TRANSFERT |
- Ciao Julian, come stai?
- Ciao Irina… Che piacere sentirti! - Mentivo sapendo di mentire.
- Ho un momento di pausa; sto relazionando le mie ricerche fatte lì e devo dire che gli interrogativi nuovi sono più dei risolti. Dimmi, che tempo fa lì?
- Mmmm brutto, la primavera non sembra decidersi a venire in modo serio; e sì che qui, di solito, il bel tempo la fa da padrone in questi mesi… - Fui assalito da un presentimento… - Perché Irina?
- Be', mi chiedevo se potevo ritornare lì a fare un altro po' di ricerche.
- Uhmm… Quando verresti?
- Non so bene ancora ma, forse, tra una decina di giorni.
- Non so se ci sarò ancora qui, sto aspettando una chiamata: un servizio per una testata archeologica… Roba wireless del tipo: soltanto per chi ha determinati abbonamenti ma… Credo sia interessante per me.
- Ho capito…
Notai un rapido decadimento del tono di attenzione nella sua voce: perdendo me perdeva l'attrattiva di un ritorno.
- Comunque non so se concluderò questo contratto - Mi affrettai a dire - teniamoci in contatto; magari sono io che torno lì da te…
- Sì, certo… Teniamoci in contatto così ci scambieremo le novità… Ciao Julian, ci sentiamo presto… Ma, scusa, non ti annoi a stare lì tutto il giorno, da solo?
- Non sono da solo… No, non lo sono - La sua voce acuta dall'altro capo della conversazione si era spazientita improvvisamente, perciò mi affrettai a concludere la frase - Sono con i miei pensieri, con i miei ricordi; questa città non ti lascia mai solo, neanche se lo vuoi.
- Julian tu non sei sincero…
- No, davvero, sono sincero: i ricordi vivono dentro di me, davvero Irina.
Ero sincero, non potevo permettermi di non essere persuasivo e, pensai, anche il tono della mia voce doveva essere cambiato tanto da convincerla: avrei convinto anche la più diffidente delle donne con quell'intonazione perché, soprattutto, era vero ciò che affermavo.
- Ok.. - La sentii più sollevata, momentaneamente certa che stessi affermando la verità - Ci sentiamo nei prossimi giorni. Stammi bene…
- Sì, stammi bene anche tu… Ciao. - Anche la mia voce risentiva di quello scambio emozionale tra noi; ero dispiaciuto d'averla delusa e detto delle mezze verità ma dovevo portare a termine il mio viaggio nel passato e non sapevo quanto tempo avrei impiegato. Agivo in buona fede - mi ero convinto abbastanza di quest'onestà intellettuale - e Irina non poteva entrare in certe zone che a lei non erano consentite; dopotutto lei stessa non aveva mai mostrato più di un interesse superficiale verso i miei ricordi…
Erano balle, sapevo che lei aveva agito così per non ferirmi ma mi sembrava importante continuare con un filo di coerenza nei miei atteggiamenti.
Ciao Irina, mormorai a comunicazione interrotta - l'immagine della cornetta appesa sull'apparecchio mi mostrava chiaramente, nel punto visivo della mia risorsa craniale, che la telefonata era terminata. Ciao…
I giorni stavano passando, non rapidi ma ormai potevo contare quasi una settimana da quando le memorie di Nora erano in me.
Non sembrava essere successo nulla di particolare. Le mie attenzioni, i ritmi giornalieri, persino i sogni non avevano nulla di diverso dall'usuale.
Era sera, il Sole era andato via da un bel po'. Giravo per le strade della città respirando il profumo notturno della primavera tiepida e invitante, sensuale. La mia vettura era settata su un comfort di guida del tipo "rilassante" e, per aumentare questo grado, avevo lavorato sui particolari, come la deviazione permanente delle telefonate in arrivo nella mia cellula craniale verso un desktop particolarmente accattivante, animato, che lasciava girare la voce dell'interlocutore in un loop a tempo, rendendomi così assolutamente libero di godermi i miei pensieri.
Strada di periferia.
Il buio era fitto così dovetti far uso del navigatore interno: un visore a raggi infrarossi che scansionava i cinquanta metri prossimi alla vettura con una precisione al micron; ovviamente il raggio di scansionatura diveniva più profondo con l'aumentare della velocità.
Una sagoma si materializzò improvvisamente sul ciglio della strada. Avevo un tempo di circa un secondo e mezzo per evitarla e lo feci ma, senza apparente ragione, m'interrogai sull'identità di quell'uomo. Era apparso repentinamente ed il visore ad infrarossi avrebbe dovuto accorgersene prima che gli fossi stato davvero vicino.
Ero già passato per quel luogo.
Fissai bene il visore.
L'odore del prato era forte.
L'umidità saliva attraverso i fili d'erba, li circondava.
Bloccai la vettura nel primo spiazzo che incontrai. Scesi. Mi guardai intorno strabuzzando gli occhi non ancora abituati a quel grado di tenebra.
L'acquitrino era sempre lì, immutato ed immutabile…
Nora sembrava essersene accorta.
Una scossa elettrica si scatenò dentro di me e qualcosa cambiò. Come se qualcuno stesse proiettando in me visioni da un film alienante, un filo di storia dimenticata e asfissiante - per il corridoio che mi faceva percorrere - si animò; dentro quell'esile percorso mi sentivo come all'interno di una piramide… Forse ero soltanto dentro ad una delle costruzioni arcaiche di quel luogo; Nora era lì con gli antichi mentre si pettinava i lunghi capelli lisci e parlottava con alcune ancelle in una lingua che non potevo capire perché dialettale, qualcosa che la gran parte delle persone parlava, all'epoca, per praticità.
La sua carnagione era chiara. Il suo sguardo era vitreo e degno di una cattiveria superiore, dono dato a poche anime. Nora non era Nora e pur realizzando ciò io sentivo che tutta la vita della mia Nora stava ribollendo d'attività, d'interazione con le memorie genetiche.
Esse, le mie memorie, si attivarono presto per risaltare con la loro personalità.
