TUNNEL |
L'orizzonte del mio sogno era sterminato. La luce vi filtrava male, da grosse nubi poste ad un'altezza innaturale; tutto il mondo visibile sembrava un angolo snaturato da una coltura acida.
La costante cui mi ancoravo, in quel paesaggio onirico, sembrava un semplice particolare in movimento; muoveva da un luogo all'altro senza dover essere davvero un apparente punto di forza: un'icona che racchiudeva una sensazione. Quella piccola immagine era inattaccabile, schivava qualsiasi movimento d'accerchiamento fosse mosso nei suoi confronti ed era pulsante, sgradevolmente palpabile e ricurva nei suoi addensamenti costituiti da adipe artificiale.
Dopo un lungo vagare quell'icona sembrò stabilizzarsi su un'altura, dove ogni asperità non lasciava spazio ai tentativi d'avvicinamento di torve visualizzazioni. Il senso di cattivo, di malefico, si svolse in pochi istanti; l'immagine si aprì come uno scrigno e lasciò uscire tutto un senso, condensato, di cattiva esistenza. Un'esperienza di colonizzazione stava per verificarsi nel mio microcosmo onirico e pensai - nel sogno stesso - che le memorie genetiche stessero quantomeno prendendo nota di quell'immagine per rielaborarla…
* * *
L'impressione di un nuovo ciclo. Una nuova fase dell'interazione tra me e Nora, tra me e Lucrezia.
Il portiere dell'albergo mi vide entrare in piena notte, completamente zuppo di pioggia e mi porse la chiave della stanza. Mi diede anche un altro oggetto. Faticai a capire che era un nuovo chip da messaggio.
Lo ringraziai. Non mi pareva il caso di dare un'ulteriore mancia e notai sul suo sguardo un'ombra di diffidenza.
Salii verso la mia camera, guardando stupidamente l'oggetto che mi era stato recapitato; mi chiedevo se avrebbe contenuto qualcosa d'analogo al precedente chip o se vi fosse registrato un messaggio di tutt'altro tono. Non riuscivo ad immaginare cosa potesse esserci lì dentro.
Finalmente, nella mia stanza, da solo. L'orologio segnava le tre passate da poco; gli schermi piatti mandavano immagini rilassanti che conciliavano il sonno.
Il fastidio prurito dell'inserimento craniale lo sentii più delle altre volte.
Nora, ancora una volta mi offriva da bere. Fui sul punto di avere una convulsione da deja-vu perché la scena sembrava essere identica alla precedente.
- Ancora del brandy, Julian… O Aurelio…?
- Sì… Perché no? Ho bisogno di calore, sono zuppo…
Tracce di luce molto fini brillavano nel cielo del nostro incontro virtuale. Il senso d'invaghimento che provavo per Nora mi sopraffaceva; la sua morte, nel mio intimo, non era mai avvenuta.
- Buono… - Le dissi con un tono indagatorio; volevo capire dove intendeva arrivare.
- Aurelio… - Quel nome mi alienava dal contesto temporale che vivevo normalmente.
- Aurelio…
Lo ripeté ancora.
- Aurelio…
Caddi….
- Sì, Lucrezia, dimmi…
Era come se fossi precipitato in una buca dove un perfetto ecosistema si sostituiva al precedente. Mi sentivo naturalmente ospitato in quel mondo anzi, io ero a casa lì. La stanza andò in rapida dissolvenza con un effetto elettronico che si usava nei tardi anni del ventesimo secolo, durante alcuni spettacoli televisivi. Il senso umorale del mio esistere in quel mondo così lontano eppure così conosciuto si spiegò dinanzi a me, come se stessi ascoltando una favola. Nora, o Lucrezia, era ferma nella sua posizione e quel suo sorriso enigmatico, misterico, era un faro nella notte.
La notte…
Viaggiavamo a piedi tra le mura sotterranee di una città. Il soffitto era alto, forse quattro o cinque metri; il cielo, la visione delle stelle era preclusa, si poteva vedere soltanto una fila infinita di mattoni che chiudevano la volta di quei corridoi così particolari, tutti nelle viscere della terra.
Lucrezia era davanti a me, portava una torcia di fuoco per illuminare il percorso e l'odore acre del combustibile bruciato mi prendeva alla gola.
Pensavo di essere nelle segrete di un castello, di una qualsiasi fortificazione posta in qualche punto dell'antichità.
Lucrezia in piedi. Ferma.
Mi sentii portare verso la testa di un corteo sconosciuto; invece, piuttosto che assumere una posizione di chiarezza mi ritrovai da solo in un vasto sotterraneo da cui si usciva, tramite delle volte divisorie, verso lunghi corridoi bui. Imboccarne uno piuttosto che un altro poteva significare perdere la concentrazione giusta e non comprendere cosa ci fosse di così importante da scoprire. Per un solo attimo pensai che tutto era stato realizzato, ancora, tramite i link dimensionali delle mie memorie.
Decisi di dirigermi verso la via centrale. Mi ritrovai in mano una torcia che illuminava svariati metri intorno a me; imboccai un arco di pietra grossolanamente incisa.
I miei passi erano incerti. Il suolo su cui camminavo era tutt'altro che livellato e mi capitava di inciampare in numerosi avvallamenti che rallentavano la marcia, che distoglievano la mia attenzione.
Odore d'umidità. La fiamma della torcia si piegava verso me e nel frattempo il puzzo di marcio aumentava; topi, insetti, sembrava che stessi camminando nel covo di qualche schifosa creatura del sottosuolo. Finalmente, in fondo al corridoio sembrò baluginare una luce fievole.
- Continua… - La voce di Lucrezia risuonava in me.
- Continua… - L'incitamento era ipnotico, costante…
- Ancora Aurelio, ripensa a noi quando guardavamo i nostri volti nello specchio…
Come un flash a lungo represso vidi Nora - o Lucrezia - ed io fissi nella vacuità di uno specchio arcaico mentre rimiravamo le nostre fattezze e vivevamo una vita di speranza, di nascosto perché non dovevamo, non potevamo vivere insieme.
- Ripensa a noi quando guardavamo nello specchio…
- Sì… - Avevo abbassato le difese psichiche, stavo entrando nel cono d'ombra del comando ipnotico.
- Il tempo qui è fermo… Ti stava aspettando… Bentornato Aurelio…
Il corridoio era scomparso; mi trovavo davanti ad una gran camera che mi portava… Al fiume. Avevo percorso un passaggio arcaico, sconosciuto, tramite cui molti andavano verso il corso d'acqua per i loro riti...
L'indicazione di ciò che dovevo cercare.
Fuori, sul fiume, la notte sembrava illuminata da luci rosse e cupe - molteplici torce - e l'impressione di un rito sanguinario era presente in me, mi sovrastava.
Non ero il sacerdote. Lucrezia non era né la sacerdotessa né l'oggetto da sacrificare. Eravamo semplicemente due nella moltitudine e seguivamo il nostro celebrante, fermo sulla riva sinistra in una posa estatica. Eravamo attenti al nostro rito che sentivamo così vivo, così violento tanto da non accorgersi più di ciò che ci accadeva intorno.
Il cielo profondo si aprì a noi.
