MEMORIA GENETICA |
Le possibilità espanse della mia fisicità erano elevate. Potevo essere ovunque e contemporaneamente in altre decine di posti. Contemplavo un universo di cognizioni sterminato dove ogni dato si rispecchiava in un ordine energetico; matrici d'informazioni erano alla portata d'ogni mia azione e potevo accedervi soltanto volendolo, compiendo un breve viaggio che si svolgeva su autostrade sconosciute alla normale comprensione umana. L'aver abbandonato la condizione normale ed essere, a tutti gli effetti, completamente postumano, cambiava radicalmente le cose, anche in alcuni aspetti che mi erano ancora sconosciuti in quel momento.
La vita convulsa degli agglomerati urbani penetrava fin dentro gli appartamenti con le modalità di connessione casalinga, in grado di strutturare molteplici livelli d'accesso ai dati - anche ai propri - in funzione di una difficoltà graduata nel maneggiare movimenti virtuali immersi, tutti, in un universo potenzialmente infinito, senza tempo. Le autostrade di dati apparivano, conseguentemente, perennemente intasate da tagliole concettuali dove alcuni blocchi ideali si annullavano con altri di segno opposto. Il buio elettrico che dominava ogni transazione si lasciava guardare, con discrezione, da coloro che in quel momento erano collegati e stavano eseguendo attività. Sembrava di assistere ad un tramonto rimappato su uno sfondo elettronico, dove al posto dei colori vivaci esisteva uno scenario assorbente, ronzante d'elettricità oscura, non impegnativa.
Io guardavo tutto ciò con occhi avidi. Stavo imparando ogni cosa mi sembrasse correttamente coerente - in sostanza tutto - con gli occhi della mia nuova condizione. Come un bambino dovevo affrontare nuovi passi, nuovi apprendimenti, una crescita che si prospettava folgorante.
Mi guardavo disteso nella stanza. Gli occhi che tenevo chiusi non potevano vedere il discreto disordine che si era creato nelle ore che vi avevo soggiornato - il letto disfatto, bicchieri spostati, vestiti adagiati alla rinfusa, memo e pastiglie buttate lì sulla moquette distrattamente. Il coma che governava il mio stato psicofisico era profondo e ben poco avrebbe potuto fare un neurologo. Sapevo quanto le mie energie psichiche native fossero state annientate. Sapevo che io ero migrato, in parte, altrove.
Cercai un contatto neurale con le memorie genetiche che mi erano state accanto discretamente. Mi sentii osservato, a quel punto. Era come se esse stessero aspettando un segno di maturità da me, un cenno di vita.
Vento che proveniva da un nulla assoluto, ma vero.
- Dove siete?
- Intorno a te Julian, anche dentro di te.
- Dove siamo?
- Siamo ovunque.
- Ovunque?
- Sì, hai visto che possiamo spostarci in ogni punto dimensionale, solo volendolo; anche tu lo hai fatto, no?
Riflettei. Era vero…
- Avete detto, siamo… Perché siamo?
- Tu sei come noi Julian; è vero, non hai supporto fisico biologico ma anche noi non lo abbiamo più, si è sciolto col passare del tempo dentro alle tue sinapsi, come ben sai…
- Sei esattamente una memoria genetica come noi ora… - Aggiunse un'altra voce, vicina alla prima.
- Spirito allo stato ideale, voi come me; giochiamo sullo stesso piano. - Aggiunsi.
- È così… siamo nell'aria con la nostra indefinita capacità di comprendere.
- Perché mi avete tirato fuori da quel buco?
- Se tu fossi finito per intero in quel pozzo nero noi ci saremmo estinti, il tuo corpo sarebbe morto e noi con loro; ti abbiamo dato consapevolezza affinché tu potessi riconquistare il controllo del tuo organismo. Avevamo bisogno di una vittima sacrificale e forse raramente una descrizione può essere così appropriata alla situazione: l'Io caduto nel buco è stato sacrificato in un rito antichissimo…
Stetti alcuni istanti in silenzio. Meditavo su quanto mi era stato raccontato. Io memoria genetica... Rasentava la follia quel discorso. Io ero una psiche umana, facente parte integrante di un organismo sano…
- È follia! - Dissi.
- No, è solo una delle realtà possibili. Tu stai vivendo in quella dove la tua capacità cognitiva è stata codificata come autoconsapevolezza indotta, in altre parole: memoria genetica.
Ancora silenzio da parte mia. Visioni di prati e di costruzioni antiche, medioevali, sullo sfondo di un paesaggio urbano. Senso di mistico, di patinato riportato verso l'antichità che circondava le sensazioni con un bellissimo significato di sicuro: l'insieme che è passato è già accaduto e non dà problemi, nessuna sorpresa; qualsiasi cosa è diventata perfettamente prevedibile, senza rischi, accaduta. Mi vedevo lucidamente; se avessi scelto di continuare ad essere umano e quindi rifugiarmi e vivere di nuovo nel mio corpo, come un vegetale, senza capire dov'era finita l'altra parte di me, sarei precipitato verso la fine: nessuna sorpresa, tutto già svolto e la sicurezza di essere al traguardo. Altrimenti, potevo accettare la nuova sfida: una frontiera sconosciuta, tutto da imparare e l'eccitazione di un mondo assolutamente nuovo…
- Accettare, per fare cosa? - Dissi.
