ACUTO



La percezione del fiume che avevo avuto pochi giorni prima aveva cambiato totalmente la visione della mia vita. L'esatto nitore, il manifestarsi di un mondo adiacente al mio doveva essere, se fossi diventato davvero lungimirante e acuto per l'innesto delle memorie genetiche, un'evoluzione naturale del mio pensiero; non doveva essermi difficile pensare che, così come avevo sperimentato e accettato più dimensioni fisiche - tutte rivelatesi fisicamente dopo le implementazioni craniali - anche il tempo fosse un'altra delle dimensioni possibili. Semplicemente, ora avevo avuto la dimostrazione pratica che quello era effettivamente il modo giusto di ragionare. Non dovevo fermarmi qui, la massima flessibilità intellettuale doveva essere applicata a qui punti fermi per essere ampliata, per portarmi a nuove vette speculative, reali. Acuto. Acuto. Mi ripetevo questa parola con insistenza perché era un concetto chiave: acuti erano i miei ragionamenti, acuto era diventato il moto d'insofferenza verso il mondo - forse verso Irina in particolare - acuto era il percepire un universo denso di spiriti, invasivi ma non dannosi, che mi permetteva lo sbirciare di nascosto sapendo di essere visto. Era proprio da quando avevo percepito l'assembramento d'ectoplasmi che mi sembrava di sentire premere il mondo esoterico alle porte della mia coscienza. Non potevo dare a me stesso una spiegazione migliore del convincimento, in realtà non avevo basi solide su cui argomentare ciò che epidermicamente sentivo vero, con tutti quei punzecchiamenti che provavo quando meno me l'aspettavo, con le ombre che, improvvisamente, mi accorgevo si facevano inspiegabilmente più dense intorno a me; spesso era disagio la sensazione che provavo, altre volte, invece, un trasporto degno di un karma dilatato, rimandato per troppo tempo. Camminavo lungo un ciglio affascinante, pericoloso e sensuale che mi faceva amoreggiare col bordo estremo della vita biologica; percorrevo quel sentiero fino al punto in cui l'intelligenza, fortemente limitata degli uomini, era stata in grado di spingermi. Era come se in qualche modo stessi continuando la ricerca di Nora sul limite mobile dell'esistenza biologica intrecciata all'energetica. Era come se Nora mi stesse guidando da un luogo distante pochi centimetri da me, dove io non potevo ancora accedere. E loro bussavano, bussavano… Fu durante un collegamento ad un locale network di aggiornamento logico che subii un fascinoso corteggiamento. Ero concentrato su un aggiornamento incrementale - pure stringhe asettiche di dati - quando mi accorsi che i miei chips biologici stavano ciclando su un punto di lavoro anomalo. Le percezioni che avevo del mondo circostante erano troppo alterate rispetto allo standard che i medici psicotecnici avevano stabilito; sentivo troppe distorsioni temporali provenienti dalla consapevolezza propria dell'anima multipla, tipica delle memorie genetiche. Risolsi solo l'analisi attenta di quelle sensazioni mentre in background continuavo l'aggiornamento con un minimo vitale delle mie risorse. La meraviglia mista a panico durò un istante lunghissimo ma intenso; come in un vecchio condensatore attraversato da un impulso elettrico io fui folgorato da una corrente visiva di gocce grasse, rosse, da una miriade di lacrime opache che si muovevano su uno sfondo pressoché nero, tutto a formare grezze forme femminili uguali tra loro, clonate, ossessivamente riproponenti le fattezze, le movenze, i lineamenti del viso di Nora. Passato il momento di terrore incontenibile cercai di ragionare, di non soccombere all'orrore e di scoprire cosa c'era dietro la visione. Il punto di lavoro dei miei innesti continuava ad essere stabilmente errato e ciò, pensai, poteva essere un buon motivo in cui cercare la motivazione di quelle immagini. Poi, con improvvisa tranquillità, provai ad affrontare con meno paura la situazione. Osservai più attentamente quel rosso - sangue? - aggregarsi e non potei fare a meno di notare una poesia intrinseca, una sorta di storia avvolgente dove il buio era protettivo e allo stesso tempo canale comunicante con gli inferi, con creature potenti e oscure. Inaspettato… - Julian… - Julian… Una voce femminile, forse Nora. Rimasi ad ascoltare gli infiniti echi che il mio nome provocava in quella grotta dove mi trovavo, forse un'enorme cavità nella roccia formata da pareti regolari, da angoli squadrati: un'enorme scatola - pensai - scura, spigolosa, in cui potevo sentirmi costretto, recluso da un senso simile - molto prossimo - alla paranoia. Mi sentivo quasi claustrofobico. - Julian… Deglutii come per infondermi coraggio, mostrando così tutta la mia paura inconscia… - Sì, sono Julian… - Dissi con un filo di voce, qualcosa di simile ad un singhiozzo - Julian. Il punto di lavoro si andava assestando, la tensione sembrava scendere impercettibilmente… - Nora, sei tu? Inspiegabilmente mi trovai a parlare elettronicamente in una stanza satura d'oggetti in cui non esisteva riverbero sonoro. Parlavo a me stesso senza echi, con un tono di voce normale, dicendo continuamente "Nora sei tu?" e pensando intimamente quanto potessi esser folle ad esprimermi così. Il download incrementale era terminato, le applicazioni di controllo stavano scambiandosi gli ultimi check di sincronia e poi, da lì a pochi istanti, sarei stato libero di riprendere le mie normali attività. Nora, con tutto il palcoscenico ansioso, era scomparsa.

