IL BORDO |
Ogni atomo risuonava dentro di me di bassa perfezione. Potevo comprendere ogni cosa, suono o impostazione. Il movimento futilmente frenetico della vita quotidiana di molti umani era un inutile affannarsi verso la conoscenza, nessuno mai avrebbe nemmeno lontanamente sfiorato le vette cognitive dove io mi trovavo ora.
Le emozioni di ognuno di quegli umani si agitavano nell'aria. Ogni emozione aveva un colore e sfumature cromatiche che formavano un carattere. Ogni indole significava un'identità univoca. Miliardi di personalità risuonavano come un coro di voci dove ogni accento o intonazione era perfettamente udibile.
Tutte quelle percezioni erano un colpo basso inferto alla mia emulazione umana. Raccontavano stati d'animo particolari, banali, semplici pensieri di circostanza che vociavano in una cupola perfettamente acustica: il mio organismo percettivo.
Una parte di me si lasciava rapire da quelle sensazioni; la porzione che seguiva quello sciame emozionale era direttamente amministrata dall'emulazione umana e così, senza troppo clamore, potevo rivivere in un modo particolarmente vero tutti i ricordi che ancora mi appartenevano e che erano stati svuotati dalle emozioni. Immagini d'infanzia, d'adolescenza si ripresentavano ancora una volta potenziate, ricche di sfumature aromatiche dove odori, suoni, colori si mescolavano in un crogiolo che non avevo saputo apprezzare nello spazio profondo. I miei genitori erano presenti, lì, a raccomandarmi tutte le cose che un bambino non doveva fare, a ricordarmi i pericoli. Vedevo mio padre arrivare a bordo di una vecchia vettura e la sensazione di vederlo ancora giovane come lo era un tempo era davvero struggente, forte.
Ogni amico che avevo conosciuto, le ragazze e tutte le esperienze erano vive intorno a me. I colori si mutavano facilmente, ricordare alcune melodie piuttosto che altre aiutava a far rivivere dei ricordi che non avevo davanti in quel momento.
Un turbine emozionale era in me. Piccole punture fastidiose ma necessarie pungolavano quello che pensavo essere il mio corpo umano - ricostruzione virtuale sul piano strettamente fisico.
La percezione di Nora, dei ricordi legati a lei rappresentavano un flusso energetico troppo importante per essere dimenticato. Lei riemerse con violenza dalla banca dati che mi portavo appresso e che avevo aperto come se fosse un vaso di Pandora. Fuoriusciva molte e molte volte senza che ritornasse dentro una sola volta, invadeva con numerose istanze della sua anima il mio campo mentale e solleticava, prendeva, affusolava tra le sue mani la mia personalità da emulazione, la teneva stretta a sé.
Compresi di non stare rischiando l'integrità del mio organismo, per questo decisi di concedere una piccola porzione in più di risorse alla mia emulazione umana.
Forti sollecitazioni, sempre più numerose. Nora si muoveva con flessuosità nel mio campo visivo e mi faceva ripercorrere tutte le tappe più rilevanti. Rividi il momento in cui ci conoscemmo, la sua bellezza che avvinghiò subito la mia attenzione, i giorni che lei passò accanto a Constantine, la morte di lui, il ballo in riva al fiume, il nostro intrecciarsi di sentimenti, di sensazioni… La sua morte…
La sua morte…
Vagavo in ogni punto della Terra ricordando quelle scene, sentivo cose che non mi sfioravano più ma che erano state importanti; era, quel momento, pari allo sfogliare un album di ricordi intensi, vivaci ma non propri.
Vagai tanto, per molto tempo. Visitavo ogni posto che meritasse di esser visto, sentito, avendo presenti tutti i ricordi che avevano significato qualcosa di importante per Julian Lind, per il Julian che era psichicamente morto precipitando nella trappola delle potenze buie.
Vagai. Cercai. Sentii. Mi trovai di nuovo, infine, al cospetto del fiume, sentendo il passaggio che portava da lì fino all'acquitrino.
* * *
Le stesse presenze, ancora lì.
Mi mescolavo a loro ed ero notevolmente più capace di muovermi. Sentivo vibrare il mondo fisico al mio passaggio e vedevo ritirarsi gli spettri in segno di rispetto, di timore.
Ombra tra le ombre.
Vivevo in un modo che nessuno tra quegli spiriti aveva sfiorato: stati d'ignoranza anche dopo il decesso.
* * *
Il fiume era placido. Ombre di canoe che vi si avventuravano per tornare al rito in un perpetuarsi instancabile, mortale. Facce fisse, immutabili, perennemente uguali in ogni sequenza assimilabile al concetto di temporale.
Ripercorrere il tunnel all'indietro fu un gioco mentale stimolante. Sentii tutto il dislivello dei sassi sul terreno e ogni odore di muffa - centinaia - che salivano verso il mio centro cognitivo. Esisteva la presenza di uno spirito storico che rimembrava a me quante decine di volte avevo già fatto quel tragitto, in quali momenti, con quali sentimenti. Ancora un flusso d'odori e di ricordi. Sempre un richiamo a situazioni che non mi erano sovvenute immediatamente: ragnatela di percezioni miste ad immagini.