Viaggiammo verso gli abissi dello spazio mentre soffrivamo il freddo glaciale del cosmo; eravamo stati proiettati dal sacerdote verso le immensità imperscrutabili delle nostre origini. Con occhi meravigliati guardavamo, Lucrezia ed io, il susseguirsi a velocità folle - eppure giusta - dei mondi sparsi che costellavano ciò che pensavamo essere la casa degli dei. Nemmeno il tempo sembrava essere immobile perché ci appariva mutevole nelle sue varie forme prevedibili o meno riconoscibili; esso sembrava dispiegarsi attraverso l'enorme rosa probabilistica di ciò che noi saremmo potuti essere. Per un solo attimo, ebbi la fastidiosa sensazione di una cacofonia di situazioni: io che vivevo la stessa identica scena in un rinnovarsi infinito - sempre lo stesso frangente - di me che sperimentavo un viaggio astrale, quello stesso viaggio astrale.
L'incresparsi degli angoli della visione mi segnalò l'esaurirsi del chip. Rientrai violentemente in me mentre la sensazione di sogno indotto mi rimase cucita addosso per un po' di minuti.
* * *
Non dormii. Andai di nuovo verso l'acquitrino senza attendere il far del giorno. L'impressione che aveva lasciato in me quel memo era davvero insidiosa.
Onda di emozioni. Il piano su cui camminavo era inclinato verso il centro di una piccola vallata; inspiegabilmente sdrucciolavo e non riuscivo a mantenere il passo fermo. Il freddo del mattino mi aggredì presto.
L'onda divenne valanga.
Impressioni tattili molteplici, continuate e a volte fastidiose erano su ogni lembo del mio corpo; un numero elevato di dita mi sfioravano con sofficità e sembravano quasi trattenermi dall'andare avanti, mi facevano perdere il contatto con l'atmosfera di quel mattino sgombro da nuvole. Quelle dita trasmettevano un senso di remoto, un'impressione che potevo paragonare ad un pozzo profondo, smisurato ma finito, buio e incommensurabilmente dispersivo; provai a seguire il filo emozionale che quel contatto provocava e mi trovai a guardare facce che nessuno aveva più fissato da troppi secoli. Quei volti indicavano attese infinite ma anche consapevolezza; gli occhi, gli occhi sembravano specchi dell'anima diventati ciechi per la troppa disperazione di un passaggio mai avvenuto, di una costrizione cui si erano dovuti abituare.
Ero fermo sul prato ad ascoltare il cuore di quei messaggi tattili.
Il tramestio che subivo era continuo, completo, mi dava brividi fino alla radice dei capelli facendomi sussultare per il contatto che stavo avendo con quegli spiriti; un flash improvviso mi balenò nella mente: era tutto opera delle memorie? Feci un rapido controllo delle risorse di sistema impegnate e mi accorsi che esse erano in stato di quiete, registravano ogni attività ma non vi partecipavano. Potevo dedicarmi a quel contatto.
Un vocio era in sottofondo; impalpabilmente saliva alla mia coscienza come il coro di un rito sommesso, a volte piacevole. Gli occhi che mi guardavano, le dita, la voce di ognuna di quelle anime mi portava verso un punto sospeso della mia coscienza da dove potevo dominare quel luogo, molti metri più in alto…
Riuscii ad aprire gli occhi. Un rigagnolo di acqua piovana mi scorreva vicino e tutte quelle dita che premevano su me sembravano scomparse. L'acquitrino era lì, a poche decine di metri ed emanava un magnetismo superiore, sentivo che la sua essenza era qualcosa di supremo ed importante. Guardavo una forma appena accennata in trasparenza là, verso gli alberi, e vedevo soltanto un muto invito ad andare avanti nella ricerca perché io, io, ero uno che tornava al suo passato, a ciò che un tempo ero stato.
Mi avvicinai allo specchio d'acqua. Il flusso magnetico aumentava, diveniva davvero forte.
Nora era presso di me; mi abbracciava, mi studiava con quello sguardo forte, mi lasciava entrare nella sua anima dove mi perdevo. Nora era sulla riva del laghetto perfettamente immobile nella sua posa. Nora lasciava che io mi avvicinassi a lei… Lucrezia era in lei, Nora era in Lucrezia, si compendiavano l'un l'altra ed io assistevo ad uno sdoppiamento della mia personalità che tendeva, comunque, ad un unico concetto: me, la mia essenza.
Ero anche io, ora, sulla riva di quello specchio d'acqua.
- Benvenuto…
La voce di Nora, o di Lucrezia giungeva a me da un posto lontanissimo eppure chiara, sembrava che mi sgorgasse da dentro; sentivo una totale comprensione verso quel tipo di stimoli sensoriali.
Sorrisi.
Contatti.
L'involucro, il mio corpo, era dissolto nelle pieghe del tempo senza nome insieme a tutti quelli che prima tastavano con le loro dita soffici… Non c'era bisogno ora del contatto fisico, ogni energia toccava le altre con la sola presenza…
Un campo dove giacevano decine di corpi: l'intuizione mi fulminò all'improvviso, capii che quello era il posto dove ognuna di quelle anime non riusciva ad allontanarsi definitivamente da un ordine energetico non più loro; un regime dimensionale di transizione li legava a ciò che erano stati per lungo tempo.
Aprii gli occhi, cercando di non farmi sopraffare da altre visioni.
Quel momento di poesia decadente era passato. Il giorno era fatto e un inserviente degli scavi mi stava parlando da una distanza modesta, invitandomi ad uscire da lì perché era vietato starci…
- Ok, ok, vado subito via…
- Mi dia prima il suo identikit iridale.
- Perché?
- Devo identificarla, non gradiamo visite fuori programma.
- No, guardi, non c'è bisogno di queste formalità, non tornerò più…
- Lei non doveva esserci nemmeno qui, i settaggi dei varchi d'ingresso sono severi; come ha fatto?
- Sono impiantato… - Lo dissi con un tono di voce atonale.
- Allora non ci sarà bisogno di schedarla; la prego, si allontani subito…
Lo salutai con la massima cortesia che potevo dimostrare, capendo che ero stato schedato per il solo fatto di essere passato attraverso i varchi elettronici; ogni chip emetteva lotti di pacchetti marcati con un header del vecchio protocollo TCP, un modo univoco per farsi riconoscere…
Sentii un vago saluto, un'onda emozionale che mi accompagnava mentre uscivo da quell'appezzamento di terreno; diedi un'ultima occhiata d'insieme al luogo, trovandolo unico, magnetico, avvolgente.
Camminare tra la gente, come avevo fatto qualche giorno prima, mi apparve il modo migliore per riflettere, per cercare di spezzare il ruolo passivo in cui mi trovavo.
Una parata sterminata di locali, di punti vendita e di fornitori di servizi, d'accessi rapidi all'etere e alle risorse personali condivise si presentarono a me con un'insistenza troppo ricercata per non essere mirata. Ogni individuo che si fermava presso uno di quei store rimaneva attratto, passava almeno qualche minuto in collegamento temporaneo con qualche server o altra persona sperduta in un angolo remoto della Terra. La vendita vera e propria dei generi alimentari di consumo era stata drasticamente sradicata dal bisogno di connessione che ognuno aveva insito in sé. Tutto si risolveva in collegamenti brevi dove si poteva trovare la soluzione a qualsiasi problema, anche all'approvvigionamento alimentare; bastava destinare crediti presso un'entità piuttosto che un'altra e l'infinita ragnatela del commercio postelettronico avviava la ridistribuzione delle ricchezze, lasciando l'individuo creditore libero di prendersi ciò che gli serviva, in qualunque posto del globo volesse.
