MOVIMENTO |
Ondate di adrenalina dentro di me, cui non potevo resistere. L'istinto, il comando di muovermi giunse come una frustata. Faceva male ma non ero in grado di ignorarlo. Dovevo scuotere i muscoli, la mente, l'anima, i sensi, tutto il mio essere ed oltre - l'aurea - quant'altro poteva puntarmi verso un nuovo obiettivo, luogo, destinazione, un fottuto posto qualsiasi dove poter comprendere meglio me stesso. Ero bagnato dalle acque del lago che preferivo; ero umido sulle braccia, sulle gambe, sentivo odore dell'acqua stagnante addosso a me. L'afrore della melma e delle alghe, senza che io avessi sfiorato, nemmeno visto, quello specchio lacustre, era ben presente nelle mie narici. Un pieno delirio irrazionale mi spingeva, curiosamente, verso la realtà, alla disperata ricerca della vera realtà o di quella che consideravo tale.
La mia anima voleva fuoriuscire, lo avrebbe fatto se avesse potuto. Era invece costretta in una gabbia di carne plastica. Disagio. Costituito da un senso d'incommensurabile stridore tra ciò che si sente dentro e quello che si percepisce all'esterno di sé. Un velo nero sui propri scenari. Un velo nero e trasparente su tutto quello che si vede. E dietro di ciò, la mia immensa paura di perdere la razionalità. Insieme alla fobia di trovarmi senza un punto d'appoggio. Ero consapevole che dovevo compiere un enorme sforzo per uscire da quello stato d'insicurezza.
Una marea inarrestabile dentro di me, quindi. Mi muovevo senza sapere bene dove mi trovavo.
Ero di fronte al lago. Senza accorgermene, senza capire quale strada avessi percorso mi trovai a fermarmi sulle rive di quel lago. Pensai soltanto a respirare profondamente l'umidità. Quegli odori. Prorompevo sottili energie verso l'ignoto. Lasciavo fluire l'onda di piena che sembrava aver appena raggiunto il culmine. Ne apprezzavo il suo sapore sapido. Guardavo il punto massimo della marea che si portava appresso immense quantità di detriti. Macerie delle mie certezze. I miei limiti nascosti, frutto di qualcosa che non riuscivo a realizzare, a capire, fungevano da argine.
L'onda d'urto che rifluiva era maestosamente torbida; la vedevo ricoprire visivamente il lago, senza sporcarlo, mutarlo, toccarlo. Io in perfetta solitudine guardavo, assaporavo, respiravo profondamente e osservavo il tutto come se fosse un acquario.
Tutto sembrava passato. Anche la mia insostenibile adrenalina.
Lasciavo trascorrere gli istanti col fiato interrotto, dosando bene ogni respiro che si risolveva in una profonda inspirazione, altrettanto potente espirazione.
Miravo, tutt'intorno.
Pace, apprezzabile. Come vivere in una casa di campagna.
Profumo di fiori che mi rimandava ad un mondo antico. Ancora il sapore di paganesimo che provavo solo lì, tra i boschi, sulle sponde di quel lago. Quel richiamo così bassamente vibrante, come un suono subsonico, si levava per salutarmi portandosi appresso tutte le creature del Pantheon. Mirabile e sublime sensazione. Sognavo ad occhi aperti sopra una soffice nuvola, a pochi metri dal suolo. Socchiudevo le palpebre e viaggiavo su una musica sottile, impalpabile. La sensazione di flaming si schiudeva come uno splendido scrigno, pieno di meraviglie, su ogni poro della mia pelle.
L'onda di riflusso era lontana ormai.
M'incamminavo come un viaggiatore proveniente da lontano. Sensazione di un'ombra che mi seguiva dalle tinte ferine. Un senso di mefitico doveva albergarvi. Pensavo a momenti di lussuria blandamente fetish.
Scoprii che il lago era vicino all'aeroporto, a tanti altri luoghi che della mia città che non sapevo fossero così contigui tra loro. Sembrava un mondo plastico, tutto contratto in pochi luoghi, quasi a rappresentare in miniatura la complessità del mondo reale.
