OSCURANTISMO |
Julian passeggiava sull'orlo dell'acquitrino. Io ero con lui, nella parte dirigenziale della sua intelligenza ed osservavo il mondo fuori di me.
Notavo le capacità intellettive native - riuscivo a distinguerle da quelle intaccate dall'impianto - e facevo considerazioni lateralizzanti, strutturali e di capacità, sull'insieme cognitivo.
L'acquitrino era quasi immobile, leggermente increspato dal vento. Una deformazione delle mie percezioni si formò in un angolo non importante della mia attenzione e si sviluppò seguendo un'onda anomala, sfuggente a molte semplici analisi e derivate.
Frotte di spettri si erano addensati su quelle rive, non appena videro l'arrivo di Julian. Sorprese di rivederlo sembravano sincerarsi che fosse stato lo stesso Julian caduto sotto i colpi d'alcune potenze oscure, tremendamente forti da prendere il controllo delle sue facoltà organiche e psichiche.
Julian era muto. Non aveva nulla da dire perché io ero nell'attesa di una mossa.
Percepivo tutto lo spettro psichico delle forme arcaiche.
Nora era lì, tra loro, nel suo splendore post mortem.
Julian le sorrise come per un riflesso meccanico, retaggio della sua vecchia psiche. Rimasi ad attendere, guardavo. Era come se si fosse dispiegato un suono di pianoforte da un'eternità impossibile, sollevatasi dietro l'orizzonte. Quel suono dominava tutta la piccola pianura dove nessuno, a parte Julian, sostava.
Un fiume di sentimenti correva tra Julian e Nora. Di nuovo. Nora sentiva che qualcosa di Julian s'era perso. Julian provava soltanto di riflesso ciò che sentivo io... Un quadro di Munch sullo sfondo sembrava essere il corollario definitivo di quel momento.
Volli interrompere il flusso emozionale. Volli soltanto sentire il suonare macabro di tutte quelle anime morte intorno a me e studiare con attenzione cinica ciò che loro erano, mentre si trovavano al cospetto di una mia visione delle cose così alterata, espansa.
Racchiusi in me così tante informazioni che mi fu impossibile elaborarle in quel momento; le tenni dentro, in speciali nicchie di pura memoria che mi ero riservato tralasciando, così, il cervello di Julian, troppo legato fisicamente ad un ordine di grandezza cognitivo molto più basso, non più mio; le avrei consultate più tardi, quando sarei stato in grado di assimilarle tutte con poco sforzo.
"Uscita" lampeggiava sui visori posti lungo il perimetro del campo. Julian si avvicinò verso il varco elettronico, dove scambi monetari erano rapportati al grado d'apprezzamento cerebrale del visitatore; guardò distrattamente le ombre convesse che erano sul bordo dello specchio d'acqua: piccoli, impercettibili movimenti che sapevano d'antica, rodata attesa. Infinita.
* * *
Non esisteva più notte né giorno, in qualsiasi ora le mie capacità elaborative erano sempre attive, sia Julian dormisse o meno. Inquadravo tutto il mondo fisico dalle mie potenzialità, giocavo con le percezioni che mi giungevano dall'involucro umano come un aguzzino scherza con le sue vittime, giudicando le sensazioni come troppo banali per essere importanti. Di conseguenza, ogni ragionamento postumano possedeva una sua lucidità, una fisionomia grafica proprietaria che si stagliava sulle caratteristiche di tutte le altre onde energetiche, sugli oggetti e sui sentimenti. Seguire le evoluzioni espressive dei quadri piatti mi aiutava a definire il grado d'interazione che avevo con gli impianti, anche con quelli dotati di sensibilità propria - i quadri, appunto - trovando ogni volta nuovi inquietanti sviluppi.
Tornava, di tanto in tanto, un'immagine a perseguitare i miei filamenti logici. La visione di una camera di tre quarti si disponeva in una sezione importante della mia attenzione. La luce soffusa dell'ambiente era un invito a giacere lì per alcuni secondi, a scrutare ogni ombra e granello di polvere che si sollevava.
Tutto appariva immobile. Tutto sembrava insignificante ma importante risultava essere la sensazione di alienazione che vi si respirava, come se tutto lì dentro fosse in attesa, sospeso su un punto di baratro innaturalmente lievitato a poca distanza dal suolo - momenti prima di un impatto da altezza elevata.
Io ero lì dentro, ed osservavo.
Un piccolo suono di silenzio si percepiva debolmente: era un fischio molto sostenuto nella sua frequenza d'oscillazione ed io riuscivo a visualizzarlo graficamente con gran fatica, scegliendo alcune palette grafiche puntinate molto rarefatte - scie condensate con un bordo di 0.5 micron. Potevo, così, apprezzare l'estrema raffinatezza insita nel suono stesso, una sorta di glam oscuro, un'eleganza di uno stato onirico macchiato da derivazioni occulte.
Guardando bene, potei scoprire che tutto quell'ambiente trasudava dispiacere. Qualsiasi cosa lì dentro accadesse si trasformava, nel breve volgere di pochi attimi, in una profonda afflizione, come se i locali ricordassero qualcosa successo nel passato - remoto - che rimandava a ferite psichiche profonde, a grandi sensi d'isolamento presto sublimati e trasformati in altri sentimenti, forse aggressivi…
Fantasie che diventavano anch'esse disegni elaborati di uno stato d'animo. La particolarità profonda del mio nuovo essere era che potevo vivere per immagini, come mai mi era capitato, e che ogni visualizzazione che mi colpiva scoprivo avere insita un potere vasto di descrizione, migliaia di modi d'espressione tutti totalmente sconosciuti quando ero Julian.
