RICORDO |
- I suoi documenti, signore?
- La scansione dell'iride può bastare?
- Si accomodi qui allora. Pochi istanti di pazienza - Il sorriso dell'addetta al check-in era semplicemente radioso, bello.
- Mi dica quando devo aprire gli occhi.
- Ecco. Ora signor… Dumaw? Alex Dumaw? Anni 37. Luogo di nascita: Mosca
- Varsavia - corressi - Ho vissuto a Mosca dai tre anni in poi.
- Perfetto…
Mi bloccai. Guardai negli occhi l'addetta. La sua inesattezza era volta a verificare la veridicità dei miei dati. Tattica antica, tipica del poliziotto. La mia iride si era dilatata per confutare ciò che controbattevo. La volontà intima, involontaria di correggere ciò che era falsamente enunciato si era così palesata.
Il corridoio che portava alle porte d'imbarco era lungo. Il tempo d'introspezione si dilatava. Altre considerazioni su di me.
Alberi dipinti sul muro con tecniche digitali facevano bella mostra di sé, agitandosi ad un vento simulato - mai una raffica uguale all'altra, mai una foglia si muoveva nello stesso modo, mai un'identica sincronia con le altre fronde era visibile. Di fronte a me ammiravo un capolavoro di perfezione interpretativa, un compendio di studi giunti al traguardo di una perfetta sintesi, pari almeno al modello originale.
Più avanti, verso le porte, un fruscio d'onde sommesse veniva verso me. Lo sguardo si soffermò su un impianto di generazione del microclima. Un salubre ambiente di lago fioriva poco più avanti. Erano solo poche settimane che non volavo più da quel terminal, eppure molto era cambiato. Agenti di un mondo in continuo rivolgimento, abbellimento, emulazione si erano adoperati per modificare radicalmente quell'ambiente. Molti altri habitat lì intorno erano ragionevolmente stati modificati per induzione.
Osservai. Più attentamente. Con la mia anima. Penetrando in quell'arcano mondo emulato. Trovandovi tutte le vibrazioni giuste. Afferrando ogni minima cromaticità riflessa dal sole sui dorsi dei fili d'erba, sulle radici degli alberi affondate in pochi centimetri d'acqua. Storsi il naso per l'odore intenso dell'acqua stantia verso riva. Ero abbagliato da rivoli di verde ribelle chi s'intrecciavano sui tronchi d'albero, verso l'alto. Il senso di paganità che si ravviva nelle giornate di primavera, fino a galvanizzare lo spirito di chi abbia il coraggio di contemplare, era vividamente avvolgente. Percepivo la futura raccolta delle messi garantite dalle zolle coltivate, i ringraziamenti dei contadini allo spirito che ravviva la grassa terra… Cerimonie da troppo tempo scomparse, senza che avessero, tuttavia, perduto significato. Riuscivo ad intuirle implicitamente. L'energia che viveva nei solchi esplosi dall'aratro non era minimamente distrutta dai nuovi culti irrispettosi.
Stetti lì, alcuni minuti, in intensa contemplazione. Ero fermo davanti a quel favoloso spettacolo d'emulazione. Ogni aspetto arcano e occulto vi era compreso. Rimasi in preda ad una profonda estasi anche quando abbandonai la sala. L'imbarco.
Il pulmino che mi portava verso l'aereo era rumoroso ma la corazza che avevo costruito intorno a me respingeva qualsiasi assalto asfaltato, ogni fastidioso rumore meccanico del mezzo, il vociare fuori luogo di gruppi d'uomini d'affari, in consulto sui loro piani strategici per il futuro. Ero ancora davanti a quel lago magico, riverberato dai riflessi di luce ambrata, scaldato dal calore emulato, rinfrescato dall'ombra degli alberi in finto legno, imbevuto di veridicità digitale.
Salii le scalette. Presi il mio posto, accompagnato dai gesti e sguardi delle hostess. Spensi i circuiti di comunicazione insiti nei miei neuroni. Salutai Grace, un momento prima di isolarmi, con un messaggio registrato che lasciai sul suo server personale craniale.
