QUI, ALTROVE |
Dormimmo quasi tutto il giorno, ininterrottamente. A poca distanza uno dall'altro. Le attività oniriche di ognuno di noi continuarono incessantemente, producevano sogni confusi e caotici all'interno di storie talmente surreali da non poter essere catalogate. I nostri cervelli erano impegnati in un'attività pompata, troppi input da gestire che avrebbero precluso qualsiasi altra capacità d'immaginazione per almeno dieci giorni.
Io fui il primo a svegliarmi.
Aprii gli occhi, destato dal rumore della mia emicrania; il riverbero sonoro era l'esemplificazione fisica del sangue che pompava forsennatamente nelle mie tempie, nel tentativo di ripristinare l'equilibrio standard.
I miei innesti biologici erano cotti. La concentrazione che riuscivo a prestare a quanto avevo intorno era prossima al nulla. Ero portato via da miriadi di pensieri che spostavano il fuoco da me alle stoviglie rimaste sporche in cucina, al tappeto fuori posto, al giardino dove l'acqua continuava a zampillare; mi riuscivano interessanti anche le foglie del boschetto che si muovevano con andamento curioso, con un movimento sincopato dove potevo intravedere chiari segnali, di cui non conoscevo il disegno finale. Qualsiasi cosa era in grado di togliermi la concentrazione sul pensiero immediatamente precedente. Finalmente, il fragore della fontana del nostro giardino riuscì a darmi una certa continuità di pensiero. Quel rumore così rilassante produceva effetti visibili sul mio sistema nervoso. Fauni e folletti sembravano abitare quel microcosmo acquatico mai angusto, regolato da direttive provenienti direttamente dal dio Pan. Istanti pagani. La perfezione di un mondo antico si riaffacciava alla mia coscienza con virulenza. Ne seguivo le tracce, ne analizzavo l'ideologia con attenzione - nuova curiosità. Ogni vibrazione che accompagnava gli antichi in meditazione era nuovamente mia. Mi credevo in riva a quel laghetto che ben conoscevo, in contemplazione. Mi sembrava che le visioni del mondo, indipendentemente dalle proprie credenze, dovessero fare i conti col senso di pace mistica che emanavano quelle acque, quella vegetazione.
Grace continuava a riposare.
A fatica, mi alzai e andai a guardare il tramonto nei suoi ultimi bagliori. Il rosso vivo, come una tela dipinta col sangue, impressionava la mia psiche rimandandomi - chissà perché - ad altre migliaia di tramonti succedutosi nei secoli. La sensazione di déja vu mi stordiva. Morivo e rinascevo incessantemente per conteggiare secoli di vita spicciola passati in quei luoghi.
Grace si muoveva…
Era di nuovo notte. Le prime ombre della sera. La testa continuava a dolermi e forse non sarei riuscito a stare in piedi per molto. Le follie della nottata precedente cominciavano a riemergere, piano piano, dalla profondità della mia coscienza. Consultare i log mentali forse mi sarebbe servito soltanto per stabilire che genere di eccessi avevo perseguito. La stanchezza fisica si faceva soffocante.
Mi aspettava, acquattato nell'angolo.
Il mio sangue si gelò nelle vene. L'emicrania esplose in un fragoroso effluvio extra di sangue. Il bosco era giunto nei miei pressi e si sollevò imperiosamente, come se fosse stato capace di balzarmi addosso in un solo istante. Sbiancai. Pensai di essere morto, di crepacuore. Folate di vento si alzarono gelide e provenivano dal centro di quella piccola, perfida foresta. Poi, udii il rumore puro di una voce spaventevole che fischiava, sibilava in accordo con le note del vento, per comunicarmi la sua presenza con voce grossa, potente. Sentivo tutto il giardino, dietro di me, sussultare. Lo scroscio della fontana era improvvisamente diventato lontano; stavo avvicinandomi, come se fossi stato trasportato su un tappeto di cuscinetti a sfera, verso le fronde più vicine - pochi metri, forse tre al massimo. Ero sul delimitare della boscaglia. Ero dentro.
