AGENTI DI UN NUOVO LIVELLO |
Momenti di vita normale. Ogni giorno si sussegue uguale ai precedenti, non c'è motivo apparente di un cambiamento nel prossimo futuro. Il mattino è un tappeto di obblighi inderogabili, un dovere si sussegue all'altro in un'interminabile sequela di azioni meccanizzate, macro da esaltazioni mnemonica.
Sei anni d'operazioni reiterate. Lo sfinimento. Sapevo che avrei cessato di replicare i miei gesti nel momento in cui avrei interrotto la continuità. Il momento è qui, è arrivato. Le normali vibrazioni dei colori prendono il posto loro spettante accanto a me, mi accompagnano nei miei gesti quotidiani. Le frasi, i movimenti degli individui intorno a me sono sapientemente dosati, tendono a dare il massimo risultato con il minor dispendio d'entropia. Cancellare la propria natura sembra essere il must usuale di ognuno di noi. Io osservo estraniato il correre isterico delle entità umane in un circolo a malapena vizioso, forse maggiormente definibile come esaurito, non più passibile di nuove, vere acquisizioni cognitive. Quegli uomini sono macchine biologiche in cui è stato installato del software poco umano. Un delirio da pagare nella vecchiaia con alienazione. Senso d'inutilità. Impressione di aver perso una vita intera in impossibili loop mentali. Ho proprio bisogno di ciò?
Il ricordo del lago placido mi rilassa. Il bisogno di fuga diventa impellente, irresistibile. Con la mente sono di nuovo lì, a cercare di respirare aria cristallina. A fare i conti con le regole umane che dispongono il passare delle mie ore. Anche adesso che sono diventato postumano, per interfaccia hardware di tipo biochimico. Quasi tutti i miei amici sono ancora interfacciati per mezzo di protesi hardware.
- Alex?
Lei mi chiama. La mia compagna. Grace. Voce gentile. Carattere deciso. Non ho molta voglia di parlare stamani. Ormai da un po' di giorni, forse un mese.
- Sì - rispondo assente.
- Il collegamento operativo. Dati in arrivo…
Il suo modo spiccio, tipico di quando ci sono da sbrigare faccende organizzative, mi sovrasta. So che non posso eccedere il limite delle mie capacità umane, però vorrei scavalcare la mia aurea fisica. Desidero, per la prima volta nella mia vita, travalicare il muro dell'esistenza fin qui conosciuta. Misticismo alle ortiche. Ho solo bisogno di emozioni puramente non umane. Devo diventare un ricordo lontano, da non esistere più dentro di me. Così potrò sopravvivere nel nuovo stato, in apnea, come se stessi affondando nei mari profondi; sentirò la pressione dell'enorme massa acquatica sopra di me che tenderà a schiacciarmi, io che tenderò a zero. Io che divento un limite. Senza raggiungerlo. Odo il silenzio che vorrà entrare in me, nelle immensità abissali di me stesso verso le profondità stagnanti della mia comprensione…
- Alex, bassa velocità in upload. Hai parametri nuovi?
Non rispondo. Non fiato.
- Alex?
Cedo. Se non risponderò ulteriormente lei mi verrà a cercare. Anche quaggiù. In questa fossa coperta da migliaia di metri cubi d'acqua.
- Dimmi…
- L'upload, è basso. Hai forse le primitive per nuove cognizioni?
- Sì - replico stancamente - devi entrare nella sezione ad accesso sviluppo comunitario. Devi leggere i quesiti posti stanotte ed estrapolarne i simboli guida. Muovi il rog.
Risponde con mugolii. Ha capito.
- Ma dove sei ora?
- Nel limbo. Studio alcune soluzioni che possono darci vantaggi di qualche frazione d'ora. Dovrebbero bastare per darci lo spunto sul mercato lunare, almeno per alcune settimane.
Non replica. L'ho convinta a lasciarmi stare.
