si aprì nell'interstizio sigillato di due rivestimenti e la violenta decompressione sorprese i genitori di Ronnie che stavano passando lì casualmente, risucchiandoli violentemente verso il vuoto. Non uscirono da lì, almeno, non completamente. I soccorsi furono immediati e la riparazione delle falle avvenne a tempo di record; i coniugi morirono prima ancora di sentirsi strappare le membra e i bulbi oculari nell'impatto contro le strutture portanti della stazione. I resti dei loro corpi furono composti pietosamente in una bara comune, ammucchiando alcuni brandelli d'organi in un angolo non sapendo bene a chi appartenessero.
Ronnie era rimasto da solo. Aveva, in quel periodo, non più di tre anni. Ci fu una corsa all'adozione. Molti adulti si offrirono volontari per tirare su il bambino avendo sentito, in cuor loro, l'enormità del dramma che si era consumato. Gli istituti religiosi, però, si erano mossi meglio e prima degli altri ed avevano subito accampato diritti sul bambino, asserendo che la carità che loro professavano non era altro che il volere di Dio e che, quindi, nessuno poteva frapporsi tra loro e il bambino. A completare il loro bizzarro teorema sbandierarono al governo di Free-Earth i dati dei bambini che avevano adottato sulla Terra, a loro dire strappati ad una vita d'inferno, di stenti e corrotta.
Nulla sembrava cambiare, nemmeno lassù. La casta religiosa era sempre potente e pretenziosa; essa si accaparrava forti sovvenzioni economiche mascherandosi come caritatevole.
Così, Ronnie era cresciuto tra le capienti mura degli istituti cristiani. Ben presto si era ribellato agli ottusi insegnamenti - per nulla razionali - che quegli uomini accecati dalla fede e dal guadagno gli propinavano. Già verso i dodici anni Ronnie era in forte contrasto con il Rettore dell'istituto, ed un anno dopo organizzò la sua prima fuga. Lo ritrovarono, casualmente, dentro un comparto a tenuta stagna di un razzo che stava per andare verso la Terra. Fu salvato da una morte atroce e lenta.
Quell'avventatezza gli servì da lezione. Ronnie non commise più errori simili e passò i mesi successivi ad affinare varie tecniche per riuscire in una fuga certa e sicura.
Fu in quel periodo che notò in sé un'anomalia del tutto bizzarra. I particolari gli divennero palesi quando confrontò, durante una lezione scolastica, le percezioni cromatiche di un quadro di Van Gogh con quelle dei suoi compagni di classe. Insospettiti, gli insegnanti chiesero una visita oculistica accurata per quel ragazzo, poiché egli percepiva sfumature cromatiche e di definizione diverse da quelle dei suoi compagni di corso.
Gli esami durarono qualche giorno. Raffinate apparecchiature sviscerarono tutte le caratteristiche di quel ragazzo facendogli un check-up completo che, se fosse stato fatto privatamente, gli sarebbe costato davvero una fortuna: ciò che fece l'Istituto fu semplicemente mettere a disposizione, con un minimo sforzo economico, le strutture mediche di sua proprietà.
La diagnosi fu semplice e sconcertante allo stesso tempo: Ronnie soffriva di qualcosa che si chiamava Blindcolor, cieco ai colori. Era una malformazione genetica già nota sulla Terra, anche se davvero limitata; si era scoperto, molti anni addietro, che specialmente alcuni indigeni delle isole del Pacifico vedevano in quel modo a causa di un gene modificato, tramandatosi per generazioni.
Il fatto che Ronnie non avesse legami con quegli abitanti del Pacifico, né che avesse subito trapianti di particolari lotti di memorie genetiche, portò lo staff medico a formulare una sola teoria: le radiazioni, quello dello spazio profondo, avevano modificato il gene della vista a colori.
