MOTIVO



Riflessi. Di specchi metallici lungo una distesa acquatica. Imbevuti di silenzio. Lo sguardo che si perde altrove, cercando minuzie lontane. Ora indefinita del giorno, luce piena. Ancora qualcosa da definire: sensazione sfuggente. Mercurio. Viscosità come un corpo nudo ricoperto di oli. Ricordi di odori da associare a movenze, da interpretare come blanda lussuria. Attenzione rivolta di nuovo al lago. Volo di uccelli. Fruscio di canne al vento sottile, brezza. Soltanto un'impressione di brezza. La pelle ribolle di calore, anche all'ombra. Nessun alito, calma piatta. L'erba sopra il pelo dell'acqua è in movimento, solo nella sua parte superiore. Nessun movimento del vento, ora. Gli uccelli vanno. Ritornano. Si allontanano. Sono sempre in orbita intorno a me. Con un raggio irregolare, sempre nuovo. I riflessi si placano impercettibilmente. Lo specchio d'acqua diviene una maschera indecifrabile, non sente più le vibrazioni della vegetazione che inghiotte. Sembra una distesa enorme di mercurio puro. Qualcosa da bere, da possedere. Da acquisire. Da interiorizzare. Mi guardo intorno. Questa volta più attentamente. Il paesaggio che mi stringe è inesplicabilmente vivo. Non botanicamente: sembra un animale. Nessuna sensazione bucolica. Le rocce delle montagne intorno trasmettono. Impercettibilmente. Impossibilmente. Le coste del lago sono pagine di un libro chiaro a metà, ora. Mi concentro. I miei pensieri sono altrove. Una voce sottile mi tende i sensi come fili rigidi. Non so capire chi è che parla, né il suo sesso. Nemmeno l'età. Mi sfugge il senso delle parole. Ogni sillaba è in realtà suono puro. Il suono si avvicina al momento primordiale d'ogni pensiero. D'ogni conoscenza. La sapienza allo stato liquido. Pronta da essere assorbita. So bene, ora, che il lago non è di mercurio. E qualsiasi cosa può filtrare in me, come quelle parole che odo insistentemente. Come l'onda d'ogni minimo brivido che provocano tutte le vibrazioni di quell'istante. Splendida seduzione, comprendo con lag. Poco fa non avrei pensato che lo specchio d'acqua è conoscenza. Non mi ero mai reso conto di quanti movimenti embrionali sono contenuti in ogni goccia, infinitesima, d'acqua primordiale. La stessa acqua di adesso. La stessa che lascia vibrare questa voce. Diretta verso me. Dentro di me. Che io assimilo come icone. Semiotica. La mappa non è il territorio, penso. Ondate d'associazioni mentali a valanga. Come la rottura di una giunzione da semiconduttore. E il lago sembra contenere tutto. Senza smuoversi. Senza incresparsi. Nemmeno sul suo fondo. Posso essere sicuro di ciò, lo sento: il fondo mi vive dentro, fin nel profondo. La mia anima si rispecchia nel lago. Riflessi in superficie. Di me, del lago. Trigger. Sintonia sintonizzata su frequenze impossibili. Nessun tempo. Non ho sentito scorrere nessun lasso di tempo. Il tempo è scomparso, forse scappato. Non ho tempo, non ho tempo di aver paura. Non ne avrei avuto modo, in ogni caso. La comprensione è sicurezza, l'ignorare sfocia nel panico, nella fobia forse. Freschezza di un sintomo. Come essere nati a nuova vita, senza che esista una vera ragione. Il sintomo è stabile. Ogni cosa sembra essersi fisicamente acquietata ora. Gli uccelli sono volati via, forse non ci sono mai stati. Il dubbio s'insinua come un cuneo. Un sottile filo cellulare in grado di tagliare qualsiasi consistenza, ogni labile emozione interiore. Attraverso quello iato s'infiltrano stranieri. Gli stranieri sono sconosciuti. Le cose sconosciute fanno potenzialmente paura. L'equilibrio sembra essersi incrinato. Il lago torna ad incresparsi senza un vero motivo se non me. Il lago è di nuovo lievemente mosso da un istante che non sono in grado di riconoscere. Che non ho percepito. Non è mai esistito. I riflessi sono sempre stati un substrato della placida staticità superficiale acquatica. Che forse non è mai esistita. Che io non ho mai visto. Il tempo va guastandosi. Nubi nere all'orizzonte. Freddo. Portato da raffiche di vento umide. Eppure gelide. Uccelli in un pazzesco carosello. Stridori. Sono sovreccitati dall'elettricità nell'aria. Nitida sensazione. Di aver sfiorato la perfezione. Di averla avuta saldamente in mano. Di aver poi permesso il suo dissolvimento. Ho vissuto un istante eterno di cristallina purezza. Pensavo d'essere l'estremo dio poco dopo aver creato, quando il linguaggio era esistere senza confini. La parte umana di me ha preso a vibrare troppo presto. Ha ricacciato nell'abisso la complessità completa.