M'infilai le cuffie senza ascoltare le istruzioni d'emergenza che conoscevo a memoria. Socchiusi gli occhi.
La fantastica possanza di quel mondo naturale emulato, delle sensazioni che da esso fuoriuscivano, mi avvolse, m'indusse un sonno immediato, popolato da brividi lungo il collo. Piacere da vendere. Da offrire. Da regalare a chiunque avesse voluto partecipare.
Abbandonando il mio corpo riuscivo a tendere verso una perfezione lontana, agognata, impossibile da raggiungere normalmente. Il mio essere si sospendeva nell'attesa di un nuovo corpo.
* * *
Viaggio breve. Lunghezza cinquanta minuti circa.
Atterrammo su una pista di poca importanza. Appena scesi a terra fissai a lungo la torre di controllo, dove infinite connessioni possibili pendevano poco elegantemente da ogni piano. Riuscii a scorgere anche due operai connessi ad una di quelle boccole - probabile condivisione in lettura del cablaggio elettrico dell'edificio.
L'aria era afosa. Il contrasto con la temperatura perfetta dell'aeroplano mi faceva venire mal di stomaco. Fuga verso le porte d'uscita. Calca per passare tra esse.
Fui sorpreso dal trovare il complemento al giardino selvatico di un'ora prima. Era come se avessi attraversato lo stagno e mi trovassi nel punto opposto. La temperatura mi coinvolse. Qui la sofisticazione superiore del metodo d'emulazione permetteva un'integrazione del sistema climatico: un senso di corrente umida attraversava i miei vestiti, lasciandomi aloni di lieve disagio. Fissai a lungo, di nuovo, quell'ecosistema così perfetto - non avevo ancora dimenticato il precedente. Inconsapevolmente, senza spiegazioni, guardai le mie mani pulsare sangue a velocità superiore. Le vidi più rosse. Alzando lo sguardo versi quei tronchi d'albero fui assalito dall'intuizione che ogni aeroporto della nazione poteva essere mappato come un piccolo angolo dello stesso stagno. Il lago che avevo visto nei giorni precedenti si riproponeva instancabilmente, invariabilmente in innumerevoli varianti. Esso era rappresentato, fondamentalmente, da una sequenza ASCII arricchita di nuovi particolari.
Stetti a lungo anche in quella sala, più piccola rispetto a quella precedente, assaporando come tè alla vaniglia le gustose pietanze che esse, le emulazioni più fedeli della realtà, mi proponevano a dosi massicce.
Ero solo ad ammirare. Ad interiorizzare.
Grace raccontava per immagini coincise gli avvenimenti dell'ultima ora. Seguivo ogni sua annotazione in una piccola area riservata della mia capacità cognitiva. Al di fuori di quella porzione cerebrale lei era ignorata, non avevo intenzione di farmi rovinare il feeling con emozioni business di seconda mano, perfettamente inutili e disgustose. Dopo pochi altri istanti d'ascolto sfumai Grace, dandole percentuali di memoria elaborativa pari a zero.
L'icona di Grace era in un angolo, come una foto ricordo. Sorrideva.
- Il tempo a Lei concesso per ammirare l'opera è scaduto. Prego, si accomodi nella stanza successiva per ritirare eventuali bagagli.
Una voce fuori campo, impersonale perché sintetica, s'intrometteva nei miei processi mentali con priorità elevata, una sorta di messaggio di rottura su ogni protocollo.
Ad intervalli regolari, ogni venti secondi, quella voce si ripeteva. La direzione dello scalo voleva esser sicura che stessi uscendo dalla sala. Gli ultimi avvisi erano accompagnati da lievi pizzicori lungo la spina dorsale, il mio midollo osseo diveniva un conduttore elettrico a basso voltaggio. Ero affascinato da quell'ennesima capacità d'interazione, così fisica, malleabile. Penetrava con dinamicità potente in me. Era semplicemente fantastico.
