MELTING



Mi accorsi, ben presto, che stralci d'alcuni miei pensieri viaggiavano nelle aree comuni lì, nell'etere. Somme d'informazioni erano codificate in vario modo - dal vetusto 32 bit fino ai 1024 e, maggiormente, fino al possente protocollo senza alcuna base matematica. Alcune parti di me erano facilmente catturabili se solo si preparava un filtro di ricerca grossolano, in grado di identificare parole chiavi banali come anima, umore, archeologia… Non avevo il coraggio di palesarmi altre chiavi di ricerca. Afferravo immagini di me che mi ritraevano in pose mentali di tipo fetale - io rannicchiato in una posizione di difesa e assorbimento contemporaneo. Catturavo altre visioni, quelle sfuggenti di Nora - sembrava sfregiata da spruzzi di vetriolo sparati con casualità da scrittura automatica - insieme con altre emozioni pure che avevano soltanto spessore, tattilità, che mi riportavano immediatamente al momento in cui avevo vissuto quella sensazione. Puro umore. Angosce sparse nell'aria come pasticcini ad un ricevimento. Molte persone, tra quelle che incontravo mentre ero nelle vie, riuscivano ben presto ad identificarmi per il proprietario di quelle immagini da coscienza collettiva. Alcuni tentavano un approccio binario con le mie risorse mentre altri, dopo che avevo rifiutato il loro accesso, o scambiavano informazioni di loro dominio con le mie, sperando di accedere ad altre mie caratteristiche, oppure tentavano - pochi - un approccio verbale. Le mie entrate erano come se fossero protette da un firewall emozionale, non lasciavano passare nulla in entrata che non fosse di mio gradimento. In sostanza tutto. Un segno di grafite tracciato vicino ad un punto d'accesso neurale clandestino identificava l'entrata agli occhi di chi sapeva. Accedervi significava entrare in un circolo privato, in una loggia. Curiosità di sperimentare fino a che punto potevo spingermi. Desiderio di togliermi dalla coscienza, almeno per un po', i ricordi velati di fantasia che ero sicuro di aver vissuto nella nottata. Mi girai intorno, assicurandomi che nessuno stesse prestando particolare attenzione a me. Il cavetto lo avevo sempre appresso; quel filo esilissimo, atomico, mi assicurava indipendenza e a volte l'anonimato che le onde radio non potevano darmi. Di nuovo la sensazione di nausea, proprio nel momento in cui entrai in quel ghetto dalla porta craniale; le difese vibravano per l'allerta che avevo impartito loro. Ondata di calore, incomprensibile, che si avvicinava a folate; quasi un vento del deserto che soffiava da più direzioni. Il canto di un piccolo gruppo di beduini sembrava confermare la natura esotica di quell'immagine ma capii che era soltanto un codice identificavo, dovevo dare una risposta coerente e perciò mi misi ad elaborare tutto ciò che mi veniva in mente pensando a quell'immagine. Forse sabbia? Oppure cammelli? O ancora, predoni… Rumori di rimbalzi intorno a me: l'identificazione era necessaria, pressante. Provai ad inviare immagini di fertile fantasia che descrivevano un quadro di vita tra le dune, valido per un periodo molto vasto - circa mille e cinquecento anni - sperando che qualcosa filtrasse. Nulla. I rimbalzi s'avvicinavano… "Desert" e poi "Fesh Fesh" lampeggiarono istintivamente nella mia mente visuale - la sezione più lenta di tutta la mia psiche forse, ma anche la più elaborata. Era quella la semplice chiave d'accesso, un qualcosa settato sulla falsariga dei vecchi codici d'ingresso, letterali non visuali e per questo in disuso. Avevo trovato quell'algoritmo in base ad elaborazioni probabilistiche cui le memorie genetiche non dovevano essere per nulla estranee. "Ok". "Ok". "Ok"… Infiniti lampeggiamenti di quell'accesso autorizzato apparivano in ogni punto possibile; sembrava di essere in un portale disegnato alla maniera tipica di chi riusciva a trovarsi una propria nicchia illegale per vivere, arredata con un gusto pacchiano e un po' kitsch, basato sul ridondare delle decorazioni. Guardai in giro. Solite offerte di viaggi virtuali a prezzi stracciati, rubati a chi li aveva davvero comprati, oppure piccoli spinotti che garantivano un apprendimento della lingua cinese in sole tre ore. Esistevano mercatini dove si potevano trovare immagini di qualsiasi tipo, anche schede di alcuni inquisiti per ricettazione psichica sfuggiti al controllo delle autorità - qualcuno di quei personaggi era davvero pericoloso, in grado di formattare qualsiasi cervello come se fosse memoria ferrosa. All'interno di quei mercati poi, se solo si guardava bene, si potevano notare zone meno definite delle altre; lì dentro si contrattava liberamente qualsiasi oggetto o psiche, trattando la merce al pari di un sacco di grano o di materiale hi-tech di contrabbando. La questione diventava insidiosa quando non ci si accorgeva che stavano trattando la tua psiche, camuffandola con una partita di nuove applicazioni craniali d'ultima generazione… Non riuscivo a sorprendermi. Tutto era così conosciuto. Ogni dettaglio era prevedibile. Il livello elettrico lì intorno era insopportabilmente elevato tale da friggere le menti d'eventuali spie governative o corporative. Alcuni vecchi portaritratti attrassero la mia attenzione perché adagiati su un banchetto a pochi centimetri da terra; se non si fosse badato a quell'allestimento vi si poteva anche inciampare - o dare una piccola scossa di polarizzazione - quanto bastava per mettere a soqquadro quell'ordine evoluto, cercato. Guardai bene la struttura apprezzabilmente lignea della piccola impalcatura che sorreggeva il mercatino - emulazione perfetta - e le foto in bianco e nero che attiravano ed emozionavano per le impressioni che evocavano di un mondo non soltanto finito ma dimenticato, a fatica riconosciuto come esistito. Scorsi donne vestite come un enorme batuffolo di cotone, uomini con un cipiglio serioso, pretenzioso, bambini cui era negata la spensieratezza di un gioco fissati com'erano, anche loro, in pose plastiche, adulte… Molte di quelle immagini parlavano di due secoli prima, qualcosa che nessun archivio da inserimento craniale avrebbe mai raccontato con precisione. Il senso del passato non mi lasciava mai… Quel pensiero si fissò nella mia mente come un'incisione chirurgica, tagliandomi il cervello in sottilissime fettine degne di un bisturi affilatissimo. "È vero", mi dissi, "non riesco a dimenticare nemmeno per un momento il senso di passato…". Mi guardai intorno. Il mercatino era stracolmo di scaffali apparsi da poco, traboccanti d'ogni cosa passata, di modellini di vetture simili a quelle con cui avevo giocato da piccolo, di cimeli della nonna; vedevo, poi, oggetti di vita quotidiana ormai desueta che erano inutili o dannosi nell'uso attuale. Guardai vecchi apparecchi telefonici con la tastiera formata da dodici pulsanti, oppure scomodi utensili elettronici che servivano per dei primitivi immagazzinamenti di dati primari; non esistevano all'epoca unità elaborative atomiche, farmaci mirati molecolarmente e nemmeno tentativi d'inserimenti craniali…