Grace non era accanto a me. Provai a chiamarla ma il suo contatto era ancora staccato. Avevamo del lavoro da svolgere. Avevamo un contratto nuovo, allettante. Odiavo perdere tempo in quel modo così insulso.
Cartelloni pubblicitari. Reclamizzavano oggetti che rinvenivano nella mia memoria. Oggetti che ricordavo da bambino. Piccole ondate di calore e sorrisi addosso a me. Dentro di me. Ricordi frammentati. Nubi d'oblio che mettevano insieme immagini che ricordavo perfettamente per il sapore, soltanto guardandone il loro odore, carezzandone i colori. Era come un mosaico dimenticato di un'antica casa romana. Quei cartelloni pubblicitari introducevano un altro piano di disagio. Realizzai, con un dolore come stiletto nel fianco, che ero troppo avulso dal normale flusso vitale; troppe persone mi camminavano vicino senza che me ne accorgessi. Il frastuono della vita quotidiana sferragliava normalmente ed io ero semplicemente lontano, lanciato a velocità di fuga verso l'esterno dell'orbita, dove un'umanità mutata mostrava pensieri di secessione genetica.
Dovevo recuperare un certo controllo sugli eventi. Recuperare il contatto con Grace. Tornare nella mia casa.
Scoprivo di ciclare sui soliti pensieri con costanza paranoica. Le mie protesi biologiche lavoravano egregiamente in quei casi, potenziando il loop con gradienti d'efficienza inediti. Rumore d'aeroplani in volo. Mi ero avvicinato molto all'aeroporto. Vedevo Grace in procinto di entrare al check-in.
Grace al check-in?
La chiamai. Spenta.
Eppure la vedevo. La seguii. Entrai pochi istanti dopo di lei nei locali del check-in. Correvo il rischio di perderla di vista per la gran quantità di gente che transitava lì. Confusione. Salutare. Mi aiutava a prendere nuovamente confidenza col vero mondo. Non guardavo molto attentamente dove andavo, nella foga di seguire Grace mi capitava di urtare altri viaggiatori. Mi scusavo rapidamente, con modi affettati. A volte ricevevo per tutta risposta improperi o gestacci. Grace era sempre lì davanti. Sempre spenta. Faceva la fila al check-in per prendere posto su chissà quale volo. Mi diressi verso lei. Le ero accanto. Le respiravo vicino quando mi fermavo ad osservarla. Ebbi perfino il dubbio che non fosse lei.
Altoparlanti urlavano avvisi per i pochi non ancora dotati d'impianti personali; m'infastidivano, quei messaggi fake stereo, li sentivo risuonare nella testa con lieve, dissonante ritardo.
Mi presentai davanti a Grace ma lei non mi guardò nemmeno, impegnata a cercare dentro la sua borsetta chissà cosa. Stavo per toccarla ma si frappose casualmente tra noi un passeggero. Persi così l'attimo giusto per avvicinarla. Nel frattempo lei aveva completato la sua attesa e parlato con l'addetto - sistema esperto. Si stava incamminando verso le porte d'accesso alla pista.
La chiamai ancora. Maledizione, perché era spenta? Grace?
- Grace…
Continuai, misi rapidamente a punto un loop con del codice estemporaneo. Due prove d'aggiustamento.
- Grace. Grace. Grace. Grace
- Grace. Grace. Grace. Grace
Inutile. Non rispondeva. Ed io la vedevo andar via.
Andai verso il sistema esperto, pregando sommessamente qualche entità divina, che nemmeno conoscevo, di far presto. Alla fine giunsi a parlare con l'interfaccia vocale - pensai improvvisamente che nessuno aveva pensato di mettere lì un gradevole ologramma femminile.
- Mi scusi - parlavo come se avessi avuto davanti una persona vera - volevo prendere lo stesso aereo di Grace Dumaw. È passata di qui pochi minuti fa.
- Lei come fa a saperlo? - la parte composta da routine investigative aveva preso, in quel momento, il sopravvento.
- Sono il marito - non avevo tempo per indugiare.