Guardavo le facce di chi si sconnetteva da ogni sessione di collegamento.
Guardavo la mia faccia, riflessa nel monitor dell'elaboratore palmare che avevo in mano mentre scansionava micron su micron ogni centimetro dei lineamenti, così da tracciare una mappa del mio invecchiamento futuro - tutti i dati sarebbero andati presto in rete.
Mi guardai attentamente e provai un senso di solitudine, profonda.
"L'umore può salire se solo ci si connette al Network Reale"; il messaggio di un banner pubblicitario apparve prontamente nella mia psiche, vicino all'orologio craniale, per indicarmi la soluzione al disagio psichico - subito entrato in condivisione - e molti altri avvisi lampeggiarono insistentemente in nuovi spazi del campo mentale in dissolvenza simulata. Altre persone si avvicinarono a me con un fare insistente rendendomi claustrofobico, stringendomi in una piccola porzione di spazio, mormorando frasi ad effetto e toccandomi in determinati punti tramite una studiata tecnica d'estrazione subliminale; guardavo loro con occhio indagatore, m'incuriosivano nonostante tutto e sentivo le mie memorie genetiche lavorare a ritmo frenetico ed impersonare un coro dissonante di voci, come di bambini scoordinati che esprimono la loro euforia nel giocare.
Fastidio. Ancora.
Dopo il senso di claustrofobia venne la nausea, dominata da un bisogno immediato di connessione analogica tramite cavetti craniali; non c'era una spiegazione razionale a quell'esigenza, non esisteva, ma sentivo che fuggire in un canale più costretto mi avrebbe dato un senso di fuga maggiore, forse perché esso poteva essere meno controllato.
Entrai in uno di quei store e guardai verso il punto di connessione craniale. Accanto vedevo delle fonti d'approvvigionamento alimentare lasciate in disuso da alcune ore - pensai che molti s'iniettavano endovene craniali di sostentamento.
- Buongiorno Mr Lind… - La voce composta da strati d'ottima fattura emulativa mi salutava.
- Riconoscimento via etere?
- Sì… Riconosciuto i suoi header… Desidera connettersi via cavo?
Non risposi. Stetti fermo.
M'impegnai in una lettura ad alta risoluzione delle caratteristiche del mio impianto, cercando qualche settaggio tweak che mi permettesse di nascondere alcune caratteristiche. Le descrizioni tecniche erano ostiche. Immagini ad alta risoluzione accompagnavano lunghe stringhe di testo scritte con grafie fortemente esplicative, ad alto carattere empatico. Ricerche ad alta velocità. Inserimenti, operazioni di ritaglio e costruzioni di link apparentemente utili.
Chiusi e riaprii l'archivio che mi ero creato sezionando varie informazioni; aggiustai i dati in un corretto ordine gerarchico e rilessi. Tutto mi apparve chiaro. Sapevo come dovevo settare alcune pipeline delle mie memorie genetiche.
Uscii dal punto di connessione senza dare spiegazioni all'intelligenza gestrice e tornai in strada, in un punto d'ombra delle connessioni via etere che trovai dopo varie prove di ping - passai almeno due minuti a cercare il luogo giusto, utilizzando tecniche balistiche di derivazione scolare.
Trovai il punto.
Mi sbrigai a settare come dovevo le memorie ricordandomi che il cono buio delle connessioni variava con l'orientamento vivo della rete wireless stessa; appena fatto un ronzio lievissimo mi annunciò che ero tornato in piena connessione.
- Buongiorno… Prego, si accomodi per il riconoscimento dell'iride…
Non ero stato riconosciuto. Ero riuscito a nascondere l'header per i collegamenti ravvicinati.
Presentai un'identità campione compresa nelle tabelle delle memorie; sentivo sussultarle tutte di vita spumeggiante, animarsi di un'essenza che poteva definirsi lontanamente derivata dall'infusione software, un processo che avevano subito soltanto qualche mese prima del loro impianto. La loro natura biologica - strati di proteine con tecnica in raffinamento - si era ormai fusa completamente con il mio tessuto cellulare nativo; l'interazione era tuttora in pieno sviluppo, sentivo vivermi dentro innumerevoli strati cognitivi, ognuno in potenziale interazione con gli altri.
Nel momento in cui mi connessi col vecchio metodo craniale avevo tutto quell'ordine mentale ben presente. Prurito da ustione elettrica. Bruciore intenso sulla pelle intorno alla boccola, non più abituata a quelle intrusioni.
Un universo dispersivo ma poco frequentato si presentò alla mia coscienza. Ebbi l'impressione di navigare in un mondo sotterraneo, una miniera forse, di essere trascinato da invisibili carrelli su dei binari verso una destinazione che non conoscevo; tutto ciò per me andava benissimo, avevo soltanto necessità di decantare le sensazioni di claustrofobia.
Un cataclisma di emozioni era pronto a scatenarsi, ne avvertivo il profumo elettronico in agguato pochi lotti di Gb davanti a me; sembrava che l'atmosfera fosse carica, come se un temporale stesse per abbattersi su me.
Il carrello mi portò ancora più avanti.
Un black-out emozionale mi fulminò proprio nel momento in cui sentivo lo spavento crescermi improvvisamente addosso. Fu una specie d'anestesia e tutto ciò che in seguito ricordai fu soltanto grazie ad alcuni livelli di vita psichica genetici rimasti attivi.
Un flash di caldo silenzioso, con onde oscillanti sotto il livello udibile, destrutturò il mio concetto di sicurezza interiore. Poi, una volta apertesi un varco accettabile, il flash entrò nella mia psiche secondaria, allestita tempestivamente dai livelli psichici rimasti attivi, credendola principale e tagliandole così ogni collegamento corretto alla realtà. A quel punto, come per qualsiasi altro software privo di supporto fisico, la disgregazione del ciclo logico che sostentava lo psichico era soltanto questione di tempo; tutto era pronto per un'operazione di riconversione, di semplice condizionamento del basso livello: ero incappato in una trappola generatasi spontaneamente in quelle maglie della rete, in cellule autoistruitesi con cultura indotta, grossolana e deviata. Avevo a che fare con cellule terroristiche d'anarchia spicciola e becera.
La psiche secondaria fu rilasciata come residuo organico da software riconvertito giù, nel condotto di trasformazione approntato dalle intelligenze ribelli, nell'attesa di un riciclo simile al biologico. Ciò mi consentì una fuga mentale mentre il nucleo terrorista stava cominciando ad accorgersi della truffa in cui erano caduti.
Ripresi il controllo, con tutta la mia mente. Disseminai il percorso dietro di me di trappole mentali, piccole bombe di logica infida, inattaccabili deontologicamente ma dotate di cariche negative tali da distruggere chi le avesse accettate in pochi secondi-uomo…
Vidi le implosioni, dietro di me. Grappoli di vuoti risucchi che assorbivano soltanto materia virtuale rimpiazzata con icone standard d'alberi da frutto…
- Julian, non scappare… - Nora era vicino a me, sotto forma di un'icona sfavillante di brio.
- Non scappo. - Replicai asciutto. Troppo brusco.