Ogni cosa, lì, era nel passato… I miei pensieri avevano un marker prettamente rivolto al passato… Il mio intimo pensare mi sfuggiva anche se tentavo di tutto per tenerlo dentro…

Piccoli, insignificanti particolari sparsi per l'ambiente erano dotati di vita propria, come piccoli animali. Insetti. Si muovevano tutt'intorno. Acquisivano una mobilità davvero plastica, assolutamente fedele all'originale ed emanavano suoni criptati, qualcosa da decifrare con chiavi giuste e con un po' d'immaginazione indirizzata nel modo corretto. Insetti colorati in bianco e nero che così si stagliavano sul mondo ipercolorato dell'emulazione. La mia attenzione aveva subito un vertiginoso aumento. Mi sentivo teso, pronto a recepire anche falsi messaggi. Quegli insetti sembrarono interessarsi a me. Io occupato - almeno la metà della mia porzione cerebrale era impegnata da processi autonomi delle mie memorie - non badai con la giusta cautela ai movimenti delle loro zampette che racchiudevano codificazioni genetiche - modo di perpetuare la specie - nei codici a barre luminescenti indistinguibili, quest'ultimi, se visti con occhi non adattati al microcosmo. Loro, gli insetti, si muovevano. Ancora più vicino. Il contatto mi portò tutta una serie imprevista di dati. Penetrando nei pori della mia cute tanti piccoli aghi d'informazioni gassose cominciarono a diffondersi nel mio microcosmo modificandomi anche la temperatura basale, il campo elettrico e l'emotività - intervento software. Mi sentii portato ad un tipo sottilmente diverso di ragionamento. Pensai di essere un semplice contenitore di qualcosa che poteva essere rinnovato, una botte che col passare delle vendemmie ospitava in sequenza molteplici annate. Incautamente non opposi ancora resistenza. Un veleno sotto forma di software gassoso salì attraverso le mie vene ed entrò presto in contatto con il kernel delle memorie. La battaglia che, in assenza del mio tipo d'impianto non ci sarebbe stata, fu violentissima. Il cielo del mio cervello divenne il mondo intero. Il mio impero era minacciato come mai ricordavo lo fosse stato e il serraglio che subii fu davvero stretto; il comando principale, secondario, terziario che m'impartii di conseguenza fu: impedire la penetrazione gassosa di qualsiasi tipo di software alieno. Corrosione. L'aggressività dell'intruso era di tipo corrosivo. Poco a poco vidi cedere le barriere - ero in un sogno poco meno che high-tech ma la visibilità che avevo della battaglia era limpida - in un decolorarsi rapido di tutte le sezioni grafiche e, in seguito, in un assottigliarsi dello spessore delle proteine proprietarie. La fatica necessaria per difendere la posizione diventava insostenibile. Sembrava che la forza degli assalitori avesse energie rigeneranti; dove un'unità energetica moriva l'altra, dalle retrovie, prendeva una forza incommensurabile… Fin quando il cielo, il mio cielo cambiò. Tempesta, forse soltanto una scarica elettrica mutò repentinamente i valori. Non ero più in debito d'efficienza. Riuscivo a rintuzzare anzi, avanzavo verso l'energia gassosa ricostruendo i miei spessori, ricacciando indietro la corrosione. Cominciai a rivedere tutto l'ambiente virtuale. Gli insetti che non erano rimasti sul terreno fuggirono in un ordine sparso che mi fece lampeggiare in mente un concetto e un'icona: sconfitti che vagano in tutte le direzioni senza che alcuno li coordini; fuga…