Voci provenienti da dentro di me, dei bisbiglii serrati in un crescendo e sgonfiamento continuo, ripetitivo quasi ciclico, risalivano verso la mia coscienza con un noise dal sapore elettronico che sfiancava. Quelle voci erano un campionamento sensato di una sola frase, mescolata in vari modi e dai tempi variabili che, sostanzialmente, dicevano una sola cosa: Nora è qui; Nora era lì.
L'accorgermi cosa pronunciasse questo coro atono e rituale mi sconvolse non poco. La coscienza superiore delle mie protesi era un completamento che dava sicurezza ma in certi momenti, mi avvidi, era in grado di far crollare le mie granitiche convinzioni verso il fondo di un tempio. Lo stesso tempio dove l'antica Nora sembrava dirigersi con le sue ancelle.
Notai che il corridoio, prima così esile, si era ora allargato tanto da far passare un corteo discretamente largo…
Fui distratto da un uccello notturno, sinistro nel suo fischiare; se solo avessi creduto in credenze occulte degne del medioevo avrei saputo trarre conclusioni da quel segno ultraterreno.
Odore di fresco intorno a me.
La sensazione di avere attraversato molteplici, sottili membrane in grado di separare diversi strati mentali divenne certezza subito dopo l'averlo pensato. Era strano vivere quella percezione, mi parve di avere sfiorato con la punta della lingua la sommità metallica di una batteria ancora carica.
Tutto l'universo prossimo a me divenne una serie interminabile di capsule simili a celle tabellari di memoria, desuete allocazioni d'unità di massa per eseguirci sequenze di comandi. Lo scuro che era così stingente sembrò ricoprirmi…
Ero stanco.
La forza nervosa che possedevo non era al livello usuale e così abdicai il controllo della mia psiche ad una frazione delle memorie genetiche che, in un lampo d'autoconsapevolezza, si resero conto di non potere ancora gestire due situazioni così impegnative come quelle che esistevano in due regioni contigue - ancora la teoria degli universi paralleli, pensai.
Desiderai tornare e dormire.
Desiderai per la prima volta, dopo tanti giorni, di tornare alla mia casa, lontano da lì e da quel posto così infestato dai ricordi, di una moltitudine ma non miei.
Un trasferimento della mia anima verso Nora sembrava essersi avviato.
Un trasferimento delle memorie genetiche verso l'essenza di Nora si era palesato.
Nora entrava subdolamente in me.
Gli impianti biologici in me continuavano a trasformarsi.
Nora viveva dentro le memorie.
Io non riuscivo a dominare nessuna delle altre due parti e vivevo di riflesso nella loro esistenza.
Vivere nel passato stava diventando complesso ma ero sempre meno sicuro che le cose morte fossero davvero inerti…
* * *
- Irina, ciao.
- Ciao, dove sei?
- Sono sempre qui; tu, come stai?
- Stanca, non faccio altro che lavorare tutto il giorno… Cosa stai facendo? - Percepii un sorriso attraversarle il volto, renderlo radioso.
- Nulla Irina, nulla… Il passato è forte qui sai? Non basta studiarlo, bisogna viverlo.
- Viverlo?
- Sì, sentirlo dentro di sé provoca reazioni diverse che il solo studiarlo. Dovresti abbandonarti per un po' agli influssi che sono nell'aria per capire; io non posso spiegarti più di tanto…
- Julian, tu tremi!
- Io? No no… Sono solo un po' stanco.
Irina si era accorta del mio turbamento.
- Julian, domattina sono lì!
- No, non c'è motivo per cui tu venga qui. Va tutto bene, credo che tra due o tre giorni tornerò io a casa.
- No, non mi fido delle tue rassicurazioni…
- No, davvero, tempo tre giorni io sarò a dormire da te… Fidati… Mi andava di sentire le tue parole per avere la sensazione di essere a casa e…
- Ma il lavoro che dovevi fare per quella pubblicazione archeologica?
- Non si è fatto sentire nessuno; evidentemente non interesso loro - La paura mista a malinconia mi faceva parlare più del dovuto.
…Le ombre si addensavano anche durante la conversazione… Nella mia camera d'albergo avevo continue interferenze da un altro punto di esistenza. Irina divenne improvvisamente lontana e insignificante ma non potevo dirglielo.
Chiusi la comunicazione farfugliando poche parole di senso compiuto, tanto per rassicurarla nel modo migliore che potevo… Lei andò via.
Sì, esistevano ombre nella mia stanza, dense, importanti e dotate di una propria struttura corporale, che si muovevano con un fare sciolto tanto da farmi venire il dubbio che io stessi guardando la servitù dell'albergo - inesistente nella mia stanza.
Quegli spettri non avevano volti conosciuti. Sembrava quasi che una porta fosse rimasta aperta sul corridoio della mia stanza e tutti i passanti casuali, in quel punto, cambiassero percorso per vedere, incuriositi e forse impauriti, ciò che viveva lì dentro. Per reazione mi posi in un atteggiamento da oratore cercando di dissimulare la mia solitudine. Per tutta risposta quelle ombre si disposero in un modo che appariva la risposta ai miei plastici camuffamenti: mi vedevano, loro mi vedevano e sapevano tutto di me mentre la mia intimità, patrocinata dalle memorie genetiche, risuonava di un lavoro febbrile in grado di generare altre ombre che cominciavano a fuoriuscire dagli angoli più impensati del vano …
Il mio livello umorale era radente al suolo. Tempestato da un basso profilo rielaboravo tutti i messaggi visivi dei giorni precedenti come se stessi piano piano digerendo la mia vita recente.
Senso di chiusura.
Mi serravo come un riccio, come se avessi un segreto da conservare gelosamente: me stesso. Il mondo delle tenebre era diventato troppo contiguo al mio e qualcosa filtrava nella mia ristretta visuale: piccole immagini di disturbo troppo forti per dimenticarle in fretta, troppo vivide per non notarle.
Esistevano molti cadaveri ammassati in una stanza sconosciuta, saponificati, dove tutte le speranze d'ogni vitalità che essi contenevano rimanevano ancora latenti. Il quieto ordine delle cose finite vibrava piano. Lo stato degli odori, delle sensazioni, dei ronzii che si lasciavano andare verso altre forme di manifestazione, verso ennesime anime ancora agitate sembrava recitare così: la vita è movimento e la morte è soltanto l'attenuazione del brivido.
