SFALDAMENTO



Il Metavetro Alleggerito sembrava possedere un'anima. Inesplicabile. Sfaccettata. Ero sveglio. Improvvisamente il sonno era scomparso, senza altri motivi che la sua fine. La notte era nel pieno. L'orologio all'interno del mio cranio segnava le tre e ventisette. Le losanghe di luce artificiale, destinate ad illuminare gli ambienti, si erano evolute, al pari della nottata. Ora vedevo innumerevoli altri disegni di luce artistica, colorata innaturalmente - creazione random di nuove sfumature cromatiche. Il disegno tridimensionale che quelle forme indefinite offrivano nascondeva angoli di perfetta solitudine. Era un microcosmo riservato a chi sapeva guardare, cercare, immergersi in un percorso singolarmente asincrono. Stanze minime, di forma ovale, erano incastonate come pietre preziose dietro minuscole e ben realizzate pareti di luce rifrangente. La mia sete di rifugio vi si esauriva lì dentro. Avevo il desiderio di precipitarvi, come in un particolato a blocchi viscosi, per adagiarmi non visto sul fondo, avvinghiato in meditazioni trascendentali tagliuzzate da raggi taglienti. Gelidi. Sbarre di una prigione solo apparentemente luminosa. Quel pensiero mi mise in allerta. Avevo dimenticato l'invasione spettrale nel fabbricato. Sembrava che qualcosa si fosse sostituito alle strutture portanti dell'edificio. Come se un tipo d'energia avesse preso il sopravvento su un'altra. Guardai bene quelle precise lamelle di luce, ora apprezzabili nella loro luminosità più assorbente. Gli oggetti intorno sembravano precipitarvi dentro, proprio come nel Metavetro Alleggerito il baluginare notturno. Senso di rallentamento, come una poesia recitata troppo lentamente, con tono inverso. Avevo la sensazione che le mie pupille fossero riverse, che ogni mio muscolo fosse erroneamente rilassato. Lasciavo andare i pensieri in un'onda che sapeva di rancido, fino all'estensione massima del mio sguardo mentale. Dei messaggi criptici lasciati qui e là costellavano il mio percorso immaginario - ero sempre fermo lì, nello stesso punto - di pietre miliari inutili. Il potere di analizzare la situazione in cui mi trovavo, con lucidità mentale, veniva meno ma non scompariva del tutto. Non potevo fare a meno di ascoltare i battiti del mio cuore dichiararsi diversi, come se battessero nel vuoto, nel vuoto spaziale ed io fossi esposto al freddo glaciale. Immenso. Una vastità che faceva male soltanto pensarla. L'alba era lontana. Troppo. Sentivo un senso d'angosciosa solitudine, non di quella che conoscevo, dove me stesso bastava a completare il mondo - onde di malaticcio, impressioni di sbagliato che mi trascinavano verso l'odore della terra grassa su cui prosperavano gli alberi, la vegetazione. Era il lato oscuro del senso pagano che mi tormentava ultimamente.

Non resistevo. Dovevo uscire da quel locale. Dovevo entrare in contatto diretto con quelle percezioni, oppure dormire. Potevo stordirmi con degli anestetici mirati, per riposare fino al mattino successivo. Oppure potevo chiamare Grace in collegamento craniale... Scoprii che la sua porta d'accesso era serrata, per la notte. I minuti passavano. Il disagio cresceva. Pensai di alzarmi e d'andare a cercare qualcuno sveglio, con cui chiacchierare dei rumori che penetravano lì dentro, della notte così limpida, del tempo, di qualsiasi dannata cosa egli volesse. Il mio pigiama ricoperto da display empatici, sintonizzati sulle onde oniriche, emetteva astrattismi incomprensibili… Defatiganti… In grado di annebbiare la mia lucidità mentale, quella degli oggetti interni alla stanza. La lucentezza delle perfette e fantastiche giocosità lucenti, cui dovevo opporre le mie palpebre, era sempre più presente. Mi Sentivo di nuovo sfinito, ero di nuovo in procinto di addormentarmi profondamente…

* * *

Un radioso mattino, che risuonava del proprio fulgore. Mi destai accompagnato da impressioni di strana solitudine, come mai avevo provato in vita mia. Sembrava fossi parte di un mondo in cui qualche tassello era fuori posto. Tentai di analizzare a fondo quel disagio, ma le impressioni della notte galleggiavano basse verso la parte vitale della mia psiche - kernel. - Caffè, signor Dumaw? Voce melliflua, proveniente da qualche parte delle pareti intorno a me. Avrei giurato che venisse da ogni parte, forse anche da dentro me. - È possibile averne di lunghi, o forse avete del tè? - Tè… Va bene tè. Abbiamo essenze di tè aromatizzate, oppure pure foglie indiane. Tè verde - ebbi un'impressione visiva di un volto femminile che strizzava l'occhio.