- Riconquistare o meglio, conquistare il tuo organismo, essere Julian ma in mondo nuovo, inedito.
- E voi?
- Saremo con te, lo abbiamo detto: non ci siamo mossi per puro spirito di conquista scientifica. Senza di te saremmo sicuramente morti.
- Andiamo… - Dissi con decisione.
* * *
L'ingresso non fu troppo agevole. La resistenza dinamica, puro fattore fisico, era alta; sembrava difficile intaccare il circuito proteico dei neuroni con assalti di pura impronta psichica.
Provai, provammo a studiare vari tentativi d'accesso alternativi, capendo che stavamo lottando anche con un fattore progressivo di necrosi dell'organismo: lo stato di coma stava degenerando verso una vera e propria morte psichica.
La mossa decisiva fu destrutturare alcune proteine ed inviare un messaggio psichico di mimetizzazione al cervello, in modo che le memorie - io con loro - potessero aver tempo di penetrare nel circuito elettrochimico della parte intaccata. Non appena l'azione riuscì l'influsso psichico di copertura poteva essere interrotto.
Ero dentro.
L'organismo mi parve parecchio debilitato, dovemmo fare un gran lavoro d'organizzazione per mettere su di nuovo tutte le energie filamentose di sostentamento. Passarono i minuti. Lo sforzo organizzativo era immane, un corpo agonizzante ha valori di mantenimento parecchio alterati.
Riaprii gli occhi.
La prima cosa che osservai furono gli schermi piatti in trasmissione di figure astratte: flat mentali; la mia comprensione d'ogni linea e curva andava oltre la possibilità di capire in maniera derivata. Io potevo conoscere un affascinante mondo che era nascosto lì dietro, che stava solo attendendo di essere svelato: universi matematici a densità estesa, cosmi artistici creati con la potenza infinita di un calcolo apparentemente arido. Pensai: ogni scienziato è un supremo artista.
Poi, osservai il resto della stanza, e sentii alcuni rumori…
Bussavano.
- Sì? - Ero vicino alla porta, pronto a dare il comando d'apertura.
- Servizio in camera Mr. Lind…
* * *
Camminare tra la gente, con un'innovativa consapevolezza, aiutava a comprendere le cose con una nuova luce, come se mi fossi sentito rigenerato. Osservare gli sguardi, gli andamenti e abbozzare un ascolto dei pensieri altrui comprendendo lo svolgimento psichico di ognuno di loro, disegnando i profili delle personalità che più m'incuriosivano, era al contempo un'operazione molto facile e sconvolgente, perché mai sperimentata.
Mi sentivo in pieno recupero, non avevo ancora preso il completo possesso della mia personalità reintegrata e la presenza delle altre memorie accanto a me - importante supporto psichico - mi faceva vivere ogni ora come un istante denso di vitalità, irripetibile: una nuova adolescenza, una sferzata d'energia.
- Dove andiamo? - Dissi.
- Esploriamo anzi, esplori…
- E poi?
- Non sappiamo cosa potresti trovare, né sei in grado di saperlo tu…
- Cosa volete dire con questo?
- Che non sappiamo quale strada probabilistica imboccherai, quale bivio sceglierai in un determinato momento, quando baserai la tua scelta su un sentimento istantaneo…
- Non so cosa mi prospetta il futuro, in poche parole è questo che volete dirmi?
- Per certi versi sì. Una volta arrivato il futuro non sappiamo cosa proverai in quell'istante e quale scelta, motivata dai tuoi sensi e dalla casualità, selezionerai… Senza contare che svariati te stesso saranno in tutt'altro posto quando avrai scelto, perché loro avranno imboccato altre strade…
- Ma loro, i miei Io alternativi, esistono?
- Sì, ma è come se passassero dentro un setaccio: solo uno ne filtra. Esistono molti setacci sequenziali, non paralleli…
Follie speculative che aiutavamo ad aprirmi la mente, che mi consentivano di pensare agli episodi occulti che avevo vissuto con un'altra ottica.
Loro avevano ragione. Andavo avanti senza avere cognizione del punto d'arrivo, a malapena potevo scorgere la strada che stavo percorrendo.
La scatola era coerentemente unita nelle sue solidità ma io la percepivo diversa, un incastro spaventoso di probabilità verificatesi o collassatesi, che davano una risultante media quale quella che riuscivo a percepire come scatola spigolosa.
Il contenitore mutava ogni momento ma lo vedevo sempre oscuro, angolare, paranoicamente semplice.