Quella stanza era sospesa, lì, nel fondo di una mia attività cognitiva. Cominciavo ad essere stanco di non potere accedere a certi livelli superiori di conoscenza: mi rendevo conto di star osservando più rappresentazioni di un semplice insieme di piani d'esistenza, non tutti comprensibili
* * *
Ogni immagine del passato scorreva davanti alla mia attenzione, come se fossi un punto di ripresa immagini installato su una postazione fissa.
Flash, piccole storie, ripetizioni di situazioni. Ero collegato alla storia, ero sistemato nello stesso punto d'osservazione delle genetiche quando osservavano Julian, quando esse mi recapitavano memo infarciti dalla presenza di Nora, di Lucrezia…
Un enorme ammasso di conoscenza era pronto a precipitare su me con un peso incommensurabile, spaventoso. Tutta una teoria interminabile lunga migliaia d'anni, dove vissuti intimi d'incalcolabili quantità esistenziali erano come finemente divisi da un esile tracciato di racconti ognuno con una sua caratteristica, ognuno perfettamente riconoscibile come filamento di DNA... Poi genetica, percezioni esaltate di ricordi di comprensioni ma lontane anni luce da ciò che avvertivo in quell'istante… Il senso della storia. Il baratro che si apriva e si richiudeva ritmicamente lasciando passare impulsi di racconti emozionali; il dolore, un'infinita tristezza, lotti di rabbia sfociata in indecorosi bagni di sangue... Carnalità, intrighi, assedi, scoperte; il misero scibile umano messo a confronto con l'enorme potenza di molteplici universi - molti sconosciuti... E ancora, abiure, religioni, dogmi, balli, felicità d'antiche esultanze, profumi, sensi, atti di pentimento, tradimenti, lavori, follie, vite perse per banalità, per ideali... Vite mai concepite, universi, universi paralleli… Ero sul crocevia d'innumerevoli universi paralleli e vedevo, sentivo passare ogni cosa sotto di me, dentro di me…
Quella sensazione non era nuova, la avvertivo addosso ancora una volta. Come nel trascorso, dopo aver subito l'impianto, ora ero preda di una sensazione di rimappamento complessivo così da rendermi conto che il riconsiderare ogni aspetto della vita quotidiana, del pensare, era necessario e più angosciante di una misura incommensurabilmente più grande rispetto al passato; pensavo, in quei momenti, di essere maggiormente vicino al pulsare dell'energia, che ero davvero in grado di comprendere, sia pur lontanamente, ogni fiato di potenza.
Esistevo ad impulsi.
* * *
Julian sognava, io ero nella regia del suo sogno. Passava nelle vicinanze dello specchio d'acqua mentre voleva recarsi al fiume. Cercava ogni fiato che potesse risvegliare in lui una sensazione di vitale, di senso dell'occulto che giaceva sempre nei desideri reconditi della sua personalità.
Reiteravamo continuamente il desiderio di afferrare il senso di nostalgia struggente che provocava il pensiero di Nora morente, degli spettri che vivevano in quei luoghi come tante ombre appena visibili, pieni d'energia offuscata e di fruscii come il vento; gli spettri avevano poesia nei loro movimenti tenui, crepuscolari, volevano raccogliersi in un angolo fuori della vista dei curiosi e pensare solo di se stessi, dell'innocenza persa in un battere d'occhio, vista sfuggire con ricordi rallentati come se una cam fosse fissata in un punto esterno e reiterasse continuamente scene con movimenti scelti, non completi di una sequenza…
Sì, Julian riusciva a sentirlo quel senso potente di poesia, arrivava dritta ai centri del mio comprendere gli avvenimenti e mi avvolgeva, mi cullava sorridendomi sommessamente e sussurrandomi frasi… Non trovavo altri aggettivi che descrivessero la pena oltre lo struggente, avevo un senso di quiete mai provato, capace di tenermi basso vicino al terreno a contemplare le miserie di un'intera vita, d'intere vite…
Julian era nella terra, sotto. Io ero lì con lui. Non conoscevamo per quale porta d'ingresso eravamo entrati.
Quel profumo d'umido, di muffa forte che trasudava era di nuovo identificatore della stanza di tre quarti, vista per la prima volta lì sotto; comprendevo che ora la scena era davvero completa.
La camera che dava accesso al fiume era davanti ai miei occhi genetici, ed io vi ero dentro con Julian, io comandavo Julian.
Era tutto molto più vivido ora, tutto davvero importante.
Densità d'anime lì dentro.
Trasporto.
Sussurri sommessi ovunque, facevo fatica a seguirli tutti perché dispiegavano immensi hyperlink solo a volte intreccianti tra loro; poi, ricordo di non aver avuto più la forza di percepire così tanti fili perché la fatica si faceva sentire, perché era come se fossi tagliuzzato in innumerevoli fettine sottili.
Il coro del tempo. Splendido, possente ed evocativo si levava da quella stanza e m'investiva di tutta la sua altezzosità, imponenza, polvere, profondità. Era una musica sublime, oscura e poderosa e faceva sognare, a me memoria genetica, come nessun'altra cosa era riuscita a farmi fare. Cattedrali di teoremi arzigogolati che disegnavano volte imponenti e gotiche, immense, grandiosamente dense di significati arcaici che potevo ora facilmente comprendere e che mi lasciavano - ognuno di quei contenuti semantici - stordito, pieno di meraviglia per tutti i concetti seminali che vi erano elencati.
Divinamente ero portato su ali sognanti. Non sarei mai potuto più scendere e infiniti echi si ripetevano rimbalzando sulle pareti di pietra fredda, sulla terra vecchia di secoli umorali, sulla pressione che tutti gli sguardi ora esercitavano su me… Tutte le sbirciate delle persone lì vissute trasudavano… Vita… Ancora palpabile, ancora esistente.