Codice. Scendeva come pioggia assidua. Codice interpretato. Di concezione affidabile. Definizioni di array. Definizioni di hashtables. Puntatori. Logica priva di tag. Come ondate dall'alto su superfici di vetro bagnate vedevo - immagini distorte - attraverso il Metavetro, l'esterno. Non riconoscevo i luoghi che ricordavo dal giorno prima. Guardai dentro la mia tazza di tè. Fiori in sospensione. Perfetti boccioli di rose scure in assonometria. Sorseggiavo odori sublimi. Il codice continuava a cadere, sedimentandosi. Substrato su cui poggiare i miei sensi. If. Do. Volo radente. Poi sempre più in alto. Tra le nuvole. Il territorio sottostante era un vago barlume di forme appena riconoscibili. I colori dei campi coltivati. Sentivo gli odori. Guardavo profondamente l'orizzonte e scorgevo montagne, manto nevoso anche ora, primavera inoltrata. La pressurizzazione a bordo mi metteva a mio agio. Voci dell'equipaggio. Bisbiglii degli altri passeggeri. Lo stordimento di trovarmi imbarcato senza capire il perché aveva preso possesso di me; pensavo di aver dimenticato o trascurato il tempo intercorso tra la sveglia e la salita sull'aereo, direzione casa. Non ci pensai molto su e allora guardai attentamente fuori del finestrino. L'apparente lentezza di movimento in volo. Il passeggiare dell'hostess lungo l'angusto corridoio centrale… Guardai su. La luna ancora presente, in pieno mattino. E oltre, il mio sguardo che si perdeva nello spazio profondo, il pensiero verso l'umanità vivente solo lì, a gravità zero. Il desiderio di soggiornare nell'immensità siderale mi prese come una voglia fanciullesca di torta, come se avessi voluto infilare le dita nella marmellata. - Del tè, signore? L'hostess era ferma nei miei pressi. La frase mi suggeriva intimamente di stare attento perché c'era qualcosa di sbagliato in quella situazione. Ma lo spettacolo che mi si offriva fuori del finestrino mi fece soprassedere. - No, grazie, preferisco non prenderne troppi - sorrisi di rimando, in un atto di malcelato pavoneggiamento. Trasmissioni radio nella mia testa. Interferenze di tipo incomprensibile si mescolavano a discorsi dei miei compagni di volo. Mi venne voglia di raggiungere Grace. Tentai un collegamento visivo. - Alex, come stai? Credo di non averti mai visto così in difficoltà. - Ciao… - le sorrisi. Sentivo le note della mia voce risuonare effettate, avevo un ritorno delle onde sonore solo dopo che erano cessate le mie emissioni vocali. Fui indotto a seguire quello strano riverbero. Sensazioni di vertigine mentre la mia voce ritornava indietro, dopo che essa aveva scalato muri verticali di roccia. Lì sopra foreste verdeggianti crescevano lussureggianti. - Domattina sarai a casa - la voce di Grace continuava. - Sì - risposi con la mente annebbiata da quell'improvvisa vertigine posticcia. L'accelerazione si esaurì, così com'era venuta. - No, oggi sarò a casa… - Hai ragione. Pensavo, chissà perché, che saresti rimasto lì anche per oggi. Dormito bene? - Non del tutto. Quelle strutture di metavetro sono strane: restituiscono di notte ciò che assorbono di giorno, quasi come un oceano vivo… Un Solaris… - Citazioni colte stamani eh? Cos'è, ti ricordi il film o il romanzo? - Film! - Dai che hai una faccia, tutto sommato, rilassata. - Dici? Mi sento come uno straccio. Guardo di fuori solo per non sentire troppo la stanchezza nervosa sullo stomaco. - Tra quanto sarai qui? - Credo tra venti minuti. - Ti preparo il pranzo, allora - sorrise con quel suo modo malizioso ed innocente allo stesso tempo. - Ok. Aspettami - strizzai l'occhio. Tolsi la connessione video.

