FIUME |
I contorni di una scatola chiusa, vista dall'interno. Sensazione di spigoloso, qualcosa d'angolare che puntella le percezioni con un perfetto senso di geometria razionale. La ricerca di un ragionevole modo d'uscita da un'angosciosa paranoia che sa d'ideale, d'improbabile, d'eccezionale.
Nora.
Nora.
I ricordi di una festa in riva al fiume, anni fa, mentre le danze erano nel momento culminante del loro ritmo. Nora che ballava elegantemente in compagnia di un avanzato ologramma umano, il suo volto coperto da un velo nero per non far vedere ai pochi partecipanti in carne e ossa il sudario delle sue lacrime, il ricordo di quell'uomo - quello vero - che le occupava la mente, che gliela avrebbe occupata per i giorni a venire, nei mesi successivi, per chissà quanti anni ancora; Nora ballava con il simulacro di suo marito morto pochi giorni prima, ancor prima che gli prendessero il calco emozionale, il reticolo vibrazionale intrinseco.
Era come assistere ad un sogno ad occhi aperti. Nora volava sulle punte, quasi non toccava le assi di legno di quella sala da ballo; guardava negli occhi l'ologramma di suo marito cercandoci la felicità di un tempo, quella perduta, trovandovi solo un vuoto algoritmo di studiata spensieratezza: lo comprese in un istante sbagliato, proprio quando l'effetto dei farmaci da interazione mirata consentì uno scambio ormonale ed elettrico anomalo. Nora lasciò andare le sue braccia, staccandosi dalla figura delineata dal pennello elettronico - la macro generatrice era insita nei circuiti impiantati nella sua testa - osservandola mentre essa decadeva in un rapido movimento d'involuzione, fino ad accasciarsi sul pavimento e dissolversi in un mucchio informe come gelatina. Cercò con lo sguardo l'attenzione degli orchestrali accorgendosi, solo con un attimo di ritardo, che anche loro erano degli ologrammi cognitivi, capaci di bassa intelligenza; si diresse verso la centralina esterna, posta in un angolo della stanza, per regolare l'intensità emozionale dei musicisti e degli ospiti emulati quando una folgorazione la raggiunse, fin nei meandri più autentici della sua psiche: era come se lei stesse vivendo in una scatola debolmente illuminata, perfettamente strutturata e proprio per questo limitante. Il tempo d'estendere questa sensazione alla sua vita privata durò solamente un battere di ciglia; sembrava che Nora avesse percorso uno spazio infinitamente grande, come se la sua vita avesse attraversato in un momento le esperienze che normalmente si fanno in numero elevato d'anni. La presa di coscienza che nulla sarebbe stato più come prima fu nitida e gelida, come una coltellata, e la lasciò inizialmente disorientata, con la precisa sensazione che lei stava per diventare un'altra persona, un'anima davvero più complessa.
La scatola in cui sentiva di trovarsi era buia, angolare, ben definita e angusta. Il senso d'ordine era semplicemente opprimente. Lasciò che la festa funebre continuasse; uscì dal locale senza guardare la marmellata olografica di suo marito baluginare di debole energia da funzionamento.
Fuori, l'aria fresca primaverile le diede il tempo per un ultimo momento di commozione. Constantine, suo marito, sarebbe sempre stato insieme con lei ma in un modo diverso, lei era viva mentre lui no, almeno non nel modo che lo era Nora.
Fu allora che mi avvicinai.
- Nora?
- Sì, Julian…
- Cosa succede?
- Julian… Io… Be' credo mi sia davvero servito organizzare questo balletto funebre. Constantine lo sentivo ancora vivo e dovevo fare qualcosa per sfuggire a questo senso d'angoscia…
- Nora, credo non sia facile capire che la persona più affine a te non c'è più… Forse è stato un bene che non si sia riusciti a prendere l'impronta, le sue vibrazioni…
- Julian, per favore, non ne parliamo più; ballare con quell'ologramma è stato, ripensandoci, davvero macabro.
- Forse sì Nora, forse sì. Ma un'ora fa non lo pensavi.
Guardai Nora allontanarsi verso il fiume, lo stesso che lei stava studiando negli strati adiacenti. Pensai che avrebbe tratto giovamento dalla sua professione: archeologia sperimentale. Pensai che era abituata a convivere con ciò che non esisteva più. Nora scavava e trovava sempre nuove testimonianze delle popolazioni che avevano vissuto lì, centinaia d'anni prima.
La scatola sembrava essere diventata meno angusta, meno spigolosa, più aperta alle molteplici possibilità latenti.
Entrai per pochi minuti nella sala da ballo, per il solo gusto di osservare lo spettacolo dopo la festa: l'orchestra stava ancora deliziosamente suonando un antico valzer mentre tutti gli invitati virtuali continuavano le loro danze sfrenate ballando a tempo. Solo in un angolo potei notare le poche figure vere, in carne ed ossa, stropicciarsi gli occhi per cercare di non addormentarsi.
Andai brevemente verso loro.
- Nora è lì fuori… Non si dispererà più come nei giorni scorsi: ha capito.
- Sì Julian, l'abbiamo compreso. - Era Ferdinand, il più acuto del gruppetto, che mi rispondeva con un tono stanco.
- Tu sai come fermare quest'orchestrina senza fine? - Gli rivolsi uno sguardo esasperato, non ne potevo più di quella nenia antica.
- Malcom lo sa…
Osservai Malcom alzarsi, armeggiare un po' con dei cursori a scomparsa davanti ad un dataglove - l'emulazione grafica di un liquido digitale schiacciato in un circuito idraulico mi conquistava ogni volta; dopo pochi altri istanti la melodia viennese cessò di colpo, lasciando l'aria satura di un silenzio insopportabile assorbito, poco dopo, dai movimenti, dal frusciare dei nostri vestiti.
- Ecco fatto! - Sentii esclamare soddisfatto Malcom. Guardai gli altri tre elementi del gruppo esprimere con lo sguardo la loro noia e rammentai com'essi non avessero gran considerazione all'interno della mia cerchia d'amici più intima; nessuno di loro sembrava aver proferito parola durante la serata, chissà mai per quale motivo Nora li aveva invitati.
- Per cortesia, vi prego d'uscire… - Nora era lì, in piedi, nel suo splendido vestito attillato nero; il velo era poggiato su un mobile che lei stessa sdegnava - Vorrei soltanto rivedere ancora il file di ieri, della cerimonia…
Nessuno ebbe da ridire e uscimmo; io la salutai con un bacio sulla guancia molto caldo, a suo modo sensuale. Fu allora che lei mi disse:
- Julian, rimani tu per favore.