Luna. Gli astri. Da qualche decennio l'umanità ha preso a vivere fuori dell'ecosistema terrestre. Forse è per questo che io sono, ora, così affascinato dalle fosse lacustri. Dal mare. Dalle vibrazioni della natura terrestre, come se fossi un pagano in adorazione davanti a Pan. Penso continuamente alla splendida solitudine che ho provato in riva al lago. Penso a quanto forte è stato il senso d'abbandono del mio corpo: credo di essere morto per qualche istante. O forse no. Forse ho soltanto valicato una barriera, qualcosa di simile ad un salto cognitivo. Vorrei seguire soltanto il filo logico della mia anima ora. Farmi guidare dalla mia sensibilità biologicamente alterata. Assumere, se necessario, catalizzatori chimici per le sinapsi.
Scrivo mentalmente del codice per gestire le procedure di sostentamento. Garantire la presenza fisica mentre la mia coscienza è altrove mi sembra un doveroso atto di responsabilità. Lascio fluire la sensibilità nel descrivere le variabili ambientali, il flusso energetico che decodificherà le ombre, le luci, i bilanci energetici pregni di oscuri significati. Sento la forza delle nubi premere sul sole. Acquisisco l'esistenza d'infiniti momenti vissuti che rivivono. La luce solare. Il buio notturno. Un gioco che sa di esteso. La mia forza psichica concentrata in pochi centimetri cerebrali. Che posso trasportare a mio piacimento. Fuori di me.
- Cosa sono questi riverberi?
Tranquilla. Stai tranquilla tesoro. Non è nulla.
- Non è nulla tesoro. Sono rifrazioni da compilazione.
Rimango in silenzio un instante, poi…
- Regola bene i parametri d'interpretazione. A volte basta un deliberato "sfogliare le risorse" per.. Lo sai, no?
Sorride. Lo sento dalla sua voce nell'interfono posto dentro la mia cavità cranica.
- Sì, lo so.
Sorrido a mia volta.
Su un piano leggermente disassato stanno continuando le relazioni con i nostri colleghi. Discorsi d'ogni genere in una babele di percezioni personali a volte banali, a volte minuziose nel loro orientamento al business. La presenza di folta vegetazione negli uffici sembra regolare irrazionalmente i rapporti tra tutti noi. Sto Scoprendo, con un senso d'incredulità, che molti legami tra noi sono figli d'altre, precedenti, correlazioni d'affinità. Tuttavia le nuove sintonie non conservano che un pallido ricordo delle vecchie. Esistono interazioni che non s'imparentano tra loro. Eppure si continua ad interagire tra colleghi, a dispetto del tempo che passa, che muta ogni cosa.
Gli alberi si muovono con movenze asincrone, molto incontro a me, poco verso il resto del mondo. Il loro linguaggio è un codice cifrato che solo io, sembra, posso decifrare. Lo sfarfallio delle foglie in preda agli aliti di vento non è coerente. La corona di verde vitale, non ancora bruciata dal calore implacabile, circonda ogni mia vera sensazione adornandola d'incontaminate, arcaiche icone; qualche fatica sparsa qua e là di puri, antichi esseri umani si pregia di trasportarmi in quei tempi remoti, fino a farmi scendere i gradini di un tempio eretto con del marmo puro, di provenienza africana. L'estraniamento principale, quello vero, è dato dal movimento d'alcune foglie, non da altre o da tutte com'è lecito attendersi. Alla mia mente distorta da quell'innaturale attenzione ciò appare un chiaro segnale. Loro si palesano per insultarmi, coccolarmi e farmi andare sulle loro ali. Fino a quando la mia concezione umana mi riporterà sul solito livello di percezioni, lasciandomi solo con il senso di meraviglioso appena sfumato. In febbricitante attesa che qualcosa di nuovo mi strappi alla noia, come un novello profeta visionario in grado di vedere tutto, tutto quello che l'ordinario essere umano nemmeno immagina.
Echi.