- Vieni, balla con me…
Il barcone in riva al fiume era agghindato come la sera della festa funebre di Constantine. Io impersonavo l'ologramma di suo marito in un vorticoso ballo d'altri tempi e mi lasciavo andare in passi di danza sfrenati, facevo scivolare sguardi obliqui su di lei e poi miravo, assorbivo, vivevo dentro la mia qualità software l'arredamento di quella improvvisata stanza funebre.
Nessun presente a quella scena danzante sembrava intromettersi. I nostri amici erano tutti immobili in un angolo, sembravano testimoni di un evento dotato di un'importanza che loro riuscivano soltanto a sfiorare…
- Julian, io e te stiamo ballando per un funerale, lo sai vero?
- Sì, lo ricordo perfettamente; sai quanto…
- No Julian, tu non sai…
Lo sguardo enigmatico di lei mi bloccò per un istante; la musica in sottofondo parve andare appresso a quell'incedere saturo d'attività distorcendosi, fermandosi. Poi, riprese a suonare con la normale velocità.
- Cosa non so?
- Stiamo facendo le onoranze funebri a Lucrezia e Aurelio; nessuno l'ha mai fatto per loro…
Riflettei. La natura di quel dialogo non era né mia né sarebbe mai stata di Nora. Qualcosa nato dopo gli eventi che conoscevamo doveva aver funzionato da catalizzatore, da trasformatore.
Memorie genetiche.
Possedevano Nora. Potevano linkarsi alle dimensioni temporali. Mi rimandavano continuamente cose che mi avevano già detto rendendo vivo il ricordo di qualcosa avvenuto troppo tempo prima, trattenuto adesso dall'oblio.
- Stiamo facendo le onoranze funebri a Lucrezia e Aurelio; nessuno l'ha mai fatto per loro…
Nora si ripeteva, ipnoticamente…
- Stiamo facendo le onoranze funebri a Lucrezia e Aurelio; nessuno l'ha mai fatto per loro…
Il cielo, una rocca… Un prato a perdita d'occhio; alcune persone che si animavano lì.
- Stiamo facendo le onoranze funebri a Lucrezia e Aurelio; nessuno l'ha mai fatto per loro…
Ognuno che si preparava a suo modo per una cerimonia.
- Stiamo facendo le onoranze funebri a Lucrezia e Aurelio; nessuno l'ha mai fatto per loro…
- Basta Nora… Non parlarmi più; smetti questo ballo…
- Stiamo facendo le onoranze funebri a Lucrezia e Aurelio; nessuno l'ha mai fatto per loro…
- Nora fermati…
- Stiamo facendo le onoranze funebri a Lucrezia e Aurelio; nessuno l'ha mai fatto per loro…
- Nora. Nora!
- Stiamo facendo le onoranze funebri a Lucrezia e Aurelio; nessuno l'ha mai fatto per loro…
Smisi di ballare, scappai da quel locale mentre Nora andava accasciandosi sul pavimento…
- Stiamo facendo le onoranze funebri a Lucrezia e Aurelio; nessuno l'ha mai fatto per loro…
…E parlava lentamente, sempre più piano mentre diveniva marmellata luminescente accasciata sugli assi di legno che pavimentavano - vecchio stile - quel locale…
- Stiamo facendo le onoranze funebri a Lucrezia e Aurelio; nessuno l'ha mai fatto per loro…
…Senza che riuscisse quasi più a muoversi, parlando con sillabazioni staccate una dall'altra, biascicate, innaturalmente orrorifiche…
- Stiamo facendo le onoranze funebri…
…Non riuscii a finire la frase.
Ciò che Nora aveva fatto all'ologramma di Constantine anni prima ora io lo avevo fatto a lei. Sembrava il simbolo di una fine. Io non cercavo più Nora ma un'altra. Io cercavo una donna simulacro di Nora così come lei cercava, all'epoca, un simulacro di Constantine. Io cercavo una donna che già mi era stata vicino molto tempo prima, concupita nell'oscurità del tempo: Lucrezia.
Sentivo che l'angoscia da claustrofobia era, ad ogni modo, andata via decantandosi. Detti un ordine mentale d'interruzione del viaggio nella vecchia rete cablata e rimasi, così, alcuni interminabili istanti in un limbo d'incoscienza effettiva, anche se una sottile linea di vita psichica e di paginazione continuava a sussistere - attività puramente fisiologiche.
Riaprii gli occhi nello store mentre un viavai di gente in attesa di connessione si materializzava davanti a me - non ricordavo tutta quella ressa quando ero entrato. Un navigatore era seduto accanto a me, aveva lo sguardo fisso verso un punto oltre il metavetro del suo palmare e non rispondeva più a nessuno stimolo sensoriale dei suoi vicini di connessione. Forse, i terroristi avevano avuto la loro vittima sacrificale; quelle fila di devianza software erano state ripristinate, probabilmente, dopo la mia strage.
* * *
Ero davvero pronto alla ricerca del tempo andato, al rivivere nel passato facendomi forte delle mie caratteristiche postumane; ero in grado di rimappare il concetto di morte, davvero potevo farlo, avrei fatto rivivere così cose antiche in tutto il loro splendore software, nello status della loro natura esclusivamente umana.
Irina mi aveva rintracciato. Prima di quanto mi aspettassi o sperassi.
Era pomeriggio, io stavo passeggiando tra le costruzioni vetuste di due secoli prima - ruderi davvero cadenti, oscuri. La linea era diretta verso le mie sinapsi con connessione dedicata.
- Julian?
Fui attento al tono della risposta. Bastava un nulla per tradire il desiderio di tenerla fuori della mia intimità.
- Ciao Irina… - Tono neutro; parole scandite ma non troppo, con disinvoltura.
- Mi hanno recapitato il tuo messaggio, ero ad un posto di frontiera lontano trecento chilometri da casa… Perché hai aspettato tanto per avvisarmi?
Lei si poneva in modo diretto, asciutta e precisa come non mi sembrava d'averla mai conosciuta… Decisi d'esserlo anche io.
- Irina, non è il caso che tu ora vieni qui.
- Perché?
- Non puoi. Qui accadono cose strane dirette verso me e provenienti da ogni direzione; se tu venissi potrebbe succedermi e succederti qualcosa di non voluto.
- Non mi vuoi lì?? - Il suo tono stava diventando adirato.
- No, Irina, non ti voglio. - Decisi d'essere brusco, era l'unico modo per tenerla fuori.
Click.
Nemmeno una risposta.
Ero immobile nei giardini di una piazza ora disabitata ma un tempo sede di vecchi mercati. Scrutavo quei palazzi cadenti, scuri. Sentivo l'immensità e la presenza di un luogo abitato per millenni. L'importanza di tutte le energie espressesi lì mi assaliva di nuovo, con la stessa intensità provata pochi giorni prima vicino l'acquitrino.
Irina non avrebbe mai capito, nemmeno in seguito, quando avrei provato a spiegarle la mia situazione fin nei minimi dettagli. L'avevo persa, irrimediabilmente. Quel suo troncare la comunicazione significava un taglio netto con me e tutto ciò che mi circondava.
I giardini risuonavano intorno di un canto d'uccelli ritmato, di un crepitio di linguaggi con molte assonanze tra loro; gli echi di quei versi si perdevano tra le rovine, ancora in piedi, dei casermoni, non c'era nessuna traccia di cemento ma esisteva solo tanta calce che si andava sbriciolando. Terra sbriciolata. Puntata verso il cielo. Alberi per lo più agonizzanti, tronchi neri incavati nel loro interno dove vi soggiornavano uccelli e animali del sottobosco.