La presenza di Ronnie su Free-Earth, all'interno dell'istituto religioso, non faceva che aumentare il prestigio e il flusso di denaro verso la stazione, verso le casse dell'istituzione; quella comunità aveva un pregiatissimo oggetto di studio e non se lo sarebbe fatto scappare per nessun motivo al mondo.
Il ragazzo era cresciuto da allora. Altri quattro anni erano passati ed ora, Ronnie, era sul punto di avere la potestà legale di decidere cosa fare della propria vita: stava per diventare maggiorenne.
Ormai si era abituato alla sua diversità. Il fatto che egli percepisse gli interni del suo alloggio, i luoghi di ritrovo esposti ad una luce solare così chiara e invadente tanto da aver bisogno di occhiali da sole scurissimi, era entrato ormai a far parte del suo modo di essere. Andava sempre in giro con i suoi inseparabili sunglasses, da cui assorbiva il granuloso e poco definito mondo circostante non così fastidiosamente; le sue pupille non avrebbero sopportato a lungo un fascio di luce solare diretto perché così rischiava una cecità da shock visivo.
Quel pomeriggio sembrava soltanto un momento simile a tutti gli altri. Ronnie passeggiava tra i luoghi di ritrovo pubblici abbastanza poco frequentati per essere un giorno semifestivo. Qualcosa di sfuggente attirò la sua attenzione.
Non gli era riuscito di capire cosa fosse stato quel movimento rapido e perciò decise di avvicinarsi verso la paratia che sembrava aprirsi, laggiù, nell'intersezione con i pannelli maestri della stazione.
In breve si trovò lì, proprio dove aveva visto nettamente, per un solo istante, un movimento di fuga verso le pareti non protette di Free-Earth. Si accertò che i raggi solari non colpissero quello spicchio di spazio e poi si tolse gli occhiali per meglio osservare la parete: essa era perfettamente saldata, i batteri che erano serviti ad unire biologicamente quelle lastre sottili e durissime di materiale organico sembravano aver fatto un buon lavoro.
Ronnie rimase interdetto per qualche istante; provò a ricordarsi le immagini che aveva visto pochi istanti prima e, filtrando il poco dettaglio granuloso che ricordava, fu certo di aver percepito una forma vivente sgattaiolare via da lì, con un momento impossibile a tutti gli abitanti di quella stazione orbitante.
Passò ancora le sue dita per accertarsi che le paratie fossero ben salde una contro l'altra. Non c'era traccia alcuna di fessure o di iati infinitesimi.
* * *
Il giorno dopo Ronnie era nel suo alloggio, immerso in pensieri sul mondo com'era concepito ai tempi di Copernico; egli era sempre stato affascinato dalla storia delle scienze ed in quel particolare periodo trovava molto interessanti le letture tecniche relative a quel momento storico.
Non aveva dovuto faticare molto per trovare ciò che gli interessava: la libreria virtuale della stazione era oggettivamente ben fornita; gli bastò scorrere tra gli scaffali giusti, non facendosi abbagliare dai riflessi sintetizzati della luce solare che lui percepiva così chiara e fastidiosa, e subito gli riuscì facile trovare la fila giusta, lo scaffale esatto, tutto quanto gli serviva per soddisfare, seppur parzialmente, la sua sete di sapere.
Il collegamento craniale con la biblioteca virtuale era di tipo invasivo, non lasciava trasparire le percezioni esterne; qualsiasi cosa poteva succedere lì intorno ma Ronnie se ne sarebbe accorto soltanto al momento della sconnessione.
Un flusso freddo attraversò la biblioteca da un estremo all'altro, lasciando una scia di biancore propria del gelo più mortale. Tutta la biblioteca parve contrarsi in una smorfia di sofferenza infinita che trasmise anche a Ronnie; cosa provasse esattamente in quel momento nemmeno lui avrebbe saputo dirlo: un formicolio diffuso, al limite del fastidio fisico, si propagò su tutto il suo corpo lasciandogli la pelle come se fosse infilzata da milioni d'aghi di ghiaccio. La concentrazione mentale, necessaria affinché il collegamento neurale con la biblioteca virtuale fosse soddisfacente, fu disturbata da un flusso ionizzato di natura sconosciuta e particolarmente potente; Ronnie si trovò, suo malgrado, in una condizione pericolosa di stallo dove le sue idee non potevano essere eseguite e dove, soprattutto, qualsiasi input esterno era lasciato in una sorta di limbo, amniotico e ritardante.