Ritrovai il piacere di parlare con Irina ad un paio d'ore da quell'episodio. Ci ritrovammo in albergo, dopo tanti giorni in cui ognuno aveva avuto i suoi orari, le sue esigenze e ci accorgemmo che ci andava di vedere dei programmi a generazione casuale, una sorta di spettacolo random dove era il caso a decidere quale sarebbe stata la storia, i personaggi e l'ambientazione coerente da trasmettere. - Io domani sera ho finito. - Mi disse mentre smangiucchiava qualcosa con fare distratto, di fronte allo schermo. - Ah… - Non seppi dire altro. Mi guardò perplessa. - Se accedi un attimo ai miei archivi craniali puoi renderti conto di persona quanto abbia imparato da questa trasferta. Nel mentre che consulti cerchiamo un orario per l'aereo, per il ritorno? - Irina, dammi il login esatto per favore… - Ah sì, scusa, ho cambiato le procedure d'ingresso, sai com'è… Il pizzicorino deciso delle boccolette craniali era intenso ma rimaneva l'unico modo per non mostrare il fianco ad attacchi invasivi di criminali da curriculum, di cui l'etere pullulava. Irina aveva fatto un ottimo lavoro. Ragazza intelligente, non avevo mai messo in dubbio questa mia valutazione, e non solo mia. - Sì, bisognerebbe pensare al ritorno a casa… - Dissi distrattamente, senza convinzione. Lei se n'accorse. - Tu non vuoi tornare a casa? - Non ho molta voglia. Io amo questa città; ho molti ricordi, di tanti angoli. Ci vivo bene. - Ma io ho un'attività da portare avanti, sono venuta qui per questo. - Sì, hai ragione… E se ci dormiamo su? Magari una soluzione ci viene spontanea domattina; io sono anche parecchio stanco ora… - Tu però non mi hai detto nulla di ciò che hai fatto in questi giorni… Le diedi accesso ai miei ricordi recenti, avendo cura di filtrare tutto ciò che faceva riferimento a Nora; per pudore non avevo mai voluto dirle di lei o almeno avevo cercato di dirle il meno possibile. Apprezzavo in Irina la discrezione tanto che non aveva mai voluto sapere del mio passato, nulla di più di quanto le avevo detto. - Ok mr. Mistero… Hai vagato per la città e hai raccolto sensazioni strane… Ok. Ma ci vuoi venire con me a casa o no? - Sorrise divertita. - Non lo so, davvero; perché non ne parliamo dopo, o domattina? - Sorrisi a mia volta, lasciando capire molto più di quanto sembrasse.

Notte. Profonda e buia notte. Soltanto dopo… I sogni erano andati altrove, scomparsi. Quel sonno era così insapore da non farmi desiderare altro che un rapido oblio dei sensi; questo pensai, incredibilmente, mentre dormivo.

* * *

L'aereo era ancora fermo sulla pista, di tre quarti rispetto al corridoio asfaltato. Irina era lì dentro, seduta vicino al finestrino. Avevamo deciso, in comune accordo, di non parlare della divisione tra noi; io avevo troppo desiderio di seguire il corso dei miei pensieri in quella città mentre lei doveva rientrare, aveva molti impegni, ora, da assolvere a casa. Il velivolo si mosse. Sempre più rapido. Immaginavo Irina nel turbine dei suoi pensieri in collisione coi miei sentimenti affilati - in un certo angolo della sua anima sapevo che mi odiava. Vidi l'aereo sollevarsi, finalmente; fu una specie di liberazione, in qualche modo il dado era stato tratto e il punto di non ritorno era stato passato.

Lasciai l'aeroporto nel pieno di una tempesta emozionale. Ricominciavo un'esistenza davvero incentrata su me stesso. Era come un rinascere a nuova vita, potevo davvero concludere un discorso vecchio mai opportunamente suturato. Diedi uno sguardo al cielo primaverile - ancora primavera, pensai - dove le nubi s'intrecciavano in un rincorrersi che mi apparve cupo, dove l'animo che spandevano - mi sembrava davvero intenso - aveva un sapore strano, alchemico e umorale, forse perché interagiva pesantemente con i miei ormoni. Mi sentivo bistrattato, come listato da un pettine d'acciaio che indugiava troppo a lungo sui miei punti erogeni sovraeccitandoli, disponendo i miei sensori biologici e naturali in una condizione di overflow. Pensai che solo in primavera potevo provare questo trasporto emozionale, adolescenziale; per fortuna era passata l'età in cui mi sentivo continuamente trasportato da quello sconquasso. Respirai. Profondamente. Nora… Lei era in ogni mio poro, vi era rimasta senza andare mai via. Il fatto che ora ero davvero solo, per la prima volta dopo tanti anni, di nuovo a confronto con la mia anima, con i ricordi personali e con ciò che essi si portavano appresso, mi fece respirare in un modo che, dovetti ammettere francamente a me stesso, avevo dimenticato. Guardai profondamente dentro di me, non appena ebbi modo di sedermi nella mia vettura, in perfetto isolamento. Ombre provenienti dal passato si erano fatte davvero imponenti, importanti.