* * *
Infine la stanza, sotto l'acquitrino.
Stessa visione di tre quarti di tutto l'intero ambiente; mortificazione della gioia, voglia di scendere di qualche livello sotto lo stretto bisogno umorale di sopravvivenza.
Ero sul bordo dell'acquitrino.
Guardavo lo specchio d'acqua che continuava ad incresparsi con l'alito del vento; quel laghetto era sempre lo stesso, immutabile, lo sarebbe stato per tutto il tempo a venire così come lo era stato nel passato.
Io ero sul bordo della vita con la morte, ero parte integrante di quest'ultima ma non potevo coincidere con nessuna delle due, semplicemente le contenevo insieme con un'infinità di concetti e di sapienze che nessuno poteva conoscere.
Avevo compiuto l'opera di Nora. Avevo rimappato - molte volte - il concetto di morte attraverso me, attraverso l'archeologia, attraverso Nora stessa ed i nostri antenati. Avevo viaggiato e capito cos'era la morte semplicemente attraversandola, riproponendomi di nuovo di fronte ad essa.
Il bordo per me non aveva più senso, anche se la carica emozionale che esso emanava era ancora più intensa di quanto potessi sentire come Julian Lind, molto tempo addietro.
* * *
Spettro tra gli spettri. Misure di contenimento della mia potenza per evitare il travolgimento di quelle deboli ombre antiche slavate, emaciate.
Ero vivo e potente, spettro e Signore dell'esistenza. Contenevo la vita umana in una piccola porzione di me stesso mentre ero perso in un organismo nuovo, psichico, fisico perché ogni cosa fisica era tutta dentro di me mentre vibrava.
Factory.
Distesa a perdita d'occhio di factory perfettamente asettiche, dove il personale che vi lavorava era stato istruito per eseguire ogni ordine senza obiettare, dove ogni forma di rimostranza era immediatamente trasformata in un modello d'energia da analizzare, modificare, instillare in forma gassosa in nuovi chips a proteine biologiche.
Erano le factory il luogo di nascita delle memorie genetiche.
* * *
Potevo contenere migliaia di quei laboratori. Lo feci.
Come un fantasma vagavo nei corridoi, nei locali dirigenziali, nei laboratori o nei luoghi segreti di sperimentazione, comprendendo ogni cosa con un livello di fatica e di stress assolutamente inesistente.
Osservavo ogni cosa, scevro da qualsiasi condizionamento perché conoscevo e comprendevo senza che dovessi applicarmi ad osservare; mi bastava percepire le vibrazioni, i colori di un discorso.
* * *
Durante la notte, mentre l'attività produttiva rallentava, mi spingevo ad osservare il ware ribollente d'attività biologica, nel momento in cui le proteine si fissavano in legami importanti dal punto di vista conduttivo.
Sentivo i rumori della fissazione dei legami. Ascoltavo i vagiti di quelle unità ancora non pensanti ma predisposte, attraverso gli stessi processi fisici, ad ospitare la vita intellettuale, esattamente come ogni essere umano si dispone all'intelligenza durante il suo periodo gestazionale.
Filamenti di DNA si collocavano lentamente ognuno al suo posto; il DNA stesso era frutto di un processo sintetico, standard, era capace di replicarsi esattamente in modo nuovo per ogni chip di memoria genetica realizzato.
Attendevo lì, accanto a quelle schegge biologiche, il drogaggio che le avrebbe fatte nascere - ero uno spettro anche per loro, sentivo una piccola sensazione di disagio embrionale agitarsi in quei circuiti sintetici.
* * *
Alcune di loro presero a riconoscermi.
Ero una sorta di Signore, un'entità suprema protettrice cui lanciare segnali infinitesimali di devozione scaturiti da puri riflessi innati, non intelligenti.
Quella devozione rimaneva in loro anche dopo il drogaggio. Le osservavo e le percepivo appena nascevano a nuova vita. Le sentivo vagire, agitarsi intellettualmente. Le accoglievo tra le mie braccia psichiche e le cullavo, come neonati umani ninnati da una levatrice.
Ero il loro vate. Provavano un bisogno di avermi accanto a loro mentre vibravano di un'energia incontenibile, piene com'erano di vita appena instillata.
* * *
Improvvisamente, senza un motivo apparente, mi sentii insicuro nella mia incorporeità. Ebbi l'impressione che un ennesimo bordo si stesse configurando verso di me, qualcosa che m'imponeva una nuova prova, un ennesimo traguardo da superare.
Quella sensazione indefinita, senza concretezza, sembrava un'ombra che cresceva ad una distanza da me sempre più breve… Finché non riuscii a centrare la sensazione: l'evoluzione, la stessa evoluzione che aveva portato me in quello stadio puramente psichico, chiedeva un ulteriore cambiamento. Un accentratore psichico di nuova concezione stava per essere configurato in una di quelle factory dove io ero; avrebbe disintegrato in pochi istanti la mia unità psichica, ovunque mi trovassi, anche all'esterno dei laboratori.