Qualcosa volò oltre lui lasciandogli l'impressione di un'onda mefitica, non esattamente positiva. Con lo sguardo Ronnie provò a seguire la scia ma i movimenti gli erano davvero difficili - il collo gli doleva per lo sforzo e i suoi bulbi oculari erano come pressati da una poltiglia viscosa, davvero aderente. La biblioteca intera stava precipitando in una semioscurità fastidiosa mentre la granulosità visiva gli faceva perdere il contatto con la scia, generatrice di un freddo intenso ed anomalo.
Un fotogramma. Vide soltanto un fotogramma fissato nella sua memoria. Un volto aquilino, di una furbizia affinata e contorta, gli si affacciò alla coscienza semplicemente per comunicargli la sua presenza. Quel volto aveva gli occhi così iniettati di sangue, era così tirato nei lineamenti che mise un certo stato di agitazione in Ronnie; la soggezione che egli provò verso quella figura fu mista a terrore e, di conseguenza, provò un istinto di riverenza farsi prepotente in lui…
L'attimo dopo tutto sembrò tornare normale. La biblioteca sembrava la stessa di poco prima: non c'era traccia di quel gelo così soprannaturale, viscoso, musicalmente oscuro.
Dei tremori lungo tutti i suoi arti bloccarono le velleità di ricerca sull'argomento copernicano. Ronnie si era deconcentrato, impaurito, non aveva mai visto nulla di simile in vita sua.
Nel togliersi il collegamento craniale un flash di bianco accecante, estremamente nitido e accompagnato dalla sovrapposizione progressiva della sua stanza, lo portò ad una vertigine anomala. Dovette correre in bagno mentre nella sua testa tutto sembrava un vecchio filmato da shock, di quelli amatoriali, girato per caso in qualche situazione realmente accaduta.
Vomitò ciò che aveva mangiato il giorno prima: non gli riusciva più di digerire.
* * *
I giorni che seguirono furono semplicemente disagevoli. Quel fastidio fisico non voleva abbandonare Ronnie; più volte si sentì male al punto da desiderare accanto a sé la mamma - poteva alleviargli un poco il fastidio con la sua sola presenza, così la giornata sarebbe stata meno pesante, meno dolorosa.
Eppure Ronnie era solo; aveva accanto a sé persone che lo proteggevano soltanto perché lo reputavano un investimento, un caso clinico che attirava flussi di ricchezza. Tutti erano preoccupati esclusivamente da ciò che poteva capitargli e, di riflesso, da ciò che poteva accadere ai propri investimenti. Ronnie decise che non avrebbe fatto parola con nessuno del suo malessere; lo avrebbe combattuto da solo, senza aiuto di nessun sistema esperto né d'alcun collegamento cranico. Intimamente era certo che una volta compreso cosa fosse stata quell'ombra apparsa a lui si sarebbe sentito nettamente meglio, pronto ad imbarcarsi in qualcosa che sicuramente gli avrebbe cambiato la vita: non avrebbe più vissuto come un recluso.
Per Ronnie qualsiasi eccezione era foriera di novità, vi si aggrappava come se fosse l'ultima occasione per cambiare la sua vita così piatta.