La moltitudine della nostra cerchia di conoscenti, di me e Grace, vocia in un corridoio in fondo alla mia attenzione. Come un gruppo di ritorno dal luna park, risate. Grace vi partecipa in un crescendo d'interattività dove non riesce a trascurare nemmeno l'aspetto professionale, le interazioni tra vari gruppi di lavoro. Nemmeno i continui squilli telefonici che rimbombano nei nostri crani - come accadeva nel vetusto centro di controllo della NASA, ai primordi - riescono a farmi perdere il filo delle emozioni sottili. É come vedere dei morti camminare di fianco a noi, e organizzare insieme a loro turni di controllo affinché ogni particolare operativo sia rispettato, affidando ad ognuno i dettagli appartenenti al proprio dominio. La fobia di fuggire da un lago di campagna, mentre racconta se stesso alle orecchie di chi può sentire, o vuole ascoltare, è molto vivida. Sensazione di essere una delle poche unità, da contare sulle dita delle mani. Classiche mani da antropologo, mai mutate in migliaia di centinaia d'anni.
Avverto di percorrere un cammino spirituale diverso. Cerco di approdare verso qualcosa che sento di cogliere a poca distanza da qui. Sarà talmente palese comprenderlo da apparirmi addirittura ovvio. Banale. Inevitabile.
Grace è ancora di là, a coordinare. La brezza sembra aumentare man mano che si va verso le ore calde.
* * *
Un percorso non troppo nitido davanti a me. Le linee principali sono tracciate. Manca il contorno, gli abbellimenti. Alberi lungo la strada. Case. Impianti industriali. Il fluire più o meno rapido dell'esistenza. Parole rapite nell'aria mentre si transita. Idiomi. Modi di dire. Atteggiamenti.
Percorro lo sterrato che porta verso i miei desideri. Percorso mentale, indeciso.
Respiro polvere, pollini. Respiro la ruvida imprecisione che sa di gioventù, d'oggetti e pensieri acerbi. Impiego brevi eternità a contemplare ciò che mi vive intorno. Osservo, semplicemente.
I piccoli dettami di una vita quotidiana sono dispiegati potentemente davanti a me. Immutati nella sostanza da sempre. Almeno fino a pochi decenni fa.
Ho dolore alle giunture chirurgiche, all'interno della mia testa. Il mio cervello in sovreccitazione reagisce tentando di sfruttare ogni neurone possibile.
Più di qualcosa mi sfugge. Da una vita. Ho sempre sentito una sensazione d'incomprensione dominare la mia esistenza. Il disagio di una mancata estasi mi generava introspezione, marcatamente oscura. Cercavo - e cerco - un dominio che mi potesse dar possibilità d'annichilimento, una volta annullatomi nei suoi confronti. Un mondo che potessi tuttavia dominare e dove ogni mio istante-desiderio fosse un realizzarsi di materia coprente. Cerco una roccia sopra di me per schermare le radiazioni dello spazio profondo, là dove carne plastica umana pompa sangue nell'insostenibile freddo siderale.
Ho desiderato a lungo quella coperta di rocce, quella stanza tutta mia dove pareti sonore circondano la mia anima, la mia umanità intrisa - ora - di biologia d'avanguardia. L'ho rincorsa nei sogni. L'ho provocata usando droghe psicotrope. L'ho interiorizzata ascoltando racconti di fantastici fantasmi mentali, guardando visioni olografiche perse in pieghe esistenziali che non pensavo esistessero. Il tempo è così passato. Tanto n'è passato. Mi sono accorto che dieci e più, quindici anni si sono disintegrati addosso ad un muro invisibile. Affronto l'ipotesi di allungarmi l'esistenza come un'opzione valida ma non necessaria. L'idea di una stanchezza infinita, protratta nel tempo, mi annienta. Avrei bisogno, in quella situazione, di continui aggiornamenti software, di nuove motivazioni in formato gassoso, di nuovi orizzonti da iniettare, di mappature rinnovate dei miei zenit e delle mie ambizioni. Tutto da ricreare. Forse, a quel punto, non sarei più io.