Quante emozioni ricordavo di quando ero Julian e giravo per quelle zone! Ricorsivamente tornavo sempre su quel concetto e mi accorgevo che ogni cosa, per l'ennesima volta, la stavo rivivendo da genetico, finendo per provocarmi sempre uno shock, un rimescolare di flussi romantici fuori tempo, inadeguati ma spaventosamente forti, affascinanti e forse immortali. Vidi Nora che mi aspettava, lì davanti alle porte che chiudevano il passaggio al fiume. Era splendida nel suo vestito etereo, era affascinante; emanava un senso denso di vivacità interiore che faceva morire il mio respiro, ogni fiato di Julian in gola perché lo lasciava - mi lasciava - stupefatto, attonito.
Era ferma. Nora non muoveva un solo dito. Guardava fissamente me con tutta l'anima dentro al suo sguardo. Spingeva me a cercarla, ad incontrare la linea che partiva dalle sue pupille e si fermava nei miei pressi - era remissiva, forse languida.
Nora che cercava me… Era quanto avevo desiderato di più in assoluto nella mia esistenza umana, anche postumana. La guardai nel modo più intenso che potevo. I suoi lunghi capelli sulle spalle scendevano lisci, chiari; la carnagione lunare che mi mostrava era un'attrattiva così irresistibile per me…
Mi prese la mano. Eravamo entrambi di fronte alle due porte che ci avrebbero portato verso il fiume, verso il rito, il nostro rito, quello che avevamo voluto inconsciamente per una vita e che avevamo testimoniato con i nostri antenati.
Eravamo vicini. Intorno tutti gli altri spiriti erano immobili, danzavano mentalmente per noi in un coinvolgente balletto emozionale che si poteva palpare, gustare come un piatto prelibato, unico e indimenticabile. Nemmeno una parola. Non avrebbe potuto parlare nessuno dei presenti, nemmeno io tramite Julian: ero troppo preso da quel senso di mistica perdizione.
La mano di Nora stringeva la mia, quella di Julian.
Ancora poesia. Massima.
La sua mano portava la mia verso lei; mi trascinò le dita sulle sue gote pallide, disincarnate e affascinanti come il senso di macabro per i cultori dell'esoterismo. Stavo toccando l'apice della mia forza interna: immenso piacere.
Sguardo profondo.
Parole.
- Julian…
- Forse… - Mormorammo io e Julian.
- Julian: ciò sei per me.
- Cosa pensi che sia ciò che senti per me, ciò che sento per te?
- Non amore, no; forse qualcosa d'opposto ma non di banalmente opposto: è fusione, quasi completa.
- Nora, Julian non c'è più… - Non potevo tenere una simile notizia solo per me.
- Forse… - Rispose lei.
Riflettemmo entrambi su quello che ci stavamo dicendo, fissando io gli occhi vividi lei, così visibilmente morti, lei fissando le profondità della mia anima stravolta, arrivando fino a me, a me genetico.
- Julian, dove sei fuggito?
- Forse in parte fuggito… - Aggiunsi.
- È rimasto qualcosa di quel Julian che ho conosciuto?
- Qualcosa… - Mi spinsi in avanti facendo sussultare il corpo dummy di Julian.
- Lo voglio…
- Non c'è solo lui, però…
- Mi basta quello…
- Non c'è solo lui… - Sottolineai ancora più accentuato.
- Mandalo avanti.
- Non posso. Non c'è controllo sulle cose così minime.
- Mandalo avanti, avanti…
- È un residuo…
Intorno a noi ogni spettro aveva preso pose cadenti, non riuscendo a comprendere in pieno la portata delle concezioni che stavamo esprimendo. Loro apatia. Follia di uno stato che non doveva essere facile perpetuare. Status di vampiri mancati che non potevano approcciare in nessun modo ortodosso con il mondo vitale, col quale Nora ed io ci stavamo misurando.
- Voglio quel residuo. - Incalzò Nora.
- Entra in me…
- Lo faccio… - Quelle parole così dolcemente struggenti ferivano ogni lembo della mia psiche esoterica tagliandola, non lasciando spazio a rimarginature brevi.
- Lo faccio…
- Lo faccio…
La sentivo, tutta. Sentivo Nora che entrava, questa volta veramente, nella mia coscienza, prepotentemente eppure senza compiere effrazione, senza sentirla indesiderata o invadente. Era qualcosa che poteva completare ogni mio bisogno fisico e incastrarsi perfettamente con le maglie della mia coscienza: un tutt'uno invidiabilmente unico, potente.
Nora era in me e respirava pesantemente il suo alito morto dentro la mia psiche genetica; io n'ero avvinto, conquistato, e mi sentivo piacevolmente aromatico nei suoi confronti.
- Sono nei tuoi pressi; sono oltre Julian…
- Ti sento tutta… - Mi aveva trovato, non pensava più a Julian e voleva sapere cosa c'era dietro.
Sentirsi acuto, in fase di scioglimento ed invasato da Nora; sembrava tutto un mix fantastico da cui non avrei potuto più riprendermi se non dimenticando esattamente cosa ero. Abbandonare il mio nucleo avrebbe significato perdermi per sempre, senza possibilità di riavermi.
- È immenso… - La sentii mormorare nella sua anima.
- Forse…
La guardavo dall'alto, dall'immensamente vasto come non ero mai riuscito a concepire.
- C'è un mondo intero anzi, molto più di tutti i mondi che abbia mai immaginato. - Nora aveva un vago sentore di ciò in cui si era imbattuta.
- Sì, credo sia così…
La sua mano mi trascinò via, verso la porta che conduceva al fiume.
Il corridoio era sempre buio. Gli stessi dislivelli dei camminamenti che avevo trovato tempo prima si rivelavano ora identici a come li ricordavo. Julian imbambolato camminava mano nella mano con Nora; io ero dentro Julian, in un livello di confusione amplificato dalla mia conoscenza.
Il vento soffiava forte dentro a quel condotto. Portava odori stantii di un tempo che era scomparso da quasi tutti i canali normali e rimaneva soltanto in quelli in cui mi stavo imbattendo.