Ero prigioniero. Grace non sapevo dove fosse ora. Vivevo l'impotenza di accorgersi che nessuno può aiutarti.
Ero come braccato lì dentro. Da forze invisibili, intangibili. Fischietti da rastrellamento risuonavano continuamente tutt'intorno, intrappolati in apparenti loop sonori. Rumori di tacchi sul pavé bagnato. Cielo plumbeo. Richiami ad antiche discipline convertite in esigenze per il presente e al terrore, quello puro, che diveniva stile o necessità di vita, a seconda se si era carnefici o vittime.
Il cerchio si stringeva intorno a me. Forme indistinte nell'ombra, mostruose. Ciò che più mi spaventava era la loro consistenza psichica, puro dispiego di forza e di volontà d'acciaio. Esse potevano fagocitare ogni spora del mio essere, lasciandomi per terra, essiccato.
Pensai in termine di righe d'istruzioni. Dal profondo della mia biologia modificata presi a piene mani funzioni di codice a pioggia, per schermare la mia presenza.
Di nuovo ero dentro al Metavetro Alleggerito.
Rimiravo le meraviglie delle luci che formavano icone.
Stupore. Malessere.
Dislocazione.
Provai a chiudere gli occhi. Li serrai più forte che potei.
Paura di riaprirli.
Sentivo ancora il bosco intorno a me, mentre rastrellava con i suoi corpi ausiliari se stesso per scovarmi. Rifugio dentro di me, nel kernel più inviolabile che possedevo.
Quando riuscii a maturare il coraggio necessario spalancai gli occhi e mi scoprii determinato a combattere il disagio meglio che potessi. Nausea nel trovarmi confinato in un buio assoluto, impenetrabile, dove non riuscivo a distinguere nulla. Provai ad avvicinare la mano agli occhi: non la vedevo. Infinitamente buio, come mai avrei immaginato potesse esistere. La nausea aumentava. Ero così spiazzato da non sapere se mi trovavo in una stanza o nel nero profondo dell'universo. Troppa nausea. Vomitai. E di colpo tornò un lieve chiarore. Come se avessi espulso il male da dentro di me. Dove abitava. Da dove io lo proiettavo fuori, attraverso la mente, la mia anima.
Distinsi tre punti di riferimento: il delimitare del bosco, la casa, la fontana. Ognuno di questi era debolmente luminescente, animato della stessa luce verde acido che già mi aveva tracciato la via di scampo la notte prima. Afferrai quella linea guida e sgattaiolai nuovamente fuori. Sentivo strapparmi i vestiti di dosso; spine e rovi ferivano la mia pelle con tagli, quasi a volermi trattenere ancora lì. Fui fuori rapidamente.
Grace in giardino, a guardare la fontana con le sue luci colorate.
Si voltò mentre arrivavo. Mi sorrise. La mia emicrania non era per niente migliorata ma l'adrenalina che avevo addosso mi aiutava a dimenticarla. Le sorrisi. Mi accasciai sull'erba ben tagliata.
- Alex, dove sei stato?
- Nel bosco - le dissi con indifferenza.
- Cercavi dei lamponi?
Mi sorrise con uno scherno simpatico. Lei era ancora piacevolmente stordita dall'enorme groviglio emozionale delle droghe. La vedevo muoversi sinuosamente, come una gatta cui avevano fatto delle coccole per ore.
- No, fragoline di bosco. Vedi? Ho pure dei tagli di rovi che non volevano lasciarmele - le mostrai il mio braccio che credevo graffiato. Intatto. Ero sbalordito, troppo confuso per domandarmi il motivo dell'ennesima anomalia.
- Oh sì, vedo…
- …Solo che ho dovuto mangiarle tutte perché altrimenti l'orco non mi avrebbe fatto evadere dal bosco. È stata dura ma dovevo uscire - dissi quell'ultima frase in preda ad una sorta di ritorno di panico. Avevo detto quasi tutta la verità, concentrandola in un involontario sunto di quello che mi era successo. Sorridevo debolmente come se avessi detto, seriamente: guarda cosa mi hanno fatto lì dentro, stavo per schiattare di paura.