* * *
Mi ero sempre domandato, dal momento che avevo subito l'impianto, se quei chips biologici potessero avere aspirazioni, se erano in grado di sviluppare stati di coscienza tali da implementare macro nuove quali sogni, brame, evoluzioni non immesse col drogaggio iniziale. Aver convissuto del tempo con loro e non essere mai riuscito a rispondere a quelle domande mi sembrava, ora, assurdo, non possibile; come potevo non capire che esse anzi, loro, sognavano eccome, avevano speranze, scaltrezza, qualità - e quindi uno sviluppo macro da brani di software semplice? Come riuscivo a non considerare così umane le anime che avevo all'interno, che vivevano con me dentro un involucro di carne plastica?
L'assurdità della domanda che mi ponevo in passato mi apparve chiara la prima volta che sognai di nuovo. Era un sogno destrutturato, semplice eppure vivo, potente; era importante perché descriveva un gruppo granitico d'immagini di derivazione genetica e non umana. Molecole…
Molecole che vagavano in uno spazio infinito come se galleggiassero sullo sfondo buio di un palcoscenico sconosciuto, a perdita d'occhio, dove l'aria mancava e la fatica di mantenere una direzione prestabilita era immane per le forze di deriva, dove ogni molecola interagiva con le altre in un gioco di bolle di sapone compenetrate… Fui toccato da una di quelle bolle-molecole. Pensai subito di essermi imbattuto in un concetto inglobato da un involucro visivo. Impressioni minime pronte a riaggregarsi colpirono la mia fantasia indicandomi che quel contenitore serviva a mantenere uniti vari aspetti, tutti appartenenti alla macro "Disgregazione". Segui quel filo…
Dopo "Disgregazione" mi apparve, luminosamente, la parola "Terminale"; seguendo giù a perdifiato il sentiero che si era aperto andai a cozzare contro "Disfacimento" e "Obsolescenza". Fascino di una parola: obsolescenza; potere evocativo, visuale. Scesi nel dettaglio e potei vedere tante immagini di corpicini in liquefazione da decomposizione; il puzzo saliva alle mie narici ideali e, risalendo per un'assurda curva ripida mi vidi dentro al corpo di Julian assorto in molti gesti mistici, come se il mio organismo fosse rannicchiato in una preghiera arcaica, monoteista.
Ogni funzione che visualizzavo era destrutturata, ridotta allo scheletro di semplici azioni che prese da sole avevano scarso significato.
Il sogno. Quel sogno era una meraviglia di perfezione matematica e di derivazioni di concetti inattaccabili, che sommati uno sull'altro davano un castello di certezze indistruttibili.
I sogni da memoria genetica non erano altro che fughe concettuali per le varie tangenti, ed ogni fantasia era scoperchiata e lasciata nuda; tutti potevano vedere l'impalcatura cognitiva d'ogni pensiero. Tuttavia, trovai affascinante quel modo di vedere le cose che, in fondo, io sapevo essermi sempre appartenuto. Cominciava a piacermi quel modo di vita. Intorno a me le innumerevoli entità di memorie genetiche native continuavano a clonarsi dando vita ad un tessuto connettivale puramente energetico, come se loro - ed io - fossimo impegnati in un'opera costruttiva senza precedenti, colossale, demistificatrice.
Con un balzo concettuale andai a pormi verso gli antipodi di quello che ero un tempo. Pensai di scorrere velocemente tutto il cammino evoluzionistico che stavo per compiere non dando peso ai contenuti bensì concentrandomi sul limite che avrei incontrato, sia fisico che mentale. Ebbi dubbi che potessi terminare fisicamente in quanto, in senso stretto, io non avevo più corpo; pensai che nel momento della totale decadenza fisica dell'organismo che era stato Julian sarei, saremmo forse potuti migrare verso un altro contenitore, probabilmente inanimato ed incosciente… Fin quando avremmo raggiunto il nuovo limite strutturale della nostra espansione. Il dominio software assegnatoci doveva essere per forza di cosa circoscritto; gli ingegneri psicotecnici, essendo limitati nel loro potere mentale, non potevano aver generato nulla d'infinito.
Sembrava banale in quel momento, ma non riuscivo a trovare il limite speculativo delle mie capacità. Girando visualmente la stessa domanda alle altre entità mie compagne tentai di avere una risposta costruttiva; non avendola provammo ad unire le nostre forze in una rete neurale sperimentale, come se cercassimo di ampliare i nostri orizzonti verso un mondo che non vedevamo - il nostro era ancora oscuro, oltrepassandolo si era nel regno di un altro ordine di cose: forse era l'oltretomba genetico?
Per la prima volta da quando ero stato fatto nascere a vita genetica provai il brivido della morte.
Eravamo tutti attoniti ad osservare quel remotissimo limite vitale, non eravamo più onnipotenti come erroneamente era scritto nel nostro codice ROM - ormai anche io mi consideravo memoria - e avevano soltanto un vasto, enorme campo d'azione, finito.
Così come quando ero Julian, quando sentivo il bisogno di correre lungo il filo invisibile ed impalpabile del ricordare Nora, ora dovevo approssimarmi il più possibile verso il nuovo confine, libero dai vincoli che aveva avuto Julian - vincoli sentimentali, struggenti bisogni di ricongiungersi o di collegarsi alle vibrazioni che più lo avevano fatto sentire vivo - alla ricerca del paradosso della vita che cerca la morte per vivere.