Girai più volte su me stesso, guardando lo scenario che mi era intorno e scrutandolo con un'attenzione e una lentezza cinematografica, teatrale. Qualcosa di bello, di selvaggiamente tenace sembrava attanagliarsi a me per non morire, per non cadere. In quel momento mi sentivo in uno splendido, perfetto isolamento; voci una sull'altra risuonavano dentro di me e raccontavano, ognuna, una propria versione storica delle anime vissute in quello spazio, durante il passaggio dei secoli…
Il passato diventava vivo di nuovo anche lì, lo faceva al mio cospetto.
Dolori, gioie, ancora una volta percepivo stralci di vita minuta; la normale quotidianità si affacciava alla soglia della mia coscienza sollecitata dai sensi alterati dalle memorie genetiche. Sussurri, tramestii, piccoli palpeggiamenti su ogni parte del mio corpo quasi fossi una piccola divinità da adorare, da santificare e da portare in trionfo, fino ad elevarla al rango d'onnipotente… Bisbiglii gentili, imploranti, una nenia senza fine accompagnata da un oceano di volti anonimi e cianotici, confusi tra loro.
Vinsi il senso d'orrore che quel momento mi provocava; Nora non era questa volta vicino a me ed io ero in balia del flusso energetico non ancora sopito della moltitudine. Il mercatino, storicamente posteriore all'arcaico, era un'ombra sfuggente laggiù, nell'angolo di un portico ancora in piedi nonostante lo sbriciolamento d'alcune arcate; tra quei banchi commerci d'ogni tipo, gente di tutte le risme, miserie costantemente uguali nonostante i secoli.
Ero sempre nello stesso posto, non mi ero mai mosso, non mi stancavo di girare piano su me stesso.
Catarsi.
I nomi d'ogni volto mi vennero tutti in mente simultaneamente, come se li avessi sempre saputi; le loro vite, senza difficoltà, divennero un piano infinito di ricordi che attraversavano innumerevoli decenni, secoli, che tuttavia io conoscevo perfettamente. Concretamente, io ero tra loro come una semplice estensione del loro vissuto, ininfluente era che io fossi ancora vivo - un semplice status dell'esistenza.
Ancora una volta ero nella condizione che cercava Nora, che rincorrevo anche io: spostare il limite dove finisce un'esistenza…
Mi spostai da lì, volevo semplicemente andar via da quel posto perché era troppo denso di ricordi arcaici; mi accorsi che, come un pifferaio magico, alcune di quelle forme labilmente energetiche non volevano lasciarmi andare. Mi seguirono, continuando a sfiorare il mio corpo, emettendo suoni che sapevano d'implorazione, di disperazione. Muto, andai via senza che riuscissi a dire, ad impormi verso nessuna di quelle pietose esistenze non ancora spente; come un predicatore sembravo avere un codazzo, invisibile agli occhi di tutte le persone vive che incontravo sulla mia strada…
"Perché non si ferma a guardare la mia casa signore? È qui, in fondo alla strada; mi dia qualche soldo per ripararla, per non farla crollare sui miei bambini".
"Guardi, guardi i miei vestiti… Mi aiuti a comprarne uno nuovo; ho freddo, piove sempre…".
"Soffro di piaghe signore, guardi le mie pustole; mi guarisca, la supplico!".
"…Le prepotenze del mio padrone di casa…".
"Ho perso mio figlio, lo hanno portato via dei pirati per venderlo. Mi dia la forza per riprenderlo la prego!".
Voci, singhiozzi strozzati in gola, vestiti maleodoranti che giungevano fino ai miei sensi… Non riuscivo ad isolarmi da quel gruppo di ectoplasmi ancora troppo legati alle energie terrestri…
"Mi dia dei denari…".
"Aiuto!".
"Pietà… Pietà per me…".
"Mi sta bruciando la casa; portatemi dell'acqua presto!".
"Vieni qui da me bel giovanotto…".
"Venga da noi, guardi la mia stanza…".
Provavo nausea. Non riuscivo a sopportare l'attaccamento di quella misera plebaglia priva di qualsiasi dignità, anche di quella della povertà. Gente che avrebbe potuto tradire qualsiasi caro per il suono di pochi soldi bucati…
"Guardi le mie ferite: ho la lebbra.".
"Sono tubercoloso.".
"La peste non mi lascia più…"…
Mi appoggiai al muro di una casa, come se mi mancasse l'aria. Non sapevo come liberarmi da quella pressione psichica; se avessi preso la strada verso l'albergo avrei potuto trascinarmi qualcuno di quelle ostinate ombre e forse n'avrei raccolte altre per strada. La mia sensibilità accresciuta verso i regni confinanti col mio stato normale di umano - o postumano - non mi lasciava scampo.
Potevo isolare temporaneamente i cicli logici delle mie memorie sperando così di rompere l'accerchiamento.
Lavorai su quella soluzione.
Cercai un esaltatore grafico tra i tool ricavabili dalle risorse standard delle memorie. Poi, cercai di scoprire le linee cromatiche che fungevano da portante ai segnali d'impulsi energetici provenienti da un continuum anomalo, non usuale. Le scovai. Da quel momento in poi fu un convulso susseguirsi d'eventi caotici, impressionistici difficili anche da ricordare.
Linee di fuoco. Il colore vivo della fiamma era isolato in molteplici lamelle destrutturate dal loro potere calorico: pura iconografia di rappresentazione. Contemporaneamente l'analisi spettrografica delle voci che mi giungevano mostrava un livello d'onda - nessuna portante - assolutamente sgraziato, dotato però di una potenza non trascurabile.
Moto di panico.
Giù, più in basso, un'enorme onda caotica di colore scuro montava accompagnata da un silenzio maestoso, soprannaturale. La forza che racchiudeva era incommensurabile, avrebbe spazzato via centinaia di sistemi solari uguali a quello terrestre e così, con questa visione dei pianeti, ebbi un colpo d'occhio sconvolgente su alcune profondità spaziali totalmente sfuggenti a qualsiasi legge conosciuta che a me venisse in mente.
Viaggiai veloce verso quelle profondità. Volavo, forse; mi sentivo portato su un nastro di pura emozionalità fatta di codici simili a byte, quattro stati che precludevano ad una matematica in ogni modo diversa da quella che normalmente potevamo conoscere: regole apparentemente analoghe a quelle note portavano ad un risultato pazzescamente diverso.
Percepii tutta quella complessità monumentale con un pizzico che compresse la mia sensibilità corporea in uno spazio assurdamente piccolo eppure ancora divisibile; strati di software, purissimo, si erano depositati su un contenitore apparso dal nulla e lasciavano uno spessore di pochissimi micron…
Ero già penetrato in quell'enorme onda scura. L'estrema potenza che s'intuiva lì dentro mi sballottava da un punto all'altro dell'onda caotica.
Trovai due fili di superconduttore tra le dita; il cavetto era unicellulare e mi fu relativamente facile spezzarlo con la forza di un pensiero che assunse l'icona di un pesante maglio.
Scomparve l'enorme onda caotica.
Scomparve qualsiasi spazio profondo.
Si dileguò, soprattutto, quel fastidioso vocio di gente antica che mi stava attanagliando lì, in strada.