Lei notò il cambiamento d'espressione. I muscoli sul mio viso si erano improvvisamente tirati.
- Non dobbiamo prenderne troppa di quella roba.
- No, certe cose bisogna assumerle con calma - dissi conciliante.
- Alex, cosa hai visto nel bosco? - la sua faccia era seria: aveva compreso.
- Qualcosa di brutto, Grace. Qualcosa che mi ha portato lì dentro, che mi rincorreva.
- Non dobbiamo prenderne troppa di quella roba…
- Sì… - omisi i dubbi su quello che mi succedeva prima di prendere quella roba.
- Entriamo in casa, ti faccio da mangiare; sembro meno stravolta di te. Io mi sento bene…
- Anche io. Ora sto meglio - le mentii spudoratamente, per non preoccuparla troppo. Preoccuparmi per me stesso era già sufficiente.
* * *
Altrove sentivo vibrare una vita che mi apparteneva. Come in un'enorme matrice aggregata gli avvenimenti che avvenivano in un'area influenzavano quelli dell'estremo opposto - side effect. Sentivo srotolarsi in un angolo remoto della mia coscienza dialoghi, minuzie quotidiane e prospettive di luce che avvenivano nel Metavetro Alleggerito, e in tutti gli altri luoghi che avevo visitato nei giorni precedenti. Come se vivessi dentro molti universi paralleli sentivo tessere una ragnatela sotto di me; io ero al centro di essa, dove le minime oscillazioni di una zona venivano captate dalla mia coscienza. Assimilate. Rese intelligibili. Mi trovavo nel punto focale di un vasto disegno, comunque finito, le cui finalità mi sfuggivano.
Avevo l'impressione di essere un semplice ingranaggio in un motore spaventoso. Soffrivo di vertigini in un'escalation d'avvenimenti che sembrava preoccupante, inarrestabile. Assurda.
Guardavo dall'alto uno scenario posto sotto la scarpata, dovevo sporgermi più del lecito se volevo dominare l'intero paesaggio.
* * *
Quella notte caddi in un sonno profondo abbastanza presto.
Grace ed io mangiammo qualcosa di frugale per far fronte alla fame che ci stava salendo improvvisa. Ingurgitammo una cospicua quantità di cibo preordinato da sequenze biologiche, in modo da digerirlo prima e meglio. Alla fine guardammo brani presi in diretta da alcuni donatori cognitivi, trasmessi su televisioni satellitari pirata. Erano soltanto immaginazioni personali macchiate da colori violenti. Flash rabbiosi, imprevedibili. Puro sconcerto da sballo.
Grace era accanto a me, in evidente rilassamento. Succhiava un ghiacciolo per placare la gran sete che aveva.
Diedi uno sguardo sfuggente alla fontana che continuava ad eruttare colori e forme acquatiche sempre diverse - un vero capolavoro dadaista, pensai. Lasciai andare le braccia fuori del divano.
Caddi nel mondo onirico.
Grace era accanto a me. Non solo sul divano. Sentivo la sua presenza immediatamente dietro di me mentre sussurrava parole incomprensibili, come sanno fare i bambini quando giocano da soli.
Lei scriveva del codice in binario puro. Stava sperimentando su di sé gli effetti di una procedura che reiterava degli ambienti di prova, forzando il ciclo sulla sua porta craniale, ormai in disuso ma sempre buona per testare la bontà d'alcune applicazioni. Metodo rozzo, ma efficace, pensai.
Perfette emulazioni grafiche di formiche in entrata. Portavano blocchi d'informazioni da test. Grace le assorbiva completamente mostrando di non sentirle.
Vedevo, in una trasparenza leggermente satinata, il tracciato che gli insetti percorrevano. Grace giaceva in uno stato di semi incoscienza e gestiva solamente le paginazioni.
Strano sogno, pensai.
Lei si destò. Le sue pupille erano ricolme d'orrendi insetti che divoravano le formiche. I suoi occhi erano spalancati. Chiedeva aiuto.
- Grace, dormi oggi?