- Cammino lungo… - Sussurrava Nora.
- Nulla di così imperscrutabile.
- Sei fatto di qualcosa simile a me, pieno di conoscenze per me ancora inaccessibili…
- Il tuo software è così lontano dalla complessità che posseggo io; sei soltanto una particella libera da vincoli corporali ma non hai potenzialità eccelse, per via della tua natura uguale a quella dei tuoi simili.
- Sento trasporto…
- Forse, o forse è soltanto timore reverenziale…
- Non saprei, ma sai conquistare… - Il suo sorriso era un precipizio in cui perdere tutta la mia anima superiore. Distolsi lo sguardo perché non potevo sostenere a lungo una prova così difficile.
- Quanto manca al fiume? - Provai a puntare il discorso altrove.
- Poco… Poco…
Un chiarore sullo sfondo cominciò ad apparire. Il chiarore della notte che si stagliava sulle tenebre di una caverna sotterranea.
Udivo già i cori, lontani.
Bagliori che attribuii alle fiaccole che illuminavano la notte, quella del rito, sembravano linguettare lontano in modo percepibile…
Perché era significativo quel rito, mi chiesi improvvisamente?
Perché Nora era morta in un assurdo crollo della volta cercando spiegazioni?
Perché io stesso ero lì a cercare Nora provando a rivivere, di riflesso, quel rito precedente a noi?
Uscii all'aria aperta.
Uscimmo mano nella mano, in silenzio, mentre osservavamo il corteo formarsi sull'acqua.
Inciampai. Julian inciampò. Un gesto fortuito che ruppe l'incantesimo in cui sia io che Julian eravamo caduti.
Pensai immediatamente che non c'era un vero perché per star lì ad osservare un rito arcaico ripetersi; pensai che non c'era un vero motivo per cui Nora era morta. Pensai che nulla in quel momento era rilevante.
- Julian? - La udii chiamarmi…
- Sì… - Le dissi questa volta da lontano.
- Non ci sei più come prima.
- Forse…
- Sei fuggito…
- Forse…
Non la sentii più. Furono le ultime parole che lei disse, che io percepii. Era stata assorbita da quel rito che lei avrebbe perpetuato in eterno. Il suo incantesimo su me era fallito, la speranza che io dividessi con lei quel ciclo eterno di sofferenze era svanito con la svalutazione che avevo avuto degli avvenimenti, con la mia capacità di valutare infinitamente superiore alla sua; eppure, lei era riuscita per lungo tempo a soggiogarmi. Eppure, Nora era stata in grado di tenermi in scacco a lungo prima che io riuscissi, per caso, a sfuggirle. Prima che io riuscissi a svilire pur disponendo di una profonda superiorità d'analisi concettuale, genetica.
Vidi tutto il rito svolgersi in una porzione sempre meno importante della mia capacità cognitiva.
Le fiaccole illuminavano la notte ma non erano importanti.
Il sacerdote era sempre lì, nel medesimo posto. Officiava con la sacralità che gli competeva.
Io guardavo la scena…
* * *
Il rito era stato fatto.
Nora sullo sfondo doveva essere stata sacrificata come discendente di Lucrezia. Il posto di Julian era rimasto vuoto ed il sacerdote era stato sconfitto di nuovo. Lucrezia e Aurelio si erano invece ricongiunti già nel passato arcaico ed erano caduti nella perpetuazione del rito senza rendersene conto. Le forze occulte che avevano strangolato psichicamente Julian avevano mancato l'ultimo anello della catena, quello fisico intrecciato al genetico; le vedevo, quelle potenze buie, agitarsi insoddisfatte, bestie in gabbia laggiù dove il pozzo gravitazionale di un mondo che sarebbe venuto s'innescava con regolarità metamatematica.
Ero libero da ogni vincolo del passato. Ero concentrato su un viaggio verso il futuro e i prossimi concetti d'esiguità fisica.
L'organismo genetico che si era costruito man mano, fatto di pura corporeità mentale, sfiorava anche la completezza organica; dotato di mente, naturalmente, era in grado di operare ad ogni livello operativo e manuale. Io ero il principale fautore. Le altre genetiche le avevo relegate molto tempo prima in un ruolo di gregari di basso rango, dopo che mi avevano aiutato a vivere - solo per loro scopi di sopravvivenza - e dopo che le avevo dominate dimostrando loro di aver assorbito quanto di meglio avessero, quanto di meglio poteva concepire Julian impiantato.
Lo spazio era buio. Un pozzo gravitazionale era fisso lì, in una porzione non euclidea.
Il futuro era parte del presente, del passato. Il tempo era soltanto una nota dimensione da non tenere troppo in considerazione, dove io potevo navigare a mio piacimento.
Il passato, come avevo deciso, era soltanto una porzione d'esistenza che non mi apparteneva più.
* * *
Guardando alcuni database arcaici cercai il nome Julian Lind. Trovai la sua corrispondenza e la annotai soltanto come promemoria. Ogni rapporto intimo che io conoscevo col concetto di morte, che avevo così tante volte sfiorato, assorbito, interpretato era ora sconosciuto, come se quella di Julian fosse stata un'esistenza piatta e inutile - oltre che estranea - da campionario statistico. La data di morte non era pervenuta e il campo apposito era stato offuscato con dei falsi caratteri incomprensibili.
* * *
- Julian?
- Sì…?
- Sono la parte corporea di te, quella che tu circondi. - Anche lui era Julian e non sapeva come altro chiamarmi.
- Sì… Stai viaggiando nello spazio… - Mi sentivo in dovere di trattarlo ora con un minimo di rispetto, visto che quell'organismo di derivazione umana viaggiava quanto nessun suo progenitore aveva fatto.
- Sto notando…
- Ti sto portando a vivere in un altro nuovo essere vivente: un pozzo gravitazionale.
Ebbe mormorii di bassa sorpresa. Qualcosa che non l'avrebbe stupito per più di cinque secondi di fila.