- Certo, se vuoi rimango…
Vidi lei inserirmi lo spinotto craniale. Sentii il caratteristico freddo elettrolitico farsi strada tra le mie percezioni intime.
Tutta la cerimonia si svolse di nuovo nelle nostre menti: pomeriggio eccezionalmente freddo di primavera, grosse nubi plumbee all'orizzonte, la pioggia caduta fino a poche ore prima che faceva riflettere male, sull'asfalto, il corteo stesso… Non avevo dubbi sul fatto che nessuno avrebbe dimenticato quei momenti per lungo tempo. Nemmeno io, che ero stato il miglior amico di Constantine.
Andai tardi a dormire. La stanchezza era davvero eccessiva.
Il sonno portò con sé anche i fumi di sogni agitati, qualcosa proveniente dal profondo della mia psiche, dai ricordi più vividi: Constantine.
Ma ciò che mi accompagnò per tutta la notte fu un senso oscuro d'alienazione, qualcosa di soprannaturale, d'occulto; mi sentivo un gerarca nazista mentre officiava con delirio d'onnipotenza riti neopagani di fronte ad una moltitudine sterminata di persone. Ognuno, nella scena, era immobile nella sua posizione/funzione. I particolari liturgici erano forieri di fumi sacri, suggestivamente oscuri. Ero protetto. Ero paurosamente potente.
Un attimo prima di svegliarmi di soprassalto pensai: ecco l'esatto concetto di morte che calzava perfettamente alla cultura nazista, al periodo europeo intorno alle decadi 1930-40.
Mi svegliai.
Come un avvenimento scaturito da eventi imprevedibili mi posi una domanda visuale: era quel concetto di morte identico a ciò che si concepiva nei secoli passati? Si era mai modificato? Dai tempi del nazismo, l'ultimo enorme colpo di coda della cultura e culto del fascino della morte, si era trasformato?
Sentivo Constantine intorno a me. Ero davvero sicuro di vedere spuntare la sua ombra dal corridoio con fare naturale, non minaccioso. Il pensiero andò, di rimando, alla professione di Nora, al suo perenne contatto con ciò che rimaneva del passato, all'eventuale percepire di forze sopite ma non estinte - onestamente, però, non riuscivo a ricordare una sola storia al riguardo da lei raccontata.
Controllai l'ora sul mio visore craniale e l'indicatore d'elettricità cerebrale presente nel mio sistema nervoso: erano le 4.05 AM e l'attività elettrica non era poi così depressa come l'ora mattutina poteva far credere. Scesi dal letto, chiedendomi se connettermi oppure alzarmi e fare due passi, da qualche parte.
Mi vestii.
Esaminai la cartina topografica della città sovrapponendo - ero in tema, pensavo solo in quei termini per via di Nora - un reticolo che segnalava i luoghi che avevano attinenza col passato. Nel mentre che uscivo dal mio appartamento selezionai le aree di maggior attrattiva - l'interesse per me, in quei momenti, era un concetto davvero soggettivo - e lessi alcune brevi note aggiuntive che aiutavano ad inquadrare le peculiarità dei siti da me indicati. Identificai luoghi con costruzioni arcaiche, precedenti alla città imperiale che aveva dominato nei secoli successivi, dove sentivo che avrei trovato qualcosa che mi avrebbe appagato.
Entrai nella mia auto, cercai di ricordarmi come potevo instradare il sistema direzionale del mio mezzo sincronizzandolo con ciò che avevo visualizzato nella partizione cerebrale innestata. Mi ci vollero alcuni tentativi ma alla fine le procedure di sincronizzazione proprietarie, interne al veicolo, si avviarono con una velocità tipicamente indicativa.
Le strade erano pressoché deserte a quell'ora: troppo tardi per qualcuno che voleva far nottata, troppo presto per chi doveva spostarsi per lavoro. La mia auto procedeva spedita.
Un veloce pensiero andò a Nora; me la immaginai nel suo letto grande, solitaria nel suo dolore ormai pietrificato. Scacciai presto quella visione.
Mi accorsi che il centro cittadino era ormai alle spalle. Sprazzi di campagna si facevano sempre più visibili e antichi casolari, in rovina, sembravano cominciare a prendersi la rivincita sull'urbano più fitto. Rallentai la velocità nel mentre che visualizzai, dentro la mia testa, l'avvicinamento al primo sito.
Potevo ancora sentirmi solo, anche in un mondo così connesso.
Mi fermai in un largo spiazzo erboso. Scesi.
Un'onda particolare - pensai in un primo momento - sembrava modularsi in tutto quello spazio aperto. Rimasi fisso sull'idea, sulla visualizzazione e discernimento del termine particolare; distorsioni visuali mi suggerirono fortemente che non si trattava solo di una sensazione così blanda bensì c'era qualcos'altro. Mi soffermai con tutta l'attenzione che potevo richiamare, ascoltando anche le sensazioni che mi erano trasmesse da tutta l'epidermide. L'onda faceva rumore ma soltanto io sembravo percepirlo. Probabilmente ero l'unica ricevente sintonizzata in quel frangente.
Pure le ombre o meglio, i vuoti lasciati dalla luce erano strani, sbagliati. Un trillo di telefonia risuonò come una vecchia sveglia dentro alla mia testa e identificai la chiamata come errata; ciò aggiunse del thrilling al disagio interiore, una sorta di conferma che io ero in un campo di forze davvero atipico.
La sensazione di voci lontane, incomprensibili e multiple nella loro pluralità che tendeva verso un unico richiamo - un rito - s'impossessò immotivatamente di me. Mi girai per istinto verso un angolo di quel campo vedendolo ricoperto da un velo d'acqua, come se lì ci fosse una piscina; era inquietante fissare quel punto, compresi che non dovevo concentrarmi troppo verso quella direzione perché non ne sarebbe venuto nulla di buono.
Pensai ancora a Nora. Mi domandai se lei non avesse mai scavato lì, se le fossero giunte notizie di qualcosa d'anomalo, se quel posto di campagna appena fuori la città avesse una storia degna di nota…
Nora… Nora…
I pensieri s'intrecciarono di nuovo al suo dolore, ai defunti antichi e al corpo di Constantine che era ancora integro, con la sua forza vitale ancora in giro, potente, pregna di volontà terrena; tutto sembrava legato senza apparente motivo…
Stavo andando fuori del modo giusto di pensare, non era salutare stare fermo lì, al freddo notturno. Mi scossi, finalmente, e risalii in macchina sbrigandomi a mettere in moto: volevo andar via da quel luogo, non era il caso di star da solo, nelle mie condizioni emozionali, ad ascoltare la voce di fantasmi da me stesso creati.