Uscii, alla fine. Non senza voltarmi indietro almeno un paio di volte.
Sorrisi compiacente - compiacente di cosa? - al personale addetto alle porte che mi fissava impaziente. Mi allontanai da quell'aeroporto con la netta sensazione che un'ombra nera si fosse impadronita di me. Una penombra che non avevo apparente motivo di sentire addosso. Il sorriso sulle mie labbra moriva. Qualcosa all'orizzonte sembrava chiamarmi ed io, sfibrato, lasciavo andare i miei lineamenti facciali in una sorta di maschera funebre; incapsulato in un silenzio totale teso all'ascolto ero incapace di reagire, mi percepivo attento a ciò che stava comunicando con me.
* * *
La linea automatica dei taxi. Interfacciati con sistema esperti.
- Mi dica l'indirizzo di destinazione, signore o dottore?
- Signore va benissimo…
- Il suo nome, prego.
- Vuole dei documenti a tessera?
- Anche l'impronta dell'iride va bene.
- Mi chiamo Nixon.
- Signor Nixon, non credo che il suo cognome sia vero. Ha lineamenti vagamente asiatici. Dal modo in cui muove la mandibola mentre parla, dal suo tipo di sguardo io affermerei che lei è d'origine è russa. Forse di San Pietroburgo. Si avvicini al riconoscimento dell'iride, prego.
Accostai il mio sguardo a quell'apparecchiatura. Attesi pochi istanti di luce intensa, non fastidiosa e indiscreta.
- Signor Dumaw, perché mi ha mentito poco fa?
Sorrisi dimostrando affabilità. Avrei volentieri sconfigurato quell'unità mobile troppo intelligente e indisponente.
- Un gioco, signor Sistema Esperto.
- Perdere tempo in questo modo non giova a nessuno, nemmeno a lei che viaggia per affari…
Quella voce così filtrata, marcatamente falsa, mi scatenava istinti omicidi. Ero innervosito dall'indisponenza di un sistema così indiscreto. Cercai di isolare le onde sonore emesse dal vibrafono d'ultima generazione: non volevo spaccarlo.
- … E poi non mi ha ancora detto la sua esatta destinazione, signor Dumaw…
- Rue de Coscion…
Il sistema rimase qualche istante in silenzio, in elaborazione affannata.
- Signor Dumaw l'indirizzo che mi ha indicato non esiste. Dal nome direi che è un indirizzo volutamente falso: vuol forse prendersi gioco di me? La avviso che gli abusi verso i sistemi esperti sono puniti a norma di legge nazionale con pene…
- Lasci stare, conosco la legislazione, conosco le pene - Interruppi bruscamente quella nenia emulata, ne avevo abbastanza - si diriga verso il palazzo di metavetro alleggerito, al centro. Lo conosce?
- Certamente. Sa che…
Sferrai un calcio verso l'unità audio, indispettito da tanta pedanteria: avevo in testa versi di vecchie dark-band che onoravano il silenzio attraverso se stessi. Chi aveva progettato quei sistemi vi aveva trasferito la loquela tipica degli ingegneri: tutta sapienza e poco tatto.
Il taxi fu rapido. Su miei suggerimenti sfruttò ogni piega del codice stradale per arrivare velocemente a destinazione. Ero piacevolmente sicuro che da quell'altoparlante sarebbero usciti improperi binari, se solo ve ne fosse stata la possibilità.
- Grazie - sussurrai ironicamente al sistema esperto, ormai muto. Scesi dal mezzo lasciando un pagamento con carta di credito cospicuo, a mo' di recupero sul danno che avevo causato all'impianto di diffusione, tanto per non farmi venire a cercare dalle linee di credito automatiche della società di taxi.
Attraverso gli occhiali da sole osservai il palazzo di metavetro alleggerito, costruito con tecniche di origine spaziale - molti terrestri abitavano in strutture simili in prossimità delle cinture degli asteroidi. Quell'edificio era immenso eppure possedeva snellezze architettoniche stupefacenti, quali un secondo piano che era contratto in un solo vano mentre tutto il fabbricato soprastante poggiava su di esso. Questa tecnica permetteva le edilizie su richiesta: se una società voleva un novantesimo piano poteva ordinarlo, poteva farlo poggiare anche su un esile pilone trasparente.