- No. Ho un import dati verso alcuni vecchi database; abbiamo preso lavoro per una commessa di coloni lunari. Usano codici vetusti ma opensource. Devo dare un'occhiata al tutto prima di decidere se siamo in grado di aiutarli.
- Vogliamo cambiare lo scenario di questo soffitto?
- Perché? Ti hanno stancato le saghe medioevali?
Nel mentre che pronunciava la parola medioevale subivo ondate di déja vu, frenetiche. Icone di lotte e di soldati con armature metalliche - conduzione d'elettricità che li schermava, pensai - e di terre sconfinate e sconosciute che s'imbevevano di misteri sempre più fitti, mitizzati, si frapponevano tra me e Grace.
Ora lei fluttuava dolcemente. Dal divano la vedevo lievitare a due metri da me. Si manteneva in alto non oscillando. Mi fissava con gli occhi svuotati dove banchettavano frotte d'orribili coleotteri grassi.
Spalancai gli occhi rizzandomi seduto. Mi girai e vidi Grace che dormiva accanto a me. La osservai a lungo, ansimando. L'orologio craniale segnava le quattro e sedici.
Sul comodino un ologramma del mio volo di ritorno si animava con delicatezza e definizione squisita. Avevo estratto i ricordi, non ricordavo di averlo fatto. Rimasi lì ad ammirare la spettacolare bellezza di quell'attività cerebrale divenuta filmato. Il profondo blu che diventava più chiaro se guardavo giù, profondamente scuro se guardavo in alto, mi rapì. Diedi rapide occhiate a Grace che dormiva profondamente.
Mi rammentai, di colpo, che io ero una delle due unità produttive della ditta. Erano due giorni ormai che ero tornato, dopo un importante incontro d'affari conclusosi felicemente, quindi dovevo mettermi all'opera. Avrei dormito soltanto un altro po', così da potermi alzare fresco e riposato l'indomani mattina.
* * *
Altrove si muovevano icone di luce miniaturizzata ed uscivano all'aperto, dotate di vita e cognizione propria.
Nessuno le seguiva. Io da lontano le percepivo divenire sempre più vive. Immaginavo che alla fine, dopo averle tanto ammirate, avrei dovuto fare i conti con loro per l'elevata capacità di apprendere che avevano. Esse avevano insito un banner esplicativo della loro funzione, un manifesto d'intenzioni come solo un partito d'estrema destra farebbe oggigiorno. Quelle erano miniature pericolosamente razziste, discriminanti, in realtà si muovevano come burattini che non sapevano che strada prendere.
La tela di ragno che avevo idealizzato, su cui poggiavo, mi recava informazioni da ognuno dei luoghi in cui ero stato recentemente. Ciò m'irritava, sembrava avessi stabilito stretti legami con entità che non ricordavo di aver incontrato.
Altrove, il lago che ricordavo frequentemente era placido. Sfiorai con le dita il pelo dell'acqua. Tranquilla introspezione che mi sentivo di trasportare fin dentro ai miei gangli nervosi.
Avevo l'intima convinzione d'essere l'unico a sedere davanti a quello specchio lacustre. Percepivo il muoversi delle fronde, delle canne piantate nell'acqua, il ronzio che la luna lasciava vibrare fin nelle profondità dello stagno, così carico di mistero da sentirlo vivo, come se mi parlasse.
Rimanevo in distratto ascolto ma percepivo tutto. Anche Grace. Che dormiva placidamente.
Se non fosse stato per tutte quelle strane accelerazioni e distorsioni della realtà avrei pensato di star diventando un mistico veggente, il primo connesso al resto dell'umanità, pure quella persa nello spazio profondo.
Realizzai con una straordinaria nitidezza che non ero mai stato lassù, tra le stelle. Difficilmente lo avrei fatto. Mi domandai subito dopo sul significato di questa mia sicurezza. Sembrava una certezza così intima e motivata da non sapermi rivelare l'effettiva motivazione.