Ogni cosa oltre la morte poteva non essere ancora esaurita.
Un senso di fresco, di rugiada stesa su lunghi fili d'erba e di ricordi mancati, di desideri che ora era meglio considerare appena pensati, faceva da pellicola divisoria con tutto il mondo usuale che volevo facesse parte della mia esistenza. Quell'altro mondo non era vuoto ma popolato di quotidianità atrofizzata. Il tipo di giornata cristallizzata sembrava passare troppo in fretta, anonimamente perché vuota. Un universo d'orrore era davvero esteso oltre la lieve cortina e da lì passava l'odore del sangue, dei lamenti, della lucida follia che diventava normalità; tutto fluiva da quel punto verso un altro ordine d'esistenza. Mondi paralleli in serie, coscienze allineate che potevano anche non sfiorarsi mai.
Mortalità. Nuda e cruda.
I cristalli di una morte apparente si componevano incastrandosi in un mosaico inestricabile di sogni bizzarri posti sul filo della mia coscienza; io mi sentivo devitalizzato, facevo improvvisamente parte di quel mondo andato ricco di passato dove anche Nora si animava. L'intorpidimento andava oltre, sentivo di ondeggiare dentro al mio corpo e continuavo a tenere le palpebre serrate per aumentare il senso di stordimento, d'estraniamento corporeo.
Le memorie erano in me, erano con me. La ricchezza delle loro voci era un suono di poesia neoastratta, un comporsi artistico di qualcosa che doveva ancora venire e farsi apprezzare perché, nessun umano, aveva mai considerato quelle protesi come una vera anima, un sovrapporsi di strati umorali che formava un carattere, una personalità.
Sentii di fare un viaggio lontano. Il mio corpo veniva proiettato altrove dove nessun uomo poteva dire di essere mai stato veramente. La potenza della mia mente, delle sue mille voci genetiche mi faceva pensare di affrontare un viaggio enormemente lungo e dilatato nella notte pesta, ricca di nascondigli dove stralci d'istruzioni elementari sostavano nell'attesa d'aggregazioni. Lì l'odio e null'altro, codificato in potentissime stringhe da 1024 bit, lasciava una scia come lumache digitali nei miei percorsi immaginari, esattamente dove le memorie tracciavano il passaggio. Ero nel pieno di un mio trip assolutamente mentale, valido soltanto se escludevo la fisicità.
Pervaso da un'elettricità intrinseca, tipicamente dada, ascoltavo tutti gli estremismi farsi vivi ed invitare alla distruzione di ogni credenza buonista, assolutamente stucchevole e dannosa per un sano sviluppo mentale che prevedesse fuoriuscite ectoplasmiche, come la mia. La notte era un colorante. La notte era una coperta d'emozioni deviate ed io mi vedevo nell'atto di interpretare snuff movie - un lampeggiamento in alto a destra nel mio visore craniale mi suggeriva che quell'azione era una macro must delle memorie genetiche - dove trinciavo i cadaveri saponificati di poc'anzi ricavandone piaceri edonistici, tutt'altro che inutilmente cristiani, andando così a scavare nell'essenza di un mondo esistito molti millenni fa, indiscutibilmente più vicino alla verità rispetto a quanto venuto dopo.
Mi vedevo nell'atto, poi, di scaricare ciò che avevo in mente su supporti ausiliari che potevo comodamente inserire nei momenti di crisi come quelli che avevo appena passato, come quelli che sarebbero venuti in futuro quando la quotidianità mi avrebbe schiacciato, quando le mie idee sarebbero state solo un po' depresse.
Ero solo, di nuovo, tutte le immagini così esplicite in me fecero due giri esatti in tutti i miei neuroni - anche in quelli sintetici - lasciandoci un orientamento da polarizzazione di cui potevo, in seguito, aver traccia. Mi sentivo nel pieno di una tormenta emozionale dove l'imponderabile potenza delle mie protesi si scontrava con il delirio che poteva darmi una, più dimensioni attigue all'usuale; sapevo di dover mantenere un minimo di raziocinio soltanto per conservare il percorso delle mie emozioni, così diverse rispetto alla massa informe degli uomini dotati d'impianti, non in grado di sfruttarli…
Vidi, su un visore informativo, stralci di info riguardanti particolari casi di alterati geneticamente, in grado di percepire il mondo in tonalità monocromatiche; vidi relative fantasie riguardanti alieni potenti e creatori, potenti senza gli impianti. Vidi un ammasso pauroso di log testimonianti la gran potenza - ennesimamente potente rispetto alla mia capacità nativa - raggiunta da chi si era impiantato - pionieri che andavano a scoprire un nuovo mondo - alcuni anni prima… Per me era come accorgersi di aver abbandonato, in quel frangente, tutto il mondo precedente, i ricordi e le conoscenze attuali, quelle passate.
Ero soltanto all'inizio del viaggio, un bit fuori posto sembrava indicarmelo.
Florilegi sintetici, poesia - di nuovo - allo stato latente, larvale eppure vivo mi tracciavano il percorso, proprio davanti a me. Dovevo soltanto camminare lungo il sentiero che mi avrebbe portato, in un misto di deliquio e orrore verso… Verso… Non riuscivo ad immaginare dove ma, ad ogni modo, stavo bene così. Mi sentivo potente e sussurravo a me stesso frasi di autocompiacimento che mi estraniavano sempre di più dal luogo fisico dove mi trovavo; ero sicuramente in viaggio, invece, col corpo astrale che mi guidava lontano, dove nessun condizionamento era troppo importante per ascoltarlo.
Puro. Semplice. Lirismo. Delirante.
Lo snuff movie era un palinsesto studiato a tavolino per determinati settaggi delle memorie genetiche; si ripresentava puntualmente ma ciò non faceva altro che aumentare il grado di devianza insito in me. La carne - saponificata - che era dilaniata da colpi di machete si spappolava stranamente, non mollemente ma a blocchi disgustosi e cadeva su un pavimento lordo di schiuma decomposta…
Il parossismo aumentava.