Guardai l'orologio atomico incastonato nella mia parte cerebrale sinistra: le undici meno cinque della mattina. Ero in orario perfetto. Non avevo dubbi sull'efficienza dei sistemi che affiancavano le usuali attività business quotidiane.
* * *
Entrare in un fabbricato di metavetro alleggerito è sempre un'esperienza intrigante. La visione delle cose esterne diviene soffusa, inspiegabilmente ogni oggetto lì fuori sembra gravitarti intorno da distanza notevole. La pesantezza dell'edificio diventa lieve indolenza. Il rumore esterno è parcheggiato sofficemente addosso al fabbricato che si anima, si trasforma in una sorta di spugna in grado di smorzare qualsiasi microvibrazione. Dall'interno sembra che il mondo sia divenuto un immenso ossario, qualcosa di morto, d'irreale.
Io ero nell'atrio. Gruppetti di persone in fitto colloquio tra loro. Un senso d'alienazione profonda era in me. Qualcosa mi stringeva da vicino, nessun motivo razionale per giustificare quella sensazione. Il rapimento dello spettacolo che vedevo dall'interno del Metavetro segnava clock di emozioni; esse davano il tempo. Qualcosa di misterioso, che mi accompagnava dall'uscita dell'aeroporto, mi sorprese senza guardia; ebbi come un sussulto, un trasalire, discretamente accompagnato da movimenti bruschi. Scrollai le spalle. Un occhio invisibile mi osservava da fuori del palazzo, con uno sguardo che non avrei mai potuto descrivere. Sentivo pressarmi, anche attraverso le strutture assorbenti della costruzione.
Salii con l'elevatore, passando attraverso budelli di materiale trasparente. Lo spettacolo che mi si presentava era coinvolgente e bizzarro al tempo stesso: natura a perdita d'occhio che affogava in chiazze d'urbanizzazione, il tutto filtrato da perfette trasparenze artificiali che lasciavano trasparire la boscaglia come virtuale. Vibrazioni che sentivo salire dal verde. Richiami. Sottili onde monocellulari formavano vaghe ombre grigie, in danza verso me. Una sorta di richiamo. Impressione di far parte di quel mondo vasto, primitivo, potente. Disagio nel trovarmi così separato, isolato.
L'ascensore era arrivato al piano. Una voce sintetizzata mi sollecitò l'uscita sul pianerottolo - concisa e pragmatica organizzazione degli oggetti e delle funzionalità, il tutto espresso su quel corridoio. Domandai dove erano situate le stanze dove mi si attendeva, porgendo l'iride ai sistemi di riconoscimento - tre volte nelle ultime due ore, potevo subire uno shock da controllo.
Una splendida voce femminile mi indirizzò - molto gentile il suo tono - verso uno dei corridoi che si dipanavano dal punto dove ero. La maestosità cristallina del panorama filtrava attraverso le stanze, erroneamente visibili come vuote; era facile ottenere quell'effetto, bastava polarizzare inversamente le strutture divisorie - polimeri silicei orientati in successione - per celare ciò che era allocato dentro un vano.
Improvvisa accelerazione. Come se fossi stato su un enorme pattino, spinto via a velocità impressionante.
