PARETI ASSORBENTI |
Il normale caos del vivere quotidiano.
Sfilavano, nel traffico, usualità in circolo vizioso. Stessa qualità di vita. Stesso tenore d'adrenalina. Stress. Necessario per aumentare la presenza di agenti di un nuovo livello cognitivo.
Guardavo avidamente tutto quel faticoso e stressante movimento mentre mi appoggiavo ad un tronco, per riflettere su cosa potevo fare, come; i bagagli erano accanto a me. Spulciavo distrattamente dentro molteplici connessioni remote. Gruppi di neuroni nella mia testa erano in fermento mentre mi affannavo a sfruttare protocolli di comunicazioni senza fili. Idiozie altrui erano come rumori di fondo: giochi da connessioni multiple, tra più persone.
Mi sentivo disidratato. Spersonalizzato.
Il mio mondo sembrava essersi stravolto, non avevo punti di riferimento; se ne trovavo mi accorgevo che essi erano completamente errati.
Isteria.
Ricerca di un momento di quiete. Per raccogliere le idee.
Sentivo l'umore andar giù, in un profondo gorgo dentro di me, come in un lavandino, dove dell'acqua sporca scendeva con fragore. Fino alle radici di un pozzo. Immenso. Esteso. Forse infinito.
Ammarare in quelle acque oscure. Galleggiare in un olezzo disgustoso. Il silenzio del proprio stato d'animo. I colori che descrivono le vacue speranze interne: piombo. Tinta che macchia.
Mucchi di emozioni ridotte in polvere. Alla fine, fraseggi con se stessi, soltanto per ricordarsi d'essere ancora in movimento. In respiro.
Pressione delle ore che scorrono intorno. Calore della giornata. Frastuono. Frenesia. Ogni cosa mi si avviluppava intorno formando una pellicola. Ma io ero rinchiuso, lontano. Lontano come mai mi ero sentito. Estraniato. Insensibile.
Rappreso.
Un paesaggio popolato di sensazioni affaticanti si muoveva intorno a me. Ne sentivo il peso, l'importante agitarsi, il costruire strutture nei sobborghi, nelle città, dentro le metropoli. Mi sembrava di scorgere significati non chiari in quel costrutto. Ero solo, accerchiato da forme debolmente luminescenti. Sconsideratamente incamminato su un sentiero brullo, appena accennato. Quel mondo era sbagliato, fin dalla radice. Lo percepivo pulsare contro natura. Mi accorgevo che non ne facevo parte, tuttavia ero obbligato a farmene una ragione perché quello, quello sembrava essere diventato il mio mondo, da quel momento in poi…
Non ero in grado di chiarire a me stesso perché quei pensieri popolavano la mia mente. Perché fossi sovrastato da quello stato confusionale. Era come vivere in un sogno troppo verosimile, dove le cose ben conosciute si rivelavano sovrapposte da veli di bizzarra realtà incongruente.
Così, pur vivendo nella mia città, ora parte di me esisteva in un mondo diverso. Ero a cavallo di due realtà entrambe pregne di stupore malaticcio.
- Alex?
Grace…
- Sì - rispondo assente.
- Il collegamento operativo. Dati in arrivo…
- Alex, bassa velocità in upload. Hai parametri nuovi?
Non rispondo. Non fiato.
- Alex?
Cedo. Se non risponderò ulteriormente lei mi verrà a cercare. Anche quaggiù. In questa fossa di migliaia di metri cubi d'acqua.
- Dimmi…
- L'upload, è basso. Hai forse le primitive per nuove cognizioni?
- Sì - replico stancamente - devi entrare nella sezione ad accesso sviluppo comunitario. Devi leggere i quesiti posti stanotte ed estrapolarne i simboli guida. Muovi il rog.
Risponde con mugolii. Ha capito.
- Ma dove sei ora?
Come faccio a dirle dove sono? Le dico a ***? Le dico che dovrei essere davanti a casa nostra ma che non esiste? Posso dirle che l'unica cosa che vorrei, ora, è rientrare in casa e farmi una doccia da trenta minuti?
Sì… Posso. Devo smuovermi. Devo uscire da questo stato d'impasse.
- Grace, sono davanti a casa e…
- Esco! Ti vengo incontro.
- No Grace, aspetta.
- Cosa? Sono già sull'uscio. Eccoti!
Mi giro verso il punto dove la casa doveva essere e… È lì! È effettivamente lì!
Non ho parole da enunciare. Penso di balbettare vocaboli insignificanti mentre lei scende le scalette e mi viene incontro. Mi abbraccia. Mi dice "Bentornato" in una successione di frame che vedo nella mia testa come leggere sovrapposizioni rallentate di slides, quasi uguali tra loro.