Ferdinand sedeva nel piazzaletto davanti ad un bar alla moda, in pieno centro. Avevo preso contatto con lui non sapendo bene perché ma di una cosa ero sicuro: non lo avevo più visto dalla festa funebre di Constantine. - Salute… - Il suo sorriso asciutto, per certi versi costantemente pieno d'ironia era sempre pronto ad accogliermi, come se ci fossimo visti esattamente un'ora prima. - Ciao Ferdinand; finalmente, dopo tanto tempo… Ti mantieni sempre giovane, vedo… Ammiccò sobriamente, mostrando di nuovo la sua fondamentale mitezza d'animo. Sembravo essere calato in un film: riuscii a fermare il tempo, a sospendere il corso degli eventi; avevo Ferdinand immobile in un angolo mentale e fissai qualcosa uscito dalla mia psiche, o forse passato da lì e proveniente da chissà dove. Un'onda nera, immobile, possente e fatta di pece si ergeva enorme nella sua capacità di oscurare la luce solare. Io ero sotto la sua influenza e solo così riuscii ad apprezzare la valanga che mi sommerse lasciandomi senza fiato, nell'affanno in cui annaspavo. Tutto il mondo cambiava colore, segno e tornava a ritroso verso il passato ruvido, grattando ciò che trovava sulla sua strada ed emulsionandolo in una pasta incolore ma pesante, malsana. Ero in uno stato d'acutezza che non avevo mai provato. Mi sentivo disponibile ad accettare qualsiasi evento. L'orda di nerume penetrava in me come l'acqua farebbe in una roccia friabile. Sentivo salire lo spasmo dal basso dei miei polmoni verso la gola; la netta sensazione di qualcosa di simile ai sintomi dell'annegamento mi stava per prendere e già cominciavo a sbarrare gli occhi in preda ad un terrore non identificabile, panico forse. Qualcosa era trascinato da quella piena. Una lunga teoria di canoe in fila lungo un fiume - sapevo quale fiume - si affacciò alla mia coscienza; dentro ogni canoa vi erano dodici uomini che in silenzio cerimonioso affrontavano i misteri mistici che la loro fede imponeva. Era notte. Con delle fiaccole ancorate alla prua di ogni barca il corteo sembrava un sinistro evocare antiche potenze - conoscevo teorie antropologiche ambiziose, che i più si affrettavano sempre a smentire - e la meta verso cui si muovevano era un luogo di martirio dove scorgevo ombre rosse, gocce di sangue rosse che insieme disegnavano un volto… Nora… Nora… - Nora ti manca? - Mi ritrovai a dire a Ferdinand nell'istante successivo, quando interruppi il particolato delle mie attività cerebrali. - Sì Julian… La sua morte è stata una grave perdita per tutti noi, fosse solo per le sue capacità archeologiche; forse non poteva star lontano a lungo dal suo Constantine, almeno, a me piace pensare così. Credo abbia fatto di tutto per cercare la morte, curandosi di lasciare l'impronta emozionale a chi voleva proseguire il suo lavoro. Lei, lei non poteva continuare a vivere così distaccata dal suo Constantine. Ebbi una fitta al cuore. Sapevo che poteva aver ragione. Forse non ero così importante per lei, o forse sì… Poteva essere morta proprio perché stavo insidiando il posto di suo marito e lei, lei fedele com'era intimamente, non poteva permetterselo… - Sì Ferdinand, credo che tu non abbia tutti i torti… Presi un istante di tempo per raccogliere le idee. Dovevo distogliere la conversazione da quell'argomento. - Ferdinand… Sai dov'è conservato il calco emozionale di Nora? - Sì, è nella banca dati di una fondazione privata a fine prettamente archeologico. - Tu hai avuto mai contatti con quest'ente? - Raramente, non seguo più tanto le ricerche sull'antico da quando Nora è morta; non ha molto senso per me, ora, infilarmi in questo tipo d'indagini… Forse è passato semplicemente troppo tempo. - Forse… - Julian - Sospirò come in un moto di comprensione - ti do l'indirizzo dell'associazione; se tu vai lì e permetti che immagazzinino i tuoi ricordi relativi a Nora, in modo che abbiano tutti i link ricostruibili della sua esistenza, potrai accedere al software che lei è stato, durante la sua vita… - Sì Ferdinand, credo che alla fine andrò lì… Grazie. Continuammo a parlare del passato, anche del nostro presente e così scoprii che lui stava facendo il pensionato di lusso. In un certo senso come me… M'interruppi nel ragionare con Ferdinand perché fui di nuovo assalito da immagini che continuavano le precedenti. Misi la discussione di nuovo in un basso ordine di priorità e decisi di seguire fortemente le percezioni che mi sgorgavano dentro, forse - pensai - dalle anime sintetiche delle memorie genetiche. Canti. Voci impossibilmente asciutte e ruvide salivano dalle imbarcazioni ed erano rivolte verso il punto del rito. Lì le grosse gocce rosse di sangue si andavano addensando in immagini, in icone purulente e odiosamente malate. Potevo star male vedendo quelle scene ma così non fu: il desiderio di sviscerare tutto ciò che mi era suggerito da un punto sconosciuto in contatto con me sovrastava qualsiasi paura. Mi sentivo svuotare l'anima attraverso qualcosa di simile ad un raggio laser, ad un essiccatore che lasciava i tessuti biologici intatti ma polverizzati. Il disagio era solo apparente mentre io andavo davvero in visibilio dentro la mia anima - non sapevo più dove si trovava sospesa. Il delirio del rito continuava… Le barche erano tutte intorno alla fantasmagoria delle gocce in costante febbre da aggregazione. Ero colpito e destrutturato ed improvvisamente mi accorsi che anche io stavo entrando a far parte del rito, divenendo come una di quelle tante stille simili a mercurio rosso, sfuggenti, abrasive e ustionanti alla sola vista. Il balletto, allora, divenne forsennato. Migliaia d'ali fantasiose si muovevano a tempo tribale, accompagnando la sfrenata fantasia coreografica delle gocce… E tutto ciò che era un'immagine l'istante successivo diventava completamente invisibile, in un orgasmo che lasciava liberamente associare cosa aveva senso e cosa rappresentava l'opposto. Sembrava tutto come una moderna discoteca, una festa di ritmi assolutamente digitali e defaticanti, acidi ed oscuri al contempo. Un balletto d'ombre che entravano in me occupando gli spazi atomici, costruendoci dentro una teoria immensa d'immagini neogotiche… Ritornò la priorità d'elaborazione standard delle mie risorse mentali - era un timeout di sicurezza presente all'interno delle memorie genetiche: non potevo dedicare più di tanto ad un particolare processo mettendo tutto il resto in una coda a bassa priorità. - Be', Julian, s'è fatto tardi; se tu dovessi andar lì' alla Fondazione fammi sapere, magari ti accompagno, se vuoi… - Onestamente - risposi - non so se andrò, e non so se ti avvertirei nel caso andassi; nulla di personale Ferdinand, sto vivendo un momento emozionale denso, delicato, che non so dove mi porterà… - Ok - mostrò di comprendere - non voglio forzarti in nessuna cosa; diciamo allora che se cercherai aiuto in me lo troverai. - Sorrise di nuovo con quel suo modo disarmante, apparentemente semplice; Ferdinand non era mai stato un paladino della complessità d'animo e forse per questo lo avevamo sempre, a torto, disdegnato. Ci salutammo. Il corteo continuava ad eseguirsi in un modulo di servizio, in lotti di memoria di terz'ordine assolutamente trascurabili per criteri importanza.