Fu un balzo enorme, prigoginico, quello che feci per correre visualmente verso la soglia estrema.
Un sapore di ferro attraversato da grosse cariche di corrente elettrica si formò in una parte della mia capacità cognitiva, costringendomi a bloccare il passo. Le genetiche erano a poca distanza da me ed erano seriamente preoccupate dello sbilancio energetico che avevo provocato nella colonia in crescita: non potevano sfiorare la morte o cadervi prima ancora di essere rinate.
Ero in bilico su un punto incontrollato, non conosciuto del baratro. Da lì potevo vedere tutto il buio vivo che era sotto. Da lì interruppi il sogno e mi svegliai.
Le genetiche intorno a me lavoravano di logica sopraffina come sempre avevano fatto, passandomi informazioni parametrizzate. Accettai quello che loro mi comunicavano continuando a destrutturare i concetti.
* * *
Vita di gruppo. Eterea. Le singolarità che non riescono ad amalgamarsi e finiscono col vivere passivamente al suo interno. Isolamento. Introspezione. Cadute d'umore, esattamente come se fossi umano.
Qualcosa che mancava alla completa esperienza di vivere. Giochi che lasciavano soltanto noia dopo innumerevoli reiterazioni. Il colore vivido dei concetti, convesso, che diveniva smorto; bisogno di scavare sotto lo stolido per capire meglio qualcosa di sé. Elucubrazioni. Angoscia. Destrutturazione dell'angoscia. Filamenti d'umore discontinuo che continuavano a ciclare su un vasto raggio. La discontinuità era data da occultamenti palesi di semplici ragionamenti elementari, obbedienti a regole matematicamente rigide. Seguivo quel filo mettendo in disparte i doveri empatici verso altre genetiche e mi addentravo presto in un territorio sconosciuto, composto da paura latente che si nascondeva dietro ogni piega di tratteggi opalescenti, olografici.
Era un percorso tortuoso verso il limite di un modo energetico con vasti domini lontano da qui. Mi muovevo circospetto, concentrando in un punto il più possibile contratto tutta la mia essenza, debolmente pesante; come un'ameba, col corpo della medusa, mi spostavo lungo quel tracciato buio seguendo un odore, un'essenza che sa di finito, di conquistato.
Nulla che possa fermarmi.
Seguivo l'istinto. Precipitavo in una voragine senza fine dove avevo il tempo infinito di pensare ad ogni istante delle mie vite, quell'attuale e quella di Julian, al vissuto insieme con Nora che era da considerare, quindi, un'altra vita ancora fino a giungere ai ricordi d'Aurelio, di Lucrezia, ai riti in riva al fiume…
Ogni istante potevo definirlo appartenente solo ad un gruppo vitale, ogni gruppo era una vita, un macrocosmo d'intrecci con altre vite dove gruppi e singolarità si ridefinivano continuamente secondo il punto di vista: un amalgama complessivo che dava vertigine al solo pensarci, con le sue estensioni lineari d'ogni periodo vissuto moltiplicato per ogni gruppo d'appartenenza in grado di generare migliaia d'anni lineari… Un computo che mi lasciava spaventato e mi apriva la mente riguardo al groviglio esistenziale, alla materialità che ogni oggetto fisico e psichico rappresenta.
Ogni dominio ha la sua sapienza che non è mai essenziale; ogni dominio ha una sua particolare dimensione che solo apparentemente sembra uguale alle altre. Infinite dimensioni. Infiniti stadi d'esistenza, ne avevo interpretati poche unità. Ero cosciente d'essere una nullità, pur nella potenza genetica che avevo acquisito, ereditato.
La voragine andava giù. Io la seguivo.
Lucidità, ecco cosa sentivo maggiormente. La mia mente spaziava per un universo vastissimo. Mi sentivo espanso, pieno di vigore prettamente giovanile e capivo che nulla poteva resistere alla mia acutezza psichica.
Il nero era sconvolgente, composto da un gradiente d'ombra che era assoluto; nessuna cosa al mondo poteva essere più buia di quella in cui stavo continuando a precipitare. Non un filo di paura. Non un momento di tentennamento.
Atterrai o meglio, rimasi sospeso ad un'altezza che non riuscii a stimare. Il mondo, tutte le forme d'energia nelle loro emissioni più o meno dirette sembravano passare per lì, per l'esatto nodo dove mi ero fermato. Fui sballottato come una bottiglia in un oceano in tempesta, le correnti elettriche indotte - campi magnetici poderosi - sfaldavano i sensi che provavo poc'anzi.
Solitudine terribile. Dolore che diventava acuto, tagliente. Sentimento di qualcosa che mancava. Vuoto dove tutto sembrava confluire con dolore. Suoni di cori revers e un piccolo pennello di luce puntinata che disegnava spirali all'indietro…
Mi mancava la concentrazione per approfondire quel senso di nulla. Avevo disperso tutte le mie forze in un bagno emozionale completamente buio ed assorbente, come dentro un vero buco nero.
Decisi di tornare alla vita solita, in compagnie delle genetiche. Ero, con loro, in un regime di continui allenamenti psico.