Camminando lungo uno dei viali di periferia di Free-Earth, immerso nei suoi pensieri, si accorse che un'ombra lo stava seguendo; come arrivò a quella sicurezza non fu attraverso un metodo d'analisi fredda e razionale bensì trovandosi a gestire intimamente alcune sensazioni di fastidio latente, in crescita sensibile, irregolare. Il fastidio si rivelò - improvvisamente - consistente, al limite del sostenibile; Ronnie cominciò a prestare attenzione ad alcune voci e ad altre che si elevano da un punto impossibile del viale. La sorgente di quelle percezioni era posta esattamente ad un passo dai suoi piedi, davanti a lui; osservò attentamente ciò che stava accadendo sotto il suo sguardo: un'ombra traslucida, estremamente grassa di granulosità fastidiosa generava infinite biforcazioni di se stessa in un crogiolo di vita clonata, davvero inquietante.
Le ombre vissero presto di vita propria, proprio sotto allo sguardo attonito di Ronnie. Queste crebbero, assumendo sembianze animali di una razza che Ronnie, pur sforzandosi di ricordare, non conosceva.
I volti delle creature erano offuscati; la luce li colpiva ed era subito deviata verso i pannelli che costeggiavano il sentiero artificiale. Da lì, il gioco d'illusioni generato dalla luce stessa terminava con un insinuarsi nei pannelli di contenimento e poi - n'era sicuro - in quelli portanti di Free-Earth.
La forma vivente che aveva visto pochi giorni prima sgattaiolare attraverso i rivestimenti era un essere di luce allo stato puro, non forme viventi. Le vere entità vibranti d'energia vitale erano seminascoste, non assorbivano minimamente il chiarore e forse soltanto chi aveva una disfunzione visiva, quale la sua, poteva apprezzare attentamente il muoversi di quelle mostruosità in clonazione continua.
Ora la ramificazione delle entità si era fermata. Pian piano esse avevano circondato Ronnie senza che lui ora riuscisse a fare un solo passo, in nessuna direzione. Minacciose, piene della loro granulosità e del loro vibrare elettrico, quasi fossero degli ectoplasmi, le figure oscurarono il suo campo visivo semplicemente ergendosi tutte insieme, come se realizzassero una palizzata rozza ma efficace.
Ronnie non fu più tanto sicuro che qualsiasi cosa gli fosse accaduta sarebbe stato un modo come un altro, altrettanto valido, per cambiare in meglio la sua piatta esistenza. Si sentì minacciato da un pericolo mortale, da qualcosa di cui non aveva mai sentito parlare ma che intuiva essere subdolamente potente, operante a basso livello.
L'istinto di vomitare lo salvò. Si sentì così male che tutte quelle forme intorno a lui scomparvero, non capì per quale motivo.
* * *
La sera stessa, nel suo alloggio.
Era steso sul suo letto, ancora con lo stomaco sotto sopra. Erano ormai giorni che mangiava poco e quel poco non riusciva a digerirlo.
Stava vedendo in quel momento un film attraverso un canale d'intrattenimento collocato sulla stazione orbitante. Non riusciva a concentrarsi sulla trama perché la sua mente era occupata in mille considerazioni, in sottili pensieri che lo turbavano cui non riusciva a dare una spiegazione logica.
Si domandò se forse non era il caso di chiedere aiuto, di chiamare qualcuno per confidarsi. Mai come in quel momento la condizione d'orfano pesò come un macigno sul suo umore; l'isolamento che si era costruito man mano, suo malgrado, sembrava essere vicino ad un insopportabile apice. Cuspidi insidiose di metallo si conficcavano nella mente, gli davano un profondo senso di malessere cui non sapeva reagire perché, fondamentalmente, non era nemmeno in grado di espletarlo. Sua madre e suo padre erano morti da troppo tempo, non poteva sperare di suscitare compassione in nessuno perché il tempo aveva cancellato qualsiasi ricordo vivo.
Ronnie doveva soltanto stringere i denti e dimostrare a tutti che era, ormai, un uomo capace di badare a se stesso.
L'aggressione fu fulminea.
Dallo schermo si mossero le stesse figure che aveva visto poche ore prima. Dense del loro potere di rifrangere la luce accerchiarono Ronnie prima ancora che riuscisse a provare qualsiasi istinto di conservazione. Lo trovarono aperto, con tutte le difese abbassate e penetrarono in lui, senza attendere.