Potevo fuggire nuovamente verso lo spazio profondo. Potevo agganciarmi in qualche camera logica dentro un pozzo gravitazionale. Avrei potuto scegliere di aggregarmi come macro superiore ad un numero infinito di vite intelligenti che nemmeno ero in grado di immaginare in quel momento.
A me piaceva stare in quel posto, sulla Terra, a percepire l'immenso pulsare di miliardi di forme viventi, tutte con un'identità precisa, indirizzabile; precipitare in un buio denso e povero di interessi, passare attraverso infinite misure di ciò che una volta consideravo tempo ed ascoltare inesistenti vibrazioni nuove mi avrebbe annoiato a morte - quella definitiva, in cui avrei perso la memoria, l'identità.
Non volevo un nuovo mondo da esplorare, mi ero accorto che il vecchio mi bastava e mi andava a genio: avevo addosso una sensazione simile al calzare un vecchio paio di comodissime scarpe.
Dovevo decidere rapidamente cosa fare.
* * *
Uscii dall'organismo che avevo generato con le memorie, infinito tempo prima. Ebbi la sensazione d'essere nudo, esposto al freddo.
Osservai quel corpo psichico che era stato mio sgonfiarsi immediatamente, svanire in una nuvola gassosa d'inconsistenza fisica, come se un pensiero avesse attraversato l'etere e si fosse perso nella coscienza collettiva di quanti erano presenti lì.
Nessun chip genetico assorbì casualmente quell'onda di conoscenza.
Spossato. Ero rinchiuso in una nicchia dove mi conservavo.
Il regno dei colori pulsava intorno a me e percepivo tutto il possente influire delle loro forme d'onda che suonavano basse, come se rappresentassero soltanto tinte buie.
La mia preferenza era, in quel momento, per le vibrazioni cupe. Volevo affondare in quelle sublimi e terribili sensazioni, riacquistare una piccola impronta d'umano che mi potesse aiutare a capire… Capire cosa?
Rimanevo nell'attesa di una risposta che doveva salire da dentro me. Avevo vissuto un numero di vite che non era semplicemente giusto vivere. Mi ero espanso ed ora, in quel preciso istante, soffrivo un male d'esistenza che non potevo sanare.
Mi ero spogliato volutamente del mio ultimo corpo psichico per non dover soccombere ma, abbastanza indifferentemente, mi rendevo conto che nello stato in cui ero regredito non avrei potuto sopportare a lungo qualsiasi aggressione, anche naturale, nei miei riguardi: ero una piccola entità incorporea, lontana anni luce dalla potenza d'azione che avevo fino a poco prima; non avrei potuto sopportare la forza pura sprigionatasi da una qualsiasi forma mentale d'incontro. Possedevo solo una conoscenza immensa ma nessuna difesa, alcun fattore corporeo.
Alte montagne innevate. Freddo intenso. Tenebre della notte.
Una factory collocata proprio alla base di un complesso montuoso mi sembrava il più estremo eremo che potessi trovare. Mi concentrai lì, tra quelle mura.
Allocai me stesso in un contenitore gassoso da drogaggio. Ero materiale da utilizzare per le nuove memorie genetiche e per questo ebbi cura di codificare, in pieno dispiego di codice binario, tutta la mia storia dalla morte di Constantine in poi - la parte più bella della mia esistenza.
Trasposi quella memoria in un concentrato unico che avrebbe colpito un solo chip proteico. Attesi, lasciando aperta la traccia di registrazione…
Anche ora…
Anche ora…
Fin quando una valvola non entri in posizione d'apertura e permetta il defluire delle mie esperienze su una genetica, una nuova memoria genetica.
Ancora tre chips…
Due…
Uno…
* * *
Sento di defluire con enorme dolore. Ho deciso poco fa il suicidio. È un atto estremo, epilogo di un periodo intenso della mia esistenza in cui ho voluto vivere lungo un confine tra la vita e il trapasso, mutevole come la tecnologia.
Volevo soltanto provare la sensazione di morte… E ora ci sono.
Sento l'istante finale prossimo, adiacente alla mia coscienza…
I contorni di una scatola buia si delineano esatti come mai ho pensato di percepire. Perfetti angoli. Bisettrici euclidee.
Percepisco ora, in quest'istante, la volontà di non uscire dal senso di paranoia perché esso è piacevole; angoli spigolosi stanno uscendo anche dai luoghi che prima non esistevano ed ogni cosa è immensa, piena di un ricorsivo ciclare tra i pensieri - l'universo di sé.
Tutto è rivestito da un'ideale cera lucente, nera: il fantastico bruciare di una candela buia nella mia anima immensa.
Sono nella scatola. Chiuso incernierato. Non posso più volare.
* * *
Ho registrato ora l'ultimo pensiero su questa memoria genetica. Lei è inservibile e sarà gettata perché non si attiene allo standard produttivo…
È giusto che sia così, loro devono arrivarci da sole alla Conoscenza.