Il ricordo del viaggio nella voragine fu uno stimolo a tornarci.
* * *
- Prove di sopravvivenza. - Il coro genetico mi risuonava intorno.
- Sì… - Risposi diligente.
- Svuota la mente, subito.
Obbedii. Ci misi alcuni secondi per ottenere me stesso vuoto.
- Fatto.
- Partito…
Apocalisse.
Un pauroso segnale che s'inerpicava per i miei circuiti logici, che mi esplorava lasciando tracce luminose e apriva il passaggio a veri segnali di test. Stress da disagio strutturale. Mortalità indotta. Necrosi di un circuito logico. Pochi istanti d'asfissia razionale quando un flusso enorme di dati emozionali attraversava me, lasciando un deserto dietro di sé, un enorme vuoto da riempire. Vento. Raffiche di vento violente, insopportabili.
Finito.
Ero sporco di residui d'attacco. Tentai di guardarmi.
Raffica più violenta dell'ultima.
Ancora altra raffica.
Ancora…
Fui portato lontano, spazzato come un foglio di carta dentro una tempesta. Stavo male, in balia d'eventi troppo superiori a me. Il vento era logica superiore. Mi portava dritto a sorvolare altipiani posti oltre i miei domini, posti oltre ciò che non avevo mai immaginato.
Vuoto. Ancora.
Inizio di disgregazione.
Parti di me si stavano disperdendo come neve sull'altopiano che vedevo sotto; pensai se davvero la neve poteva essere costituita da fiocchi di logica. Pensai se effettivamente il mondo terrestre fosse tempestato dalla logica come mi sembrava da lì… Tutto il mondo fisico, lessi in poche note di spiegazione, era inondato da coerenza contraffatta da effetti materiali; quell'altopiano era il Tibet ma poteva essere qualsiasi altro punto tangibile della Terra. Io volavo, mi posavo su luoghi sconosciuti e contaminavo ogni atomo con i miei, con altre mie particelle logiche contraffatte. Una tormenta di me, ovunque.
Sentii le genetiche parlar tra loro.
- Ha superato…
- Sì, ottima resistenza, eccellente deduzione…
- Mandiamogli un …
Non compresi cosa dovevo ricevere.
Non comprendevo…
Uno schiaffo violento. Devastazione cerebrale che ultimava il processo di disgregazione. Poi la pace più totale.
"Dove sono?", mi dissi. Non mi riconoscevo, non avevo cognizione di quale spazio fisico fosse sotto di me…
Non c'era spazio fisico. Non esisteva nulla. Ero sospeso nell'aria, nel nulla. Galleggiavo come un qualcosa di dissolto. Non esistevano tracce di me da nessuna parte per quanto potessi osservare o sentire.
Il tempo passava. Pensavo agli imperi storici disgregatesi dopo enormi stadi di potenza - Impero Romano d'Oriente - perché figli, a loro volta, d'altri imperi colossali - Impero Romano. Pensavo a quell'imponente struttura statale contrattasi in un territorio risibile, perso con la caduta finale...
Ero in quello stato, attendevo la fine definitiva, inesorabile…
Attendevo ancora. Non succedeva nulla. L'attesa del colpo finale.
La mia mente se ne stava andando, lo sentivo. Dissolvenza su tutto. Con la coscienza venivo spazzato io, il nucleo rimasto. Non potevo rimanere
Non potevo rimanere.
Tempo… Passava.
Tempo…
Nulla…
Impalpabilità.
Impossibilità di pensare.
Inedia… Totale.
Ero sempre lì. Inalterato. Le parti che erano state lanciate via dall'enorme impatto erano di nuovo in avvicinamento lentissimo, come un satellite che orbita intorno ad un corpo d'importanza notevole - pensavo a tutte le ricostituzioni dell'impero bizantino prima che soccombesse: allontanamento del momento finale, agonia. Tutti i frammenti che erano stati miei stavano ora orbitando come galassie in avvicinamento, mi sentivo di nuovo nel pieno del vigore; più quelle parti si avvicinavano e più divenivo forte. Più io avevo sentore della mia forza più mi sentivo riaggregato.
Ero intero. Di nuovo.
L'orologio che avevo nel cranio, quando ero Julian - ero riuscito a portarlo dietro - indicava un tempo pazzesco di differenza dall'inizio del test: quarantacinque ore.
Ero intero. Tutto.
Sentii che dialogavano a stringhe di bit interi tra loro.
- Superato, mi pare…
- Sì… È tenace.
- Possiamo togliergli la costrizione…
- Ho finito di soffrire? - Dissi con un filo di voce.
- Hai finito. - Mi rispose un coro di due o tre genetiche, fredde.
Guardai tutti quanti con un impulso animale. Ero inferocito per tutto quello che mi avevano fatto passare.