Mi trovai in prossimità di una porta. Fui introdotto, su un cuscino d'aria, in una stanza convenzionale, pareti non trasparenti. Aprii il mio palmare craniale, digitando mentalmente linee di codice, cercando soluzioni per applicazioni nuove oltre il concetto client/server. Cercavo di prendere tempo per l'incontro che dovevo sostenere da lì a poco, così non mi avvidi del formarsi di sottili pareti a display. Nel momento in cui le notai la sensazione di essere in un sogno si accrebbe. Losanghe di perfettissime immagini digitali si mossero, trasmettendomi non pura gioia visiva bensì concetti estremamente contratti, linee di trattati economici vaporizzate come sottili fumi aromatici. Inalavo quel mondo accademico. Mi trovai sospeso tra due realtà. Parallelamente si andava aprendo un'altra linea comunicativa verso un punto esterno al fabbricato. Gli alberi si associavano alle emulazioni delle sale d'aspetto aeroportuali, esploravano le infinite possibilità di un mondo antico. Sentivo formarsi delle bolle sulle mie braccia. La materia carnale che gli elementi naturali sollevavano creava depressioni all'interno del mio corpo, estese su tutto il corpo. Da lì entravano le immagini. La mia coscienza si accresceva, proponendomi minuzie infinite, espanse come caleidoscopi. Udivo gli interessanti scambi d'informazioni tra due mondi, quello affaristico e quello naturale, ad un livello trasmissivo subdolo, appena percepibile: lievi stridii, simili a qualcosa che struscia sul pavimento. La mia mente era rapita in un'ennesima accelerazione verso l'istinto naturale. La mia impressione proprietaria era che stessi creando qualcosa di nuovo. L'immagine plastica di me che spiegavo ad entità eteree cosa volessi fare, quali righe di codice bisognava scrivere per realizzare le applicazioni da me proposte era sovrastante sulla realtà filtrata attraverso il Metavetro. Fitte elucubrazioni di rimando. La mia grinta da sottoporre a malleabilità per ottenere qualcosa di creativo. Musicalità. Tappeti umorali che s'insinuavano ad un livello ancora più basso. Il colore emozionale era molto più scuro del naturale. Diedi comando alle mie sinapsi di comportarsi come se fossero in preda ad un attacco di MDMA concentrato. Subito ondate di sintetici sentimenti - sedimentati - brusche variazioni digitali di un paesaggio cui i miei sensi non riuscivano a aderire. Concentrazione. I ricordi di Grace rapidi come lampi, che mi consigliavano le strategie da adottare in quel momento. Lucidità espansa. Lucidità immensa. Io immenso. Facilità di gesticolare. Di illustrare. Di far comprendere le mie emozioni propositive. Il bilancio finale del progetto. Le conclusioni di ciò che si sarebbe potuto conquistare, in termini di mercato, appoggiando i miei punti di convergenza strutturale, oscillante tra le linee business e quelle di un mondo ancora pagano. Perché pagana era stata la prima dichiarazione del mondo, il suo primo riconoscimento.
Grace in collegamento istantaneo, attraverso ogni parete. Mi risuonava intorno. Mi rifletteva intorno. Mi comunicava. Coadiuvandomi.
- Ho la gola secca - ricordo d'averle detto ad un certo punto.
- Tieni duro - mi rispose di rimando, attraverso scariche connettive che non pregiudicavano l'alta qualità della comunicazione.
- Ci provo - le dissi sorridendo lievemente. Lo facevo meccanicamente. Il feeling che sentivo ancora poderoso tra me e gli elementi di quella riunione mi esaltava.
- Prendi i dati dalla cartella "environment" del tuo palmare - mi esortò.
Non rispondendo distesi attraverso gli schermi della stanza una panoramica di presentazione delle prospettive, aggredendo ciò che interloquiva con me con dati corrosivi, concepiti appositamente per elidere le diffidenze e gli ostacoli possibili alla realizzazione.