Cercai di concedermi un barlume di lucidità: cosa potevo fare a quell'ora, visto che erano le 5.23 AM e che da lì a poco avrebbe albeggiato?
Considerai i miei impegni per la giornata seguente e decisi che non c'era davvero nulla di importante da sbrigare. Mi diressi ugualmente verso casa ma mentre stavo girando la vettura una sensazione d'ombra bizzarra attraversò il mio campo visivo.
Sorpreso, arrestai subito il veicolo, spegnendo il motore. Ascoltai nel silenzio del mio abitacolo i rumori che provenivano dall'esterno; allertai ogni mio senso geneticamente modificato.
Una quiete profonda, forse innaturale ma proprio per questo assolutamente innocente risuonava dal terreno verso me. Una precisa impressione di essere risucchiato attraverso un'aspirazione secca, imparziale ma cruenta si formò come immagine nel mio cervello, dandomi una serie rapida di brividi inquietanti.
Rimasi in ascolto pochi secondi ancora: nulla.
Volli giustificarmi dicendomi "Vedi? Nessuno all'orizzonte. Lì fuori non c'è nulla…" ma sapevo bene quanto fosse cresciuta esponenzialmente in me la paura di qualcosa d'offensivo; fuggii da lì più veloce possibile, e più correvo maggiore era il senso di panico in me quasi andasse, quest'ultimo, di pari passo alla velocità oppure - brividi - sembrando che esso si nutrisse della stessa velocità in aumento, di cui non era mai sazio. Potevo essere divorato dal panico…
Mi calmai un po' soltanto quando rientrai nella cinta urbana, quella particolarmente abitata. La paura lasciò presto il posto ad una precisa volontà di conoscenza: desideravo ardentemente tornare in quel luogo, di giorno, e scrutarlo con Nora per sapere qualche eventuale notizia da lei, per pensare a qualcosa di più coerente. Ciò, non transigevo, soltanto di giorno e ad ogni modo non l'indomani.
Ben presto ero di nuovo a parcheggiare sotto al mio appartamento. La città non era più addormentata come in precedenza e i primi bagliori erano evidenti ad est.
Provai sonno, molta stanchezza improvvisa. Non ebbi bisogno nemmeno di mettere in standby i miei circuiti craniali - rilasciavano un rumore di sottofondo davvero noioso - per addormentarmi rapidamente.
* * *
- Julian?
- Julian??
Una voce entrava nella mia coscienza dalla porta principale.
- Julian, cosa fai?
Ero nella hall di un grande albergo europeo; la confusione misurata, il contegno ben costretto di tutti gli uomini d'affari che transitavano frettolosi mi lasciava un senso di piacevole intorpidimento…
- Julian è ora! - Le parole di Irina risuonarono stentoree nella mia mente.
- Sì… Dobbiamo andare vero?
- L'aereo potrebbe partire senza noi, lo sai vero?
Annuii stancamente. Il ritorno alla città di Nora mi lasciava da un lato sconcertato ma dall'altro mi rendeva euforico; qualcosa in me agiva come se fossi sotto effetto contemporaneo di uno stimolante nervoso e di un calmante.
- Irina, per favore consulti un momento il canale degli aggiornamenti tecnici? Vorrei sapere se sull'aereo che prenderemo ci saranno le nuove release craniali…
- No Julian, ti pare che pagheremmo così poco se ci fossero anche le ultime specifiche?
Risi. - E come passeremo il tempo? Dovremo collegarci soltanto io e te e giocare nel nostro terreno mentale…
Mi sorrise di rimando con complicità. Io odiavo dover condividere le sensazioni mentali con un'altra persona; preferivo la riservatezza cinicamente intelligente di un server neurale d'ultima generazione. Il fatto, però, di dover tornare nella città dove Nora aveva passato tanto tempo, dove lei aveva realizzato i suoi sogni d'archeologa mi faceva soprassedere alla mancanza di privacy durante il volo; Irina mi piaceva ma non abbastanza da permetterle di invadermi a lungo la coscienza.
- Tu sai cosa accade quando si sta a lungo connessi, in alta quota? - Cercavo di rompere la tensione che inevitabilmente portava verso un coito mentale.
- No Julian caro, dimmi tu.
- I nostri impianti diventano vulnerabili per via delle radiazioni solari; se messi a dura prova possono subire una polarizzazione simile ad una formattazione…
M'interruppi nel modo più naturale possibile, cercando di dissimularle un improvviso flash. Un'onda d'immagini opache invase la mia psiche al solo pensiero di Nora che studiava il fiume, che interrogava se stessa mentre era di fronte all'acquitrino di quella notte, mentre s'immedesimava con gli antichi abitanti dell'insediamento… Gente strana che credeva in un miscuglio di culti dove la confusione religiosa già mieteva vittime; Nora sapeva di rischiare molto più della sua stessa incolumità psichica addentrandosi in un mondo così particolare, denso di reminiscenze magiche, di sacri culti violenti…
- Taxi! - Irina era davanti all'ingresso dell'hotel e digitava con un linguaggio figurato gli ordini verso il network dei trasporti.
Io non potevo non continuare a seguire il filo logico dei ricordi mentre m'incamminavo meccanicamente verso Irina in attesa del nostro vettore. La stessa sensazione di tanto tempo prima mi prese con violenza, riaffiorò con un'energia che nemmeno sospettavo: era come se un manipolo di spettri mi assalisse dal passato, anche, ma soprattutto da un canale emozionale inspiegabilmente rimasto socchiuso in me. Tutti gli anni che io avevo trascorso lontano dal luogo arcaico di Nora rinascevano in me, non solo per la prestanza delle mie memorie genetiche; i livellamenti operativi che qualcuno aveva voluto imporre alle prestazioni dei chips biologici non riguardavano me, io avevo cercato esattamente un'amplificazione del mio spettro ectoplasmico, non una generica fortificazione psichica.
In viaggio verso l'aeroporto, il mio mutismo continuò. Notai una smorfia di fastidio sul viso di Irina.