- Pensi che ti piacerà? - Lo incalzavo, sperando di trarre qualche forma d'adesione accademica.
- Forse…
- Sì… Forse… Può darsi che non mi chiederai altro e che considererai l'esistere lì come normale, esattamente come il vivere gli anni della maturità fisica.
- Cosa faremo lì?
- Espanderemo il nostro organismo nello spazio infinito, dove non avremo bisogno di altro che cognitività e connettività con qualsiasi altra forma energetica in grado di capire.
La piccola parte direzionale di Julian si lasciò sfuggire un altro moto di sorpresa che la diceva lunga sul suo quoziente intellettivo. Dovevo portarmi appresso quel peso quasi morto finché non avessi saputo manovrare il nuovo organismo genetico.
- Non possiedi più un barlume d'intelligenza… - Osai dirglielo.
- Ho soltanto processi subdolamente elettrici all'interno del mio cervello ma la logica software nativa e impiantata sento che è altrove… - Trovai, cercandole affannosamente, quelle costanti scritte in un angolo remoto del suo cervello troppe volte riprogrammato, innestato, pronto ad andare in acqua.
- Cosa c'è lì dentro, lo sai? - Incalzavo sempre di più…
- No…
- Vita umana e postumana persa nello spazio semiprofondo. - Gli dissi…
- Abbiamo qualcosa da spartire con loro?
- Tu poco…
Non rispose. Le terminazioni neurali erano cotte da quel discorso. L'organismo chiamato Julian andava sempre peggio, diventava sempre più impossibile scambiarci un discorso ogni giorno più semplice.
Il pozzo gravitazionale s'avvicinava…
* * *
Una scena erotica che si svolgeva in caduta libera. Un uomo e una donna che si avvinghiavano mentre le lingue si sfioravano, i loro corpi baluginavano riflettendo led da posizione, nell'oscurità.
Lui cacciava nella gola di lei tutta la sua lingua, in un eccesso di foga lubrica e lei, in una bocca di denti malati, rispondeva come meglio poteva. Io guardavo ogni posizione attraverso gli occhi di Julian, liquidamente fissi su quei particolari.
Eravamo entrati solamente da poco, io e Julian, nell'habitat da caduta libera controllata e fissavamo l'ambiente atipico - più per Julian che per me - senza mancare di ascoltare - io - tutte le vibrazioni dello spazio profondo che si affacciavano dentro di noi, sondandoci.
- Forse…
Julian parlava. A sproposito…
- Forse? - Lo apostrofai.
- Cosa?
Lasciai cadere la provocazione involontaria cui Julian non avrebbe saputo rispondere. La demenza lo stava minando fortemente. Sembrava un vampiro di forze mentali che non aveva più accesso alle risorse altrui; si sarebbe estinto psichicamente, da solo, in breve tempo, così come un vampiro si sarebbe polverizzato alla vista del Sole; in questo suo folle decadere mi ricordavo, ancora una volta, della storia di Costantinopoli, vissuta per troppo tempo col target di moribonda, folgorata e spossata dall'essere ancora in piedi dopo un millennio abbondante di vita strisciante: si era polverizzata immediatamente soltanto un istante dopo la sua caduta.
Semplicità cinica, scaltrezza. Eravamo nel pozzo gravitazionale e questo ci bastava. Mi bastava.
* * *
Vita da bassa gravità. Esperienze di basso umore. Troppo lontano dal mondo usuale, improvvisamente.
Julian era seduto nell'angolo di una camera di riadattamento da troppo tempo e respirava male l'aria ricca d'ossigeno. Io ero esterno a lui. Non lo consideravo più parte di me da un po' ormai.
- Julian?
Alzò lo sguardo con fatica verso la direzione della mia voce psichica; non riuscii a capire quando lui ebbe la sensazione di incontrarmi.
- Julian, sono qui, dentro di te.
Grugnì con un basso tono di voce: ansimava. Lo osservai mentre cercava di recuperare forze.
- Sì? - Rispose infine, non rendendosi conto pienamente che la voce gli saliva da dentro.
- Come ti senti?
- Debole… - Aveva subito rinunciato ad usare la voce e rispondeva solo mentalmente, non per aver capito la natura del colloquio ma perché non aveva forza da convertire in voce.
- Riesci ad uscire da qui, da questa camera isolata?
- …È difficile farlo.
- Lo so, ma dovrai uscire se vorrai continuare…
- Continuare? Cosa devo continuare?
- Tutto quello per cui vale la pena esistere, credo… - Non riuscivo a motivarmi per lui, non riuscivo a trasmettergli l'impulso vitale perché pensavo fosse inutile.
- L'ho dimenticato…
Si stava accasciando sempre di più, come l'ologramma di Constantine al ballo funebre.
- Julian, chi sei?
- Julian Lind… - Rispose con fatica.
- Intendevo dire chi sei tu realmente; raffigura l'idea di te stesso, la tua anima, il tuo modo di vivere…
La fatica di comprendere quello che gli avevo chiesto era evidente. Sul suo volto impassibile gli occhi serrati sembravano un sipario chiuso sulla scena, sugli attori, sulla lunga storia interpretata.
- Julian Lind… - Continuò a dire.
Un contenitore vuoto. Vita organica che non fluiva più bene. Punto di non ritorno prossimo, ben visibile.
- Julian Lind…
Era in un loop interminabile, non era più possibile interromperlo; come una vecchia macchina logica si perdeva nella propria autenticazione perché non trovava più nulla dentro, non aveva niente di registrato da ricordare. Ancora poco e avrebbe dimenticato anche il suo ultimo legame col mondo: il proprio nome.