Ronnie provò ad urlare alcuni attimi troppo tardi perché quelle figure avevano già invaso quasi tutti i suoi centri vitali. L'istante successivo l'anima di Ronnie provò un senso di soffocamento, come se qualcuno l'avesse narcotizzato con dell'etere: un singulto gli salì prepotentemente in gola da poco più sotto, gli tolse il respiro; lui mosse istintivamente a destra e sinistra, più volte, il capo come per liberarsi dal groppo che gli ostruiva l'epiglottide.
Fu inutile.
* * *
Lo trovarono dopo due giorni.
Alcuni educatori lo stavano cercando per tutta Free-Earth senza che nessuno fosse stato in grado di aiutarli. Per ultimo pensarono di ispezionare il suo appartamento e così, lo spettacolo del corpo squartato di Ronnie si presentò a quegli uomini.
I suoi occhi erano strappati La lingua era stata azzannata. Brandelli del suo corpo, dei suoi arti erano sparsi per tutta la stanza, in un trionfo di fetore insopportabile e di sozzura organica che fece vomitare immediatamente gli educatori.
Non viste alcune forme che rifrangevano la luce se ne stavano acquattate negli angoli più bui dell'appartamento. La scena del vomito li fece ritrarre ancor di più in una compressione negli spazi vuoti già massicciamente occupati da loro stessi.
Dal loro nascondiglio le forme aggirarono gli oggetti non appena il tanfo del vomito si attenuò; si precipitarono addosso agli educatori ed a quanti erano intervenuti per vedere la scena, animati da un senso macabro dello spettacolo.
Il putiferio che si scatenò sembrò a chiunque stesse lì, ammesso che qualcuno avesse avuto il tempo di capirci qualcosa, un azzuffarsi selvaggio fuori d'ogni regola. In pochi secondi tutti strappavano tutto; bulbi oculari graffiati, divelti dalle orbite giacevano mollemente sul pavimento fin quando non erano schiacciati, con gran senso d'orrore, dall'enorme zuffa che si andava sviluppando selvaggiamente.
In breve i pochi sopravvissuti riuscirono a domandarsi sensatamente cosa stesse succedendo, per quale motivo fosse scoppiata quell'orribile rissa. Riuscirono a rendersi conto in un solo breve attimo, l'ultimo, che qualcosa non tornava, che tra loro aleggiava una sinistra sensazione di barbaro. L'istante successivo loro stessi erano stesi sul pavimento, in una pozza di sangue e brandelli organici, da cui si alzava l'inequivocabile fetore da macello: carne all'aria che entrava nei condotti d'aspirazione, che contaminava col suo odore di morte tutta la stazione.
* * *
In capo a poche ore, tutta la stazione orbitante era contaminata.
La morte, la più orribile, dilagava. Non ci fu scampo per nessuno. I fantasmi dei morti così orribilmente mutilati cominciarono a vagare per tutta la stazione cercando di far udire le loro urla strazianti a quei pochi rimasti ancora vivi.
Nel breve volgere di pochissime ore nessuno sopravvisse su Free-Earth.
Le forme che rifrangevano la luce, dopo aver preso possesso di tutta la stazione accerchiarono con un guizzo, velocemente, qualunque ectoplasma stesse ancora vagando per il costrutto. Esse, le presenze, parassiti delle dimensioni appena contigue alle umane, scorrazzavano in qualunque territorio confinante al loro dotato di poche difese; Free-Earth pagava uno status inconsapevole: il suo precario equilibrio sopra ad un crocevia dimensionale.
Come stormi di ritorno da una scorreria le forme, creandosi un passaggio tra i vari fasci di luce, rientrarono nel loro semplice mondo costituito da immagini cruente assorbendo, a lungo nelle loro banali menti, gli ectoplasmi e azzannando ancora brandelli d'organi.