- Ti dicevo dei dati. Potevi dirmelo che eri qui, no?
- Volevo farti una sorpresa - fu la prima cosa che mi venne in mente di dirle. Per fortuna era anche la più convincente.
- Com'è andato il viaggio?
- Ho fatto due viaggi. Il primo splendido, sull'aereo. Quello per arrivare fin qui è stato faticoso.
Mi sembrava di aver attraversato una nazione intera.
- Si viaggia molto meglio in aria - le dissi sorridendo in modo persuasivo, sollevato solo a metà per aver trovato la mia abitazione. Ero molto preoccupato per non esser riuscito a vedere la casa o meglio, per aver visto ben altre cose. Guardai i miei piedi: nudi, sull'erba. I bagagli erano lì, nei pressi dell'albero dove mi trovavo poco prima.
Riflettei rapidamente anche sulla topografia delle strade che portavano all'aeroporto: era la solita. Sconcerto.
- Sei molto stanco? - chiese Grace.
- Sì - risposi senza riflettere - ma ho anche fame; hai preparato il pranzo?
- Quasi. Entra…
* * *
I ritmi del pomeriggio erano sempre più dilatati. Guardavo istupidito il soffitto della mia casa, Grace in cucina. Quel soffitto era animato da icone rappresentanti miniature medioevali. Esistevano santi in movimenti, raffigurati durante la loro presunta opera di buone azioni quotidiane; e poi, cavalieri alla ricerca perenne del Graal, con alcune dame in perfetto stile Guicciardini che donavano le loro illibate beltà all'immaginazione, falsamente casta, dei sognatori dell'epoca - vivida impressione di scarsa igiene, d'olezzo da quelle dame...
Tutto il soffitto era in fermento.
Io ero in fermento.
Continuavo a farmi domande su quello che mi era accaduto durante la mattinata. Momenti non spiegabili, come inspiegabile era l'istante in cui tutto si era ricomposto nella consueta normalità.
Analizzavo continuamente. Reiteravo su alcuni punti chiave. Le mie meningi biologiche le sentivo bollire. Stavo male. Non capivo. Ogni tanto riassaporavo amaramente quel gorgo che mi aveva preso prima che mi ritrovasse Grace. Esso era sempre lì, vicino me, nel suo gorgoglio feroce, profondo, di consistenza animale.
- Grace, dormi oggi?
- No. Ho un import dati verso alcuni vecchi database; abbiamo preso lavoro per una commessa di coloni lunari. Usano codici vetusti ma opensource. Devo dare un'occhiata al tutto prima di decidere se siamo in grado di aiutarli.
- Vogliamo cambiare lo scenario di questo soffitto?
- Perché? Ti hanno stancato le saghe medioevali?
- No, ma mi angosciano. Sembrano storie di psicolabili, sempre impauriti da qualcosa di vago.
- Faceva parte dello spirito di quel tempo. Ma c'erano dei lati affascinanti, no?
- Sì. Paradossalmente, quel continuo credere in entità onnipotenti, feroci e vendicative ha costruito intorno a quella gente, a posteriori, un'aurea di mistico mistero. Ma ora sono stanco di mistico mistero - sorrisi per il gioco di parole cacofonico - ne ho già abbastanza di cose inesplicabili con cui fare i conti.
- A cosa ti riferisci?
Presi tempo.
- Il codice, per esempio…
- Non è certo un mistero per te…
- No, ma inventarne di nuovo è come rimestare nel torbido: non sai cosa ne verrà fuori.
- Ma dai… Sii serio - scoppiò a ridere. La guardai. Curiosamente indossava vestiti sempre uguali; avrei potuto affermare con tranquillità che era sempre lo stesso.
- Ma cos'hai, sempre lo stesso abito?
- No… È la prima volta che lo indosso!
- Sicuro? Avrei giurato di no...
- Magari l'avrà indossato qualche tua "amichetta" - aggiunse lei acida.
- No, lo sai, non ho "amichette", io - ero serio - semmai ho solo storie intriganti, durature, impegnative - aggiunsi con un tocco scherzoso e anche graffiante.
- Bastardo che non sei altro - mi tirò un cuscino mentre, proprio sopra di noi, San Giorgio stava reiterando l'uccisione del drago, con gran fuoriuscita di sangue e fuoco.
