Collegato su un altro piano… |
Si svegliò urlando e mettendosi seduto sul letto. Un senso di capogiro lo stordiva pesantemente, più di quanto riuscisse a fare il sonno che ancora pervadeva tutto il suo corpo; lo stomaco era sottosopra ed aumentava il malessere generale che provava.
Un orribile sogno lo aveva spinto al risveglio: un orrendo mare nero, spaventosamente nero, era penetrato nella sua psiche ricoprendola impercettibilmente attimo dopo attimo.
Si guardò intorno cercando appigli reali cui aggrapparsi. La sua stanza era esattamente come l'aveva lasciata poche ore prima, quando si era addormentato. L'orologio craniale, in quel momento, segnava le tre e ventisette minuti: il cuore della notte. Il silenzio assoluto si dichiarò ai sensi intorpiditi di George suggerendogli che la solitudine in cui era immerso poteva essere davvero totale.
Erano passati pochi minuti da quando si era destato. Le immagini dell'incubo erano ancora impresse vividamente nella sua mente. Ricordava che tutto era cominciato da un insignificante particolare: un uccello volava alto nel cielo grigio; la sua livrea era di un nero profondo. George si ricordava di aver guardato quell'uccello volare notandolo così poco definito tanto da sembrargli un'enorme noce volante, sbattente un apparato simile a delle ali per sostenersi in aria.
Quel cielo così terso fu subitaneamente frammentato, come se delle crepe dividessero tutto l'arco celeste in molteplici zolle dove le linee di divisione erano altrettanti spazi neri, sgranati dal poco dettaglio che George vedeva. Negli interstizi, l'uccello che aveva visto poc'anzi vi si rifugiava ogni volta con qualcosa in più nel becco, come se trattenesse quantità d'oggetti sempre maggiori. Una delle ultime volte che il volatile si riaffacciò nelle zone intatte dell'atmosfera sembrò che avesse ben altro che sterpaglia; aguzzando la vista, sfidando il contrasto tra grigio ben chiaro e nero profondo, gli sembrò che il volatile avesse preso delle pagine di un libro.
Senza motivo George si sentì proiettato, da una pedana invisibile, verso le altitudini dove la frammentazione appariva più dettagliata; in breve ebbe l'impressione di essere stato portato a quote elevate, approssimativamente vicino ai cinquemila, seimila metri. Quell'uccello gli svolazzava ora intorno e lo costringeva ad istintivi movimenti col corpo per non essere colpito dal becco, parecchio appuntito. In uno di quei movimenti difensivi George ebbe modo di notare che il corpo dell'animale era alquanto strano: non c'erano penne, ed era ricoperto soltanto da una pelle dura e rugosa, nera, come se fosse un coccodrillo dalla forma d'uccello. Le ali, effettivamente, somigliavano più ad apparati alari propri di un aereo che a qualsiasi altra cosa esistente in natura, ed anch'esse erano ricoperte da una pellicola così scura che sembravano assorbire qualsiasi cosa gravitasse loro intorno.
Dalle fratture del cielo alcune emissioni di materiale corrosivo guizzarono verso George cercando di invischiarlo con tecniche - davvero simili - di derivazione missilistica: fiutavano la sua presenza e cercavano di seguirne i movimenti, obbedendo ad un criterio che non gli riusciva ad estrapolare. Quei flutti cadevano, invariabilmente, sul terreno sottostante dopo alcuni tentativi di ping andati a vuoto; a Gerge sembrò di osservare crateri di dimensioni non indifferenti formarsi laddove prima c'era prato, o costrutti residenziali, o strade…
Il sogno terminò nel momento in cui George cercò di tornare a terra perché si stava spaventando dell'altezza raggiunta; invece di discendere si sentì attratto verso le fessure da una forza impressionante. Subì un'accelerazione gravitazionale insopportabile. Vide, appena percepibili, delle cortine metalliche a tenaglia che tentavano di triturare qualsiasi cosa fosse nel loro raggio d'azione; l'aspetto di quelle tenaglie era davvero tremendo: gigantesche, affilate, quelle lame non producevano rumore quando erano in movimento. Esse davano l'idea di poter tagliare fibre durissime senza alcuna fatica.