* * *

"Fondazione Dead Flesh". Il nome dell'associazione che deteneva le rimanenze cerebrali di Nora era davvero a tinte forti, destinato a colpire l'immaginazione. Erano passati parecchi giorni dal mio incontro con Ferdinand, durante i quali decidevo se mettermi in contatto con l'impronta di Nora. I dubbi si erano succeduti uno dopo l'altro: non sapevo se era giusto colloquiare con le sue spoglie psichiche senza che lei lo avesse voluto esplicitamente. Non riuscivo ad immaginare la portata di un'eventuale mia catastrofe personale che poteva comportare la conoscenza di ciò che Nora pensava, intimamente, di me. Per ultimo, ma non in ordine d'importanza, avevo una sorta di timore sacro, reverenziale, per ciò che Nora aveva vissuto negli ultimi istanti della sua esistenza, per ciò che aveva provato pochi attimi prima di morire mentre era intrappolata in quella fossa così antica, così magica e ammaliante. Nessuno, ebbi rassicurazioni dal funzionario, si era preoccupato di venire ad interrogare la memoria di Nora per sapere cosa era successo; tutta la tragedia era stata rapidamente considerata una disgrazia, un evento sfortunato. Non c'era stato bisogno di approfondire perché Nora era morta. Pensai che non avevano granché torto: lei era morta mentre esplorava, come una speleologa in una gola carsica… Quel funzionario cui mi rivolsi all'entrata dell'edificio mi portò - molto gentilmente per la verità - presso le stanze dove Nora, in un certo senso, viveva ancora in uno stato flat; certo non era una situazione nuova quella, mezza umanità ormai si faceva perpetuare in quel modo sfidando l'opinione contraria dei culti millenari, tutti biecamente in decadenza; l'idea stessa di lasciare la propria psiche in un contenitore di stati digitali - come vecchi computer - si era fatta largo molto presto nell'era binaria della vecchia umanità - presto divenuta postumana - ma io, riflettei, non ero mai entrato in contatto con un defunto, almeno, non in quel modo. - Ci sono delle formalità da espletare prima di connettersi, mr. Vett - avevo fornito generalità false proprio per evitare molte lungaggini burocratiche: risultavo, dopo manipolazioni da hacker, il fratello di Nora. - Mi dica… - Mi mostravo veramente accondiscendente, avevo imparato molto bene, ormai, l'arte del camuffamento emozionale. - Ecco, ci sono questi moduli da interfacciare con gli impianti biologici interni, se ne ha. - No - Mi affrettai a rispondere - come lei può accertarsi dai miei dati tecnici non ho nulla di simile; sono prettamente umano, non postumano… - Bluffavo come un giocatore di poker, dovevo giocarmi il tutto per tutto se volevo continuare la farsa del fratello di Nora. Il funzionario mugugnò diviso tra il senso del dovere che gli imponeva controlli rigorosi e la malavoglia di attenersi ai suoi compiti; era un pomeriggio di un giorno vicino al week-end, mi ero presentato prossimo all'orario di chiusura confidando proprio in un buco di sicurezza di quel tipo… Non potevo far fronte a tutte le eventuali richieste ufficiali d'autorizzazione se avessi rivelato la mia vera identità. - Va bene, voglio fidarmi di lei… Ecco, questo è il visto che dovrà presentare all'ingresso della sala asettica. Buon lavoro mr. Vett. - Grazie a lei… - Mormorai con un gesto d'ossequio appena accennato; non dovevo tradire il moto di soddisfazione che m'era nato spontaneo dentro.

Non ci furono altri atti formali, come del resto mi era stato anticipato dal funzionario all'ingresso. Entrai dopo aver presentato il visto cartaceo - dopotutto non ero un postumano - all'inserviente della stanza asettica, che mi assegnò una cabina isolata. Prendere confidenza con una documentazione cartacea non era quanto desiderassi maggiormente in quel momento; conservare un'identità di non impiantato significava anche quello. Mi dovetti concentrare su qualcosa che non avevo più usato - la lettura - da almeno quindici anni prima. Il tempo passava ma ero sicuro che nessuno mi avrebbe fatto uscire da lì fin quando non avessi voluto; ovvio che non potevo rischiare più di tanto perché - dovevo ricordarlo - la mia identità era fraudolenta. Dopo circa tre quarti d'ora avevo carpito dalla documentazione tecnica tutto ciò che era importante sapere. M'infilai quindi la cuffia…