Seguendo l'istinto drogato dalle memorie avevo trovato un estemporaneo bandolo della matassa: avevo interrotto il campo di forza.
Al pari di una liberazione dalla prigionia mi sembrò di sognare; intorno a me tutto pareva essere tornato allo stato usuale delle cose. Pochissimi i passanti che si erano accorti di qualcosa di strano nella mia espressione; quei pochi smisero presto di domandarsi cosa mi era successo, il perché io, improvvisamente, mi ero irrigidito come se fossi stato in preda ad un bizzarro attacco epilettico. Apprezzai tutto il vantaggio di interagire con gente cosmopolita, abituata a convivere con migliaia di strani modi di vita.
Sole ancora alto nel cielo, nonostante il pomeriggio che andava a morire. La strada verso un riposo che sentivo mancare da troppo tempo era libera. Contattai il portiere dell'albergo per chiedergli di prepararmi un pasto e di bloccare qualsiasi intrusione nella mia camera; avevo paura che, nonostante ciò che non c'eravamo detti, Irina tentasse di venire a stare da me. Aggiunsi anche delle coordinate per un reindirizzamento dei miei crediti verso la cassa alberghiera, per una riconversione delle mie risorse in un fido di qualche giorno in più: rimanenza del mio soggiorno.
Ottenni l'ok dopo alcuni secondi di attesa. "Transazione accordata" lampeggiava accanto al mio orologio craniale; feci un rapido snapshot di tutta l'area interessata dal messaggio e la conservai in un angolo nascosto della mia psiche riconvertita, in caso avessi subito qualche controllo.
Il letto era già pronto. La cena era pronta lì, su quel piccolo tavolo interfacciato con un microchip incastonato nella testiera del mio letto.
Gli schermi piatti da decoro erano ora sintonizzati su alcune mostre d'antichi pittori del Rinascimento; come per uno strano gioco d'associazioni le immagini erano rimandate distorte o meglio, associate ad alcuni concetti personali di Rinascimento che avevo custodito gelosamente: rinascita delle forze oscure, ripresa delle potenze arcaiche, follie sull'orlo d'associazioni mentali dettate da droghe psicotrope.
Mangiai e studiai attentamente quelle immagini. Mi lasciai intorpidire dai fumi dell'alcool che avevo accompagnato al pasto.
Scorsi anche tutte le notizie che avevo tralasciato in quei giorni, tanto per tenermi aggiornato; gli avvenimenti erano ancora presenti sul network delle news e sarebbero rimasti lì fino a quando non le avessi consultate o cancellate.
La stanchezza mi vinse presto. Mi addormentai tra quelle lenzuola di seta nera, sensualissime, che nei giorni passati avevo condiviso con Irina…
Mi cominciava a mancare lo sfogo ormonale, il puro sesso fisiologico che mi serviva per tenere in forma la parte sessuale dell'organismo.
Il sonno era una cavità nera, senza fondo. Durante la discesa in quel buco, i miei filamenti di software s'intrecciavano in una trama resistentissima, almeno quanto la ferrea logica che li componeva, così da permettermi la risalita se la discesa fosse diventata troppo pericolosa. Accanto al tessuto software rimaneva intrinseca un'impressione luminosa che aiutava a non perdere la direzione; sapevo che quella luce non esisteva, che era soltanto un faro miliare della mia mente che serviva, però, a mantenere distanti gli incubi che si accalcavano appena fuori della mia coscienza.
Scendevo…
Andavo sempre più in fondo…
Il torpore era un dolce accompagnarsi verso i livelli di un ennesimo mondo: l'onirico. Mi domandavo: e se l'onirico fosse correlato al mondo di chi è trapassato?
Vedevo agitarsi in lontananza le torve deformità di ognuna di quelle anime che mi avevano circondato nella piazza, vicino all'acquitrino e in qualsiasi altro posto - io sapevo che era andata davvero così - dove la gente aveva vissuto ed era morta per una serie infinita di generazioni, per decenni e decenni… Secoli.
Ero troppo stanco, in quel momento, per pensare con insistenza al dubbio che si stava materializzando nell'angolo basso della mia attività onirica. Lasciai scorrere le immagini e ne godetti, esattamente come facevano i miei genitori, i miei nonni, quando andavano al cinematografo per assistere a spettacoli sempre più tecnicamente perfetti, accattivanti…
* * *
Era originale, pensai, passare il tempo a guardare le forme d'illuminazione di un centro urbano.
Alcune erano di concezione obsolescente, semplici rielaborazioni delle antiche lampade ad olio da sempre impiegate; altre - la maggior parte - erano a diffusione olografica, sfruttavano fasci di luce digitale che una forma prestabilita, riempita di colori ritenuti opportuni, emanava da un punto sospeso - solitamente alcuni nodi connettivi nell'etere. Gli ologrammi potevano sommarsi uno sull'altro, affiancarsi, essere lievemente scostati tra loro; la gestione dell'insieme era affidata a consorzi amministrati da corporazioni d'artisti e da architetti, tutti collegati ad uomini ombra delle multinazionali della connessione.
La caratteristica maggiore di quella luce digitale era la definizione, oltre al senso di divertimento intellettuale che lasciava; fasci definiti di luce lamellare, spesso sapientemente colorata per esaltare alcune zone piuttosto che altre, delimitavano una porzione di luogo. Intromettersi in quella zona cromatica alterava gli equilibri personali in un modo sempre nuovo, una sorta di costruzione neodadaista divertente che, in ogni caso, era sempre in grado di illuminare perfettamente il territorio urbano.
Molti individui passavano in quelle zone rischiarate settorialmente senza farci più caso. Io ero fermo a guardarne alcuni, i più bizzarri; li studiavo attentamente mentre osservavano di sfuggita i riflessi precisi sulla loro cute, sugli indumenti, cercando di non dare troppo peso all'effetto curiosità che quei giochi luminosi stimolavano in loro.
Una donna, immersa in pensieri talmente vividi che sembravano fuoriuscire dai suoi innesti cranici - di bassa qualità - si sorprese a seguire il filo logico, ed anche emozionale, di un'immagine di un centurione romano rivestito di porpora imperiale, che dalle rovine di un antico monumento romano camminava nella zona circostante; vidi che quella donna s'immaginava concubina di un soldato eroico, l'amante focosa di un gladiatore famoso. Si credeva di stare tra le sue possenti braccia che avevano ucciso decine di belve, molti uomini più deboli di lui… Quella donna desiderava un animale che la dominasse, che la facesse sentire terribilmente viva come nessun uomo era mai stato in grado di farle provare; la vidi andar via, seguita da onde coinvolgenti delle sue fantasie: pornografia spicciola, desiderio di sesso sfrenato…
Ero lì, a far cosa?
Ci misi alcuni istanti a ricordarmi di essere in quella zona per bisogno, per un'esigenza insopportabile di vicinanza col luogo dove Nora era morta. L'essermi svegliato di pomeriggio tardo mi aveva reso una buona freschezza mentale, una tonicità fisica che mi faceva sentire davvero meglio.