Nel momento in cui capì di essere nel raggio di azione di una di quelle, George fu assalito da un moto di panico puro: ondate di pensieri che si accavallano uno sull'altro, che pretendevano azioni ben precise da non poter essere eseguite perché richiedevano atti atomici molto lunghi. Quei pensieri occupavano la sua intera capacità cerebrale bloccandola. Quel panico produsse in lui una quantità enorme d'adrenalina tale da scuotergli il corpo, tale da svegliarlo nel mezzo di un urlo che dall'incubo si trasferì nel reale.
* * *
Ma non era sveglio. Il sogno continuò proprio dal punto dove si era interrotto.
Nel momento in cui il sonno ridivenne palese le tenaglie che avevano abbandonato George poc'anzi stavano ancora muovendo le loro chele. Un impossibile cavo per collegamento craniale stava pendendo appena dietro di loro, invitando ad avvicinarsi per provare la connessione.
Non aveva scelta. Doveva aggirare le lame anche perché continuava ad avvicinarsi costantemente. Senza capire come si trovò ad attraversare le tenaglie come se fossero soltanto proiezioni olografiche; il cavo da connessione era ora alla sua portata.
Si connesse.
Sviluppò immediatamente un istinto di conservazione, quasi a difendersi da un attacco che non esisteva, che non si vedeva ma che qualcosa gli diceva essere appena dietro l'angolo.
Tutta la parte oscura dell'universo precipitò dentro di lui direttamente dalla connessione. Moduli di stanchezza si composero intorno a George, osservandolo mentre cercava una linea difensiva che gli alleviasse il fastidio di tutto quel nero.
Contemporaneamente, da un'altra zona nascosta, il sogno sembrò svilupparsi in un volo radente sulle rovine di un'antica città imperiale. Il fumo che si sprigionava dalle macerie indicava una razzia recente: intere famiglie giacevano sul terreno, morte, in pozze di sangue.
Il buio cosmico, in un missaggio del tutto privo di colori, si spostò in un angolo sempre attivo nell'alto della visuale di George. La città razziata era collegata, attraverso dei canali, ad alcune zone sacre dove dei sacerdoti d'antichi culti sacrificavano animali in onore dei loro dei. I templi che custodivano gelosamente erano ricchi di fini incisioni criptiche, chiare metafore della genesi divina. L'epica della creazione si respirava a pieni polmoni nelle parole sacre che quegli uomini pronunciavano, e così essi cercavano di arginare l'ondata di violenza che si era abbattuta sul loro popolo, il Popolo Eletto.
George era combattuto tra il desiderio di seguire le celebrazioni e il fascino che subiva dal nero cosmico. Improvvisamente i sacerdoti si accorsero dello sguardo indiscreto di George e vocalmente, con la potenza della loro anima, presero a circondarlo scatenandogli…
* * *
L'emulazione era finita.
L'anestesia indotta, attraverso connessione craniale, si era dissolta. L'operazione chirurgica era appena terminata.
Stordito, George tentò di mettersi seduto sul lettino operatorio; alcuni infermieri vicino a lui lo dissuasero gentilmente dal farlo facendogli capire che avrebbe potuto compromettere l'esito dell'intervento.
L'intervento? Quale intervento, si domandò…
Si voltò di scatto verso quegli uomini, con negli occhi paura e collera misti nella stessa percentuale. Pian piano la memoria gli tornò, ad ondate successive. Ricordò una vettura che lo portava, mentre un temporale si abbatteva nella zona, in un garage, in qualche parte della città. Il temporale aveva rabbuiato tutta la zona circostante e George faticava non poco a distinguere dove fosse; tutto gli appariva talmente poco nitido, in quel tormento monocromatico, da lasciargli un'impressione di nausea latente, di dolore allo stomaco tale da sottrargli tutte le forze necessarie al suo movimento.
Dal garage fu poi portato in alto con l'aiuto di un grande ascensore, verso un salone immenso… Per qualche motivo che non riusciva a ricordare. Si sforzò di rammentare mentre si accorse che gli infermieri tornavano di nuovo verso di lui, forse per sincerarsi delle sue condizioni.
- Cosa succede? - George si rivolse verso i due con aria spaventata.
- Stia tranquillo. Non succede nulla, dobbiamo solo controllare il decorso postoperatorio.