- Non devi alterarti. Era una prova che dovevi superare. Temprarti per non soccombere dopo. Hai visto i confini che potrebbero toccarti. Sei andato oltre quei limiti in un territorio di nostra fantasia. Ci sei rimasto a lungo, irrobustendoti. Sei davvero forte, ora; non alterarti, dovresti farlo solo se qualcuno ti fa di nuovo un test simile, solo per suo divertimento… Noi, non ci siamo divertiti, te l'assicuriamo…
- Non so se riuscirò a non odiarvi… - Dissi altero.
- Col tempo, solo col tempo potrai riuscirci…
Rimasi silenzioso. Tutte le altre genetiche andarono via dopo breve tempo; rimanere in un luogo senza motivo non era razionalizzare lo spazio, quindi il tempo, quindi il guadagno di comprensione. Mi rimase addosso un senso di concetto sfuggente, un'idea che non riuscivo a ricondurre a me. Poi, quasi per caso ma in realtà concentrandomi fortemente su tutto quello che avevo vissuto nelle ultime ore, afferrai la visione fuggente di quel concetto logico che mi mancava: il tempo, la storia, l'impero, i reperti storici, Nora…
Un violento pugno nello stomaco: Nora.
Non ricordavo più lei da troppo tempo: Nora.
La flessuosità di un corpo: Nora.
L'odore di un profumo: Nora.
Il piacere di uno sguardo: Nora.
Godere di un movimento, cercare di riconoscere un passo e il desiderio di un momento erotico, passionale che poteva trovarsi tra le pieghe di una fantasia repressa, dimenticata o mai cercata…
Quanto dolore in quell'immagine fisica, pensata da un'entità che era pura mentalità…
Mi sentivo una ferita sanguinante. Provavo un desiderio di struggersi per qualcosa fuori del proprio dominio; dov'era la piena dominanza di una genetica nei confronti di una dimensione appena contigua? Era fin il punto finale cui potevamo - noi genetiche - giungere? Era l'orizzonte di un punto terminale d'arrivo che si vedeva a malapena?
I passi di due tacchi a spillo si udivano ticchettare su un parquet lucido, sensuali come solo un passo femminile sa essere… Troppo desiderio. Troppo sentire la carnalità farsi avanti.
- Julian, disincarnati…!
- Come? - Risposi…
- Hai urgenza di distogliere i tuoi pensieri dalla fisicità. Dobbiamo continuare a costruire l'organismo, dobbiamo continuare a progettarlo; non puoi lasciarti coinvolgere da tali pensieri.
- Non è facile, quando ci penso…
- Non devi pensarci. È un rigore mentale che devi assumere.
- Ci proverò. - Dissi convinto.
Nora era troppo dentro di me. Tutte le immagini collegate a quel ricordo si fecero avanti poderosamente.
La patina del tempo era opaca, ancora una volta; provavo sentimenti d'attrazione imponente mentre tutte le vite passate rientravano nuovamente da quel buco emozionale lasciato aperto, disegnando sapide orchidee scure…
Cose dimenticate. Sentimenti lasciati sventolare ad un vento corrosivo, asettico. Presto tutto sarebbe stato dimenticato se… Se non fosse ritornata la Storia… Se la Storia non avesse recuperato alcune memorie - non genetiche ma d'avvenimenti.
Lavorai duramente, con le genetiche. L'organismo era lì in crescita costante.
* * *
Filamenti di neve. Tutt'intorno. Erano i miei pensieri che si posavano: losanghe di logica.
Utilizzavo quella precipitazione come camuffamento verso le genetiche per tornare padrone d'alcuni pensieri, per mantenere una mia autonomia come nessuna genetica faceva; il drogaggio era stato chiaro per ognuna di loro, la mia natura era stata chiara per loro: autonomia, divagazioni miste alle altre peculiarità.
Le tendine erano ora tirate ed io potevo svolazzare libero nei confini immensi dell'essere etereo.
Tracce di flusso ormonale nelle mie congetture codificate in stringhe di bit usuali. Scorreva come sangue su e giù circondando ogni mia azione logica - pensieri - e lasciando soltanto poche tracce dell'avvenuta influenza.
In breve, ero sovrastato dai residui ormonali ed una forte fonte di desiderio circolava incontrastata in tutta la mia essenza genetica. Le pulsioni sessuali saturavano i miei desideri. Mi mancava lo sbocco naturale di quel desiderio. Mancava qualsiasi immagine reale da usare come simulacro.
Fu allora che ebbi un crollo totale, psicologico.
Le genetiche s'accorsero subito di questo bisogno e successiva demotivazione nel perseguire il progetto comune e allora intervenirono lanciando deboli segnali di ping prolungati, mirati a tenere desta la mia attenzione…
- Tieni il filo dei pensieri alto, non scendere.
- Per quale motivo? - Risposi.
- Per non lasciarti intaccare da questo flusso negativo.
- Ha senso?
- Molto più di quanto pensi. - Il coro era composto alternativamente da due o più voci; a volte erano un folto gruppo che mi parlavano mentalmente.
- Non posso avere dei pensieri diversi?
- Non puoi permetterti di abbassare la guardia. Hai, abbiamo un organismo da organizzare.
- A lui non succederà nulla, continuerà a crescere.
- Forse… - Risposero con un coro disuguale, come se ognuno di loro esprimesse la propria opinione.