Sentirsi forti della propria mente.
Ecco, lasciavo passare un alito d'aria semplicemente per esaltare l'orrendo puzzo della stanza in cui, con la mia psiche, mi ero rinchiuso per perseguire me stesso dentro lo snuff movie immaginario.
Mi rituffavo nell'orrore così casalingo ora, abituale.
Gocce d'acido cadevano dall'alto delle mie mani ed io ne ridevo con un gusto normale - sorridente sembrava più giusto definire il mio ghigno - mentre osservavo interessato l'effetto che il corrosivo esercitava sulle membra non più fresche dei cadaveri lì ammassati. Il gusto della carcassa. Il piacere di pensare ad una salma per sviscerare cosa ci può essere di davvero rimarchevole nella decomposizione della carne, quando essa lascia il puzzo orrendo che tutti rifuggono.
Avevo bisogno di quei pensieri. Era quanto di meglio potesse farmi sentire vivo.
Oscillavo adesso tra il bisogno di stordimento e il desiderio di baciare uno di quei corpi sfatti. Un piacere sconosciuto, inedito, mai pensato da me.
Mi avvicinai alla testa di uno di loro mentre vomitavo per l'orrore proprietario di quella scena. Lo baciai. Catalogai ogni minima sfumatura nei miei registri mentali e ciò mi aiutò a capire maggiormente cos'era, dov'era il limite attuale del disfacimento. Che mandai immediatamente in condivisione con qualsiasi altro scavato mentale potessi trovare on line. Che scrutai mentre un'ondata di gelo percorse il mio corpo, colpito com'ero da un disgusto estremo ingelatinatosi in una posizione plastica ma leggermente mobile - ero un budino umano - in modo tale da farmi trascendere completamente - ora davvero completamente - tutta la realtà che avevo vissuto finora.
Ah, com'ero forte in quel frangente! Ogni cosa si animava al solo mio volere psichico; qualsiasi desiderio diveniva poltiglia e s'insediava nella parte maggiormente modificata d'ogni cadavere che era stato allestito nei miei pressi. Lo schifo era soltanto un retaggio di una vita passata. Ciò che una volta poteva essere definito demoniaco ora era soltanto una ricerca del vero patrimonio umano... Ancora una volta la vecchia concezione monoteista era fallita, miseramente: non esisteva un dio solo ma molteplici, almeno uno per ogni umano o postumano che avesse una cognizione netta, precisa, decisa di sé.
Continuai a baciare il cadavere saponificato. Vi vomitai sopra più e più volte, a getto senza smettere e lasciai il pavimento di quella stanza così atipica ridondante d'organicità - l'unico modo che avevo per rendere la scena davvero viva.
Risi. Selvaggiamente come farebbe un pazzo.
Mi sentivo secco ora, quasi completamente disidratato dal viaggio così lungo verso altre mie umanità. Ogni epoca storica aveva avuto i suoi accessi e torture giudicate, poi, disumane e quindi condannabili, non più praticate.
Pensai al taglio del naso, al dolore incommensurabile che la mutilazione provocava; tale menomazione era quasi capace di uccidere un uomo e di modificargli perennemente il suo modo d'esprimersi… Orrore, eppure ciò era successo millenni prima in un mondo che si riteneva civile, all'avanguardia culturale.
Pensai al taglio della lingua, delle dita o delle orecchie, alla cavatura dei bulbi oculari… Allo strappare le unghie e mutilare il sesso… Ogni cosa fatta nel passato rifulgeva davanti alla mia mente esaltata e si acuiva: pensavo di inasprire le pene da infliggere virtualmente in un parossismo senza ragione, senza radici ma degno di esistere soltanto perché in quel momento era la cosa più giusta da pensare.
Avevo oltrepassato il confine, almeno quello umano.
Indimenticabile. Così ogni pensiero, mio e della comunità che stavo incontrando in una rete improvvisata, mi appariva; i picchi necrofili erano, ora, certamente passati perché soddisfatti.
Mi sentivo appagato, per certi versi, come se avessi avuto un coito selvaggio e mi fossi accorto di avere oltrepassato alcuni confini da brivido. Gli istinti animali erano ancora così importanti? Esistevano alcuni tipi d'impulsi naturali che molti animali nemmeno possedevano?
Avevo le labbra rosso scuro. Inspiegabilmente mi posi davanti ad uno specchio, per osservare la mia fisicità, e non potei fare a meno di guardare il mio volto trasformato da eccessi di passione. Un nome ciclava continuamente nella mia testa: Aurelio. Era come se mi riconoscessi in quello stato ma soltanto perché un tempo ciò apparteneva a me; la perfezione adatta a quell'ordine andato di cose mi appariva in ogni mio lineamento attuale, come se il passato fosse ben fissato in me, soprattutto adesso. La morte altrui avvicinava il mio vecchio me stesso a quello stato dimenticato.
Riflettei profondamente su quest'idea, per un lungo istante: dove era perso il mio intimo più viscerale? Avrei mai potuto ritrovarlo?
Angoscia…
Panico…
Chi ero davvero io? Perché cercavo tanto Nora? Conoscevo davvero il motivo per cui io dovevo continuare a rimanere in quella città così prigioniero del passato, in cui io mi sentivo catturato dal tempo trascorso?
La dignità di un antico uomo riemerse in me, all'improvviso, non senza motivo; come in un gioco lasciato prematuramente incompiuto mi sentivo pronto a muovere le pedine in maniera tale da tracciare il percorso del nottambulo: sicuro, infallibile finché esso sarebbe stato inconscio. Il prossimo passo sarebbe stato riconoscere la mia dignità sociale. Dovevo rendermi conto e organizzare, in architetture strettamente gerarchiche, ciò che viveva ancora in me, sepolto ma non nascosto alle recondite risorse della mia anima - fatta di software, n'ero sempre più convinto.