…Odore di cera nera tra le mie dita… Profumo… Luce accecante…

Ero uscito dalla connessione craniale. Mi sentivo stanco. Spossato. La luce del Sole era dritta nei miei occhi, tutt'intorno e non poteva non darmi fastidio. Se solo avessi avuto un paio di sunglasses da filtraggio delle realtà non volute avrei potuto escludere dalla mia vista anche tutti gli individui che, a pelle, non sopportavo di aver vicino; oppure, avrei potuto tranquillamente omettere le info che arrivavano ai miei sensi da un canale secondario di news pettegole…

…Tutte quelle persone per strada stavano ancora leggendo le mie parti condivise, presenti nell'etere…

* * *

Il delirio di certa musica neoelettronica mi sorprese mentre stavo entrando in un bar per un caffè. Fui assalito da quelle note dissociate, frutto di strumenti puramente elettronici; diversamente dalla filosofia che aveva ispirato le melodie nei sessanta anni passati, il ritmo elettronico si costituiva soltanto di note subsoniche, appena percepibili dall'orecchio umano ma non per questo disadorne di cadenza, di melodia perversa. Ordinai qualcosa da bere ed anche da mangiare. Era pomeriggio tardo e non desinavo più dal giorno precedente, quando ero in albergo. - Un toast, per favore… - Si colleghi lì per favore… - La voce del barman era perentoria. Vidi la boccola di collegamento incrostata, troppe persone si erano connesse da quell'ingresso per effettuare il pagamento ma nessun inserviente aveva mai pensato di pulire quel plug-in. Provai disgusto soltanto a vederlo. - Le pagherò con un accredito via iride. - Gli dissi in tono accomodante. - No, si colleghi in quel punto per favore; è solo un link di basso livello che non esce sulla rete principale e… - Non se ne parla proprio. - Aggiunsi perentorio, scocciato, con un moto di stizza nei miei gesti. Mi alzai, scansando con un gesto d'irritazione e d'indisponenza la tazzina di materiale termoisolante da me. Agenti senza il distintivo da rete si avvicinavano. Ricordai l'intrusione della fondazione, vari altri giochetti illeciti che avevo combinato. Decisi che dovevo uscire da lì, alla svelta e senza aspettare domande. Sembravo un agente dei servizi segreti. Forse apparivo, invece, soltanto come l'ultimo dei furfanti, il meno scaltro e il più idiota. Riuscii in ogni caso a dileguarmi tra la gente del bar e ad ingannare quei due agenti per la verità un po' troppo impreparati. Ero ancora all'aria aperta ma la fame e la stanchezza erano in agguato. Pensai che forse non avevano avuto modo di identificarmi dalle cam a circuito chiuso del locale che, in ogni modo, non sembravano così dettagliate da leggere l'iride dei clienti - confidavo nella parsimonia del gestore del posto. Respirai più profondo che potessi.

Vagare per un po' per la città mi parve una buona soluzione, potevo così permettermi di tornare dopo un po' verso il mio albergo, controllando che nessuno mi stesse aspettando. Sapevo che se mi avevano riconosciuto potevano braccarmi in ogni angolo del mondo, semplicemente captando le mie onde radio da connessione; speravo però che l'inibizione che avevo attuato a corto raggio li costringesse a cercarmi soltanto presso una zona ristretta… Ogni angolo della città, scoprii ora con raccapriccio, era davvero troppo antico, più di quanto potessi sopportare. Tremolavo come la luce che mi arrivava di rimando. Osservavo qualunque posto pullulare d'ogni sorta d'individuo, anche di coloro che aspettavano spegnersi la propria fiammella vitale. Un'impressione di musica barocca mi accompagnò per tutto il percorso; un pianoforte o forse, più propriamente, una pianola mi aprì le porte della percezione più di quanto avessi sperimentato in precedenza. L'onda di tristezza si fece di nuovo avanti, originata dal passato. Tristezza mista a follia, notai. Molti dei trapassati erano lì presenti, intorno a me, mentre cercavo in tutti i modi di non notarli; si affannavano a ripercorrere le fasi salienti della loro esistenza, le perfette follie che avevano compiuto dettate da posizioni mentali fuorviate. Qualcuno di loro prese a seguirmi, mi trovai a radunare nuovamente un codazzo degno del miglior pifferaio magico… Ero stanco di tutta quella storia. Non ero impaurito ma, ripensando a come avevo cominciato, capii che avevo soltanto nostalgia di Nora, che ero stato trascinato in quel gorgo per la sola forza del suo ricordo.

* * *

Il suono della notte era potente dentro di me. Solo in quelle condizioni pensai di tornare verso il mio appartamento cercando di capire, così, se qualcuno stesse sorvegliando il mio alloggio. Nessuno, nulla in vista, pensai sbirciando di sottecchi da un angolo immerso nel buio della notte calata da poco.