Nora era presente in me, in tutto il suo splendore che non avevo mai dimenticato; come potevo cancellare il suo sguardo da tutte le mie proiezioni energetiche? Come potevo cancellare le profonde sensazioni del suo profumo che era ben altro che una pura traccia olfattiva? Come non avrei potuto rammentare le profonde implicazioni su tutto il mondo reale e misterico che le sue teorie, le sue scoperte o ardite deduzioni tracciavano, a mo' di sentiero, nei miei pensieri, nelle mie fantasie così razionali?
Il suono di rimembranze sopite, simile ad un discorso vocale campionato rallentato, con un fattore di frenata elevato, mi colpì.
- Julian, ci sarai sull'aereo?
Annuii, di nuovo, con un sorriso affabile degno del più sfrenato trasformismo…
Nora mi chiamava dal fondo della mia mente.
Mi rividi con lei mentre ispezionavamo quel laghetto, di giorno. Sentii di nuovo il suono della sua voce, così acuta eppure piacevole - non sapevo spiegare perché - che mi rivelava i misteri magici di quel luogo. Le mie protesi da innesto avevano gli indicatori di paginazione in una posizione davvero prossima al limite di overflow; il mio sistema nervoso subiva ricorrenti onde di adrenalina molto malinconica, che avrebbe potuto tagliare in un solo istante fasci di nervi ben temprati. Nora saliva nei miei ricordi sempre nei momenti meno attesi, meno appropriati.
La metropoli mitteleuropea, dove eravamo ancora Irina ed io, scorreva sotto i miei occhi distratti; lei aveva eseguito un rapido inventario dei task da schedulare prima di salire sull'aereo e del decollo; era un'impiantata alla mia stessa maniera, anche lei riusciva ad amplificare le proprie sensazioni. Nora, però, l'avevo soltanto io in mente.
- Aiutami Julian, per favore.
- Sì… - Dissi come scosso da un torpore profondo - Dammi questa valigia…
L'intimità era qualcosa di violato. Un'impressione di stupro mentale, mentre osservavo Irina aggregarsi in un'unica immagine, s'impadronì di me. Guardavo lei cercarmi con un ardore davvero erotico, sensuale, qualcosa che le usciva dall'anima per rientrare nelle terminazioni biologiche da impianto come un unico, potente campo magnetico - emulazione del bipolarismo terrestre.
Io ero in una fase di remissività studiata. Mi limitavo ad esporre un sorriso di facciata convincente e poche routine d'affetto standard; ma dentro di me, nella mia anima più recondita, qualcosa di simile ad un gorgo nero si stava agitando con sviluppi imprevisti.
Ero nei pressi di una torre di pietra nera, sotto un cielo costantemente nuvoloso, buio. La solitudine che lì percepivo era tagliente, poderosa. Qualsiasi cosa io facessi n'ero immancabilmente tagliuzzato; le ferite che riportavo non sanguinavano perché il sangue era un bene troppo prezioso per sprecarlo.
Avevo nelle mie tasche tante immagini di Nora…
Qualcosa all'orizzonte si affacciò improvvisamente; scrutai attentamente tra le tenebre per poi accorgermi di star guardando, con speculazione, una scatola chiusa, la stessa visione di scatola chiusa vista dall'interno che mi accompagnava durante il funerale di Constantine.
La spigolosità era dolorosa. Qualsiasi cosa pensassi del passato, scoprii con un moto di sorpresa raffinata, mi faceva troppo male. Ero in un posto mentale dove viveva solo il passato, dove io vi ero intrappolato, dove Nora e Constantine conducevano una vita sfolgorante, dove io avevo messo da parte qualsiasi mira alla splendida fragranza di Nora… I confini della morte erano in quel periodo ben definiti, lontani, non troppo evidenziati dalla mia esperienza quotidiana.
- Julian… Guarda che bella quella nuvola…
Aprii gli occhi a malincuore, scansando la fantasia regressa e cercando di non vomitare per il gran fastidio che il piano reale, intrecciato con quello virtuale dove Irina ed io ci accoppiavamo, mi provocava; sì, il cumulonembo che lei m'indicava era davvero particolare, pericoloso: un enorme batuffolo bianco con la cima che sovrastava l'orizzonte con il suo cupissimo colore livido, tempestoso.
- Sì Irina, l'ho visto. - Non riuscii a dissimulare la noia che mascherava il mio sogno interiore.
- Dove siamo? - Le domandai per non lasciarle tempo di riflettere sul mio stato emozionale.
- Siamo vicini. Tra circa mezz'ora dovremmo atterrare.
- Bene. Io cerco di rilassarmi un po'. Ti sono piaciute le nostre giravolte craniali? - Le sorrisi cercando di farle credere che anche io non avevo desiderato altro che fare sesso virtuale in alta quota.
Per tutta risposta mi baciò con le sue labbra umide. Sorrisi mostrando di apprezzare. Nel profondo della mia psiche la torre si era disintegrata ma un nugolo d'ectoplasmi assolutamente cinici si muoveva ed entrava in me lasciandomi secco, inaridito.
Era solo un sogno da induzione craniale, ne ero perfettamente conscio ed anzi fui lieto di poter sviluppare in me i germi puramente virtuali della voglia di vivere una storia esclusivamente umorale, necrotizzata e necrotizzante.
Giungemmo a destinazione che era quasi sera.
L'impressione spettrale che qualcosa stesse aspettandomi mi assalì prepotentemente; non avevo ragioni evidenti per dar credito a quella sensazione ed anzi, mi sembrò di rivivere troppo vividamente la notte del ballo di Nora con l'ologramma di Constantine. Tuttavia la razionalità essoterica non riusciva a vincere sul flusso che mi scorreva dentro.
Silenziosamente, stanchi delle nostre evoluzioni mentali, c'incamminammo verso l'uscita che dava accesso ai mezzi di comunicazione della larga cinta urbana, stimando che da lì ad un'ora circa saremmo stati davanti al nostro hotel dove, finalmente, avremmo potuto mangiare e riposare su un supporto vero quanto necessario.
Irina - pensai - qui avrebbe trovato davvero pane per i suoi denti; il suo lavoro di rifinitura delle tesi universitarie sulle civiltà preimperiali avrebbe beneficiato di molte fonti informative.
Non capivo come avevo potuto di nuovo interessarmi ad una donna che viveva in un ambito archeologico? Era forse per dimenticare Nora? Eppure Irina mi era piaciuta ancor prima che conoscessi la sua attività.
- Ha un qualcosa di usualmente strano questa città… - Sapevo bene cosa lei voleva dirmi ma tentai di spronarla facendo finta di non comprenderla.