Scansionai una foto di un mosaico comparso improvvisamente alla mia coscienza; riconoscervi me stesso e capire che quella era l'idea d'Aurelio che avevo intimamente fu un attimo. Non mi sconvolsi più di tanto ma l'impressione che i miei astanti da network ebbero, durante il collegamento craniale - io server - fu enorme; percepii mormorii di meraviglia mentre altri, approfittando del rumore che li schermava, perseguirono altre figure di devianza animale - mangiarono i cadaveri saponificati trasmessi loro in perfetta sincronia 3D, fax.
Aurelio…
Nora… O forse un altro nome?
Le mie memorie genetiche contenevano una tabella base di incroci araldici fino alla notte dei tempi conosciuta. La dipartita d'ognuno era un semplice dato da immagazzinare e da trattare come in un database d'antica concezione. Aurelio e Nora…
Aurelio - Nora… Wait for the process explaining…
Wait for the process explaining…
La scatola si materializzò. L'icona delle pareti interne del contenitore, così spigolose, apparve.
I contorni erano angusti. La malattia percepita in quello stato era sempre claustrofobia.
* * *
- Mr. Lind?
- Mr. Lind?
Mi cercavano… Lo shock di sentirsi chiamare dopo un simile viaggio mi faceva male. Ero andato a passeggio per riprendere colore. Mi ero stancato presto, stavo rientrando.
- Mr. Lind c'è un chip per lei…
Risposi più cortesemente che potevo, l'essere uscito da un simile stato di sogno indotto forse soltanto dalle protesi craniche mi rendeva scostante, esattamente come di ritorno da un viaggio psichedelico.
- Sa chi me lo ha lasciato? - Riuscii in qualche modo a mormorare una risposta al portiere dell'albergo, cercando invano di mostrare padronanza dei miei sensi: un perfetto tossico che non sapeva nemmeno chi era - mi convinsi di far quest'impressione.
- No signore, mi dispiace… È arrivato come allegato ad un messaggio standard nella nostra reception…
- La ringrazio, è stato molto gentile… - Dissi lui mostrando l'icona di ritorno di un deposito fatto nella sua casella di remunerazione, a mio nome.
Salii le scale, avevo bisogno di scuotermi.
Giunto di fronte alla mia camera ebbi un rifiuto netto ad entrarvi; avevo trascorso lì le ultime ore in un delirio innominabile e non avevo certo voglia di respirare ancora quell'ambiente così deviato dai miei ormoni riconvertiti.
Così, decisi d'uscire di nuovo; fuori era giorno pieno e, inforcando un paio di sunglasses ad alta connettività, pensai di mantenere il livello di tensione mentale sempre su ottimi standard, magari profittando di qualche aiuto esterno che avrebbe letto nel mio recente thread quali sconquassi si erano prodotti in me.
Inserii il chip…
Nora…
Nora…
Nora mi sorrideva sommessamente davanti alla sedia su cui ero seduto; L'emulazione di una comoda casa del ventesimo secolo risplendeva in tutto il suo caldo calore avvolgente.
Il suo vestito era sobrio, anche nei colori che erano ombrosi. La foggia del tailleur che indossava lasciava vagamente disegnate le sue forme; le tinte scure le avevano sempre donato perché la facevano somigliare ad una dark-lady di classe davvero superiore. I suoi atteggiamenti erano misurati, il sorriso era soave mentre mormorava le parole del mio nome: Aurelio.
Lo shock fu abbastanza forte per me; sentirmi chiamare con un nome che avevo conosciuto solo da poco e che nessun altro, probabilmente, sapeva non poteva lasciarmi indifferente. Si girò verso l'armadietto dei liquori…
- Vuoi del brandy?
- Sì grazie Nora…
- Non sono Nora; tu non sei Julian… Prendiamoci i nostri antichi nomi Aurelio…
Traballavo…
- Qual è il tuo? - Le dissi quasi balbettando.
- Lucrezia…
…Una sensazione strana. Un piccolo buco, minuscolo, visibile soltanto se dietro si fosse messa una luce da risalto, stentava ad allargarsi come una macchia. Istintivamente cercai d'impedire la sua estensione senza cercare di capire bene perché agivo in quel modo; malgrado tutti i miei sforzi il foro si allargava, anche se di poco. Mi concentrai più che potevo per impedire lo sfilacciamento di quel tessuto virtuale, così pensai di poter impegnare tutte le risorse mentali nell'attesa che passasse la tempesta…
Quale tempesta, mi domandai presto; perché il foro si stava allargando? Esisteva una relazione tra… Non mi riusciva di capire le interazioni tra quali fattori potessero instaurarsi.
Il lampo che squarcia le nubi. Non più trattenuta perché impossibile da bloccare, l'idea di me - Aurelio - che interferiva con Nora - Lucrezia - mi sorprese in un momento dove la stanchezza psichica superava la soglia di sopportabilità. Mi ripetevo, come per riparare ad un danno enorme, "Julian" e poi "Nora" e poi ancora "Julian, Julian non Aurelio e non Lucrezia", ma il nome "Lucrezia" risuonava con la ricchezza della sua iconografia intimamente legata, non sapevo se al nome stesso o all'anima di ciò che era stata Nora…
La spaventosa realtà che si profilava mi rendeva inerme; sapevo che c'era una buona dose di probabilità che la verità fosse stata proprio quella anzi, la mia convinzione intima era che sì, io e lei c'eravamo in qualche modo già conosciuti in tempi remoti, se non con le nostre anime attuali con brandelli d'energia ancora sospesa, con rimescolamenti organici di cellule e proteine ancora vive, con chissà quale altra spiegazione teorica o fantastica esistente o da inventare…
- Ti spaventa, Aurelio, questo mio nome? - Mi disse lei con un tono dolce mentre cercavo di nascondere il mio sgomento.
- Sì - Infine le dissi, dopo un tempo di silenzio eternamente lungo - Sì mi spaventa; sento che non devo ricordare nulla, che devo cancellare ogni ricordo arcaico di… Lucrezia…
- Ricordare fa male. A volte fa male anche dimenticare… - La sua voce vellutata raschiava la mia anima con una gentilezza innominabile, sconosciuta ai livelli standard della mia umanità più o meno alterata; poteva sembrarmi, lei, un angelo, tale da farmi perdere la testa.
- Cosa dovrei ricordare Nora?