Chiesi al portiere in tutta fretta di darmi le credenziali per entrare; domandai se c'era qualche messaggio che m'attendesse… - Sì signore, un altro memo… - N'è sicuro? - Balbettai… - Eccolo… - Mi sorrise beffardo. Dovevo dargli un compenso extra? Non ne volevo sapere di ragionare in quel momento. - Senta, cortesemente, può darmelo domattina? - Gli feci un rapido occhiolino che lui parve comprendere. - Guardi domattina fino alle otto ci sono io… Se lo desidera può chiamarmi entro quell'ora… - Mi posò in mano quell'oggetto, facendomi capire che l'accredito avrei potuto farlo con calma, l'indomani… - Va bene, va bene… - Dissi rassegnato.

Non desiderai altro che dormire di un sonno profondo, anche per quella notte. La mia stanza mi attendeva coi soliti schermi piatti in pieno fermento. Questa volta rimandavano immagini decadenti, artistiche composizioni di corpi decomposti ma non scheletriti. Ogni cadavere era destrutturato in giochi macabri ma non pornografici. Guardai rapito quell'enorme pugno nello stomaco arrivarmi dritto fino alla coscienza. Mi sembrava poesia. Credevo fosse arte, anche se raccapricciante.

Mi addormentai convinto che qualcosa stesse giacendo accanto a me, proprio mentre cominciava la configurazione della sua decomposizione pilotata, affascinante, realistica. Percepivo fiamme nei sogni che non avrei ricordato la mattina al risveglio, se non quando avessero inferto ferite profonde nella mia anima.



Un gelo pungente, insidioso perché sottile stava penetrando dentro di me. Aprii gli occhi, sorpreso, già sveglio. Il freddo che sentivo non proveniva da fuori, lo avevo dentro. Passi minimali di una sensazione… I miei organi interni erano rallentati. Le funzioni che essi espletavano sembravano essere diminuite. I movimenti dei miei arti sembravano limitati. Girare la testa poteva significare attendere dei minuti per sentirmi pronto a farlo. Sembrava stessi vivendo ancora dentro un sogno, come se io fossi stato una crisalide nell'attesa di uscire dal bozzolo. Un senso di smarrimento non totale ma insidioso mi faceva credere di essere altrove, non nel mio letto in albergo. Ricordai. Guardai verso il mio comodino: il memo era ancora lì, nell'attesa di essere iniettato. Rimasi fermo alcuni istanti pensando se prima dovevo far colazione o meno, se dovevo farmi una doccia o rimanere così com'ero. Stetti come un esecutore nell'attesa di ordini, come un qualcosa che cicla attendendo lo start che non arriva mai. Tirai su con il naso, come se dovessi decidermi e presi quel piccolo oggetto. Lo inserii. Provai dolore, il solito dolore cui non volevo mai abituarmi. Lo scenario entrò con una dissolvenza più curata del solito. Senza traumi, mi trovai in un ambiente diverso della camera che le altre volte si era sovrapposta, come scenario, ai movimenti di Nora; i miei impianti stavano davvero imparando a ritmo serrato cose molto funzionali…

L'interno di un sepolcro. Pietra grigia non troppo lavorata, una manovalanza di basso rango aveva realizzato quel piccolo manufatto funebre. Alcuni sarcofagi in pietra erano appoggiati lungo la parete. Su uno sedeva Nora…