La campagna rispondeva. Nel profondo dei suoi agri rimandava stringhe chiarissime ai miei sensi. Parlavano di odori intensi associabili al verde profondo. Le trattative erano piegate dalle vibrazioni naturali. Io ero un valido tramite del loro volere. Scandivo le linee di volontà espresse da quell'enorme verde vibrante. Le codificavo. Le interfacciavo con i miei interlocutori. Improvvisa claustrofobia. Mi accorsi di non interloquire più con i miei simili da troppo tempo. Ero alienato. Sfibrato. Concentrato oltremodo su una linea di dialogo che non faceva parte di me. O forse non ne faceva abbastanza parte. Il desiderio di parlare davvero con qualcuno, fuori da quella spossante riunione, diveniva necessità. Dovevo, tuttavia, mantenere il punto o abbandonare l'affare - sentivo il momento di non ritorno verso la catastrofe farsi forte intorno a me. La possibilità di infiltrare codice naturale nei modelli matematici di comportamento del business, rendendolo così depurato da direttive puramente artificiali, era palesemente possibile, tale da far convergere il mondo in nuovi plastici di sviluppo, suggeriti da essenze naturali… Ecco, credo che quella sia stata la miglior intuizione che io avessi mai avuto. Essa era data dalla sensibilità che avevo sviluppato verso il mondo vegetale, con spiccato animismo, e dalla conoscenza del mondo degli affari per cui avevo scritto milioni di righe di codice. L'idea che avevo era favorita dalla conoscenza e dalla sensitività. Favorita anche dalla predisposizione che certi ambienti dirigenziali avevano sviluppato per quella filosofia software. La mia teoria poteva essere accettata purché funzionasse. I dirigenti avrebbero accettato pure la proposta di friggere le loro interiora in un brodo infuocato di gas primordiali, se solo ne avessi dimostrato la validità commerciale; così, i manager mi avevano fissato l'appuntamento scegliendo il luogo più appropriato, più conduttivo, ed io ero in quel momento solo con gli elementi. Carne umana contro le forze superiori. Carne umana comunque drogata da protesi bioelettriche. Stavo realizzando il mio e il sogno di quella classe dirigente. La bandiera dell'esistenza postumana poteva essere davvero sventolare da quel giorno in poi.
Erano le tre del pomeriggio. Non avevo mollato, nemmeno un istante. Esausto apprezzavo una striscia di nerume infiltrarsi sotto la mia stanca percezione delle cose. Mancavano le fasi finali degli accordi. Gli elementi si erano trovati tutti su di un terreno: me, che subivo ogni aggiustamento, i compromessi. Io ero la garanzia. La via d'accesso al nuovo benessere. Il tappeto da calpestare e chiamare in causa ogni volta che si annunciava uno screzio.
La linea nera si defilava dal morbido vibrare naturale. Era la terza forza con cui nessuno aveva fatto i conti, l'ospite non desiderato, neppure interpellato. Me ne accorsi con troppi istanti di ritardo, quando ormai ero già spiazzato, spossato dalla lunga trattativa. Quel sudiciume avrebbe preso possesso di postazioni interessanti entrando nella partita come farebbe uno scommettitore con denaro fresco verso la fine delle puntate. Avrebbe sconvolto il mercato. Piegato lo stesso ai voleri della sua vigorosa potenza.
Tentai di arginare quell'intrusione. Feci appello a tutte le visioni del lago placido. Sfiorai le cime d'ogni stelo d'erba, bruciate da quell'onda mefitica che lordava ciò che invischiava. Le vibrazioni dello stagno erano alterate, anche nella mia mente. Cercai di sintonizzarmi su nuove frequenze, soltanto per capire quale sarebbe stato il livello energetico, dopo. Di colpo mutarono i miei ritmi basali. Il cielo mi apparve lo stesso ma delle nubi oscuravano la luce proiettando ombre d'eclissi. Tutto il passato sembrava rivivere, e con esso ogni istante vissuto intimamente da ogni vita umana. Forme opalescenti si staccarono dalle foglie di tutti gli alberi, prendendo cognizione di sé. Venendo verso me. Penetrando senza danni le pareti di metavetro alleggerito. Fino ad agganciare le ombre gelide dello spazio profondo. Dove i discendenti di quelle vitalità oscure vivevano insolitamente.
Dovevo chiudere presto. Prima possibile.
Un tam-tam tribale serrava le fila. Le colline prospicienti erano oscurate, perse. Chiesi aiuto a Grace inviandole icone autoscompattanti che ben illustravano la situazione: una campagna desolata, il disabitato molti anni dopo la fine di una civiltà.