- Sì… Voglio dire… Sembra normale che qui si respiri un'aria particolare, strana; eppure non ci si riesce a far l'abitudine ed è perciò che colpisce duramente…
La comprendevo molto bene, forse troppo.
- Guarda questa campagna: ad ogni angolo, quando meno te lo aspetti, sorge un rudere. Ognuno di questi ruderi ha una storia centenaria o millenaria, ogni pietra ha visto migliaia di persone vivere, disperarsi, gioire, morire nei suoi pressi. Pensa a quante vicende sono avvenute in ogni metro quadrato qui… Una densità spaventosa di storia disposta su ascisse e ordinate, mentre le vicende umane s'intersecano secondo un asse di profondità…
La capivo. La capivo… Comprendevo visivamente come, per ogni metro quadrato, erano esistite lì, nel corso dei secoli, tante vite e storie imbevute di particolari minuti.
- Sì Irina, so cosa vuoi dire. - Trovai il coraggio di dirglielo, conscio che lei avrebbe riversato in me un'enorme valanga delle sue emozioni ancora fresche, acerbe, tipiche dell'età.
Così fu.
Mi estraniai lievemente, quanto bastava per pensare a quel senso di morte storica che mi aveva fatto venire in mente Irina.
Mi sovvenne di quando avevano tracciato la mia impronta vibrazionale, registrandola. Era un modo come un altro per farmi diventare immortale, per innestare cranialmente me con una comunità d'entità multiple dentro un destinatario di trapianto da memoria genetica: io che dall'alto della mia breve esperienza umana - importante dal punto di vista impiantistico - potevo guidare chi voleva ascoltarmi, nel fondo della sua anima ormai umanamente corrotta.
Il concetto di morte che io avevo contribuito a ridefinire.
- …E poi pensa, io non so ancora cosa posso realizzare ma sono sicura che nulla può essermi precluso; io credo di star vivendo un sogno ad occhi aperti, non da memo genetica ma da essere umano che cresce. Io sto maturando velocemente Julian, e se davvero è così, io devo ringraziare solo te…
Mi sentivo davvero male a quel punto. Irina non riusciva a porre freno al suo ardore celebrativo magnificando anche me; io, notevolmente più cinico e disilluso non aspettavo altro che la finisse, che lasciasse finalmente spurgare in me l'enorme mole di nausea disillusa che provavo.
Annui, stancamente senza farglielo notare.
- Irina… - La interruppi, finalmente avevo avuto il coraggio ed il tempismo di interromperla - Domani sarà una giornata molto pesante - La frase d'effetto che avevo apprezzato in molti film mi ritornò utile, lasciandomi stupefatto della mia interpretazione arricchita di pause giuste, d'intonazioni esatte: l'adatto tono persuasivo.
La vidi scivolare sotto le coperte con un sorriso soddisfatto. Mi sentivo colpevole per certi versi di plagio ma, pensandoci bene, era ciò che lei voleva da me: stavo interpretando il giusto ruolo per lei.
A mia volta scivolai verso lei, sotto le coperte. Apprezzò velocemente i miei approcci mai esplicitati…
* * *
- Il fiume è stato la prima ricchezza della città. Il primo percorso che ha permesso una rapida crescita, l'unica via primordiale di scambio commerciale, culturale. È da qui che le prime conoscenze sono penetrate nel recinto, prima ancora che le conquiste territoriali ponessero i rozzi abitanti di fronte alla necessità di acquisire sapienza…
Ascoltavo Nora parlare, incantato.
- Vedi… I culti misterici non esistevano solo in età imperiale. Fin dagli anni antecedenti al periodo repubblicano molti dogmi penetrarono, man mano che le conquiste si facevano più importanti, nella struttura sociale; ma il centro, il cuore di tutto ciò che era importante era sempre qui, in riva al fiume, in questo tratto di fiume…
Nora che parlava mi circuiva. Io la guardavo muovere le labbra e pensavo di seguirla mentalmente in tutti i suoi percorsi conoscitivi, pregni di sapienza.
Essendo io il migliore amico di suo marito, lei sembrava non serbare per me alcun segreto, nessuna censura, nemmeno per i suoi pensieri più intimi. E fu in modo molto velato che lei mi disse quanto apprezzasse che fossi il più caro compagno di Constantine; mi ci volle un po' per capire che il soggetto attivo dei suoi pensieri non era suo marito ma io, che lei apprezzava molto la mia vicinanza apparentemente soltanto per l'amicizia con Constantine.
Fu per me un vero shock, ma anche un devastante piacere che inconsciamente avevo sperato si avverasse in un modo morboso.
- Julian, svegliati…
Le sue labbra, quelle di Nora, mi sussurravano piacevolmente quell'invito, ed io attendevo a svegliarmi per il solo gusto di risentire quella frase dalla sua voce…
- Julian svegliati!
Ancora una volta. Non poteva cedere ora…
- Julian?
Una nota stonata. Come uno spettro penetrato in un regno dove non doveva stare così quel tono gutturale, da primo risveglio, mi lasciò esterrefatto, sul limite irreversibile del non ritorno al mondo dorato che stavo sognando.
Avevo già intuito la verità. Nora si era subito dissolta insieme ai suoi amati fantasmi nei flutti di un fiume sempre tranquillo, anche quando era in piena…
- Sì Irina - Dissi con la bocca impastata.
- È mattino tardo Julian. Dobbiamo andare. Devi mostrarmi i percorsi…
Un improvviso flash proveniente da chissà dove mi paralizzò; non riuscii a nasconderglielo.
Mi vidi ancora su quel prato mentre non potevo evitare di girarmi verso l'acquitrino. Il cielo era plumbeo, le zolle di terreno rivoltato si erano di nuovo rassodate ed anzi, sopra, vi era ricresciuto un fitto tappeto erboso: tante piccole montagnole ordinate a testimonianza di scavi sistematici a trincea.
Qualcosa mi agghiacciava ma era già sfuggito.
Il senso di paura intima si liquefece come tenebre esposte al Sole. Dovevo solo attendere che tornasse, come un bambino che aspetta la puntata dei suoi cartoni animati preferiti, fiducioso, sicuro dentro di sé che i suoi eroi non possono abbandonarlo proprio in quel momento…
Mi sentivo ragionevolmente vicino ad uno dei misteri, esso mi stava chiamando; non ero, però, così vicino come volevo… Forse con l'assiduità potevo giungerci. Il Tempo non sapevo ancora se sarebbe stato dalla mia parte.