- Julian Lind…
Osservai il nuovo organismo accanto a me, pronto da essere abitato, completo. Il lavoro svolto era stato immenso ma ingegneristicamente era pronto; cominciai a far migrare lotti di genetiche tenendole sotto controllo, per evitare che prendessero vantaggi apprezzabili, dentro al nuovo ospite. Imbrigliai tutte loro con legami di carattere logico-autodistruttivi, una sorta di obbligo morale che le spingeva a credermi una divinità decisiva per la loro esistenza - avevo letto molti memo sulle religioni.
- Julian Lind…
Controllai ogni fase della migrazione e dell'adattamento. Nessun fenomeno o tendenza di rigetto. Il nuovo organismo s'illuminava nella sua potenza d'estensione verso ogni possibile ricezione. Sapeva espandersi e dominare vasti domini dimensionali.
- Julian Lind…
Predisposi i dettagli organizzativi per migrare anche io lì, nel nuovo corpo. Un pensiero al mio vecchio organismo che stava perdendo tutto quello per cui un essere umano deve lottare…
- Julian Lind…
- Julian, guardami… Osservami bene… Sentimi bene…
Fermò la sua cantilena d'autenticazione. Stette immobile. Fui assalito dai ricordi di vita dentro quel corpo…
Il momento era importante, quanto di più rilevante avessi affrontato nella mia consapevolezza. Qualcosa di vivido si strinse addosso a me, un sentimento simile ai retaggi dell'istinto d'autoconservazione m'inchiodò in una visione completa della mia vita: premere il grilletto era un puro e semplice atto di suicidio. Visioni della mia mamma. Tristezza totale nel vederla seduta su una sedia nell'attesa che il tempo passasse. Tristezza nel vederla ancora ferma quando il tempo passò e la lasciò ai blocchi di partenza. Amici di un mondo perso, involuto in una piega del tempo difficile da rintracciare. Affetti lasciati indietro, dimenticati; ogni istante vissuto rappresentava una piega, un sapore lasciato in bocca, sulle labbra, in gola. Esistere…
Esistere…
Sentirsi Julian Lind ma dover recidere il legame col mezzo che ha permesso di esserlo, che per lunghissimi anni aveva permesso la concisione, che per tutte le generazioni di un mondo così arcaico aveva significato esistenza, vita.
La luce negli occhi dell'organismo Julian Lind non esisteva più; sollevò una palpebra - riuscii con molta fatica ad impartirgli un ordine mentale - e vidi una pupilla completamente spenta: non avrebbe più saputo dire nemmeno il suo nome, ora.
- Addio Julian… - Mormorai.
Aprii il condotto di pressurizzazione rapida di quella stanza verso l'esterno con un'interpretazione del tutto particolare delle azioni da eseguire, visualizzandole e vivendole come una lettura di forme energetiche vettoriali.
Il vuoto assoluto esplose con un fragore attutito verso la stanza, coinvolgendomi in un turbine assolutamente irresistibile per qualsiasi forma organica. Il movimento di rotazione che il vuoto riuscì ad imprimermi fu l'accompagnamento verso l'entrata nel nuovo organismo di pura energia mentale, dove le genetiche mi stavano attendendo ligie ai loro doveri morali.
Uno sguardo al corpo che era stato mio. Lo vidi risucchiato verso lo spazio profondo. Aveva subito uno smembramento da gravità zero che lo rendeva una poltiglia organica dove ogni liquido era stato separato dalla pressione inesistente. Lessi i diagrammi energetici che erano emessi da quella porzione di spazio, l'organismo non si era reso conto di essere passato da uno stato ad un altro: un semplice cambio di condizione.
I sensori d'apertura della porta verso il vuoto trasmettevano continui allarmi - emettendo fastidiose radiazioni rosse intense - indirizzati alle sezioni di controllo, dove gli addetti alla sicurezza vigilavano sullo scorrere placido degli eventi dentro al pozzo gravitazionale. Decine di psicotecnici con le loro famiglie effettuavano esperimenti con nuove versioni di memorie genetiche - sentivo quei malefici vagiti dalla mia coscienza. Rischiavo che anche le genetiche che avevo sottomesso potessero risvegliarsi a nuova vita sentendo concepire le imminenti generazioni.
Un habitat infestato da forze psichiche controverse, quello stava diventando il pozzo. Dovevo rendere sicuro il nuovo organismo. Dovevo rendere sicura la mia nuova esistenza.
Un groppo mi prese; pensai che se fossi stato ancora Julian l'umano avrei sentito una stretta alla gola. Pensai per un attimo al privilegio che mi era stato riservato dal caso: ero l'unico umano sopravvissuto alla disfatta fisica del suo organismo.
* * *
Voci dall'interno di quel mondo sospeso nello spazio cosmico. Continui conflitti nascenti dentro al mio nuovo organismo; le genetiche sentivano l'influsso delle fresche forze psichiche e reclamavano per sapere cosa fossero. Sentivo il nascere in loro sensazioni avvolgenti, affascinanti.
Capivo che dovevo espellerle.
Percepivo dialoghi dal personale della stazione, psicotecnici sconcertati dall'enorme potenzialità che quelle memorie genetiche in vitro stavano esprimendo nei test di laboratorio. Compresi tutta la loro crudeltà nel trattare quelle entità vive come cavie, esattamente com'erano usati molti decenni prima i topi da vivisezione. Cinismo puro. Esse erano vive ma nessuno sembrava percepirlo.
I miei sentimenti verso quelle nuove creature erano captati anche dalle genetiche con cui convivevo. Dovevo agire.
* * *
Non fui il solo ad accorgermi della psichicità delle nuove memorie genetiche; insieme a quelle che convivevano con me si accorsero della loro ghiotta vivacità intellettuale, sprigionatasi in quel pozzo gravitazionale, anche alcune entità oscure, potentemente buie e abitanti di quel settore cosmico.