Finimmo in una lotta serrata per la conquista del cuscino. Nel mentre, una visione del cielo visto dall'aereo mi tormentava, raccontandomi d'immensi cumulonembi in formazione. Enormi barriere di vapore bianco che nascondevano un cuore profondamente cupo. Dentro cui ci si poteva uccidere…
Ripresi di nuovo conoscenza verso sera. Le ombre del crepuscolo erano oltre, dei lampioni da fuori illuminavano il salotto. Ignoravo dove fosse in quel momento Grace. Non ricordavo nulla dopo che avevamo fatto l'amore, dopo che io mi ero addormentato, lì, sul divano.
La fontana nel nostro piccolo giardino emetteva zampilli d'acqua. Il colore del liquido variava con il cambiare di un disco colorato, posto davanti ad una lampada puntata direttamente sull'uscita della fontana. Era un vecchissimo modo di giocare con i colori e con l'acqua, retaggio di un'epoca in cui il digitale era ancora di là da venire.
Quelle fantasmagoriche microcascate mi rimandavano a spettacoli immaginari visibili su Venere, quando il tramonto diventa uno spettacolo da godere in compagnia di se stessi, rigorosamente ubriacati da zaffate di gas leggermente stordente.
Ragionavo affannosamente. Ero come ebbro.
Desideravo appianare tutti i dubbi sulla mia salute mentale, stavo convincendomi che qualcosa in me non funzionava.
Le vetrate del salotto permettevano uno scorcio sul piccolo boschetto che era vicino la nostra casa. Le fronde erano immerse in una penombra molto tesa. Qualcosa d'elettrico gravava in quella zona.
Presi ad immaginare draghi che uscivano dal groviglio di rami; immaginai il bosco stesso come qualcosa di selvaggio, una sorta di foresta primordiale rimasta miracolosamente intatta fino a noi. E nel mezzo di quella natura selvaggia sostavano le stranezze che avevano vissuto durante il giorno. Io ero, in quel momento, in perfetta solitudine. Mi chiesi se stessi diventato paranoico, se fossi diventato schizofrenico, un malato mentale da rinchiudere, da sottoporre a sedute d'elettroshock.
Bevvi un sorso di vodka per allietare il mio spirito. Bruciava giù in gola, nello stomaco; ricordai solo in quel momento che non mangiavo da pranzo.
E Grace, dov'era?
Mi alzai, la cercai in ogni stanza della mia casa, anche al piano superiore. Non c'era, era uscita probabilmente, anche se non aveva lasciato sul letto i suoi abiti casalinghi, come di solito faceva. Fui avvolto da una spirale, una vertigine che mi prese e non mi lasciò respirare per un buon minuto.
Il boschetto respirava dietro di me. Con l'ansimare di un uomo morente.
Mi risolsi ad uscire, a gettarmi tra le fauci di quell'orrendo mostro che sembrava essere il gruppo d'alberi. Ci misi non più di cinque minuti a vestirmi decentemente, a giungere in prossimità dei primi fusti.
Essere lì davanti, immobili, era uno spettacolo terrificante. Il buio diveniva totale guardando soltanto cinque metri dentro quella selva. M'incamminai. Ero al confine, non solo del boschetto ma anche di un ennesimo mondo dentro cui stavo precipitando. Potevo ancora decidere se rimanere nel mio o rischiare nuovamente.
Entrai.
Fronde tutt'intorno sembravano tagliuzzarmi mentre altre, ebbi l'impressione, mi carezzavano. L'assenza di luce era totale. Il calore opprimente toglieva il fiato: clima equatoriale, non ne conoscevo il motivo.
In breve, mi persi. Sapevo che tutta l'estensione del bosco non superava l'ettaro scarso, eppure mi sembrò che esso fosse diventato immenso. Pensai che forse stavo girando in tondo, oppure che mi stavo avvicinando al delimitare del prato; ma non la vedevo, forse perché quel maledetto intrigo di legno e foglie assorbiva la luce esterna, allo stesso modo del Metavetro Alleggerito.
Gli uccelli notturni erano in piena attività. I loro suoni facevano davvero paura. M'intrufolai in un cespuglio che sembrava essere più rassicurante degli altri, soltanto per nascondermi. Pensai di attendere lì l'arrivo del mattino. Provavo vergogna al pensiero di essermi perso in un piccolo groviglio di rami.
Fu in quel momento che vidi nitida l'uscita da quella situazione. Era come se un percorso fosse apparso davanti ai miei occhi, con le tracce dell'infrarosso, e mi mostrasse, laggiù in fondo, il calore della mia casa che si sprigionava nell'atmosfera. Quell'irraggiamento si protendeva verso lo spazio profondo dove infinitesime porzioni di quel calore - trascurabili - sarebbero giunte fino alle costruzioni orbitanti dei coloni, degli imprenditori trasferitisi negli spazi a gravità zero per affrontare una nuova, ultima sfida verso la frontiera…
Mi mossi rapidamente verso le linee verde acido - inspiegabili: io non mi ero fatto impiantare sensori visivi all'infrarosso. Uscii in breve da quella trappola vegetale. Le luci di casa mia ora erano accese. Vidi la mia compagna che stava danzando nel salotto al ritmo di un grappolo di luci da discoteca, in preda ad una formidabile performance ispirata da musica tecnologica.