- Cos'hai? - Pronta Irina si preoccupava di me.
- Credo nulla, stai tranquilla. Forse è fame
Mi sorrise con l'espressione più ingenua e radiosa che conoscesse. La guardai in tutto il suo splendore biondo: era davvero molto bella ma non aveva ciò che cercavo esattamente in una donna.
Durante il percorso d'avvicinamento, nel traffico, mi chiusi improvvisamente a riccio senza alcun motivo apparente.
Irina la sentivo distante centinaia di chilometri mentre di tanto in tanto mi sorrideva. Io, completamente scostante, la evitavo, cercavo di non incrociare i suoi sguardi. Avevo un bisogno disperato di chiudermi nel mio mondo, di fare affidamento sulle sole forze psichiche.
Un improvviso raggio viola, scuro, attraversò tutta la mia fantasia tesa in un'elettrica eccitazione; quel raggio era sgranato e il fatto che passasse per ogni neurone allertò anche i miei impianti biologici.
Il buio nella mia mente era padrone assoluto, vivevo in un ambiente livido vedendo intersecarsi i molteplici flussi informativi del mio cervello, soprattutto nella zona governata dalla sinergia delle memorie; tutto il cervello, nel suo complesso cognitivo, mi pareva dominato da uno stupefacente sincretismo e lì, nei punti nevralgici dove i neuroni naturali ancora resistevano qua e là, potevo percepire come essi si erano modificati, costretti da una necessità di sopportare l'enorme flusso di informazioni che ora governava la mia attività psichica.
Nora si materializzò nella mia immaginazione postbinaria; era tutta in me, viveva dentro di me con un'intensità a tratti irresistibile. Poi, si trasformò repentinamente fino a ridursi al concetto essenziale di vitalità, dove nessun'essenza aveva bisogno di travestirsi con corporature accattivanti, dove ogni entità appariva realmente per ciò che era. La mia ammirazione per quella figura ectoplasmica era totale.
Il veicolo in cui sedevo si era trasformato. Ora nella mia psiche alterata dalle memorie genetiche esso mi circondava come un carro da guerra dell'antichità, dotato però di notevole comodità e capace di racchiudere il suo ospite dentro un guscio protettivo buio, una sorta di cripta inespugnabile e rigeneratrice…
Un impulso di disturbo partì dall'estremo irraggiungibile del mio cervello per attraversare tutto il dominio della mia persona: era una chiamata in modalità TCP che aveva come mittente Irina.
La vidi invadere la mia mente, lei mi stava chiamando perché dall'esterno non davo risposte, affondato com'ero in una catatonia indotta dall'uso psicotropo delle mie protesi biologiche.
Cercai di resistere perché non avevo nessun'intenzione di interrompere il flusso logico, l'associarsi dei miei pensieri; così vidi Irina mutarsi continuamente - approfittando della semplicità e quindi della versatilità del protocollo trasmissivo - cercando l'enfasi giusta per afferrarmi. La posi in un loop di wait non infinito ma sufficientemente grande da consentirmi la risoluzione essenziale dei miei pensieri; la vidi affondare e riemergere ciclicamente da un pozzo artesiano, comparso quando una memoria lesse il mio movimento inconscio di diniego verso lei.
Nora era, a quel punto, fuggita.
Accecato per un solo istante dalla rabbia guardai inferocito quell'icona emergere e affondare ritmicamente; mi calmai, diedi l'ordine mentale di terminare il loop ed aprii gli occhi.
Irina era lì che ancora stava cercando di togliersi dal ciclo in cui l'avevo costretta.
- Dimmi - Le dissi calmo, dissimulando perfettamente lo scatto d'ira che avrei voluto mostrarle. Compresi che lei non poteva sapere, non avrebbe capito facilmente cosa provavo dentro in quell'istante.
- Julian, perché ti estranei?
- Avevo bisogno di star isolato; ho caricato una routine d'introspezione speculativa…
Guardai, mentre parlavo, il paesaggio che avevamo intorno. Riconobbi, anche dopo tanti anni, la zona che era nei pressi dello scavo e del fiume.
Estrassi la tastiera di dialogo col bot incaricato di condurre il taxi, e feci un rapido trasferimento crediti verso le casse della compagnia di trasporto; diedi coordinate precise visive - scaricandole dai miei ricordi - per indicare il punto dove desideravo che ci lasciassero.
Molte persone erano lì, la zona sembrava conosciuta e col passare degli anni altri archeologi avevano raccolto l'eredità di Nora, continuando a scavare e riportando alla luce altri ruderi.
Lo specchio d'acqua era sempre lì, immutato.
"Zona Nora Vett".
Un cartello campeggiava sull'ideale percorso della via principale che il borgo, presumibilmente, aveva nell'antichità: tutta quell'area aveva preso il nome da Nora.
Irina osservava ingorda come mai l'avevo vista. Passò sotto alla scritta che ricordava Nora.
- Julian, ti dispiace se osservo questa zona con i miei occhi, senza che abbia suggerimenti?
- Certo che no… - Finalmente l'aveva detto, pensai.
- Ho bisogno di comprendere, di elaborare con la mia testa e se tu non vai via le tue interferenze mentali potrebbero indurmi in considerazioni errate.
- Irina, ci vediamo al tardo pomeriggio in albergo, se vuoi…
- Ok darling…
Mi sorrise davvero soddisfatta, incredibilmente pendente dalle mie labbra.
Diedi ancora un'occhiata in giro, cercando di assicurarmi che la gente presente non fosse poca.
- Ah, Irina… Stai attenta a questo luogo… Potrebbe non essere così pacifico come appare…
- Sì Julian, starò attenta… Questo posto sembra davvero magico…
- Sì… Intendo dire proprio quello… Stai attenta…
Mi strizzò l'occhiolino: nonostante tutto non era una sprovveduta, era una ragazza molto accorta e intelligente.
Io invece, oltrepassai la collina che chiudeva quella piccola valle e andai un po' più lontano a riflettere, a cercare un po' di pace.
Ricordi…
Ondate di reminiscenze vivide, taglienti, che mi avrebbero fatto molto male…
Vissi quei momenti come un grandioso spettacolo che nessun esterno poteva giudicare diversamente da qualcosa di strettamente personale: era esattamente la mia vita intima, quella più vera…
Nora aveva continuato a lavorare sul sito alacremente, la sua vita si concentrava tutta lì da quando Constantine non c'era più. Riunioni interminabili con la sua équipe per cercare punti di scavo migliori, meno distruttivi. La sua mente lavorava incessantemente, sospettavo che anche durante la notte, mentre lei sognava, qualcosa del suo lavoro sfuggisse alla censura della psiche e s'intrufolasse nei suoi pensieri; Nora era tesa nel tentativo estremo di sviscerare i segreti di quelle antiche costruzioni, ormai ruderi sepolti.