Focalizzo nuovamente la mia psiche su ciò che è più immediato. Sto percorrendo l'autostrada verso l'aeroporto. Affrontare viaggi di lavoro non è mai stata la mia più sfrenata ambizione, anche se viaggiare significa fuggire dentro un altro mondo. Che diviene intollerabile quando già si sa cosa prospetterà.
La mia vettura viaggia ad alta velocità, la guido sicuro. Mi è sempre piaciuto sfidare i miei angusti limiti di guida con nuove prestazioni, così da affrontare le curve col giusto grado di concentrazione, dopo averle attentamente e rapidamente analizzate con l'ausilio di programmi chimici. Mi esalto, m'illudo di essere un buon pilota in grado di provare emozioni infinitesime da gran premio, da prove in pista.
Sono puntato, superato; a mia volta sorpasso, affondo l'acceleratore un attimo prima di quanto sarebbe prudente fare. La vita analogica s'interfaccia continuamente con i miei modi pensare digitali. Sono una sorta di modem biologico.
L'autoradio gracchia continuamente canzoni alla moda nei circoli underground attuali. Seguo il percorso che disegnano quei suoni attraverso una pista che corre parallela, nella mia testa, di fianco all'autostrada. Il gioco di sovrapporre questi due tracciati mi conquista rapidamente. Posso tranquillamente affermare di osservare ghosts in mia compagnia, dentro la vettura. Urla sommesse di quieta disperazione. Le vecchie paure di fine millennio si affacciano con tutta la loro carica medioevale.
Sono giunto al parcheggio.
Respiro con il fiato grosso.
Un evento catalizzatore verso un livello cognitivo superiore agisce dentro di me. Anche il volo di una farfalla può portarmi verso il nuovo mondo, il nuovo modo. M'incammino verso il check-in. Rifletto attentamente. Respiro profondamente. Sto decidendo molto più della mia vita. Sento che le mie future esistenze, se mai ce ne saranno, saranno condizionate da questi istanti.
Grace in un angolo mi parla.
Brani di colloqui di lavoro misti a giochi intimi di parole. Ricordi di piacevoli effusioni private. Un braccio sempre più esile che mi trattiene nel mondo usuale: l'umano, che sento gravemente compromesso. Corrotto da nuove tecniche di vita.
Vento.
Ricordo dello specchio d'acqua.
La vegetazione agitata dalla brezza, dalle piccole onde generate dall'aria in movimento. Sto afferrando il momento.
Riflessi. Meccanici. Mercurio placido su cui è disteso il mondo che osservo. Alieno. L'istante perfetto che ho afferrato in precedenza mi scuote di nuovo e fa vibrare il mio interno.
Silenzio. Religioso.
La comprensione, l'intuizione forse dovrei definirla, di accorgermi di non volere più quest'ordine di cose si affianca alla definizione di quello che vorrei da me ora: capacità di sintetizzare i miei sensi. Digitalizzarli. Inserirli in circuiti elettrochimici così vasti da essere infiniti nella loro limitatezza, dentro cui io riesca a muovermi con la stessa velocità del pensiero, senza ostacoli. Ogni mio desiderio sarebbe un'azione. Anima di un mondo nuovo. Il nuovo giardino dell'Eden. Molto di più. La fuoriuscita dal corpo. Il pensiero e l'azione veloci più della luce. La possibilità di anticipare il pensiero con l'azione. Rimanere tuttavia vivo e comunicare con i vivi. Come un defunto che vaga dopo il suo suicidio.
Sintetizzare.
Sintetizzarmi.
Rimanere su quel lago di mercurio fino alla fine del circuito che mi contiene - infinito. Non farsi più sfuggire i momenti d'eternità. Essere pronto a migrare verso nuovi software, freschi circuiti quando gli attuali si degraderanno. Nuovi livelli cognitivi nemmeno immaginabili sono pronti ad essere concepiti. Immortalità cosciente, nessun disagio da vampiro.