Era un viaggio fantastico all'interno di un mondo simile al mio ma proprio per questo ancora più stordente. Entrai attraverso una porta standard, di costruzione software della Fondazione, dove mi si avvertiva dei rischi psichici derivanti da una consultazione simile - pericoli standard, un po' come l'avvertire il fumatore del rischio che correva fumando. Poi, finalmente, l'umore di Nora mi accolse in tutto il suo effluvio. Penetravo nell'antro segreto di una persona fragrante, affascinante. I colori tenui, melanconici mi accompagnavano come se mi fosse stata stesa una guida rossa - il personale della Fondazione aveva davvero un buon modo di interagire tramite il software di cui erano proprietari. Un sottofondo musicale mi disponeva verso uno stato d'animo piacevolmente decadente - musica dove alcune parole ponevano l'accento su un effetto di vento davvero intenso - e mi rapiva, per quanto potevo permettermi: non dovevo dimenticare di settare le mie risorse connettive biologiche come nascoste. Finalmente, Nora mi apparve nel suo splendore post mortem. Era seduta su uno sgabello trasparente, in una posa davvero raccolta, anonima per il solo fatto che non sembrava ispirare alcun pensiero eccetto che il riecheggiare della sua memoria, del modo d'essere; sembrava essere ripulita da qualsiasi possibile sensualità o affettuosità carnale. - Nora… - mormorai. - Ciao Julian, come stai? - Sto bene, sono felice di rivederti ancora… - Le sorrisi con tutta la mia anima. - Perché sei venuto qui? Pensai, ascoltando quella domanda, che il software della Fondazione doveva avere ben più delle pure rimembranze di un essere umano; o forse era soltanto perché Nora aveva anche l'anima delle memorie genetiche registrate? Erano immagazzinate anch'esse invece che essere state depurate? Compresi che la catastrofe e la decadenza dell'etica della vita umana erano tutte condensate in quelle domande … - Non so Nora, o forse lo so troppo; credo che tu ora più che mai mi manchi. Credo che il ritornare nella città dove tu sei morta mi abbia accentuato la malinconia nei tuoi confronti. Sono assalito continuamente dal tuo ricordo, ti vedo come un fantasma in molte mie fantasie da memorie biologiche; ti percepisco molto più di quanto tu possa esistere. Tu sei sulla mia pelle, sul corpo e premi per entrare in me insieme con uno stuolo d'altre anime che non conosco, molto antiche… Mi sorrise. Mi sorrise con un fare infinitamente materno pregno d'affetto. I miei occhi si riempirono d'angoscia vedendo dietro di lei un baratro spaventoso fatto solo di nero, verso cui lei era sull'orlo di precipitare. - Nora, non rimanere così indefinita; parlami. - Julian, il tempo delle parole è andato, terminato. Per noi possono parlare soltanto i ricordi, le tue memorie finché sarai vivo. Da me non puoi avere altre risposte o conforti; devi scavare tra ciò che rammenti di noi per avere le risposte che cerchi… Mi accorsi, improvvisamente, che mentre Nora diceva quelle parole per me sconvolgenti sullo sfondo, proprio dove il nero più assoluto del baratro imperava, il logo debolmente luminescente dell'associazione campeggiava come un marchio di fabbrica. Compresi che quelle ultime parole non erano appartenenti a Nora bensì escogitate dal software di presentazione delle entità registrate: il codice non era in grado di rispondere a domande sconosciute al defunto, oppure di riportare brandelli di memorie addirittura cancellate poco prima della morte. Nora quindi, se mai mi aveva avuto dentro la sua anima, aveva apparentemente cancellato quei sentimenti prima di morire. Ero scosso ma in fondo, ero cosciente di una possibilità simile…

Staccai la cuffia. Il collegamento. La sera era scesa - lo comprendevo guardando fuori dei finestroni vecchio stile, tipo prima metà del novecento… Nora mi aveva cancellato prima di morire - a patto che il calco che le era stato preso fosse integrale. Se così era perché non esistevo più negli ultimi istanti della sua vita? La mia precipitazione a staccarmi da lei, deluso, mi precludeva ora altre domande che mi sovvenivano a raffica: aveva fatto lo stesso con Constantine? Aveva cancellato anche le ultime immagini che, magari, avevano a che fare con le cause della sua morte, quella di Nora? Aveva cancellato anche gli ultimi ricordi? Le era stato imposto? Mi alzai. Uscii da quella stanza e il risuonare degli enormi corridoi vuoti mi riempì d'angoscia, di solitudine. Nessuno all'uscita che mi chiedesse qualcosa: ero un perfetto sconosciuto che aveva ottenuto ciò che voleva. Il saluto del funzionario fu semplicemente formale. - Buonasera mr. Vett, spero sia rimasto soddisfatto. Le ricordo che un'eventuale nuova sessione sarà disciplinata da regole più ferree… - La ringrazio… Buonasera - Mi affrettai a rispondergli, improvvisamente attraversato dal dubbio che fossi stato riconosciuto come mendace…

Stordito, emozionalmente stanco, mi sbrigai a tornare verso la camera d'albergo che avevo diviso con Irina… Ero così stanco e demoralizzato da non voler parlare con nessuno, tantomeno con Ferdinand che non avevo voluto avvertire.



L'essere entrato in una banca dati emozionale, per la prima volta in vita mia, aveva portato in me sentimenti simili allo sconquasso. Abituato com'ero a considerare la morte come un qualcosa d'invalicabile, uno stato che non apparteneva più all'ordine storico perpetuato per migliaia d'anni, mi considerai spesso sul filo di una lucida follia. Mi domandavo come poteva esserci corrispondenza tra un ricordo registrato via software e gli atti che un individuo ha compiuto in vita e soprattutto, come potevo dire di aver parlato ancora con Nora? Era davvero importante vivere il paradosso - che molti consideravano risolutivo - dell'ammirare un'opera di un artista morto e il parlare, poi, col suo deposito emozionale? Ero perseguitato ancor di più dal fantasma di Nora. La vedevo in qualunque situazione nel mentre che tentava di parlare con me, nella sua ferma volontà di comunicarmi qualcosa d'importante; poi, il più delle volte, mi accorgevo che la mia fantasia travalicava qualsiasi limite fisico per farmi vedere momenti che vivevano solo nella mente, nella mia volontà. Era qualcosa esistente da qualche parte, forse solo nella mia testa, mi venne spontaneo pensare dopo un po' di quelle visioni. Progettai di tornare alla Fondazione. Poteva essere quella una buona soluzione, se soltanto non avessi avuto paura di essere riconosciuto come l'indagatore della volte precedente e se, soprattutto, non avessero fatto un test più accurato sulla mia identità. Le spirali ipnotiche nate dalla mia anima e destinate a me stesso avvinghiavano, non riuscivo a trovare una via d'uscita a quel pericoloso stallo. Il senso d'acuto era ottenebrato, al suo posto sentivo un'oppressione fastidiosa che si era insidiata in quasi tutti gli angoli della mia anima. Forse - pensai - le memorie genetiche erano state risparmiate. Era probabile che nel fondo dei miei impianti biologici potevo trovare lo stimolo giusto per sentirmi di nuovo attivo, capace di affondare i colpi con l'acutezza che mi aveva spinto a dividermi da Irina e a ripercorrere la strada che mi aveva unito nuovamente a Nora. Un bastione medioevale percorse come un lampo tutta la mia mente, la attraversò depositandomi dentro la folgorazione che solo un'immagine inaspettata ed emozionalmente violenta può rilasciare. Provai a seguire il filo logico che mi veniva spontaneo assecondare. La notte era uno sfondo assolutamente senza fine dietro quel muraglione mentre il colore della pietra, delle mura risaltava, come se lì dentro ci fosse una fonte luminescente tale da vedersi anche nel buio. Probabilmente - pensai - gli abitanti di quella che sembrava essere una fortezza erano andati via. Il senso d'abbandonato con ordine era un'impressione impalpabile ma quasi violenta, non si poteva ignorarla. Erano andati via: perché? Continuavo ad essere impressionato da quella visione: perché? Mi avvicinai al bastione. Da quel punto potevo avere un dettaglio maggiore sulla consistenza del muro e così dentro potei vedere un macchinario veramente sobrio, snello mi venne da definirlo, con cui si poteva forse fare un calco emozionale. Il tutto si risolveva in una specie di cuffia collegata, tramite probabili onde radio di tecnologia standard, ad un piccolo calcolatore, poco più che palmare, dove minuscole capsule terminali e mobili fungevano da contenitori craniali. Da dove arrivava quell'immagine? Sentivo un bisogno impellente di saperlo, la parte umana di me doveva conoscere; se era il mio intimo nativo a voler sapere la verità allora - pensai - la fonte non poteva essere altro che biologica: le mie protesi da innesto. Ci rimuginai un po' su… Ed ebbi chiaro che se volevo uscire dall'impasse dovevo dar retta a ciò che le memorie genetiche, le loro anime sempre latenti ma esistenti - vivevano, nel senso animistico, solo se il soggetto era recettivo - mi suggerivano. Pensai che rischiavo di diventare sempre più postumano ma ormai il limite era stato passato nel momento in cui avevo accettato di farmi impiantare cranialmente il primo chip; da quell'istante in poi avrei soltanto spostato di qualche grado, progressivamente, la percentuale di cosa ero e cosa no. Mi sembrava di discutere questioni d'etica di basso profilo, cara soltanto a qualche flangia d'integralismo religioso. L'immagine del bastione si dissolse e tornai a focalizzare la mia attenzione verso me e la mia mente. Ero di nuovo solo mentre camminavo avanti e indietro nella mia stanza d'albergo; da giorni ormai non uscivo più. Sapevo cosa fare.