- Lucrezia, Aurelio… Lucrezia!… - Non riuscivo a dire quel nome; se solo lo avessi fatto sentivo che l'ultimo brandello della difesa che sorreggevo sarebbe stato travolto da un'orda assediante: immagine di Costantinopoli sotto scacco, maggio 1453…
- Il tempo sommerge; ogni istante una quantità impensabile d'eventi travolge tutti noi e soltanto una piccola parte di questi è gestita dalla nostra psiche, dall'anima energetica che ci appartiene. Tu non ricordi, ora, qualcosa che è stata nostra parte intima…
Desideravo ardentemente che il chip datomi dal portiere finisse presto; vedere quella donna davanti a me che rimandava ad un passato ancora più remoto e intrigante, apparentemente legato a doppio filo con me mi lasciava disorientato. Volevo fuggire e respirare, volevo costruire qualcosa in cui proteggermi.
- No, Nora, non ricordo…E poi io sono Julian… - La distorsione grafica mi suggerì che la programmazione del processore stava esplorando stati d'alterazione non previsti dallo standard; qualsiasi cosa avesse impressionato il chip non riusciva a gestire gli eventi di rifiuto che io gli stavo mandando, e per questo impegnava tutte le sue risorse alla ricerca di una nuova cognizione per sperimentare ennesimi collegamenti neurali.
- Devo andare… Le risorse stanno terminando… - Le parole finali erano pronunciate in un tripudio di distorsione e rallentamento tanto che feci fatica a capirle.
- Ciao Nora… - Le dissi stordito, incapace di provare dispiacere o soddisfazione. Il chip si era già cancellato per esaurimento di risorse: materiali da basso costo che permettevano una ripolarizzazione successiva.
Appena la dissolvenza fu esaurita mi ritrovai nella poltrona a fissare il punto dove prima si muoveva Nora; ora guardavo uno schermo piatto da decorazione, programmato per mandare immagini agresti in sintonia con l'umore dell'inquilino.
Roteai le pupille. Portai le mani alla faccia e le chiusi sui miei occhi, su tutto il volto come se cercassi di raccogliere le idee.
Lucrezia… Se volevo capirci qualcosa dovevo affrontare l'onda emozionale che quel nome mi provocava.
Lucrezia…
…Un accampamento…
Lucrezia…
…Bivacchi…
Lucrezia…
…Il Sole calante, là nella gola…
Lucrezia…
Le mie memorie genetiche erano in una fase di iperattività perché, sussurrando quel nome, le sentivo in pieno eco ripetermi altri particolari di una scena per buona parte ancora sconosciuta; sembrava che esse sapessero molto più di quello che io potevo sapere, forse perché avevano dei link a flussi energetici a me inaccessibili, forse perché io ero ancora fondamentalmente umano in una vasta parte del cervello. La comprensione di stati superiori in me non si era compiuta del tutto, come del resto avveniva per molti altri impiantati, così i chips biologici sembravano avere una visione d'insieme più alta rispetto alla mia ma slegata.
Fu allora che provai a vedere ciò che esse percepivano. Spingendomi nel loro campo sentii un vento nuovo che proveniva da un luogo dove il passato esisteva ancora essendo, la brezza, una forma d'energia come le altre. Le scie lasciate da ogni fonte, da ogni manifestazione energetica erano perfettamente visibili in ogni porzione di cielo da me scrutabile e, perfettamente conscio di quello che stavo provando, decisi di cavalcare gli input che i miei circuiti impiantati mi suggerivano.
Pura, folle e cinica realtà, vera.
In quella porzione d'esistenza ogni legame tra i vari accadimenti, passato o futuri, anche presenti, era perfettamente riconoscibile. Allora guardai profondamente, oltre le nuvole che coprivano parzialmente l'orizzonte, laggiù verso il bivacco.
Uomini intenti nelle operazioni di mantenimento di un accampamento; uomini e donne…
Io…
Nora… Lucrezia… Lucrezia…
…La polvere sollevata dal vento…
Lucrezia…
…Le mura lì vicino, della nostra città…
Lucrezia…
Non vedevo più nulla. Spossato, ricaddi pesantemente nella mia condizione di umano, supportato solo per alcuni aspetti dagli innesti. Il quadro piatto rimandava immagini di nature morte miste a scene d'artisti contemporanei, in grado di rielaborare il concetto di panorama attraverso strali di cubismo, dadaismo, impressionismo misto a surrealismo e al dadaismo stesso; il risultato sembrava essere minimale: ogni curva, ogni sfumature di colore - l'altissima definizione del quadro piatto permetteva la perfetta visualizzazione dei micron colorati - rimandava ad un significato da cercare, interpretare e poi scartare - l'anima dadaista sembrava soddisfatta in questo.
Nora era penetrata in me, era compenetrata in me ed io in lei.
Nora, o Lucrezia, ed io insieme con Aurelio… Un gruppo… Me stesso…
Faceva un effetto davvero dissociante pensare questo…
* * *
Dopo alcune ore in cui mi riposai pesantemente, mi svegliai di soprassalto con la visione di Irina che stava tornando da me.
Mi misi seduto sul letto, le mie labbra erano serrate in una smorfia di fastidio: lei non doveva tornare, a maggior ragione ora che mi stavo intrecciando in una storia di cui nemmeno io sapevo giudicare le proporzioni. Ragionando con un pizzico di raziocinio in più l'osservazione successiva che mi feci fu: come ho fatto a percepire Irina che sale sull'aereo? Poteva essere una visione immaginaria, un rimasuglio d'attività psichiche datato poche ore prima, in amalgama con le oniricità, oppure era un messaggio proveniente da uno strato superiore?
Stavo davvero iniziando a sperimentare un salto prigoginico verso un punto più alto di comprensione, isolato nella mia splendida solitudine mentale?
- Mi scusi, sono… Lind. - Faticavo a ricordare chi ero in quel momento.
- Mi dica signor Lind… - Il portiere mi rispondeva in collegamento craniale.
- Può mandare un messaggio condiviso da tutti i punti di frontiera in cui io, Julian Lind, chiedo che alla signorina Irina Vassyli sia notificato un mio messaggio?