Un giorno ebbe un'idea. Stava osservando delle linee ideali sul terreno, tutte congiunte all'acquitrino e cominciò ad associare delle idee casuali: casa, via, benessere, viario, potenza, culti, remoto, mezzo del viaggio, via, strada, strada d'acqua, fiume…
Ricordai tutta l'eccitazione del racconto che mi fece la sera stessa, in un pub; interessato l'ascoltai descrivermi il collegamento fantastico che aveva fatto tra l'acquitrino e il fiume, non distante, dove pensava che la pozza d'acqua si nutrisse per nascondere… Nascondere cosa? Perché fiume e laghetto erano legati? Portavano probabilmente verso un terzo posto, il vero nascondiglio di tutto l'enigma…
Anche Nora, mi raccontò, non poteva fare a meno di voltarsi ogni volta verso quel preciso luogo lacustre; anche lei - ero sicuro - aveva la sensazione che qualcosa, qualcuno chiamasse da un punto remoto del tempo, dello spazio, di entrambi per avvertire, intrappolare, coinvolgere, soggiogare… Nora non era in grado di dirlo ed io, memore di ciò che avevo sentito quella notte, da solo, rabbrividivo di un terrore sacro che nulla avrebbe più potuto scacciare dal mio intimo.
La osservai. Attentamente. Le rughe d'espressione si erano accentuate vicino agli occhi, forse così somatizzava la mancanza di Constantine oppure era il risultato del lavoro pressante. Mi piaceva fantasticare sull'interazione che il passato, la vecchiezza delle cose, poteva esercitare sul suo fisico non abituato a trattare con l'antico come solo un mago, invece, saprebbe fare respingendo il passaggio del tempo sul proprio organismo. Nora, invece, non era così esoterica. Nora attecchiva nel mondo cosiddetto reale, usuale; rischiava di compiere l'errore fatale: non comprendere che il passato poteva attirare fortemente, sradicando anche i forti vincoli al presente…
Tutti quei ricordi mi aiutarono a far passare alcune ore lontano da Irina. Ciclavo intensamente intorno a quelle immagini tanto che il mio riduttore spettrografico si fossilizzava su alcune scene macro, rifiutandosi di impegnare risorse più estese alla paginazione razionale.
Nora viveva ancora in me e in quei luoghi, gli stessi dove mi trovavo in quei momenti; lei era soltanto intrappolata in quel passato che tanto amava, che mi spaventava come un orco farebbe con un bambino.
… La pioggia…
Improvvisa venne la pioggia. A lavare di nuovo il passato. A pulire i ruderi minimi, i sassi sparsi. A purificare la mia fantasia, i ricordi.
Quelle gocce fredde scossero il mio sistema nervoso. Ero solo, intorno a me non c'erano persone, non udivo più le loro voci nemmeno in lontananza. Mi ritrovavo solitario a contrastare la primitività forse ostile dei ruderi, della natura; come un neopagano soffrii e gioii del contatto estremo figlio di sensazioni alte. Compresi perché gli atti d'immenso trasporto emotivo portavano gioia e crepuscolo: vivevo su un filo di rasoio altissimo ed io vi camminavo sopra con un equilibrio perfetto, precario, consapevole di correre il rischio di saltare giù…
Adoravo la pioggia, quel cielo così plumbeo…
Nella mia fantasia delirante stavo entrando nel palazzo imperiale della città, le sue ampie stanze erano ricoperte di buio lunare e intanto, intanto io vagavo per le camere deserte di quell'enorme edificio. I tendaggi pesanti svolazzavano solitari per il vento che entrava dalle finestre. La solitudine del tempo imponeva pedaggi struggenti dove tutte le anime già vissute s'incontravano di nuovo silenziosamente, di nascosto senza che nessun altro le vedesse; esse osservavano, sentivano, accompagnavano con bisbiglii silenziosi, inascoltabili, i riverberi malinconici di quell'antico potere.
Emozioni struggenti che si trasformavano in innocenza depurata da tutte le colpe commesse, esattamente come una roccia farebbe con l'acqua che l'attraversa…
Le anime, gli ectoplasmi si bagnavano con me in quel momento e mi cantavano dolcemente nenie terribili, tristissime ma belle finché non mi conquistarono ed io, finalmente, ebbi l'impressione di star lì con loro in una comunione umorale eterna, unica, sospesa nel tempo.
Immagazzinai presto questa vibrazione. La conservai in uno spazio ancora disponibile di memoria biologica rabbrividendo per l'intensità - folgorante - della sensazione.
Il terreno andava trasformandosi in fango, rapidamente.
Nora che moriva.
Nora che si lasciava prendere l'impronta elettrica della sua anima.
Nora che consegnava se stessa ad un'epoca migliore, quando vivere non sarebbe stato un atto che prevedeva la fine.
Il fango aumentava di spessore… Ora vi si poteva davvero affondare.
La fine di Nora era giunta repentina; intrappolata nello scavo che aveva tentato nei pressi dell'acquitrino aveva perso conoscenza. Il crollo della galleria che stava scavando aveva fatto temere ai suoi colleghi, accorsi subito, che fosse morta sul colpo. Molti soccorritori. Molta gente che non sapeva bene cosa fare. I collaboratori che litigavano presi dal panico riguardo alla sua sorte, che si lanciavano accuse l'un contro l'altro per la rabbia di sentirsi impotenti…
Nora che non parlava quando la tirarono fuori.
Nora che col suo dito indice indicava innaturalmente il fiume, nessuno che avesse capito profondamente il suo messaggio…
La Morte ancora riusciva a prendersi vite; era scesa, però, a patti con la potenza d'ingegneri software. Nora era pronta a viaggiare verso l'eternità, o giù di lì…
* * *
Quella notte non dormii facilmente. Irina riposava con soddisfazione, appagata del nostro scambio di liquidi, d'umori e ormoni; io ero sveglio a pensare verso il passato: perché Nora si definiva un'archeologa sperimentale?
La pioggia continuava a cadere e batteva spesso, quando l'intensità dello scroscio aumentava, sulle persiane e sui vetri che avevo voluto lasciare scoperti, senza che le imposte li coprissero, ansioso di vedere ancora un'alba che mi ricordava troppe cose e impressioni che mi stritolavano i ventricoli quando riaffioravano.