* * *

Avevo bisogno di stare tra la gente per confondere maggiormente i miei obiettivi; rimanendo solo potevo essere rintracciato più facilmente, invece il rumore in sottofondo di migliaia di pensieri - molti erano gli individui con innesti biologici, cresciuti col passare del tempo - potevano mimetizzarmi alle capaci orecchie genetiche della sorveglianza governativa. Così, scelsi una giornata particolarmente radiosa per uscire, non prima che avessi preparato una trappola elettronica per catturare momentaneamente le difese della Fondazione. Il metodo che intendevo usare era semplice: ingannare le protezioni sembrando qualcos'altro; quel qualcos'altro doveva apparire un banale scan intelligente della sorveglianza governativa, autorizzata ad interrogare e prelevare qualsiasi cosa giudicasse interessante per le sue indagini. Trovare un kit di camuffamento non era stato per niente semplice, considerato che la mia professione non era ciò che un bel po' di tempo prima era chiamato hackeraggio; sapevo però come cercare ciò di cui avevo bisogno: qualcosa di assolutamente illegale e pericoloso ma funzionale. Mi recai presso un mercatino di cianfrusaglie, abbastanza lontano dal mio albergo dove potevo essere sicuro di incontrare una moltitudine di gente multigenetica. Giunto lì mi girai intorno per scrutare gli sguardi della folla che spingeva da tutti i lati, che si affannava a cercare qualche articolo a buon prezzo per le sue esigenze; diedi un'occhiata veloce alla merce esposta sulle bancarelle e vi trovai di tutto, dai vestiti usati alle protesi alle parti biomeccaniche di contrabbando o da riserva, da utilizzare solo in caso di emergenza. Mi accorsi presto che quasi tutto lì, se non qualsiasi cosa, era ciarpame da pochi soldi, in alcuni casi addirittura infetto o dannoso per la propria salute, anche quella mentale. Nel momento in cui mi accorsi di essere circondato da molti impiantati - tutti con lo sguardo lievemente assente, povera gente che aveva subito innesti da psicotecnici improvvisati - mi attivai con un potente rumore di disturbo mentale, tanto che vidi non pochi di quei poveri disgraziati entrare in una fase prossima ad un black-out emozionale da flood. Sapevo che dovevo essere rapido in quell'attività per questo fui intenso; diressi rapidamente, con un buon numero di risorse mentali rimaste, uno scan veloce camuffato da sorveglianza governativa, capace di interrogare i servers della Fondazione. Chiesi loro la lista dei registrati, la dimensione e la data del deposito, la locazione. Avevo un mascheramento affidabile, lo sapevo, quindi in breve il server principale mi rispose con una lista dettagliata di ciò che mi serviva; dovevo soltanto sperare che non ci fosse stata un'indagine simile poco tempo prima perché quell'ulteriore richiesta sarebbe stata sospetta. Ero soltanto nella prima metà del mio lavoro. Dovevo, ora, acquisire i diritti di prelevamento agli occhi della Fondazione e a quel punto indicare un canale alternativo - apparentemente quello della sorveglianza - dove si potevano scaricare tutti i dati che richiedevo: Nora. Ovviamente, avrei scaricato in una memoria di massa a pubblico accesso, anonimo, intercettando il flusso di dati che in realtà scorreva verso un muro elettronico della sorveglianza governativa. Rapido, dovevo essere ancora più rapido. Il gruppetto di gente andava dileguandosi intorno a me. Li seguii. Dovevo far presto. Pedinai una barra di scorrimento altamente grafica che mi indicava quanto mancasse al completo download di Nora: tre minuti. Ancora 180 secondi di terrore e di concentrazione che mi stavano strappando brandelli di cervello; l'emicrania cresceva ed ebbi paura di non farcela. Due minuti. Preso da un moto di panico percepii che la gente intorno a me era cambiata; improvvisamente non vedevo più le stesse facce inebetite di prima e mi accorsi, con un sussulto, che molti di quelli che mi stavano intorno ora non avevano la benché minima traccia di impianto craniale. Serrai i denti senza farlo notare. Novanta secondi. La Fondazione aveva subodorato qualcosa, mi accorsi che il cambiamento di flusso dei dati era divenuto leggermente curvilineo. Avevo ancora un po' di tempo per sperare di farcela così decisi, nel mentre che mancava un minuto esatto alla fine, di abbandonare il disturbo mentale e di rendermi sì intercettabile per quello che ero, ma capace di aumentare quasi del doppio la capacità di scarico… Trenta secondi. Un allarme stava per essere inviato alla sorveglianza governativa, quella vera. Venti… Era quasi fatta; la gente mi stava osservando incuriosita dalle espressioni facciali che assumevo. Molti ignoravano la causa del mio spremermi ma alcuni - pochi - ero sicuro stessero capendo la natura criminale del mio gesto. Non me la sarei mai scampata, non ce la potevo fare… Fu allora che sentii ricevere una poderosa copertura; quelle poche persone che avevano intuito - pensai - stavano aiutandomi con la potenza delle loro menti. La solidarietà popolare, che spesso avevo tanto bistrattato, mi permetteva di prendere Nora… Ancora un secondo e tutto sarebbe finito… Chiuse il collegamento l'icona di un palazzo imperiale, lo stesso che Nora amava e che anche io avevo conosciuto durante la stessa notte ventosa d'anni prima; l'icona mostrava tutta la costruzione mentre si abbandonava ad un destino di solitudine incomprensibile per un centro di potere così onnipotente. Non potei far altro che sorprendermi della beltà di un'immagine così piena.