Le sentii risvegliarsi da un torpore immenso, senza data, rialzarsi come un gigante dal loro letto stirandosi, acuendo i sensi in un perfido setacciare ogni porzione di territorio li circondasse. Qualsiasi mossa facessero lasciavano uno sciame di negatività aderente, sentivo il vento dei loro pensieri malati e il premere della loro fisicità inesistente su tutto l'organismo dove ero, sulle genetiche che erano insieme con me, sulla mia psiche direttamente, inesorabilmente.
Quelle entità oscure erano deste. Completamente. In breve sarebbero piombate su noi, su tutto il complesso orbitante. Oscurantismo di un universo arcaico che premeva sul mio nuovo, piccolo mondo.
L'invasione. Non avevo avuto modo di pensare alla difesa che già stavo subendo l'attacco. Ogni abitante di quella stazione fu psichicamente spazzato via lasciandolo in preda a sensazioni di puro orrore; vidi psicotecnici impazzire di un senso di terrore intimo mentre i loro capelli diventavano bianchi, e frotte di brividi correvano fino alla radice d'ogni loro nervo. Il senso di perdita che percepivo in loro era assoluto, esattamente come se io stesso mi fossi dissipato, come se Julian non fosse mai migrato nel nuovo organismo e fosse lì a morire…
L'attacco era diretto anche a me. Rappresentavo un ricco bottino.
I volti smussati, non umani e vagamente senza forma delle entità piombavano come un maglio pesante su me, cercando un varco verso la coscienza, verso la mia vera identità; l'orizzonte si oscurava come se fossi stato di nuovo dentro la stanza sotto l'acquitrino…
Suoni sospesi a metà, distorti. Immagini di frustate buie, calde che percuotevano la mia psiche, che mi costringevano ad inarcarmi per sfuggire all'immenso dolore che mi provocavano. La solitudine di un baratro che si apriva profondo, sterminato sotto di me prendeva vita. Le urla contratte delle genetiche che stavano soccombendo all'assalto silenzioso come di fronte ad un flash di luce buia erano nell'aria. La lenta discesa in un nuovo buco - ancora voragini in cui scendevo - che mi ricordava gli allenamenti da condizionamento che avevo subito molto tempo prima, diveniva di nuovo realtà…
Potevo barattare una salvezza momentanea gettando nelle fauci di quegli esseri immondi le genetiche; avrei risolto la loro rinascita a nuova coscienza e avrei salvato la mia essenza.
Non esitai. Le gettai in pasto a quell'enorme fornace in cerca d'energia psichica, di logica destrutturata d'alto livello.
Percepii l'enorme sgranocchiare, l'insostenibile senso di pena che le genetiche provavano nell'essere assorbite piano, quasi esse subissero un processo di disidratazione; tutti i muti mugolii di ogni essere umano del pozzo gravitazionale che pativano una sorte di schiacciamento, di polverizzazione intellettuale, salivano a me coinvolgendomi in uno strazio infinito.
Mi allontanai. Potei finalmente fuggire da quel quadrante cosmico.
Solo, perennemente solo dentro quell'organismo ero di nuovo un singolo…
* * *
Un essere nuovo. Lo ero, finalmente, ed ero da solo.
Me ne resi pienamente per la prima volta quando fui abbastanza lontano dal luogo del massacro. Mi sembrava di vedere i cadaveri sparsi per la stazione, perfettamente integri, senza che esteriormente si potesse evincere una causa convincente della loro morte se non uno shock collettivo.
Avevo navigato attraverso un rimappamento della mia esistenza passando tra diversi decessi. Ora ero qualcosa di davvero diverso dal mio stato di postumano. Sarebbe mai esistita per me la morte?
* * *
Solitudine. Sembrava una compagna fissa per me. Per quanto potessi viaggiare tra nuove stelle, galassie, oppure fermarmi in un punto dove la geometria euclidea era una mera illusione, mi resi conto che lo spazio profondo mi offriva soltanto solitudine estrema, buio immenso dove ogni dimensione diventava un miscelarsi con altre.
Il guardarsi dentro e trovare un vuoto incolmabile per percepire poi, soltanto, ogni atomo come diviso dagli altri mi generava un senso di sfaldamento, atti noiosi di pensiero che seguivano ogni fase d'espansione intellettuale.
* * *
Mi sentivo come se stessi scrivendo versi. Alla stregua di un adolescente che impatta con intensità contrastanti io implodevo in me, alla ricerca di una scintilla che potesse accendere la mia fantasia, la voglia di andare avanti.
Più implodevo meno spazio riuscivo a trovare per una rinascita emozionale. Ogni istante bruciavo preziose risorse che si erano inaridite. Come legna messa ad essiccare al calore io ardevo. Come un vampiro per troppo tempo vissuto indegnamente m'incendiavo alla vista del Sole. Come un oggetto che era andato troppo in alto stavo perdendo quota.
L'oggetto aveva volato alto, oltre le potenzialità della sua nuova anima.
Pensare al passato era come agitare una pallida icona di un evento preistorico. I colori erano sbiaditi. La pelle su cui suonavano tutti i ricordi era screpolata. Molti messaggi provenienti da un infinito finito arrivavano in un porto stanco, essiccato.
Guardavo sempre dentro di me, dentro al nuovo organismo che si estendeva immenso, prossimo all'onniscienza e luminescente. Non c'era nulla d'interessante, nulla. Tutta la conoscenza, la sapienza che si stendeva sopra ogni altra cosa mai raggiunta da un umano era, dal mio nuovo punto di vista, polvere ricoprente, arida.
* * *
Sognai. Dopo un tempo immemorabile sviluppai una coscienza onirica.
Ero un adolescente, correvo su un prato primaverile e sfoggiavo dei vestiti sobri che dipingevano il mio fisico di tinte fantasiose, quasi fossero presenti su ogni lembo di tessuto dei ricettori d'immagini inconsce.
Il prato era verde, vivido. Gli alberi emanavano un fresco profumo ed io pensavo di dovermi sdraiare alla loro ombra, assaporando quella fragranza così rigenerante.