Ero uscito soltanto verso il calare del Sole, dopo che avevo capito bene cosa volevo cercare, sentire, trovare. Mi ero diretto verso il posto di Nora, quello che prediligeva nei suoi ultimi giorni. Capivo intimamente che lei, in quel suo evolversi psichico, si era accorta di far parte di un disegno più complesso, notevolmente più arcaico; forse era per questo il calco emozionale non recava traccia della sua morte bensì della vita di Lucrezia…
…Se solo qualcuno avesse saputo darmi la certezza che io non deliravo ma sentivo le cose scorrere sul binario emozionale giusto…
Il posto era lì. Davanti a me. Era perso nelle oscurità indotte da un campo magnetico di protezione.
Intorno a me la notte risuonava dei mormorii della primavera, dei piccoli insetti e degli uccelli notturni che il tepore teneva svegli.
Dovetti far mente locale, concentrarmi per ritrovare il procedimento psichico d'inibizione dei miei header nelle trasmissioni a corto raggio. Una gran fatica. Il tracciato dei passaggi tecnici da eseguire che avevo lasciato era incompleto e la creatività dovette sopperire per alcuni tratti.
Ero entrato nel recinto.
Il terreno, all'interno dell'area, era ancora brullo. I piccoli scavi che la squadra archeologica aveva cominciato ad intraprendere non intaccavano, ancora, il paesaggio con collinette e vasche di piccole proporzioni - trincee.
Un'immagine di candele nere accese in una vasta stanza, ad illuminare gli angoli inaccessibili con una luce rossa, antica, che si fece largo nella mia mente…
L'acquitrino era lì, presente, immutabile e sembrava emanare onde anomale di magnetismo. Con un brivido ricordai il palpeggiamento che avevo subito - piacevolissimo, se provavo ad immedesimarmi di nuovo. Sembravo essere atteso ma nulla mi dimostrava che ero il benvenuto.
Struggente. Ecco, se avessi potuto definire quel momento con una parola sola avrei potuto affermare che vivevo uno stato emozionale struggente. Pur se nulla si muoveva psichicamente, intorno era come se una pressione impercettibilmente crescente si accanisse su me, lasciasse trasparire soltanto una pena infinita delle molte entità che avevano perso tutto, anche la possibilità di esprimersi e di farsi capire dai loro consimili ancora in vita.
Odore di un mondo che mi premeva addosso, di nuovo.
L'immagine delle innumerevoli candele nere continuava ad essere presente nella mia immaginazione; il contrasto con l'illuminazione digitale non sembrava così accentuato.
Penombre. Piccoli spostamenti imperscrutabili tanto da essere scambiati per semplici illusioni. Movimenti di luce minimale danzanti, visti dai miei occhi mentre mi giravo da un punto all'altro, che lasciavano un senso di puntinatura ricoprente ogni altra immagine io vedessi. Brividi profondi lungo la schiena, innumerevoli, ripetuti.
Ogni mio piccolo pensiero, atto, emozione era impregnato dalla certezza che un numero insopportabile di anime mi stessero di nuovo premendo addosso, ognuna accendendomi vicino una candela nera che doveva illuminare la notte, il luogo, le stanze; per ogni istante che passavo lì in quel posto avevo la netta sensazione che i ceri - sospesi in una visione del mio visore craniale in basso a destra, bassa priorità - stessero aumentando, che la luce fosse sempre più forte.
Nero.
Profondo.
Esoterico.
Magico.
Il nero più profondo, più esoterico e magico che avessi mai conosciuto o immaginato era piombato in me repentinamente e condizionava ogni mio singolo pensiero, atto o intenzione. La luce delle candele illuminava il fosco dei loro fusti; la penombra esistente era profonda nei punti meno illuminati e lasciava presagire un pozzo senza fine di bieca mortalità. La stessa mortalità di cui il pensiero esoterico e magico si nutriva, fin dalla notte dei tempi, divenuta ormai anch'essa nera e infinita come quelle candele…
- Aurelio…
- Nora… - Le risposi d'impatto… La trappola era scattata.
- Aurelio…
Si formava un'immagine di bambini che giocavano e prendevano in giro i coetanei più deboli, costringendoli in una piccola porzione di spazio dove sistematicamente demolivano loro le necessità d'essere importanti. La stanza in cui eravamo Nora ed io, vista da una posizione di tre quarti, era immersa in una tenebra illuminata di rimando da altre stanze, e sembrava essere il punto delle riflessioni per quei bambini emarginati; suppellettili vuote, perfettamente ordinate e un senso di freddo rigore pervadeva quell'ambiente dove la sensazione di solitudine poteva espandersi con tranquillità, senza che nessuno o qualcosa potesse contrastarla: un mondo vuoto dove il vuoto di se stessi era libero di crescere, di demolire il proprio Io con un nuovo dolore solitario.
- Nora, dove sono tutti?
- Siamo qui… - Il tono che sembrava porre l'accento su un'ovvietà era quello tipicamente femminile di Nora.
- Non vi vedo…
- Tu vedi solo quello che vuoi vedere mio antico compagno; nulla di più…
- Nora…?
- Chiamami come tu sai, come tu sapevi…
L'invito era esplicito. Ancora una volta ero messo di fronte al fatto compiuto. Dovevo fare il passo di riconoscere non Nora ma…
… Ma…
- Lucrezia?
- Sì, Aurelio, sai bene che sono Lucrezia…
- Sì, lo so bene, è vero. - Le sorrisi debolmente, pieno di paura.
L'odore stordente dell'oppio contenuto nelle candele mi sopraffaceva. Lo splendido viaggiare, come se tutto fosse droga e ogni istante dell'esistenza fosse un'orgia selvaggia di odori, di sapori coinvolgenti anche oltre la vita e il senso d'umano, rappresentava un pretesto per visitare istantaneamente paesi esotici, altre esistenze in un volo radente che catturava qualsiasi sensazione stessi sfiorando.
- Dove andiamo Lucrezia? - Le chiesi improvvisamente, preoccupato per l'evoluzione di quel tempo.
- Ovunque e da nessuna parte. Devi solo decidere cosa vuoi vivere.
- Vivere… Cosa significa vivere? - Le dissi mestamente - Cosa significa sognare o esser certi di non stare in un sogno onirico o drogato?
- La domanda è complessa ma la soluzione sfugge a questa regola; ciò che può essere complicato lo è soltanto in virtù dell'ignoranza.
Tante immagini che mi spiegavano quelle parole si affacciavano in me, nascevano spontaneamente da un'area non contaminata dagli impianti genetici.
- Continua, se puoi… - Ero quasi in atteggiamento implorante.
Non mi rispose.
La stanza che vedevo di tre quarti risuonava di tante piccole urla che abbandonavano il piano terreno per ascendere ad un livello dove la consapevolezza, la cognizione che regalava conoscenza d'ogni cosa aumentava significativamente. Da quel momento i bambini cessavano di esserlo, i defunti erano spettatori d'altre preoccupazioni ed i semplici ignoranti accedevano soltanto ad un altro livello d'ignoranza, ben più complesso del precedente che non faceva altro che aumentare la loro disperazione.
- Non c'è bisogno di continuare Aurelio… Lo vedi da te…
Non le risposi.
Il mio cervello era impregnato dagli umori di tutti i presenti che ancora si nascondevano alla mia vista, che sentivo essere presenti dietro le ombre che li celavano. Le mie mani odoravano di candele e ogni passo che percorrevo - non sapevo più se sull'erba o dentro quella stanza - era accompagnato da continui voltare la testa, dal cercare con lo sguardo altri punti di riferimento che mi aiutassero, in qualche modo, a ridefinire il mondo in cui mi stavo muovendo.