- …Sì Julian, o Aurelio, siamo qui… Ci abitiamo da molto tempo ormai… - Perché mi hai portato qui? - È l'unico modo che ho per farti prendere coscienza piena di cosa siamo, ora. - Tu credi sia importante? - Sì. Se tu non fossi venuto qui non avresti potuto dire di essere giunto vicino alla meta del tuo viaggio. Riflettei… - Ammesso che ciò che dici sia vero, che questa è la nostra casa, che te ed io siamo due anime antiche ritrovate nel presente… Che era importante farmi conoscere questo posto; se tutto ciò fosse vero o lo fosse solo in parte, perché… Perché dovrei essere vicino alla meta? Dovrei averne una? Qual è? - Tu non vedi la destinazione, vai avanti passo dopo passo; sai bene, però, che ogni azione porta ad un risultato… Tu hai voluto cercare Nora, forse perché la parte più recondita di te cercava altro… cercava me, te, cercava questo posto… - Forse… - Forse… - Il suo sorrisino malizioso era una stilettata alle mie emozioni. Mi teneva in bilico su un sottile filo emozionale dove tutte le vie di fuga erano bloccate. Cercai nei suoi occhi, così fittamente elaborati da algoritmi d'intelligenza di Nora, un qualche movimento, una luce, un brillare fuggente che potesse aiutarmi a capire… Nulla. Un vuoto totale. Sembrava che la vita avesse abbandonato quel corpo e lo avesse lasciato fisso nella sua ultima espressione. Era esattamente quello che stava accadendo all'emulazione dentro al memo. Guardai negli angoli in cerca di qualcosa e scoprii in alto a sinistra, quasi nascosto, uno scorrere di numeri a ritroso: scansioni di secondi che mancavano al dissolvimento della scena… Ne mancavano sedici. Guardai bene l'immagine del sepolcro, probabilmente fedele a quella dove io - Aurelio - e Lucrezia eravamo stati sepolti: sembrava simile a qualcosa costruito tanti secoli addietro, come sei i links dimensionali dentro di me avessero percepito, visto… Quattordici. Piccole scossette in scomparsa cominciavano a mostrare la dissolvenza incipiente del memo… Dieci. Nove. Otto. Un profumo particolare, simile a muffa o forse a muschio, penetrò nelle mie narici lasciandomi sognare sulle associazioni che mi venivano spontanee. Un bosco, dell'erba che cresce verdissima e fitta, molto corta sotto gli alberi dopo che una pioggia intensa era scesa polverizzata sul sottobosco. Odore di fresco. Fantasia… Sette. …Corse solitarie, aroma notturno, fantasia lasciata a briglie sciolte come quando ero ragazzo, adolescente… Sei. …Quando fantasticavo sui fantasmi che abitavano la mia mente, nel posto dove abitavo, tra la gente che incontravo… Cinque. Quattro. Tre. …E speravo di trovarli sempre sulla mia strada quegli spettri, cosicché potessi avere i brividi addosso e sentirmi parte di un mondo alternativo, lontano eppure vicino, dove io ero perfettamente a mio agio… Due. …Dove nessuno poteva entrare se non lo avessi voluto; io il Re, l'Imperatore, l'Imperatore… Quel titolo mi aveva sempre affascinato… Potenza assoluta… Uno. …Io assiso sul trono a cercare le forme della Potenza confacenti al mio modo d'essere, cosciente che erano state emanate da altre entità impalpabili, avvolgenti, oscure, vischiose intorno a me… Dissolvenza.

Si era dissolto… Il mondo intorno a me si era dissolto e n'era apparso un altro, meno intrigante, meno affascinante, meno importante… Ero di nuovo nella mia stanza d'albergo. Immobile, mossi soltanto gli occhi alla ricerca di qualcosa. Mossi pian piano anche il resto di me stesso cercando di rimanere coerente con i miei sensi, di non disperdere quello splendido senso di favola che avevo addosso, che un tempo ricordavo di conoscere così bene. I quadri rimandavano ora paesaggi agresti e vecchie musiche neopagane, dove si celebrava la Natura e la sua potenza, dove il rimpianto di un paesaggio selvaggio giungeva dal profondo dell'anima, strozzato come un pianto. Immensità dell'anima. Mi sentivo svuotato in quelle vastità, come se mi mancasse qualcosa di davvero importante, anzi, d'indispensabile… Tolsi il memo. Mi stava dentro senza averne più i diritti. Stava facendomi troppo male. Ebbi la sensazione che mi fosse stato richiesto di fondermi, di sciogliermi con un mondo solo in parte mio, posto appena nei miei pressi. Sentivo un richiamo forte, insostenibile e capii che non potevo mancare l'occasione. Sintetizzavo in me quella situazione con l'immagine di essere a cavallo di due universi mentre li dominavo entrambi; volevo viverli senza dover rinunciare a nulla, nemmeno alla sanità mentale. Il trasporto che sentivo verso quella condizione era assoluto, avvolgente, coinvolgente; era molto più intenso del desiderio che avevo mai provato per Nora o per qualsiasi altra donna; dovevo - sentivo proprio questo: un dovere - affondare in quel coinvolgimento come tra due guanciali così da vivere in un mondo onirico, splendido, affascinante… …Esattamente… …Onirico, esoterico… Le due realtà tra cui mi dimenavo sembravano essere simili, capaci di dare a volte le stesse sensazioni; come due mondi di fuga essi erano in antitesi e, tuttavia, in comunicazione… Ricordavo di averlo capito concettualmente poche notti prima. Ricordavo di aver sentito che quella era una comprensione importante. Ricordavo di essermi sentito esausto dopo, di non essere stato capace di sviluppare la cognizione in quel momento.

Il momento era arrivato, ora. La volontà di trascendere era consolidata - la vedevo come un'icona nel mio cervello, lato visuale: una figura vestita con un telo nero che vagava in un mondo di tenebre e tecnologia alternate. …La musica dai quadri era sempre neopagana, poneva l'accento sul legame intimo, implicito della natura sulle cose: mondi che si compenetrano, che fanno slittare le sicurezze vacue costruite su basi povere.