L'oceano sotto di noi. Non dovevo attraversarlo per tornare a casa! - Signorina, mi scusi.: perché siamo sopra l'oceano, ora? - Abbiamo dovuto fare una correzione ma tra poco rientriamo sopra la terraferma. - Problemi tecnici? - Sì ma di lieve entità, stia tranquillo. Fra trenta minuti atterreremo. Ha qualcuno che lo attende all'aeroporto? - No. Credo di no - aggiunsi subito dubbioso - ho appena parlato con mia moglie che è a casa: prepara il pranzo - sorrisi - Stia tranquillo, non si fredderà il suo pranzo - sorrise a sua volta. Ci salutammo brevemente, i modi gentili li accettavo sempre ben volentieri; sembrava banale ma trovarsi nel mezzo di una conversazione cordiale mi faceva sempre piacere, mi rilassava. Mi predisponeva bene ai rapporti sociali. Mi rabbuiai improvvisamente. All'improvviso e senza motivo non avevo più gran voglia di gestire rapporti sociali. Lasciai che salisse una parete divisoria tra me e il resto del mondo. Umore puro, forse sbalzi ormonali, feromoni. Idea di diventare un tutt'uno con l'immenso blu sopra di me. Di sentire le vibrazioni delle forze naturali. Voglia di essere, a mia volta, una vibrazione, come quella che vedevo anzi, percepivo approssimarsi a me. Ombre. La terra che si riavvicinava. C'eravamo di nuovo sopra, proprio come aveva detto l'hostess. Ombre informi. Ora riconoscevo l'autostrada che portava verso casa mia. Le luci notturne della struttura in metavetro s'irradiavano brevemente all'interno di quelle ombre: tremolavano. Quelle tenebre si stendevano come pasta sfoglia assai poco elasticamente, ricche d'inerzia.

* * *

Sussulto. L'atterraggio. Altro sussulto. La definitiva posa delle ruote per terra, da cui non si sarebbero più staccate. Il breve giro di rallentamento. La musica saliva dagli altoparlanti di bordo, come se un ennesimo pericolo fosse passato lasciandoci indenni. Ricaricati.

Il pensiero di attraversare nuovamente la sala d'aspetto con le sue ricche emulazioni mi rincuorava. Il mio animo, che cominciavo a credere davvero pagano, si rinvigoriva, come Adriano di fronte al suo amato imberbe. Da un giorno all'altro notai che erano state aggiunte delle piccole cascate. Il rumore generato da esse mi sembrava uno scroscio maestoso. Giochi d'acqua sapientemente natural-like rivelavano, alla mia attenzione alterata, messaggi cifrati da registrare in lotti di memoria privata per poterli poi, con calma, rielaborare. Ascoltare. Decifrare. Ebbi la sensazione che un passaggio segreto stesse per aprirsi al mio transito, che io, come Tarzan, dovessi passare sotto un'arco d'acqua per accedere ad antri non visibili normalmente. Altro codice. Come un rigetto continuo.

my @Ta = @_; my @Tp; my @Ts; my @T; my $dw; my $mm; my $dd; my $hr; my $yy; my $mma; my $dda; my $yya; my $sec;

Il delirio.

$sec = timelocal($ss,$mmm,$hh,$dda_a,$mma_a,$yya_a);

Un senso d'occlusione descritto da regole, da codificazioni di comportamento in altre righe di codice elementare.

for ($dd_kom = $dd; $dd_kom <= $Md{$MM{$mm}}; ++$dd_kom) { my $key = $dd_kom; $day{$key} = $value; my $kom = ++$value; if ($kom > 7) { $value = 1; } }