Avevo finito. Ringraziai con uno sguardo pieno di gratitudine chi era stato generoso con me; ancora pochi secondi e sarei stato tracciato tra quel manipolo di poveracci, tutti compressi da affanni da compravendita di materiale d'infima qualità… M'invitarono con sguardi e gesti obliqui del volto a fuggire ora, prima che potessi: non si sapeva mai con chi si aveva a che fare, lì… Cercai di non dar nell'occhio mentre scappavo; camminavo svelto ma non di corsa e comunque disinvoltamente, l'ultima cosa di cui avevo bisogno era che qualcuno si accorgesse di me. Tutta l'operazione, in fondo, presentava rischi limitati, alla Fondazione non mi conoscevano - nessuno aveva preso impronte della mia retina - e tutto l'attacco pirata era stato condotto da me in una quasi totalità di camuffamento dell'identità. Ora dovevo far presto nel recuperare ciò che avevo scaricato su quella memoria pubblica, prima che si accorgessero che i dati erano stati dirottati lì anziché nella sorveglianza… … Cosa che feci appena fuori il mercatino. Rapidamente, senza bisogno di coperture, scaricai sul mio palmare da inserimento craniale - con un bus di dati ad alta velocità - tutta Nora. Era fatta. Mi sentivo soddisfatto, pieno di desiderio per l'avere quella donna dentro di me mentre le gambe mi tremavano per l'emozione.

* * *

Osservare il contenitore dell'anima di Nora, così piccolo e maneggevole, capace di una connettività estesa eppure dotato d'aspetto sobrio, mi faceva sentire obliquo sul piano della realtà. Era come se non credessi ai miei sensi, alla ragione che mi imponeva di essere convinto che Nora era in mio potere; mi paragonavo ad un bambino che sente di avere tutti i suoi giochi e le necessità a portata di mano, provavo un lontano rivivere di sensazioni da innocente appagamento, finalizzato ad un soddisfacimento egoistico, infantile. Nora era presso di me, potevo averla tutta nella mia mano: era portabile. Il tripudio che a stento contenevo sembrava essere di chiara matrice genetica; tutti i miei impianti biologici friggevano di un'estasi simile ad una febbre: onnipotenza. Le loro anime da laboratorio avevano tracciato la strada e si erano dimostrate per certi versi indipendenti da me o meglio, interattive con me; ero sempre io a decidere cosa fare ma loro erano un ausilio decisivo affinché i miei progetti procedessero nel verso sperato. A volte, però, erano davvero loro a stabilire quale mossa dovessi attuare…