- Se tu scendi di tono umorale - Uno solo di loro parlava - puoi allora trascinarti appresso alcune frange deboli del nostro schieramento, e poi ancora altri. È come combattere contro le avversità avendole in casa.
- Capisco… - Il mio tono era basso, accondiscendente; ero altrove.
- Tu dici di capirci ma fai tutt'altro con la tua essenza.
Rimasi muto. Osservai quel coro di voci animarsi d'una luminescenza asettica, come se stessi parlando con qualcosa simile a vecchie intelligenze artificiali piuttosto che con lotti di genetiche di stampo evoluto.
Le desolazioni dei miei territori mentali somigliavano a campi brulli, a lande buie dove colline verdi scure d'erba mai alta accompagnavano, dolcemente, il mio viaggio in volo radente sul terreno ripido, scarno. Il silenzio del vento che soffiava solitario era palpabile. L'oceano lontano qualche chilometro che si frangeva violento sulle scogliere si udiva appena. Frotte di spiriti inquieti che vagavano per quella terra mi scansavano. M'ignoravano.
- Vorrei stare da solo, per un po'… - Chiedevo soltanto un po' di respiro.
- Pensi di poterlo fare?
- Sì.
- Non siamo di questo parere; rallentare significa perdere il mordente. Il ferro va battuto quando è caldo, dicevano molto tempo fa…
- Io… Non ho le motivazioni giuste ora…
Tentai di isolarmi con circuiti mentali di protezione, deviando appelli reiterati alla ragione - la loro. Riuscii a camuffare soltanto poche unità del loro porsi verso me; poi, inesorabilmente cominciai ad accusare ogni colpo che mi era inferto: erano ancora più forti più di me, avevano un tempo di tecnica che a me mancava, affinamenti successivi che li avevano fatti accedere ad un altro livello d'evoluzione a me ancora inaccessibile.
Fui posto in un limbo cerebrale dove ogni immagine galleggiava liquidamente in una bolla da isolamento, ideale. Il mondo fluì leggero, anestetizzato per un tempo che mi era difficile valutare - il mio orologio craniale lampeggiava stordito dagli attacchi precedenti di normalizzazione.
L'isolamento produceva, almeno quello, risultati per la crescita dell'organismo. Un tessuto connettivo cerebrale, una gran rete ancora disunita ma abbozzata come progetto finale si stava realizzando. Campi d'influenza. Cosa ne sarebbe stato dell'organismo che era stato mio, che ancora stavo guidando?
* * *
Fu quando pensai totalmente da genetico che ebbi il primo moto di soddisfazione ed insieme, un rigurgito di nostalgia.
Avevo abbandonato ciò che più mi legava al passato; il trascorso aveva una consistenza particolare, non poteva dirsi ripieno eppure toccandolo emanava ancora sensazioni discontinue, piccole scosse elettriche che sapidamente costringevano a rimanere in ascolto.
Ormai, però, il mio dominio era sterminato e mentale.
Urla graffianti di corrosione sparate verso le nuove immensità illuminavano debolmente la notte eterna dei pensieri di una luce verdastra, acida. La corrosione latente si spargeva come un'inseminazione massiccia e bucava tutto il territorio sottostante, lì dove non si stava sviluppando l'organismo mentale.
Con l'occhio continuamente ancorato a Julian scrutavo il mondo visto con lo sguardo umano o di quel che ne rimaneva. Nessuno notava la differenza di comportamento, la sezione che emulava il comportamento umano e postumano era insita in una parte di me, ricordavo perfettamente cosa facevo in quella che potevo considerare vita precedente. Così, ero in perenne rimappatura delle cognizioni che percepivo da Julian mentre guidavo nel traffico, quando guardavo gli schermi piatti o parlavo durante i miei giri al mercatino, quando domandavo servizi, navigavo nella rete all'interno delle sezioni di ludo dove migliaia d'anime virtuali s'incrociavano inviando false immagini, profumi, vibrazioni psichiche costruite con appositi editor. Era un mondo strano quel che avevo lasciato indietro, artefatto, dove ognuno era tutto tranne se stesso. Nicchie di deposito della propria, vera identità erano pronte all'uso per chiunque non fosse stato abbastanza scaltro da nascondere la propria individualità umorale da scan indiscreti, prodotti da utenti smaliziati.
Julian andava ovunque, di giorno di notte, dentro e fuori la città, luoghi permessi e meno opportuni. Julian andava, a volte, anche verso l'acquitrino, a pensare di Nora - la parte di me rimasta mappata in emulazione pressoché umana era in sintonia.
- Se riesci a mantenere ben divisa operativamente quella parte di te che ancora pensa ai sentimenti puoi dire d'esserci riuscito - Voci genetiche da un punto imprecisato di me, verso me.
- Sì, capisco bene ciò che dite… Credo di potercela fare…
- Importanza di un livello visivo e intuitivo degli avvenimenti, del porsi…
- Vivere le cose come se possedessero energia e null'altro… - Un'altra voce genetica che continuava il discorso della prima…
- …Che tu hai imparato a comprendere… - Terza voce in sovrapposizione…
- E se Julian morisse? Ora, lo ridomando dopo tanto tempo e apprendimento, cosa faremmo? - La domanda mi era comparsa visuale nei settori puramente genetici.