Lei entrò in connessione, prendendo il controllo di me. Ora era lei la nuova forza della partita. Poteva rapidamente chiudere con lucidità. Cognizione.
Gli schermi divennero opachi. Ore quindici e quarantacinque: suggellato il patto. Le ombre avevano avuto il loro contentino, ottenendo molto più di quanto avessero osato sperare, nonostante il loro fosse stato un attacco stile asso pigliatutto. Esse avrebbero mantenuto uno stretto controllo sulla nuova linea di sviluppo. Come sempre sarebbero state decisive.
Andavo sviluppando una formidabile sensibilità aggiuntiva anche verso quel tipo d'informazioni vibranti.
* * *
Stetti in una sorta d'astanteria per parecchio tempo.
Il contatto con la realtà era stato compromesso.
Il locale era soggetto ad un continuo andirivieni. Almeno quindici persone erano transitate lì dal momento in cui vi ero stato accompagnato. L'umore tornava lentamente alla normalità.
Grace, in un angolo della mia visuale mentale.
- Alex, come stai? Credo di non averti mai visto così in difficoltà.
- Credo che tre, o quattro o quante ore ho passato lì dentro in concentrazione totale sfiancherebbero chiunque…
Sentivo le note della mia voce risuonare effettate, avevo un ritorno delle onde sonore solo dopo che erano cessate le mie emissioni vocali. Fui indotto a seguire quello strano riverbero. Sensazioni di vertigine mentre la mia voce ritornava indietro, dopo che essa aveva scalato muri verticali di roccia. Lì sopra foreste verdeggianti crescevano lussureggianti…
- Domattina sarai a casa - la voce di Grace continuava.
- Sì - risposi con la mente annebbiata da quell'improvvisa vertigine posticcia.
L'accelerazione si esaurì, così com'era venuta.
- Sì, domattina sarò a casa. Abbiamo da sviluppare un infinito numero di righe di codice per ottimizzare l'accordo. Come ben sai fanno affidamento su noi per la parte logistica.
- Non ci pensiamo ora. Domani sarà tempo di festeggiamenti.
La salutai. Un addetto alla sala dove mi trovavo mi portò beni di conforto immediato: pasticche demineralizzate per la decantazione della libido. Lo stress doveva defluire da me come sapone dopo la doccia. Quello era il lavaggio del mio sistema nervoso.
Sorrisi. Ringraziai. Cercai di scambiare un breve dialogo con lui.
- Converrà con me che questo è un locale strano - dissi cercando uno scambio breve, cordiale.
- Sì, ogni tanto qualcuno ci viene, soprattutto qualche manager stressato da continue riunioni d'affari. Molti si distendono e dormono qui fino al mattino successivo, non sempre riescono a tornare poi nella loro suite, la sera…
- Immagino - aggiunsi con un tono interessato.
- Lei, però, mi sembra un altro tipo di manager; non saprei inquadrarla. Sapevo che oggi ci sarebbe stata una riunione insolita, e che sarebbe durata fino al raggiungimento dell'accordo... O lei non regge lo stress oppure gli altri componenti della riunione sono degli scaltri superallenati. La vedo davvero debilitato, vuole assorbire qualcosa di ricostituente? - Mi porse delle etichette adesive da appoggiare sull'avambraccio, una sorta di rilassante mentale, blande droghe a base d'erbe.
Accettai. Poi, come se mi fossi accorto in ritardo di non aver risposto a tutte le sue domande, proseguii.
- No, diciamo che gli altri in riunione con me, questa mattina, avevano una fibra nervosa del tutto diversa dalla mia. Feci spallucce, cercando di soprassedere all'argomento, ancora segreto.
Il mio interlocutore fu chiamato. Mi salutò. Grace attendeva la fine del mio parlottare per salutarmi.
- 'Notte - le dissi.
- Manca molto alla buonanotte però… - sentivo ondate di soddisfazione vibrare nella sua voce - … Così pensavo di affrontare qualche gioco in rete, tanto per distrarci.