Tremavo all'idea di ciò che sentivo essere il passo successivo: innestare cranialmente Nora. Avevo paura dell'interazione dentro la mia testa, nella mia anima; temevo una confusione di ruoli, di pensieri e inclinazioni, di sentimenti verso cosa, chi… Gli scopi della ricerca del mio passato potevano mutare così radicalmente… Avevo paura di tenere un morto nella mia anima, nella testa mentre un manipolo di protesi elettroniche arricchite con proteine modificate si agitavano emozionalmente, senza sosta, senza contenimento nel medesimo posto. Guardavo la capsula di memoria dov'era Nora e l'impressione di un aroma antico si spargeva intorno a me. Ebbi la sensazione di essere sull'orlo di un sogno ad occhi aperti, qualcosa che stava per esulare dai contorni perfetti e definiti del normale vivere quotidiano. Indugiavo su quel confine, su un borderline indefinibile, invisibile eppure esistente esattamente come il software. Osservai la finestra della stanza, i mobili che mi erano intorno, la moquette e tutto l'ambiente che non riuscivo a discernere correttamente: vedevo tutto come ricoperto da una patina gialla, da un velo di plastica ondulata che foderava di un colore acceso e innaturale anche me. Nora si agitava dentro il contenitore come se le andasse stretto. La sentivo vivere ancora mentre cercava di interpretare il flusso antico di una comunità ormai dimenticata, almeno nelle individualità che la componevano. Era un punto di vista interessante il mio, come se dominassi la scena da un'altura nei pressi, da dove potevo ascoltare e sentire, sentire, percepire l'addossarsi sul mio corpo delle sensazioni epiteliali vissute da ogni interprete della scena storica… Sembrava uno spettacolo teatrale, il set di un film dove su un terreno brullo ma non arido una cerimonia funebre appariva come l'atto estremo, gioioso che una comunità riservava a chi non era più tra loro. L'anima del defunto era presso di me. Mi parlava con la potenza di un linguaggio suggestivo, sconosciuto eppure comprensibile. Il confine tra la vita e la morte si faceva sottile tanto che, spesso, i due stati energetici si sovrapponevano lasciando delle zone franche dove né l'una né l'altra riuscivano ad imporre la propria forza. Fu propria in una di quelle isole che decisi di insediarmi. Avevo subodorato che più flussi energetici, provenienti da chissà dove, in quell'area sembravano interagire tra loro. Semplicità di un paradosso visivo e irrazionale. Ero all'interno di una visione magica, macabra per certi versi ma non riuscivo a scollegarmi; conoscevo la suggestione che stavo vivendo ma ero altresì sicuro che quel momento, con tutto il festino funebre e Nora che stava guardando da lassù, dalla cima di un'altra collina prospiciente, era in qualche modo realtà. Osservai la sua anima opalescente. Era bella di un ultraterreno inossidabile, possedeva un senso di fascino che travalicava i confini del tempo e della materialità. Il borderline rappresentava una pressione che si esemplificava come cromatica, che da gialla si tramutava in ultravioletto; tutta la mia stanza riluceva debolmente come un sacrario durante un rito macabro. Mi trovavo a fissare particolari che non avevo mai visto prima o che semplicemente non esistevano, tutti dotati di una banalità così elevata da non essere presa in considerazione perché non deliberata e necessaria. Il delirio, quello vero, venne solo pochi istanti dopo. Il contatto con la realtà usuale era perso perché mi trovai a librarmi nell'aria, nel cielo scuro che mi rimandava ad un passato remoto dove Nora non poteva interferire. Spicchi di usanze quotidiane sembravano acquistare sempre più importanza cosicché io fui costretto a chiedermi che ruolo potevo, a mia volta, avere. Con un gelido respiro rivolto verso il mio volto mi accorsi di essere entrato in contatto ravvicinato con le anime, non esaurite, di quel tempo antico. Le loro ossa, ricoperte da un velo di pelle simile a tessuti incartapecoriti, emanavano un odore di vecchio insopportabile; l'aspetto di quelle carcasse animate sembrava un rivoltante simulacro della freschezza di una gioventù nemmeno più ricordata. Tuttavia essi sembravano non accorgersi del loro essere spiriti ancora attivi; transitavano, si muovevano continuamente in un posto maestoso dove il loro potere e splendore sembrava accrescersi a dismisura, dove un passaggio segreto poteva condurre chi n'aveva necessità verso il fiume, verso il luogo dove ogni mistero e sacrificio poteva essere lavato con le anime dei defunti. L'empietà d'ogni atto sacro cruento era fissata nelle orbite livide d'ogni cadavere che si presentava a me non ancora polverizzato. Nei loro desideri, ancora dotati d'energia, riuscivo a scorgere il buio della crudeltà senza un vero motivo umano… Nazisti preistorici, per questo più vicini alle verità dimenticate dei loro discendenti. Il baratro della decadenza fisica, del disfacimento premeva su me in un modo che non mi lasciava altre percezioni. Poi, senza che capissi bene cosa era cambiato, Nora tornò di nuovo vicino a me per portarmi verso un'atmosfera meno angosciante, dove lei riprendeva a raccontarmi le sue teorie sul sito che stava scavando. Meravigliato di un tale capovolgimento di scena non potei far altro che ascoltarla; tutta la sapienza a portata del mondo umano si svolse in un attimo sotto lo spettro energetico del mio stato postumano. La luce era di nuovo gialla, con quelle tonalità plastiche che mi infastidivano per la loro esasperata artificiosità. I particolari - quasi tutti - tornarono di nuovo ad un accettabile livello di banalità tale da rendermeli di nuovo trascurabili. Tra le mie mani, il contenitore dove Nora giaceva si rimodellava sotto il mio sguardo incredulo, come se un velo coprente stesse ritirandosi alle dimensioni di una piccola memoria di massa. Nora ritornava al suo stato originario portandosi appresso un vestito di realtà canonica che in quel momento, dovetti ammetterlo a denti stretti, mi rincuorava e restituiva il calore al mio corpo. Rimasi un momento senza fiato, mentre riflettevo. Il mondo degli spiriti, quello che gli antichi chiamavano Ade, premeva e invadeva me con una frequenza che mi disorientava. Non riuscivo a sfuggirgli. Nora sembrava essere il trait d'union. La certezza intima che un mondo non del tutto rivelato stava per precipitare dentro la mia coscienza mi portò ad una sola conclusione: ciò sarebbe successo, sarebbe stato facilitato solo se avessi fatto entrare Nora in me. Io non potevo evitare quell'ulteriore passo verso il baratro o ciò che così m'appariva…



… Il dolore era sopportabile ma fastidioso. Non era certo la prima volta che mi facevo un inserimento craniale, non ero il primo a farlo, ma il fatto che ormai fosse diventata pratica comune l'usare spinotti direttamente verso i centri nervosi del cervello non significava - pensai - che fosse una cosa piacevole o di cui non ci si doveva lamentare. La naturalezza del mio gesto era inconfutabile, eppure ogni volta il fastidioso pizzicorino che provavo mi faceva rabbrividire, come se qualcuno strisciasse unghie lunghe su una lavagna; mi ripromisi, per l'ennesima volta, di non farlo più - il bambino che era ancora in me gioiva per quel giuramento infantile…

Ormai, ciò che dovevo fare era fatto. La piccola memoria di massa era inserita direttamente nella mia psiche. Nora aveva accesso a tutte le mie risorse mentali e fu forse una suggestione ma la sentii interessarsi, tra le prime cose, al funzionamento logico delle mie unità biologiche... Che apprezzavano e sembravano ricambiare…

Nora… La sentivo chiusa dentro una scatola accogliente ma buia, spigolosa quale solo la mia psiche sapeva essere alcune volte. La puntellavo con le mie certezze e percezioni ma in realtà era lei a puntellare me, a definire nuovamente i contorni della mia anima ed a spingermi verso un burrone che percepivo soltanto in malo modo. Il viaggio con Nora era appena agli inizi.