Vedevo tutto come poche ore prima, quando ero dentro al Metavetro Alleggerito: distorsioni acquatiche, una telecamera tirata fuori dall'acqua. Questa volta il disagio era più netto. Non era la mia città. Non ero atterrato dove credevo. Nulla era familiare, lì. Panico. Incontrollabile. Qualcosa mi stava sfuggendo oltremodo. Tornai indietro, verso le porte d'uscita dalla pista. Cercai il personale viaggiante del mio volo: l'hostess, un facchino, qualcuno che riuscisse a farmi capire qualcosa. Controllai il mio biglietto. La destinazione che vi lampeggiava sopra era esatta. Agli imbarchi non si commettono errori così grossolani. Vidi in lontananza la seconda hostess, con cui non avevo mai interloquito durante il volo. Corsi per raggiungerla, sulla pista. Mi guardò come si guarderebbe uno straniero vestito di cenci. - Mi scusi - biascicai trafelato - ero con lei, sul volo atterrato poco fa… - Sì, mi ricordo. Cos'è successo, ha dimenticato qualcosa sull'aereo? - No, non si tratta di questo: siamo atterrati nella città sbagliata! Mi guardò, come se fossi stato un marziano, aggiungendo un "Come?". - Sì, le dico. Questa non è *** - Signore, si sente bene? Noi siamo, ora, a *** - Senta, io abito in questa città da almeno sette anni; la conosco bene. Sul mio biglietto c'era scritta la destinazione giusta: ***. Ma questo agglomerato qui, semplicemente, non è ***… Ebbi l'impressione che pensasse che io fossi impazzito; del resto anche io lo pensavo nei suoi confronti. - Io credo che lei abbia preso un abbaglio - mi disse gentilmente, facendomi maledire il piacere d'intrattenere rapporti cordiali. - Le dico che non è così - replicai brevemente, cercando argomenti per essere convincente. - Senta, ora la faccio parlare col comandante. Acconsentii. L'assurda surrealità della situazione mi predisponeva l'animo in modo bizzarro, come se avessi inspirato del gas esilarante. C'incamminammo, sempre sulla pista. La torre di controllo era come la ricordavo. Vidi l'hostess parlare divertita col comandante. Lui le rispose di rimando con sorrisini malcelati. Mi guardavano, si guardavano a loro volta. Mi davano le spalle. Sussultavano. Divenivano seri, come per un tardivo senso di paura: pensavano forse di avere davanti un pazzo furioso? Vennero verso me. - Salve, signor…? - Dumaw. Alex Dumaw - dissi frettolosamente - senta, come dicevo alla signorina… - Sì, la signorina mi ha detto. Signor Dumaw, credo che lei abbia problemi di locazione. Qui siamo a ***. Questo va detto una volta per tutte - era serio, terribilmente serio. Non era nemmeno un improbabile scherzo ordito ai miei danni. Tentai di addurre nuovamente le motivazioni che avevo esposto poc'anzi. Inutilmente. Non parevano voler considerare che io conoscessi bene la città. - Senta signor Dumaw, se lei conosce bene questa città anche io la conosco altrettanto approfonditamente: mio fratello abita qui, da almeno cinque anni. È nella zona nuova. Presso l'attracco connettivo. Li osservai incredulo mentre mi scrutavano, immobili, in attesa di una mia risposta che non venne solo perché non sapevo cos'altro aggiungere, visto che anche io abitavo nella stessa zona del fratello del comandante. Ebbi solo tempo di dire due parole di finte scuse: "Scusatemi, non so cosa mi sia preso. Avete ragione, devo aver… Credo… Lavorato troppo ultimamente". Sorrisero. Per circostanza. - Ci auguriamo che la prossima volta che lei sarà su un nostro volo sia più riposato, signor Dumaw. - Sì, me lo auguro anche io - dissi fintamente imbarazzato.

Li osservai andar via, guardandosi come due amici che avevano appena ridicolizzato un idiota. Il sole lo sentivo picchiare sulla testa. Ero immobile in un punto periferico della pista. Se fossi stato un regista cinematografico avrei mantenuto l'inquadratura fissa su di me, mentre l'orizzonte diveniva sempre più lontano, solo per marcare il momento d'estrema solitudine che stavo vivendo. Per far risaltare il disfacimento interno che provavo.

* * *

Uscii dall'aeroporto. Le vie di accesso ad esso avevano qualcosa di familiare ma erano disposte in modo diverso. Il sole illuminava tutto ciò che ricordavo ma, come in un sinistro episodio di vecchi telefilm - X Files - scoprivo che cambiando l'ordine dei fattori cambiava anche il risultato. Cercai un collegamento con Grace. Era staccata; un segnale visivo di nubi fino alla fine dell'orizzonte mi fece capire la non localizzazione delle sue funzioni cerebrali. Fermai un taxi. Sperai di non dover ripetere la fastidiosa sequenza del giorno prima. - Riconoscimento dell'iride, prego… Pazientemente eseguii tutte le operazioni che il sistema esperto mi chiedeva. Poi enunciai lentamente la destinazione, chiedendo conferma dell'indirizzo che chiedevo.

Mi portò nella via dove c'era la mia casa. Uno spiazzo verde con poche costruzioni intorno. Non la mia. Panico. Interrogai freneticamente l'interfaccia sul taxi che ripeté automaticamente, in affanno, la solita stringa di dati: "Questa è la via che mi ha chiesto.". Guardai una targhetta digitale all'angolo della strada. Mi confermava il nome della strada. Andai a cercare il numero civico della mia abitazione: non esisteva. Nel punto dove doveva sorgere vi era solo prato, e alberi. Fitti. Tamburellai le dita sul cofano motore del taxi. Pagai rapidamente e lasciai andar via la vettura. Il sole picchiava forte. Dovevo alleggerirmi perché cominciavo a sudare. Le fronde degli alberi si muovevano con grazia leggiadra, a tempo di musica tecnologica - sballo puro. Tolsi anche le scarpe. Volevo sentire il soffice avvolgermi dei piedi dall'erba calda. Volevo un contatto con la natura per riuscire a ristabilire un minimo d'ordine mentale. Equilibrio in me, nei miei pensieri. Grace era ancora irraggiungibile.