* * *

In rete l'argomento era trattato spesso con dilettantismo. Non c'era un solo posto dove potessi recuperare informazioni precise sulla necessità di vivere contemporaneamente in due o più domini non omogenei. Cercavo, cercavo continuamente senza riuscire a trovare nulla di soddisfacente, soltanto piccoli trattati scritti da qualche esaltato; eppure, l'argomento di ricerca mi sembrava soddisfacente, avevo messo come termine di confronto proprio la fotografia emozionale del mio stato d'animo mentre ero in visione dell'ultimo memo, durante la dissolvenza… Ognuno, poi, sembrava viverla a modo proprio questa necessità, nessuno la sentiva come la percepivo io, ogni occorrenza trovata mi rimandava indietro sensazioni di trasporto banali, soltanto desideri di giochi, di divertimento fine a se stesso. Sussultai. Mi ero accorto di non essere solo. Con la coda dell'occhio, cancellando i comandi di perlustrazione della rete, percepii ancora dei movimenti di sfuggita, un'ombra che si muoveva sinuosa verso l'esterno del mio campo visivo. Contemporaneamente, fui pervaso da una sensazione connettiva, un tentativo di entrare in contatto con la parte più intima di me. Mi sentivo pieno di brividi, i capelli erano diventati improvvisamente carichi d'elettricità statica. Cori di una sola voce, clonata infinite volte risuonavano da ogni sezione della stanza verso me. Potevo scivolare sotto un tappeto fatto di frammenti percettivi. Potevo avanzare verso ogni mobile lì presente e penetrarvi… Improvvisamente avevo superato un limite fisico… Entravo in ogni molecola che costituiva gli oggetti. Accanto a me migliaia d'anime. Intorno a me un infinito di facce anonime che mi guardavano e che io potevo osservare nel fondo della loro anima, una per una. In un dettaglio atomico impossibile a descriversi fino nei dettagli riuscivo a scovare le caratteristiche di ognuno come se leggessi una ROM installata in loro; mi risultava possibile dividere particelle infinitesimali con la sola potenza della volontà e ogni microcosmo - sentivo vero e vivo questo discorso in me - era indifferentemente un volto o una molecola di polimero del quadro. Ero in uno stato d'attenzione esaltata. Volevo scrivere. Mi trovai a leggere i miei desideri su una lavagna luminosa dove avevo trasferito i miei byte cerebrali. La lavagna appariva in ogni posto che immaginavo - pensai di star trasferendo insieme al codice anche indicazioni di locazioni. "Essere in compagnia d'angeli lucenti", mi apparve quell'icona come un'insegna baluginante nella mia mente…

Non avevo paura. Razionalmente, pensavo che un tale dispiego di energia transmateriale esistesse sempre, anche quando non ci si accorge di percepirla; sentire però di esserci in mezzo è davvero un'altra cosa: piccoli respiri, sussurri appena percepiti tanto da lasciare il dubbio se sono stati fruscii del vento, poi ancora brividi provati fino alla radice d'ogni pelo, e un sommarsi minimale di miriadi di particolari che creavano un risuonare di vibrazioni isolanti, d'universi distaccati… Gli angeli lucenti erano sopra a tutto. Erano esseri luminosi forse non così positivi come la luce che emanavano sembrava indicare… Un movimento torvo degli occhi, i loro, e subito nuvole buie precipitavano da un'altezza immensa addosso alla mia mente, inondandola di un diluvio d'acqua nera che macchiava indelebilmente i miei pensieri, tutti. Scendevo in basso con tutta la corrente di un torrente d'acqua nera. Scivolavo su rocce taglienti verso una profondità immensa, spaventosa, accartocciandomi su me e roteando, rotolando senza nessuna fine di continuità. Sperimentavo una catena infinita di pensieri dove il tempo era dilatato, dove io impersonavo migliaia di volte la mia esistenza in ogni ruolo possibile, in ogni situazione che avevo vissuto reiterandola decine di volte, soffrendo desideri e pene infinite… Ancora manifestazioni naziste che si svolgevano davanti a adunate oceaniche, immerse nel buio macchiato da torce medioevali… Brividi profondi sulla schiena… Roteavo, mi giravo su quel letto di pietra tagliente, mi macchiavo di quell'acqua così fetida… Morivo ma soltanto un po' e a turno voci di cui non potevo vedere l'id mi sussurravano da dietro frasi empie, ponevano l'accento sulla mia posizione mortale per brevi attimi - ero convinto che i loro deliri avessero avuto significato se fossi stato in grado di sentirli recitati nel senso inverso…

La paura mi faceva sbiancare. Ancora voci intorno. Altre. Intrecciate. - Piacere… - Fede… - Tempo… - Visione… - Fede nella visione… - Il tempo di aver piacere… - Tempo e visione, tempo e piacere… - Il tempo di aver piacere nella visione, nessuna fede, nessuna fede… Tutte le voci si erano risolte a parlare con un senso compiuto dopo aver esplorato teorie disgregate... Sembrava un'invocazione da rito: una vecchia, antica invocazione. Tutti i suoni rafforzavano il profondo senso di terrore che infondevano singolarmente. Ero davvero isolato in una moltitudine ostile che mi dominava. Un'immagine di qualcuno che stava per pronunciarsi mi tempestò ripetutamente, con anteprime immaginifiche della sua voce che stava per arrivare e anticipazioni sonore: la parola "Splendi" era preceduta da alcuni istanti di sppppp…

Nora non era con me. Improvvisamente avevo capito cosa mi spaventava così fortemente di quella situazione: l'avevo seguita nel percorso delle ombre per cercarla nella sua essenza, ed ora mi trovavo in un gorgo spaventoso senza sapere dove lei fosse. Mi guardavo intorno affannosamente ma non mi riusciva di trovarla, la chiamavo mentalmente volte su volte senza avere risposta…. Spostavo così il senso d'attrazione verso quelle forme oscure. Precipitavo sempre più. Infiniti echi aumentavano tutt'intorno. Udivo parole dal significato oscuro. Ogni particolare che percepivo era deviante, assolutamente buio e dotato di una forza primordiale oppressiva, schiacciante…

Nora… Nora… Non era vicino a me…

I contorni della scatola apparivano bui e imperfetti, ogni luce che proveniva da fuori riluceva scura. Lo spigoloso era divenuto notevolmente appuntito e tendeva a bucare qualsiasi cosa vi si fermasse sopra. Voli di fantasia entravano nella scatola e si perdevano ma la differenza dallo smarrirsi nell'ambiente esterno non era apprezzabile: ovunque era scuro. L'involucro appariva imploso, tutto il suo contenuto era compresso; il fastidio, lì dentro, era una sensazione affilata, misteriosa.