* * *
Mi svegliai con un disagio sottile. Esso s'intrufolava sinuoso tra le maglie sempre meno serrate del sonno e la coscienza della veglia, come un cuneo. Una leggera brezza soffiava sul mio volto, addosso a me. Ebbi dei brividi. Desto quanto basta mi chiesi il perché di tanto freddo. Aprii gli occhi. Luce rabbiosa che mi aggrediva. Solletico e profumo di terriccio bagnato intorno a me. Introduzione del concetto di fastidio dato dal premere sulla fanghiglia, insieme all'erba umida.
Ero sul prato. Intorno a me solo prato, qualche albero. Ritto in piedi, di scatto, mi voltai di sobbalzo più volte: destra, sinistra, destra. Incredulo, osservai con l'impressione addosso che qualcosa non quadrasse davvero. I ricordi di ciò che doveva essere giusto piombarono fulmineamente come drappelli di soldati pronti all'allarme. Poche ore prima ero nel mio letto, Grace dormiva accanto a me. Perché ora ero fuori casa?
Mi girai alla ricerca della mia abitazione. Mi girai ancora, dall'altra parte, dietro di me. Davanti. Scrutai bene, attentamente. La casa era scomparsa.
Balbettai da solo. Sconnessioni derivate da situazione slegate. Batticuore che improvvisamente cresceva. Un senso di vuoto dentro alla cassa toracica, un nodo in gola e l'impressione che il proprio cuore stesse per fermarsi per qualche istante. Bocca improvvisamente secca. Ondate progressive e repentine di profondo amaro in gola.
Perché non ero in casa? Dov'era, ora, la casa? E Grace?
Quelle tre domande si tiravano appresso un universo completo di questioni appena sottese. Se solo avessi provato a sviscerarne altre tre o quattro mi sarei provocato un piccolo attacco di cuore. Mi mancava il respiro.
Di colpo, una domanda sulle altre.
- Possibile che ho solo sognato di essere in casa, con Grace? - parlavo da solo con voce chiaramente udibile da me stesso.
- Ho sognato di essere accolto da lei, di stare nel mio salotto, di passare notti sballate con lei… Del boschetto…
Mi girai alla ricerca del boschetto: c'era, era lì, sinistro proprio come lo ricordavo. Lo guardai con occhi guardinghi, in tralice, mutando la mia usuale posa facciale in uno schiudere la bocca - sorpresa spiazzante. Serio, in ascolto di quello che la mia anima suggeriva, guardavo dentro di me anziché fuori.
Lo sconcerto doveva lasciare il posto a qualcos'altro. Dovevo reagire, tentare di capire, quanto meno alzarmi; quel terriccio mi provocava fastidio addosso, non lasciava respirare la mia pelle. La scena da un metro e mezzo più in alto sembrava leggermente diversa, il mio atteggiamento era irrimediabilmente mutato, ora. Era cominciato una sorta di analizzazione dei processi. L'emotività dentro mi sconquassava, mi dimezzava le forze. Ero come impaurito, senza un appiglio dove reggermi, da cui poter tentare un qualsiasi, impensabile movimento.
Grace dov'era? Tentai di mettermi in contatto. Era sconnessa, fuori linea, altrove, chissà dove.
Un'immagine di raccordo, qualcosa di simile a metallo liquido che congiungeva le rive di un fiume, mi balenò in mente. Era come se avessi sognato di essere tornato a casa, come se avessi dovuto sognarlo per reagire.
Misi mano ai miei ricordi registrati nel PDA craniale, solo per focalizzare meglio i momenti in cui ero entrato in casa, due giorni prima. Mi accorsi che un immenso campo mnemonico mi viveva intorno, mi aiutava ad indicizzare i frame che ricordavo. Così riuscii ad estrarre i brani che cercavo. Mi vidi in terza persona, vidi Grace di fronte a me, nitida come se l'avessi lì in quel momento.
"Non ero in grado di chiarire a me stesso perché quei pensieri popolavano la mia mente. Perché fossi sovrastato da quello stato confusionale. Era come vivere in un sogno troppo verosimile, dove le cose ben conosciute si rivelano sovrapposte da veli di bizzarra realtà incongruente.