- Certamente signor Lind; può scaricare nella mia memoria di transito il messaggio?
- Ho preparato alcune icone autoscompattanti; preferisco un buon grado di discrezione.
- Va bene, come desidera…
Gli scaricai i pochi byte del mio messaggio.
- Provvederò immediatamente a recapitare il messaggio all'header che lei ha indicato.
- La ringrazio. - Mormorai, facendogli viaggiare presso il suo solito punto di remunerazione una transazione di riconoscimento.
Avevo bisogno di bloccare Irina, non a casa ma mentre era in viaggio, in modo che io potessi schermare la mia presenza senza che fossi rintracciato da qualche tool che sicuramente lei possedeva in casa; se la conoscevo bene non si sarebbe appesantita di tali orpelli e il tempo che lei avrebbe impiegato a tornare indietro mi sarebbe stato utile: avrei guadagnato fino ad un paio di giorni, forse…
* * *
Ero in auto, nella mia auto. Giorno fatto da un buon numero d'ore; frenesia automatica del traffico, preselezionato in base alle esigenze media d'ogni cittadino.
Guardai ai lati della strada cercando tra i passanti la significatività di un volto, l'importanza di un lineamento o l'angolo di un palazzo che potesse darmi indicazioni strane - momenti d'estraniamento cognitivo per un'ascesa a livelli superiori di conoscenza.
Trovai quel che cercavo.
In fondo ad uno stretto vicolo una bambina vestita d'alcuni vestiti logori mi guardava, mi fissava con un'intensità che non potei fare a meno di ricambiare; io, esattamente, non ricambiavo lo sguardo, lo subivo. Un'ondata di folate gelide giungeva dal fondo di quel vicolo e portavano gli sguardi profondi e taglienti della bambina, rimasta immobile in un angolo che mi veniva spontaneo definire devitalizzato.
Scesi dall'auto.
Imboccai la stradina che andava restringendosi man mano, in un parossistico crescere della claustrofobia data dalle mura medioevali che diventavano sempre più possenti, che ostruivano sempre più il passaggio nel vicolo. La luce lì dentro penetrava a fatica…
La bambina era scomparsa. La penombra era ora più stringente intorno a me.
Il mondo andava dissolvendosi senza ragione. Al posto dei bastioni medioevali ora mi sembrava di essere in un posto chiuso, in un ambiente casalingo o in ogni caso al coperto. Nora era lì dentro che accudiva ai suoi compiti quotidiani. Nora era voltata, non poteva vedermi. Nora si voltò ma non mi vide…
Guardai per un momento i suoi vestiti, con cura. Non ricordavo di averglieli mai visti indosso… Osservavo poi, con attenzione perché insospettito, l'ambiente in cui lei si muoveva, a dir poco rustico o forse, più precisamente, arcaico, antico; gli utensili non sembravano di facile reperimento, l'odore che si respirava lì dentro era per me sconosciuto.
Non era Nora, era Lucrezia…
Non era Nora, era Lucrezia…
Mi ripetei quel concetto parecchie volte, incredulo del significato vero della frase; perché avevo quella visione quando ero stato invece attirato da una bambina strana, sinistra?
Non era Nora, era Lucrezia…
Le parole che uscivano dalle labbra di Lucrezia erano incomprensibili, forse dette in uno slang antico, parlato soltanto da umile plebaglia ignorante…
Non era Nora, era Lucrezia…
I suoi occhi erano penetranti e curiosi, vogliosi di vita; lei non sembrava in grado di capire questo suo bisogno primario, forse perché non sapeva nemmeno cosa volesse significare provare necessità…
Non era Nora, era Lucrezia…
Me ne convinsi e il flash, com'era venuto, si dileguò…
La bambina non c'era mai stata, nemmeno il vicolo ed io, io, non ero mai sceso dalla vettura; stavo aspettando il via libera del piccolo computer di bordo della mia utilitaria, lì, all'incrocio.
Avevo ancora, forse, una giornata e mezzo per entrare nei segreti reconditi miei e di Nora, prima che irrompesse Irina…
* * *
Camminavo sotto la pioggia, bagnandomi di tutte le sensazioni che quel cadere fino e fitto poteva darmi. Camminavo e non mi rendevo conto del tempo che passava, delle immagini che si adagiavano nella mia immaginazione delicatamente, con discrezione. Camminavo, verso un posto indefinito seguendo l'istinto, non badando alla stanchezza.
La sensazione di essere dentro una capsula isolata dal resto del mondo, con un suo microclima dove io potevo soltanto vedere di sfuggita e disinteressatamente ciò che mi accadeva intorno, fortificava il piacere intimo di quello stato.
Trovavo il modo di apprezzare alcune proiezioni, nell'etere, di giovani autori presenti con opere prime d'arte mentale; apprezzavo il loro tentativo di superare vecchie forme artistiche - nessuno poteva più scrivere o registrare film, finalmente. Erano immagini autoscompattanti che raccontavano dense storie umorali, trame intricate racchiuse in pochi byte giacenti nell'aria: qualcosa di simile ad una memoria collettiva di nuova realizzazione, artificiale, per certi versi. Ognuno così poteva riscrivere, a suo modo, le coscienze comuni, i sensi condivisi; doveva essere, però, un impiantato…
Fui folgorato dalla necessità di vivere in quelle immagini tentacolari per pochi istanti, di afferrare di sfuggita qualche stralcio rilevante. Le vivide sensazioni di un volo nella troposfera, al limite del buio cosmico mi sfioravano delicatamente; senza dover far nulla fui spinto verso la profondità dello spazio a velocità folle, senza che perdessi il contatto con il mio mondo terrestre dove continuavo ad esistere nelle mie mansioni plastiche, usuali. Sembrava un viaggio verso la ricerca delle mie origini, verso lo spazio gelido arrovellato nelle sue leggi fisiche.
Lasciavo andare le sensazioni; lasciavo andare, alla fine, quel viaggio verso una profondità angosciante del mio essere vivo. Ricordai brevemente perché ero in giro senza meta, rapito dal primo istinto che captavo nell'aria: ero rientrato poco prima nella mia stanza pensando che ci sarei stato per breve tempo - dovevo cambiarmi d'abito. Lì fui assalito dalle sensazioni ancora stagnanti di Nora, così avevo deciso di uscire, per sfuggire a quella che sembrava diventare una paranoia stringente.