Grace era in trance, come se fosse preda di uno spirito guida. Ogni suo passo o movenza del busto era un preciso segnale, anche sessuale, rivolto ad un mondo che non esisteva intorno a lei: lei ballava per se stessa, per il piacere mentale e della sua anima. Un intero mondo caleidoscopico si generava, viveva e moriva in lei. Grace era il centro e la periferia dell'universo.
Udivo le note sonore. Sintetizzazioni musicali di MDMA facevano la spola tra le varie pareti della casa, polarizzando ogni metro di muro che investivano. La casa diveniva acida, pregna di sensazioni bizzarre; la notte vi colava sopra col suo intricato umore buio e contribuiva a modificare il campo percettivo del suo mondo, anche del mio.
Mi presentai davanti a lei. Lei non mi vide per un buon minuto. Poi, quando si accorse di me sussurrò un delicatissimo "dove sei stato finora?". Non glielo dissi, non mi avrebbe creduto e forse nemmeno io, al posto suo, avrei mai dato credito ad una storia di smarrimento in un groviglio di siepi.
Il verde acido mi diede lo spunto per unirmi a Grace. Lei mi diede una pillola microscopica, con sovraincise miniature animate d'epiche lotte spaziali tra razze aliene surdimensionate.
- Ero uscita a prenderne un po' - mi disse con voce suadente.
- Sì, ho visto che non eri in casa; ti ho cercata.
- E ora mia hai trovata…
- E ora ti ho trovata…
La droga già mi circolava nel cervello, sparata da una doppia velocità di circolazione sanguigna. L'effetto fu devastante. Persi completamente il controllo della realtà e le costruzioni del continuum storico vennero spesso stravolte, altre volte ricostruite con un nuovo criterio dove vigeva un codice visionario che privilegiava le percezioni mistiche.
Insieme, Grace ed io, viaggiammo lungo un binario infinito, per lo più ad equa distanza tra noi. Solo in determinati, brevi istanti ci trovammo avvinghiati l'uno contro l'altro.
Vedemmo molte cose impossibili da descrivere quella notte. Lei ed io eravamo uniti, anche se lo spazio profondo spesso ci divideva.
I coloni ci salutavano di tanto in tanto. I miei affanni erano solo una piccola ombra nel deserto assolato; di tanto in tanto mi sentivo sommerso dalle sabbie in continuo movimento.
Le prime luci dell'alba ci mostrarono un profondo solco, tracciato proprio dentro le nostre pupille, dove era passato di tutto. La musica si era riprodotta in modo sostenuto per tutto il tempo, in un poderoso mix di sensazioni emotivamente giuste per ogni momento - il vantaggio di poter gestire un DJ scritto con del proprio codice, in grado di seguire le tue inclinazioni…
Alla fine ci adagiammo sul divano. Esausti.
Riuscimmo ad apprezzare soltanto il tempo in cui il disco solare saliva lentamente nel cielo, quanto bastava per rischiarare ogni angolo del nostro giardino; la fontana continuava ed emettere spruzzi colorati, il bosco era dignitosamente racchiuso su se stesso.
L'acqua aveva allagato porzioni di terreno circostanti. Io osservavo ogni particolare con occhi colmi di stanchezza sconfinata; vedevo un gioco di luccichii, ipnotici, che abbagliavano i miei occhi: pura luce solare che faceva male, non mi riusciva di tenere gli occhi aperti.
Era un sommarsi di vertigini, una sull'altra, che esaurivano le mie capacità cognitive. Come uno sballo immenso vivevo quelle prime luci dell'alba a mo' di degno corollario di una notte totalmente fuori di testa.
Grace era crollata.
Io osservai, ancora per qualche istante, il panorama dai finestroni della mia casa. Laggiù credetti di intravedere le ombre cangianti, verso il trasparente, del Metavetro Alleggerito.
Mi appoggiai lievemente su un cuscino, lì sul divano.
L'immagine spettacolarmente potente del sonno che arriva sulle ali di un sogno acido - l'ennesimo - mi sopraffece. Non ebbi visioni oniriche in quel sonno, ma la mia anima fluiva lentamente da un piccolo buco verso le distese di una pianura placida, dove immensi laghi non attendevano altro che essere osservati, meditati.