Sperimentale.
Quale metodo usava?
Ricordai che alcune volte Nora tentò di instradarmi verso una corrente di pensiero generata dalle sue memorie genetiche - un particolare settaggio che lei aveva voluto fortemente - capace di incontrare i canali energetici del passato con le sue forme di manifestazione; un esperimento, appunto. Qualcosa per votare un'intera vita ad una causa.
Forse era stata quella la ragione della sua morte? Aveva incontrato un flusso energetico che non aveva saputo contrastare? Oppure le cause del crollo di quella galleria erano molto più banali, assolutamente casuali?
Non dormivo. Non potevo riposare. Non riuscivo ad abbandonare lo scenario di tutti quegli anni prima.
Osservai Irina: aveva un'ombra che le scorreva in modo trasversale sul volto, quasi che il contatto con quei ruderi avesse cominciato ad intaccare la sua serenità giovanile.
L'infinita pena che poteva suscitare un culto misterico si affacciò alla mia coscienza con un gran colpo teatrale: un'impressione di saga celtica o teutonica, di boschi e statue imperfette che venivano lasciate a testimonianza di un'adorazione di cui si era dimenticata l'origine e che, allo stesso tempo, ricordavano quanto fosse potente su tutto l'immagine della morte, s'impadronì della mia attenzione, senza che sapessi da quale lato di quella visione si fosse originata.
La coerenza che queste credenze portavano con sé era puramente mortale; come potevano oggi, questi culti, vivere della stessa potenza ora che la morte stessa era stata ricacciata in un territorio più lontano, più definito del passato?
Archeologia sperimentale. Sperimentazioni sui processi vitali. Il limite del conosciuto si spostava continuamente.
Mentre pensavo al continuo muoversi di quei limiti mi accorsi che, impercettibilmente, mi stavo calando in pensieri che già sapevano d'onirico. Fitte sempre più frequenti di immagini apparentemente senza senso - donne popolane che portavano anfore piene di acqua, lune multiple sopra uno scenario desertico, uomini, donne, frasi ridondanti come echi e alla fine incomprensibili, suoni - si sovrapponevano alle mie considerazioni. La stanchezza fisica fece il resto e tutto il mondo sembrò scivolare attraverso una fessura ignota, simile al buco in cui Nora si era cacciata… Dolore… Universo infranto… Tutta la noia di un mondo che non sapeva offrire altro che scontata agonia si rivelava a me come uno scenario politico del secolo scorso, ormai assimilato e compreso; ma forse, ciò era vero soltanto per gli aspetti tattili, triviali…
Sonno.
* * *
Ondate di solitudine.
Desiderio di stare sempre più per mio conto.
Lasciavo passare le ore vagando per la città, in perfetto isolamento. Nessuno sguardo m'incuriosiva, nessun movimento sembrava abbastanza importante da turbarmi o interessarmi. La pioggia cadeva spesso, leggera ma fastidiosa, insidiosa.
Così, quasi per caso, mi accorsi di passeggiare vicino al fiume.
Lo sciacquettio delle piccole onde era ipnotico, percepibile da una distanza apprezzabilmente grande, anche se facilmente si nascondeva sotto al frastuono del traffico. Mi avvicinai al parapetto, mi sporsi. Un gran senso di placido e sottilmente inquietante saliva da quei flutti.
La pioggia, insistente, batteva particolarmente fredda su quel luogo ed io dovetti stringermi addosso ben bene l'impermeabile. Di nuovo a confrontarmi con me stesso. Ancora io di fronte ad un nulla animato da forza naturale. L'acqua era quasi marrone, sporca - sembrava - di fango ed io provai a farci navigare sopra i miei pensieri, cercando di scansare una fastidiosa impressione di disagio, qualcosa di collegato ad un passato soltanto nascosto da qualche parte, per qualche momento ancora sospeso nell'aria, invisibile.
Cori. Cori minimi e impercettibili di figure opalescenti che si affannavano a navigare in quelle acque, cantando versi sconosciuti in una lingua incomprensibile; i loro indumenti ricordavano quelli della preistoria, le acconciature con cui si abbigliavano erano assolutamente rozze, primordiali.
Cercai di concentrarmi su quel flusso energetico che avevo appena captato casualmente: ero sintonizzato su chissà quale distorsione temporale - mi domandai se i miei impianti biologici registrassero qualcosa di significativo.
Molte canoe e il contatto che avevo stabilito mi costrinse a scendere dagli argini per avvicinarmi alla riva; come in un sogno vivevo quella situazione crepuscolare, onirica, sentendo le presenze premere sulla mia coscienza, penetrare nella mia pelle per arrivare fino al centro del mio essere, fino al centro del kernel delle mie memorie genetiche messe sotto stress. Tutto un mondo mi precipitava addosso con un garbo e una sensualità ammaliante ed io, completamente inebetito, stavo lì e desideravo che l'intensità emozionale di quel momento dilatato si estendesse all'infinito, che io fossi almeno parzialmente assorbito da quell'energia.
Un'impressione di macabro, d'aromatico si era fissata in me. Sarebbe bastato un nonnulla per tranciare il sottile filo che mi legava a quei turbamenti ma mi sentivo tenace, volevo soltanto respirare lì, al freddo umido, immerso nella luce offuscata dalle nuvole scure…
Ebbi l'impressione che stava per sfuggirmi il legame tra Nora e la sua morte, Nora e il passato, Nora e il fiume, il fiume e l'acquitrino lì vicino… Lavorai febbrilmente d'intelletto, cercando di sfruttare più che potevo le personalità multiple - anime - dei chips biologici. Ero in ricezione su tutti i canali emozionali che potevo possedere, amplificato come un'antenna cosmica.
La soluzione era sotto ai miei occhi.
Orde d'anime andavano e venivano dall'acquitrino verso il fiume.
Credevo di risolvere quella cognizione come un antico passaggio rimasto, chissà perché, aperto. Mi sentii risucchiare verso quel tempo con una poderosa depressione silenziosa, profonda; riuscii, tuttavia, a tenermi aggrappato a non so cosa e, gradualmente, quel corteo di canoe scomparve dalla vista, dai miei sensi. Tutti quegli ectoplasmi debolmente luminescenti erano stati ricacciati indietro verso le loro abituali occupazioni, le quotidiane attività che da millenni, invariabilmente, perpetuavano.