- Aurelio, l'entrata è qui…
Sussultai.
Quel brusco voltare pagina non era contemplato dalla mia sensibilità e mi lasciò a bocca aperta, indeciso se capirlo o no.
- Entrata? - Cercai di prendere tempo, solamente per abituarmi a qualcosa di forte.
- Eccola, vedi? Non ti ricorda nulla?
Paura.
Silenzio da parte mia.
Black-out cerebrale.
- Lucrezia…
- Sì… Dimmi…
- Dove entriamo?
- Nel nostro mondo… - Mi rispose con un tono d'ovvietà da farmi fare la figura dell'idiota di turno.
Scoprii con la sorpresa di un particolare dimenticato che le memorie genetiche erano in un fermento d'attività elettrica. Qualcosa di reale, di quel reale che mi legava al mio mondo consueto e al desueto, funzionava perfettamente e poteva rappresentare il filo d'Arianna che mi avrebbe riportato indietro. I grafici d'estrapolazione puntavano verso una zona folle, dove le normali regole erano completamente stravolte, dove il bisogno di connessione poteva rappresentare una droga micidiale, che conoscevo bene…
* * *
Un tunnel. Un perfetto buco nella terra esistente proprio sotto l'acquitrino si apriva davanti a me. La quasi sfericità del condotto era un'opera di buon'ingegneria, eccezionale se paragonata alle possibilità tecniche che quegli antichi avevano a disposizione.
Vi entrai dopo che Nora - o Lucrezia - mi aveva indicato la via, precedendomi. Ogni rumore sembrava essere soltanto un mormorare di voci basse relegato in un sottofondo piacevole, quantomeno giusto per l'ambiente.
Il mondo onirico e quello spirituale sembravano convergere verso un unico punto. Ombre d'incubi di personaggi apparentemente vivi si muovevano sulle pareti di una roccia poco distante da me. Proiezioni dei grafici, delle potenzialità e dei vocii espressi dalle memorie che erano in me si fissavano su altre rocce, vicine, come se fossero in modalità da debug perenne.
- Il tempo sembra non passare mai qui dentro. - Lucrezia riprese a parlarmi. - Forse ti sembrerà strano ma tu non sei mai mancato da questi posti, nemmeno quando sei andato via con altri corpi, altre anime; tu sei sempre stato qui, questa è stata sempre casa tua.
- Anche la tua?…
- Sì Aurelio, è anche la mia; senti quest'odore…
Lo annusai. Mi prese alla gola mentre me la seccava. Pensai di svenire per l'aria che mi stava mancando…
Era un modo di rafforzarmi. Il mio corpo era sempre importante ma l'idea che avrei potuto perderlo non mi sembrava più così spaventosa. Campanelli d'allarme cominciarono a risuonare per tutta la mia testa, la minaccia di un'estinzione fisica suonava a morto per i miei impianti ed ogni ordine di pensiero, per la verità, rifiutava quello stato fisico d'estinzione.
- Nora… Non posso rimanere.
- Non sono Nora, Aurelio, tu sai chi sono…
- Sei Nora e Lucrezia allo stesso tempo, Nora e Lucrezia, ma per me chiamarti con il nome più antico significa perdere il mio mondo, un mondo che fa ancora parte di me.
- È un punto di vista efficace soltanto se tieni conto della tua razionalità animale… - Mi rispose di rimando, nicchiando come farebbe un gatto con il topo.
- Forse… Forse no… - Vacillavo, potevo barcamenarmi soltanto se non avessi opposto una decisa resistenza che avrebbe identificato il mio punto di forza.
Il vocio intorno a me crebbe. Lucrezia, la parte antica di Nora stava organizzando un ulteriore attacco. Palpeggiamenti latenti sul mio corpo…
L'odore delle candele nere era scomparso. Il fascino crudo di immaginarle spente, dritte nella loro maestosità oscura mi riportò a concetti asciutti di morte, di decomposizione e di culto estremo del corpo in disfacimento; se vi avessi aggiunto un po' di poesia avrei raccontato qualche episodio di magica decadenza romantica. Avrei potuto essere un perfetto gerarca nazista convinto del proprio culto esoterico, in cerca della migliore morte…
* * *
Il tunnel non esisteva più, ai giorni attuali.
Camminavo su quel prato, intorno all'acquitrino. La comprensione che lì sotto ci fosse una stanza e un passaggio che mi avrebbe portato verso il fiume era ora certezza, non soltanto ipotesi.
Capire come avevo fatto a sfuggire all'assedio fu tutto un altro discorso. Forse l'evocare mentalmente i fantasmi di divinità naziste, delle antiche credenze che si trascinavano dietro era un affiliare i vecchi dei con i loro figli più moderni, con coloro che ancora li seguivano; potevo apparire, in quel frangente, come un nazista, un totale seguace delle antiche dottrine esoteriche, come tale da risparmiare e non da immolare…
L'orologio che lampeggiava nel mio visore craniale segnava esattamente le 1.04 AM; ero entrato nella zona recintata alle 1.20 AM - evidenza del mio log interno. Il tempo era scorso a ritroso?
Una scatola nera, spigolosa, si affiancava ad un'altra tentando di disturbare pensieri distorti. La rapidità delle parole che un tempo avevo enunciato nel rito si era stemperata in un pensare dettagliato di immagini non più ad effetto ma a discesa nei significati, qualcosa che poteva colpire ancora più forte allo stomaco del precedente modo perché in grado di dettagliarsi più in profondità, non solo di fermarsi sulla pelle.
I contorni delle scatole furono coincidenti; di nuovo un contenitore solitario che s'illuminava di radiosità completamente buia, della sua spigolosità assassina in espansione - Nora? Lucrezia? Me?
Improvvisamente, rumori provenienti dagli spigoli dei contenitori stessi sembravano indicare qualcosa che premeva dall'esterno della scatola verso l'interno, verso il movimento d'espansione esplosiva della teca. Un punteruolo spargeva su tutto lo schermo della coscienza l'immensa visione della scatola nera in espansione, quasi a coprire l'orizzonte.
In quel filo a perdita d'occhio dove il confine del visibile era una mappatura certa, alcuni piccoli scarabei molto vicini a me portavano palline di terra e sterco per costruirsi una casa, esattamente sopra alcuni tunnel scavati da insetti di livello cognitivo superiore. Pensai: se io non avevo realizzato quei tunnel, potevo essere paragonato, allora, ad uno scarabeo?
Riflettei.
Mi risposi che potevo esserlo, dovevo soltanto variare la capacità di dimenticare il passato, ricordando ciò che ero stato per paragonarmi, quindi, a ciò ero ora: dovevo riconoscere un infinito nascere e morire nell'ambito di più vite o della stessa, capire che la differenza poteva farla il concepire diversamente il medesimo pensiero nel tempo di un battere di ciglia…
Rimanevano le cose fisiche a delimitare la consapevolezza del proprio stato. Cercarle e scoprirle in compagnia degli stati mentali che dominavano su tutto, sulla noia delle banalità quotidiane…
Sapevo che mi ero fatto impiantare proprio per scacciare la noia delle banalità quotidiane.
Il fiume era lontano e scrosciava di richiami, di canoe, di riti… Tutto udibile attraverso il tunnel che la mia psiche non lasciava richiudere.
Mi sentivo uno scarabeo cosciente di essersi evoluto tramite il passato.