Il ricordo s'intrecciò nuovamente al momento reale quando la pioggia aumentò d'intensità. Il fastidio che provavo da tutta quell'umidità cresceva. Senza motivo scatenante, se non per un istantaneo linkarsi dei ricordi, la chiarezza del paradosso che governava i miei sensi in quelle ore mi si dispiegò davanti con tutta la sua importanza: chi, cosa aveva fatto recapitare quel messaggio al portiere? In tutto quel cataclisma io avevo dimenticato di domandarmi perché dovevo vedere quel memo.
Percorsi a ritroso il log di certe attività mentali, convinto che la risposta fosse lì. L'intuizione che le mie memorie fossero pregne non di Nora ma di colei che si presentava come Lucrezia mi era balenata improvvisamente. L'involucro esterno era Nora, ok, ma le memorie, come entravano in gioco…?
Non trovavo il nesso finale che avrebbe chiuso il cerchio.
Fu un caso che non mi sfuggì nessun'attività nel log. Accanto a funzioni normali vi era un picco d'intensità notevole, insolita; sembrava che una forma d'energia avesse ispessito, per un istante solo, la sua potenza d'emissione verso un punto aperto dove non sembrava esserci nulla. Andai a scavare a fondo nelle tabelle di relazione che avrebbero saputo darmi la decodifica di quelle coordinate: il codice d'errore di ritorno era anomalo ma espressivo; lo sforzo era stato verso un altro ordine dimensionale - il passato, intuii con un flash improvviso, una vera folgorazione.
Verificai che l'intuizione fosse giusta e cominciai, finalmente, a capire: le mie memorie avevano cercato di agganciare Lucrezia e di incapsularla nella forma da me conosciuta di Nora. Esse volevano una testimonianza che mi facesse capire. Volevano che io diventassi consapevole perché così anche loro avrebbero tratto giovamento dalla mia conoscenza…
Il chip era stato polarizzato dalle memorie - trovai la conferma in alcuni camuffamenti banali del log - e avevano anche provveduto al recapito; sapevano meglio di me che non mi ero iniettato solo Nora ma anche Lucrezia, la sua forma antica…
Le immagini dello spazio profondo continuavano a svolgersi in me in una piccola porzione di coscienza. Vedevo piccole celle di energia-stato costituite da poche unità in viaggio - facevano lo stesso percorso di un personaggio da fumetto che sfogliavo elettronicamente in quel momento - verso le proprie origini. La comunione d'intenti aveva accomunato me alle immagini da cosmo, cercavo di non morire al freddo siderale nell'attesa di trovare il punto originale…
Guardando attraverso le maglie dell'arte mentale dei nuovi artisti vidi che nuovamente ero nei pressi dell'acquitrino.
La poesia malinconica di una scena così intensa mi si presentò con la vivezza di un piacere immenso, intimo, tutto mio. Gli alberi, con le loro foglie fradice, non trattenevano più l'umidità e gocciavano - loro stessi fonte di pioggia - sull'intorno più prossimo dove cresceva un'erbetta d'un verde notevolmente accentuato, piacevolmente vivo; le anime morte di tanti secoli prima erano con me a guardare lo spettacolo struggente, visto migliaia di volte in modo sempre diverso, con persone differenti. Pensai che anche i defunti continuassero a sognare. Pensai che non potevo rimanere così cieco a tanta imponenza funebre.
L'acquitrino era tempestato dalla pioggia.
Credetti di essere colpevole di autosuggestione quando vidi le piccole energia-stato accorgersi di essere arrivate al punto d'origine lì, nel piccolo spazio di risorse che io avevo loro riservato; nel contempo ebbi un rapido flash visivo che mi portò a vedere tutte le anime di quei morti intente a varcare una soglia che mi lasciò, per un momento, senza fiato per la coincidenza di significati dei due task attivi in me: tutti, tutti, sognavano della loro casa primordiale, la stessa. E mentre potevo essere sicuro che la proiezione d'arte mentale fosse una pura invenzione dell'autore, ero altrettanto sicuro che così non fosse per la visione delle anime del passato; sembravano, queste, varcare il loro mondo e giungere a me mentre ero legato a nuove fantasie tecnologiche; quel loro pervenire m'indicava perfettamente che erano già pronte per la tecnologia, quella pura. La magia, l'animismo, la vita che le aveva percorse un tempo sembrava un tutt'uno con ciò che sarebbe venuto nel futuro: tecnologia cognitiva, un enorme serpente che collegava l'avvenire più remoto col passato più arcaico… Pensai che la magia non poteva essere altro che tecnologia avanzatissima, pura, assoluta…
* * *
Rimasi fino a sera lì, a guardare quello spettacolo così totale, quel raccontare attraverso migliaia di voci sommesse, tutte discrete, tutte penosamente vive il ricordo di tanti avvenimenti vissuti in quel luogo in momenti diversi… Percepivo tutto il doloroso vivere che avevano sperimentato, i discorsi, i pensieri quotidiani, il minimalismo di un mondo scomparso ma vivo in qualche piega non visibile del nostro mondo, quello umano, quello postumano.
Dolore. Puro.
Poesia. Totale.
Arte. Perfetta.
Le ombre del crepuscolo si addensavano come spettri sul luogo e lasciavano soltanto la sensazione che tutto fosse davvero epiteliale, banale nella sua fisicità semplice e rozza. Infine la notte fu davvero sovrana, lì…
Il senso di mistero arcaico che quel luogo evocava era davvero supremo; ebbi visioni di Nora che accudiva ai suoi animali da cortile, di lei che preparava il desco… La sua veste era logora, leggera, le sue calzature erano fatte con cuoio tagliato grossolanamente.
Gli spigoli della scatola in cui vedevo racchiudersi tutta quella scena, in cui io mi muovevo, erano diventati più acuti; adesso il contenitore sembrava circondare una scena più visibile, completamente immersa nel buio pesto di anime infinite.