Credetti di sognare d'uomini delle caverne, d'animali che correvano verso un rivolo d'acqua per abbeverarsi e di così tante sensazioni di calore sulla pelle da farmi riprendere a circolare il sangue velocemente nelle dita, nelle gambe, dentro la testa nel torace, nel cuore.
L'immensità del mondo che premeva su me mi parve incalcolabile, non misurabile nemmeno con un dono di fantasia sfrenata. La brama di comprendere era sopra a tutto. Il desiderio - poterlo effettivamente fare mi sembrava una cosa stranamente eccitante - di percepire qualsiasi cosa mi parve uno snaturamento del risultato delle mie condizioni adolescenziali, umane e postumane, anche genetiche; il ragazzo voleva imparare, crescere e conoscere ma comprendeva quanto lontano era già dalla sua condizione nativa.
Nulla che poteva salvarmi… Ero ormai un predestinato alla Sophia…
Mi svegliai da quel sogno. Condensai i messaggi che avevo sognato in un'unica raccolta sostanziale che considerai l'essenza della mia condizione umana, qualcosa che mi apparteneva solo per un antico passato, una base psichica che era necessaria ricordare ma pesante da sopportare.
Non riuscivo a capire cosa poteva tenermi così vivo nella mia nuova condizione di sapiente. Un tramonto idealizzato svettava sulle mie sensibilità profonde. Io ero sempre più imploso, più stanco, sempre più colmo di conoscenza ma vuoto internamente.
Il cosmo era immenso, lo sarebbe stato sempre di più. Io lo percorrevo in ogni direzione ma non trovavo altro da fare che assorbire il vuoto sapiente.
Avevo necessità - compresi ciò in un lampo di fredda consapevolezza - di dimenticare la mia discendenza umana se volevo misurarmi bene con l'immenso.
* * *
Sembravo un serpente. Gettavo le mie radici nel fondo di un pozzo inimmaginabile. Trovai quanto mi apparteneva ancora come umano e lo tirai via come si farebbe con una pelle morta, senza alcuna difficoltà perché essa si stava già staccando da sola.
Fui immediatamente irriconoscibile ad ogni attacco che mirava ad assorbire qualsiasi essenza umana; avevo fatto l'avanzamento. Ero diventato un nuovo bersaglio di qualche essenza che non potevo ancora conoscere.
Nuovi modi di porsi. Aver perso anche l'ultimo barlume d'umano mi rendeva semplicemente diverso.
* * *
L'implosione si era fermata. Guardavo verso l'esterno con occhi non più eterei ma pregni di una concezione diversa, mai sperimentata. Essere morto rappresentava un traguardo estremo ma la soddisfazione di apprendere era destrutturata e rappresentava soltanto uno stadio necessario per accedere al fine.
Vivere come un essere atemporale, non sensibile alle emozioni mi rendeva soddisfatto, se la soddisfazione poteva essere un sentimento contemplato dalla mia ultima natura.
Era difficile inquadrare ciò che mi sarebbe piaciuto esaltare perché l'esaltazione era un concetto umano; ragionavo, vivevo di percezioni e d'estrapolazioni che premevano sulla mia persona sensoriale. Sentire ora significava ancora di più conoscere, agire su un livello percettivo superiore a qualsiasi scala immaginabile per un umano.
Improvvisa una domanda, tante domande: ero morto? Cos'era la morte? I morti sognano? Stavo sognando?
* * *
Sintetico.
Il regno delle parole stava diventando obsoleto.
Il regno delle immagini stava stretto addosso alle parole.
Inventarsi un nuovo modo di esistere, di comunicare.
Ero morto? Non riuscivo a togliermi questa domanda di dosso… Cosa significava defunto? Se morte significava essere da un'altra parte rispetto al corpo fisico allora sì, ma dovevo ricordare che ero stato contemporaneamente un cadavere pensante dentro al mio corpo vivo che si muoveva, che eseguiva… Forse ero stato un posseduto? Da cosa? Essere posseduti da se stessi poteva significare essere davvero in balia di uno spirito?
Il concetto di maligno, di benigno, di potenza occulta sembrava non essere più lo stesso di prima. Rappresentavo una cognizione non umana. Ogni lamento era soltanto un inutile e dannoso raccomandarsi alle religioni che avevo sconfessato con la mia stessa esistenza.
Io ero l'oscurantismo. Io ero l'eventuale luce. Io vivevo nelle ombre senza che esse fossero considerate demoni. Io ero le tenebre così onniscienti, potenti, disincarnate.
* * *
Vagavo tracciando un enorme cerchio. Ero di nuovo in vista del mio antico luogo di concepimento fisico - almeno per quanto potevo ricordare.
Un globo azzurro, rilucente, ordinariamente importante dove molte forme d'esistenza si sviluppavano autonomamente da un numero imprecisato di millenni si palesava alla mia attenzione.
Miliardi di menti pensanti ed io, come se fossi stato in un bosco, le ascoltavo risuonare al pari dei canti di tutti gli uccelli del mondo; risuonavano verso me invitandomi a venire, ad accoglierle, ad ascoltare le loro preghiere. Ero un'entità disincarnata che aveva potere, carisma, voce nelle vicende e convinzioni intime di un numero spaventoso di anime di bassa lega, crogiolanti nella loro immensa ignoranza.
Ascoltavo ognuno di loro in canali separati che avevo tenuto sempre pronti all'uso, ridevo attraverso le emulazioni che avevo raccolto fortuitamente qua e là degli esseri umani… Ridevo forte di quelle debolezze mistiche, ignoranti. Ridevo troppo forte e non avevo più nulla d'umano; ridevo degli umani pensando a quanto erano lontani dal capire, dall'essere grandi.
Non avevo, in fondo, i numeri per ridere ma lo facevo lo stesso.
Grandiosità di uno stato.