Fare parte di un altro regno. Ricordare in modo vago, lontano, dove ero fino a poche ore prima gravava sulla mia coscienza con un peso insopportabile. Ero imbrigliato, trattenuto in un ordine di grandezza atipico dove l'ingresso era delimitato dai sogni o da istanti di magia; l'imponenza esoterica delle percezioni si sommava ad altre impressioni: un mare nero dove, gorgogliando, stavo per sfociare. Un'enorme porta di pietra si avvicinava percettibilmente; il soglio era formato da un arco di pietra scura, intagliata con lettere di un alfabeto che non conoscevo. Intorno solo silenzio innaturale, profondo, non riuscivo a sentire nemmeno i miei battiti cardiaci; mi resi conto che ero in un sogno, un sogno non mio. Stavo muovendo verso un prato in fiore, in compagnia. Camminavamo e sfioravamo i nostri sguardi in momenti non predeterminati. Un senso di ovattato premeva su di noi, soprattutto su me e così osservai le mie mani, così affusolate, così non mie; riconobbi l'altro con cui ero: Constantine. Io ero Nora. Frammenti di un ricordo che stava diventando mio insieme con gli altri; mai come in quel momento percepii la fusione di Nora in me. Ricordavo brani di vita non mia che ora, veramente, coincideva con me. Il senso di rapimento, di dipendenza quasi fisica da Constantine emergeva poderosamente e non lasciava respiro, non faceva pensare a null'altro che alla paura di perdere quel contatto. Nora doveva aver vissuto momenti di passione sconvolgente e l'aver perso il soggetto dei suoi pensieri l'aveva prostata, inaridita dentro perché nulla poteva più sostituire quel senso di pienezza. Sentivo l'affetto di Nora, lo vedevo pienamente colorato come in un sogno craniale indotto, dove i colori sono saturi quasi innaturalmente e particolarmente vividi. Sentivo i pensieri rivolti esclusivamente a Constantine come se lui fosse diventato l'unico motivo e fonte di vita per lei. In quel sogno notai elementi bizzarri. Cortei d'anime si muovevano lentamente sullo sfondo dell'orizzonte di Nora, non visti da Constantine ed erano evanescenti, opalescenti come ologrammi mal calibrati. Camminavano in linea retta non curandosi di chi li guardava - sembravano non vedere nessuno - Nora sembrava considerarli soltanto un contorno visuale, nessun'importanza da attribuire loro. Sembravano cantare.

Ero sotto l'arco, ci stavo passando. Parossismo che sembrava entrare in una fase di spasimo. Tante visioni mi assalivano e abbandonavano contemporaneamente, sembravo essere diventato un punto d'attracco e di partenza per tutte le immagini che vagavano libere da legami; identificai piccoli scarti psichici di migliaia di menti, lasciati liberi di navigare fino all'autodistruzione o all'aggregamento. Ancora frammenti di coscienze non mie. Ero tempestato da continui punzecchiamenti, fastidiosi come uno sciame di mosche che non permette di dormire. Avevo desiderio di fermarmi a riflettere. Avevo bisogno di riposo e invece l'attacco verso me serrava le fila, non mi lasciava respiro. Foto in bianco e nero di un prato in sequenze successive, rapide da non lasciare il tempo di pensare - fastidiose per il senso di sbigottimento - erano portate alla mia attenzione da aliti di vento inesistenti - non ce n'era traccia, eppure quelle immagini svolazzavano - e mi riproponevano il momento in cui un gruppo di persone era falciato da un malessere simultaneo, sconosciuto. Guardai volte su volte quella sequenza fino a quando non riuscii a distinguere nelle cause invisibili movimenti d'energie luminescenti, soltanto lievemente convesse, tattili. Notai i loro movimenti d'accerchiamento, i bisogni di farsi udire e vedere chiamando il gruppo sacrificale… Formato da amici che conoscevano... Li vidi cadere tutti, in quella comitiva, vittime di malori simultanei… Il senso di dolore profondo che usciva da quelle immagini diventava gassoso, si disponeva intorno a me per essere riconosciuto quasi io stesso fossi un ambasciatore… L'ambasciatore del mondo usuale, vivo, che entrava in contatto con qualcosa che era dall'altra parte. La mancanza di via d'uscita. Il fiato che mi mancava per quanto era intenso il campo emozionale. Un buco nella testa che mi doleva. Il buco da cui tutto sembrava entrare e uscire, anche le mie sensazioni, i sentimenti. Avevo la sensazione di essere dentro ad un veicolo lanciato a velocità spaventosa senza che potessi far nulla per governarlo, se non guardare fuori del finestrino ed osservare il paesaggio che correva lontano, imprendibile, sfuggente nei dettagli tanto da riconoscerne, grossolanamente, soltanto i colori, le forme frastagliate, i ricordi evocati sommariamente… Ancora reminiscenze a sommarsi ad altre non mie. Io correvo sempre più forte ed osservavo mestamente, con un filo di tristezza, i miei lineamenti deformarsi per l'alta velocità. Sentirsi afflitto e inutile. Umore basso. Il buco aumentava la velocità di transito degli oggetti attraverso esso. L'acquitrino - anch'esso - sembrava precipitare in quel raggio d'influenza. Partiva da lontano e piano, ma inesorabilmente, si avvicinava al gorgo denso di caos: entropia massima…