- Di… Di cosa sono stato operato?
- Non lo ricorda?
- No, non riesco a ricordare; ho un'immagine del momento in cui sono stato portato qui ma poi, il nulla assoluto…
Tacquero. Non gli dissero nulla. Guardarono gli strumenti che controllavano il suo stato di salute rimanendo in un silenzio non interpretabile.
Il flusso dei ricordi riprese, non linearmente.
George rivide il salone dove era stato accompagnato nell'attesa che l'operazione cominciasse. Intorno a lui c'erano altre sei lettighe; su ognuna dormivano pazienti a lui sconosciuti, con la testa fasciata da retine e bende chirurgiche. Ogni paziente aveva inserito, proprio sopra all'orecchio, uno spinotto che lo collegava all'altro.
Fu un flash brevissimo eppure intenso. Quei pazienti erano collegati in rete tra loro e George ricordava, solo ora riusciva a ricordare, che lui era considerato un modulo aggiuntivo al collegamento multiplo. Dovevano operarlo prima, cercando di ridurre il gap visivo che aveva nei confronti degli altri…
George doveva almeno capire cosa erano i valori cromatici e per far ciò gli avevano innestato un semplice chip che conteneva tabelle di comparazioni tra le sfumature monocromatiche e i corrispondenti colori. Lui, George, era uno dei pochi, anche se non più rari, nativi che vedevano in bianco e nero.
* * *
Quando gli infermieri lo portarono di nuovo verso il salone dove erano gli altri sei pazienti, George osservò i suoi compagni mentre erano persi nel loro sonno anestetico.
Nessuna di quelle facce era rassicurante.
George si tastò la boccola a scomparsa proprio sopra all'orecchio destro, sentendola piacevolmente rugosa; un desiderio di sfregarsi la pelle lì intorno fu suggerito proprio dalla sensazione tattile che gli dava l'ingresso della presa.
Fu posto accanto agli altri sei. Una persona, visibilmente più distinta degli infermieri - sul tesserino luminescente appariva il nome: DOTT. … - prese il cavetto che usciva dal paziente disteso vicino a George e lo collegò a lui…
Sconquasso. Disordine allo stato puro.
Quegli uomini accanto a lui erano morti. Le immagini che riceveva da loro erano così dense di orrore, di disfacimento che non gli riusciva nemmeno di concentrarsi su di esse per analizzarle.
George si rese conto che alcune di quelle scene che si agitavano ancora nelle menti di quei cadaveri erano le stesse che percepiva durante l'anestesia e con orrore, con profondo orrore, si accorse che uno dei sei era affondato nello stesso nero immenso - quello cosmico - che aveva visto anche lui poche ore prima.
Fu sopraffatto in pochi istanti. George non riusciva a distinguere bene nel buio così poco definito ai suoi occhi. Le potenze delle tenebre lo avvinghiarono mentre lui cercava di divincolarsi selvaggiamente, mentre il sacerdote druido che era in uno di quei sei lo immobilizzava.
Tutto l'orrore possibile e immaginabile precipitava in George da un semplice cavetto di connessione aggredendolo, stritolando e strappandogli ogni ricordo pervaso da sentimenti; la solitudine in cui si trovava era una casa vuota, spettrale, dove la mancanza di rumori saliva dalla cantina lentamente, vischiosamente nel buio…
Imprigionato, stretto da una morsa psichica, George fu depredato della propria anima che andò a perdersi tra le impercettibili maglie di potenze oscure, davvero potenti come non avrebbe mai immaginato. Il suo corpo giacque nel laboratorio, fisicamente vivo come un complesso contenitore biologico.
Nessuno, prima dell'operazione, gli aveva detto esplicitamente cosa doveva succedere. Nessuno riuscì, dopo il collegamento, a fargli dire cosa c'era esattamente nell'aldilà, nel territorio sconosciuto. La tabella di conversione colori non poté essere testata.
Il suo corpo rimase in coma forzato; successivamente fu ibernato e rinchiuso dentro un silo da esperimenti. Brandelli della sua anima vagavano in tutti gli spazi cui poteva accedere, braccati da campi di forza potenti come buchi neri che assorbono, possenti nel loro nulla così vasto.