Così, pur vivendo nella mia città, ora parte di me esisteva in un mondo diverso. Ero a cavallo di due realtà entrambe pregne di stupore malaticcio.
- Alex?
Grace.
- Sì - rispondo assente.
- Il collegamento operativo. Dati in arrivo…
- Alex, bassa velocità in upload. Hai parametri nuovi?
Non rispondo. Non fiato.
- Alex?
Cedo. Se non risponderò ulteriormente lei mi verrà a cercare. Anche quaggiù. In questa fossa di migliaia di metri cubi d'acqua.
- Dimmi…
- L'upload, è basso. Hai forse le primitive per nuove cognizioni?
- Sì - replico stancamente - devi entrare nella sezione ad accesso sviluppo comunitario. Devi leggere i quesiti posti stanotte ed estrapolarne i simboli guida. Muovi il rog.
Risponde con mugolii. Ha capito.
- Ma dove sei ora?
Come faccio a dirle dove sono? Le dico a ***? Le dico che dovrei essere davanti a casa nostra ma che non esiste? Posso dirle che l'unica cosa che vorrei, ora, è rientrare in casa e farmi una doccia da trenta minuti?
Sì… Posso. Devo smuovermi. Devo uscire da questo stato d'impasse.
- Grace, sono davanti a casa e…
- Esco! Ti vengo incontro.
- No Grace, aspetta.
- Cosa? Sono già sull'uscio. Eccoti!
Mi giro verso il punto dove la casa doveva essere e… È lì! È effettivamente lì.
Non ho parole da enunciare. Penso di balbettare vocaboli insignificanti mentre lei scende le scalette e mi viene incontro. Mi abbraccia. Mi dice "Bentornato" in una successione di frame che vedo nella mia testa come leggere sovrapposizioni rallentate di slides, quasi uguali tra loro.
- Ti dicevo dei dati. Potevi dirmelo che eri qui, no?
- Volevo farti una sorpresa - fu la prima cosa che mi venne in mente di dirle. Per fortuna era anche la più convincente.
- Com'è andato il viaggio?"
Precisione di rilettura dei ricordi. Mirabile. Fantastica. Come se li avessi vissuti in quel momento.
C'era, in quel filmato, qualcosa che non mi tornava. La sezione in cui Grace mi contattava sembrava estrapolata da altri contesti, mi pareva non c'entrasse con ciò che pensavo in quel momento, con ciò che succedeva intorno a me.
Rividi i miei ricordi molte volte, mentre l'angoscia di non essere a casa aumentava, si modificava sfociando in un rendersi conto che un avvenimento era accaduto, che bisognava accettarlo e prendere delle contromisure, modificare il proprio porsi per prendere vantaggio sulle prospettive future. Stavo reagendo. Nel mentre riguardavo i ricordi sempre più attentamente e mi convincevo che Grace mi aveva cercato in modo assai strano. Da lì in poi ero rientrato in casa. Da lì in poi ero stato con lei in quella che ora sembrava una vera illusione. Ma qualcosa di più sottile, d'imprendibile mi sfuggiva e per quanto mi sforzassi non riuscivo a venirne a capo.
Codice, altro codice in cascata.
Barriera sui miei sentimenti. Salvaguardia della salute mentale. Quel codice era ad oggetti, piccoli mattoni animati di vitalità limitata che si abbracciavano tra loro, dietro cui scrutavo il paesaggio che avevo intorno. Gli alberi. La collinetta dove doveva sorgere la mia casa. Il boschetto sul fondo, sempre minaccioso, fastidioso con quel suo stare sulle sue, tipico di qualcuno che si sente superiore, che odia, che di certo ascolta soltanto per trarne profitto.
Da dietro quella tendina in cui ero riuscivo a destreggiarmi come un cavaliere medioevale dentro la sua armatura: con pesantezza, nessuna sicurezza particolare se non quella apparente.
Cosa fare, al momento, se non muovermi per piccoli passi? Tutto mi appariva come inutilmente bizzarro, non riuscivo a convincermi di essere in bilico su realtà così diverse.