L'arco di pietra era appena passato dietro di me. Continuavo a scivolare su un letto di roccia aguzza. Sentivo l'impressione di tornare verso il mondo dell'infanzia dove ogni azione è conseguenza d'innocenza allo stato puro, dove ogni ricordo è rivestito di semplicità ad un solo livello. Ecco: i miei pensieri avevano preso ad obbedire ad un regime dove ogni bisogno andava soddisfatto subito, senza una motivazione arzigogolata ma soltanto perché sembrava naturale fare così. Non esistevano regole stabili. Un sorriso si formava solamente perché esplicava soddisfazione banale, semplice; un appagamento era immagine di un ricordo da condividere con chi vi aveva partecipato… L'anima minuta che tornava al punto embrionale di partenza.

Silenzio. Ancora il suono del silenzio intorno. Dentro.

La porta d'accesso appariva passata. Insieme con me sembravano esserci passati due metodi d'accesso, che somigliavano a modi di maneggiare vecchi oggetti di programmazione ad oggetti - antichità classica di logica: uso di metodi onirici ed esoterici. Ero in un limbo dove ogni molecola aveva una storia, un bagaglio di ricordi organici e inorganici che si dispiegavano costantemente sotto la mia attenzione a quel punto satura, bisognosa d'aiuto. Guardai insistentemente dentro di me cercando un modello di boot che potesse aiutarmi a ribaltare l'equilibrio psichico, tendente a leggere soltanto ciò che era scritto nel microcosmo. Quanti… Particelle subatomiche. Modelli atomici. Logica di velocità degli oggetti piccoli che passavano da una dimensione ad un'altra cercando scorciatoie. Io ero un piccolo corpuscolo cognitivo in grado di trovare espedienti. Mi muovevo verso la coscienza di grandi estensioni e mi accorgevo dello spazio profondo collegato a quello storico. Dimensioni d'esistenza. Ragnatela di cause e concause dove si perdeva il ricordo di chi aveva scatenato cosa… Presenze intorno a me. Forti. Non discrete. Impressioni di voci molteplici che mi parlavano contemporaneamente raccontandomi ennesime storie d'ordinaria tranquillità, di dispiacere fatto stantio e stratificato; vicende dimenticate o mai conosciute che vividamente risaltavano nel grigio di una tristezza atemporale, nel piattume immenso senza fine. Forte senso di paura. Anima insidiata. Particolari di una stanza vuota dove chi vi entrava non percepiva altro che odori e visioni fuggenti. Un volto di un uomo molto vecchio si dipingeva su uno specchio, debolmente; erano sufficienti poche linee per tratteggiare dei lineamenti tirati e scavati, in un gioco d'espressioni che penetravano nella psiche di chi osservava. Inquietudine che aumentava e lasciava giocare le immaginazioni in un bizzarro movimento di ombre che ferivano, con l'evidenza che qualcosa si era modificato nella fisicità di un luogo prima assolutamente banale. Il freddo di una sorpresa imprevista che assaliva con tutta la potenza di un movimento non considerato. Panico… Microcosmo.

* * *

Guardando da sopra vidi una scena cruenta di confusione e scioglimento. Osservavo la porta onirica ed esoterica fondersi ed assorbirmi, trascinarmi in un modello d'energia a me alieno. Un blocco di memorie genetiche mi teneva saldo su un lato che mi permetteva di comprendere la disfatta e di rifocillarmi psichicamente; esse mi fecero attingere alle risorse mentali, coscienti che la mia fine avrebbe coinciso con la loro. Il mio corpo era disteso nella stanza d'albergo, svenuto. Nora era persa in qualche piega mnemonica e il mondo di Lucrezia, d'Aurelio…

…Si svolgeva. Insieme interagivano nel buio di un tempo fermo, nell'attesa che le loro energie si esaurissero definitivamente. Ritrovarsi dopo secoli. Si ritrovavano perché gli eventi tornano dopo un circolo immenso e riportano sempre allo stesso punto chi ha avuto pazienza d'aspettare… L'accesso sotto l'acquitrino era un brulicare di spettri che andavano lentamente verso l'ennesimo rito al fiume; essi salivano sulle loro barche, remavano verso il punto dove il sommo sacerdote officiava un rito millenario. Io ero lì. Parte di me era lì.