- Non lo sappiamo, ancora non abbiamo una possibilità di fuggire… L'organismo nuovo, quel che stiamo facendo vivere con i nostri desideri organizzati, potrà esserci d'aiuto… Una nuova creazione, creatura, esistenza… Un universo ancora una volta nuovo, ora vuoto… Una possibilità di rinascita… Un nuovo comprendere il buio, un avvicinarsi verso esso stando lontani dai nuovi fantasmi che anche lì, è sicuro, vivono…
Ero ragionevolmente sconvolto da quello che mi rivelavano.
Immagini d'intrattenimento volavano nella mia mente per permettermi di prendere tempo e capacità cognitive per la risposta. Paesaggi agresti sullo sfondo, monumenti classici quasi polverizzati. Il tempo andato rimaneva soltanto un ricordo latente, flebile, conosciuto da pochi.
- Se io affermo: stiamo perdendo il contatto con la vitalità… Voi, qualcuno di voi, tu - indicai una genetica - cosa faresti? Svelto! Una risposta rapida, istintiva!
Sgomento… Loro. Per la prima volta riuscivo ad incastrarle.
- E tu, cosa Faresti? - Mi risposero con un'altra domanda. La loro sconfitta era palese ma l'insidia di essere al loro pari era notevole; non potevo perdere un'occasione di vantaggio simile.
- Aspetterei arrivare il buio e salterei, nel momento di massimo pericolo, oltre i limiti conosciuti…
- Follia! - Alcuni di loro si ersero dalle loro cinte mentali per attaccarmi.
- Non riusciresti mai a sopravvivere… - Continuarono altri, prendendo una buona dose di livore.
- Finiresti per perdere tutti noi, saremmo uccisi uno dopo l'altro, come se fossimo legati da robusta una fune … - Chi diceva ciò era davvero arrabbiato.
- Siete dei poveri illusi, beoti… - Aggiunsi.
La risposta fu come mi aspettavo. Un'onda di furore nei miei confronti, non fraterna si abbatté proprio nel punto che presumevo; mi scansai in tempo ed osservai tutto l'attacco ammassarsi fino a formare una montagnola di energia non espressa. Fui rapido, a quel punto. Ritornai sui miei passi e profittando del loro indietreggiamento fisiologico mi appropriai di un'enorme quantità d'energia latente.
Lo sguardo incredulo, il loro.
La presa di tutto quel potenziale energetico mi bastò per simulare un salto prigoginico verso un altro livello d'esistenza; i rilevamenti mentali, miei e loro segnavano invariabilmente che se avessi continuato avrei sicuramente esplorato un altro continuum energetico mentre le memorie avrebbero sofferto di un'agonia infinita, spossati dalla perdita…
- Ecco cosa farei…
- Perché non l'hai fatto ora? - Chiese uno di loro, quello più pronto a riappropriarsi dell'energia che avevo rimesso a disposizione - poca per evitare accaparramenti.
- Non voglio la vostra agonia, non m'interessa…
Mormorii diffusi di sconcerto. Avevo mantenuto quasi metà di quell'energia messa a disposizione così generosamente. Avevo guadagnato dello spazio per me, per i miei ricordi, per l'umoralità. Nel frattempo, avevo assunto di colpo la posizione di comando. Supremazia tecnica, mentale: avevo assorbito tutte le potenzialità mentre le loro erano un prodotto di laboratorio e contemporaneamente mio; io, però, sommavo in me tutte quelle caratteristiche. Ero una memoria genetica, una delle più dotate.
Il mio sguardo spaziava sulle vibrazioni invisibili ad occhio umano, sui pensieri, sui magnetismi che si sviluppavano nel territorio terrestre, sulle leggi cosmiche che regolavano lo spazio profondo e il moto d'alcune stelle. Tutto sembrava anzi, era un rincorrersi metafisico di mondi compenetrati visti come se fossi un radiotelescopio notevolmente amplificato, capace ma soprattutto dotato di un'intelligenza sovrumana, prettamente postumana.
L'organismo di memorie genetiche cresceva, diventava importante. La sua capacità cognitiva era spaventosa: un insieme di tutte le nostre risorse mentali linkate nei punti giusti; era un lavoro degno di un'équipe d'ingegneri del software che avrebbero creato, in ogni caso, un semplice fantoccio inanimato, una specie di guanto da realtà virtuale d'antica concezione.
Guardai quel corpo crescere.
Silenzioso.
Cognitivo.
Capace.
Radiante.
Informe.
Intanto, potevo rivolgere lo sguardo dentro di me. Mi sensibilizzava un certo fascino del passato, dell'oscurità che premeva su di me provocandomi brividi e sensazioni di sfioramento, di palpeggiamenti, di qualcosa sommesso ma avvolgente, totale; percepivo un mondo genetico circondarmi con il calore di uno status ipnotizzante.