- No Grace. Credo di non reggere nemmeno un minuto ad un nuovo regime di concentrazione. Vorrei decantarmi.
- Va bene, come vuoi. A domani, a casa - sorrise.
- Ciao… - sorrisi a mia volta.
* * *
Passarono un paio d'ore. La sera profumava di fiori e d'ozono. Le luci accese all'interno del Metavetro illustravano giochi d'iridescenza impensabili. I fotoni sembravano obbligati a descrivere curve iperboliche, tracciando derive e sfocamenti in cui si mutavano in uno svariato spettro di tonalità cromatiche. Ogni dispersione di purezza cromatica nascondeva icone fantastiche prese dalla fantasia popolare, miniature degne del miglior trascrittore medioevale, visibili se soltanto ci si spostava di qualche infinitesima frazione di grado.
I fasci di luce così trattata erano pazzescamente infiniti. Potevo perdere la nottata intera nella raffinata contemplazione di ognuna di quelle immagini. Poco ci mancò che lo facessi davvero. Passai in rassegna non meno di settanta, settantacinque icone diverse, cercando di carpire i segreti insiti in ognuna. Trovai insoliti gruppi di significato affine. Alcuni erano imperniati su battaglie dell'antichità e illustravano una saga senza soluzione di continuità, finalizzata all'esaltazione della tecnica militare. Altre, invece, raccontavano l'equivalente di un centinaio d'anni di storie horror, dall'enunciazione visuale d'alcuni film famosi, tipicamente del ventesimo secolo, fino a giungere alle storie di H.P. Lovercraft, Blackwood, Shirley Jackson, tutti autori misconosciuti dopo che l'impietoso passaggio del tempo li ha cancellati.
Vidi anche una piccola serie d'icone umorali disegnate trasferendo - per trasposizione craniale - molte polarizzazioni software di soggetti dominati da pensieri fatiscenti. Paragonai quelle pennellate d'oscurità ai rapidi tratti di un quadro di Müch: Il grido. Trovai angosciante quelle modernità trasferite fedelmente sulla tela d'aria ionizzata. Vi riconobbi, anche, tutte le fantasie dei nuovi artisti dediti all'uso smodato di droghe da rivelazione, come veniva chiamato l'LSD-25 nel suo periodo pioneristico, quando le vittime della follia divennero un numero non trascurabile.
Impiegai tutto il tempo che volli in un completo relax mentale.
La bellezza di quelle rappresentazioni significava, per me, ricarica. Amavo perdermi in quel tipo di giochi ionizzati. Pensavo all'enorme struttura di metavetro che mi sovrastava, in grado di trasmettermi le giuste vibrazioni. Fui assalito, improvvisamente, dalla curiosità di guardare la struttura dall'esterno.
Uscii. Per poco non svenni alla vista dell'edificio.
Un immenso, apocalittico e sgraziato nelle sue forme, buco nero si parava davanti a me. Non si riusciva a scorgere nulla dell'interno del palazzo, la luce vi era trattenuta, era assorbita in un gioco dal sapore calamitoso, capace d'attirare anche le fonti luminose lì intorno. Il risultato era che ogni fotone si annullava in quell'inquietante struttura. Tutta la zona, nell'area di qualche centinaio di metri dal Metavetro Alleggerito, soffriva di un offuscamento prodigioso: ogni angolo era avvolto da una pesante penombra, quasi che una coltre fosse stata stesa lì sopra.
Lo spettacolo era superbo.
Il calore che sentivo emanare era induttivo, da trasmissione d'elettroni. Una forma d'energia mi scaldava dandomi illusioni e parodie da escogitare istante dopo istante. Sentirmi sceneggiatore. Sentirmi stanco. Desiderio di rientrare in quella mamma oscura e dormire tutto il resto della notte, il più profondo possibile.
Chiesi un letto soffice per quelle ore rimanenti. Mi sistemarono al primo piano, immediatamente sotto al pilone centrale che sorreggeva almeno trenta piani sovrastanti.