- Riconoscimento dell'iride, prego.
Odiavo quei modi bastardi da guardie insolenti, tuttavia non obiettai. Porsi l'iride all'apparecchiatura messa in bella mostra lì sul bancone.
- Signor Alex Dumaw?
- Sono io - dissi con un sospiro che denotava una pazienza che non avevo.
- Cos'è che voleva sapere? - il tono della voce era notevolmente cambiato. Sfumature d'intelligenza postumana codificate nel sistema esperto erano ora evidenti.
- Che volo ha preso mia moglie, Grace Dumaw.
- Volo AybD_903, in partenza tra dieci minuti.
- C'è un biglietto disponibile?
- Sì, addirittura cinque. Il volo non è più commercialmente conveniente perciò la compagnia aerea è disposta a cedergliene due al prezzo di uno.
Accettai, senza farlo ulteriormente parlare. Non chiesi nemmeno la destinazione tanta era la foga di rincorrere mia moglie. Pagai inserendo la carta di credito - vidi a videoterminale i miei lineamenti; pensai distrattamente che era tempo di registrare nuovamente i miei dati visivi, l'ultima volta lo avevo fatto tre anni prima.
M'incamminai verso le sale che davano sulla pista. Il fragore convulsivo della gente che transitava lì mi riempiva la testa di rumori. Stavo molto meglio.
Ero nella sala d'aspetto. Guardavo il biglietto valido per due poltrone. Lo osservai: un foglio unicellulare di materiale cartaceo, resistente, dotato di autodistruzione settata sulla depressurizzazione successiva alla prima pressurizzazione - il biglietto si sarebbe macerato non appena fossi sceso a destinazione.
Grace era là, in fondo alla sala che osservava anche lei, rapita, l'emulazione del lago che tanto mi aveva colpito la volta precedente. Potevo avvicinarmi. La chiamai: spenta.
Ero nei suoi pressi. La toccai con la mia mano, sul suo braccio.
Si voltò di scatto, come se qualcosa l'avesse infastidita. Sembrò guardarmi. Io la guardai. Le parlai.
- Grace…
Mi scrutò come se non volesse riconoscermi. Poi il suo sguardo si spostò verso altri angoli della sala. Non mi rispose.
- Grace… - continuai a chiamarla con un tono di voce leggermente più teso.
Mi fissò molto intensamente. Gente vicino a me. Che osservava la scena. Sembrava ne facessero parte integrante.
Ero percorso da tremiti appena visibili sulla pelle. Ero in preda ad una sensazione di disagio, pensavo che Grace non mi avesse riconosciuto o non volesse più vedermi. Credetti per un interminabile istante che mi avesse lasciato. Il mio cuore era sospeso, non batteva più. Ebbi paura.
Mi parlò.
- Chi è lei?
Non risposi, almeno non subito. Ero inebetito da quella domanda.
- Chi è lei? - la sua voce era irritata dal dover ribadire la richiesta.
- Alex - balbettai.
- Alex? Alex chi? Non la conosco.
- Alex Dumaw - dissi deciso - tuo marito.
- Non ho marito - la sua voce era gelida, arrogante. Non l'avevo mai sentita così.
- Abbiamo dormito insieme stanotte - dissi piano.
Un'intera platea ci stava osservando. Osservava me, ed era pronta ad intervenire se ce ne fosse stato bisogno. Sentivo la rabbia animale di ognuno di loro pronta a scatenarsi su me.
- Lei è pazzo.
La chiamai mentalmente, lungo il canale wireless. Era spenta. Un dubbio atroce s'insinuò in me: era proprio lei?
La guardai bene. Aveva i vestiti che conoscevo, lo stesso taglio di capelli, il profumo che le avevo regalato io. Osservai le sue scarpe: anfibi a copertura intelligente - sensori annegati nel cuoio per regolare la temperatura. Erano le sue, ricordavo quando l'avevo accompagnata a comperarle…
- Mi… Mi scusi signora… Devo essermi ingannato, colpa dell'estrema somiglianza di mia moglie con lei. Mi perdoni. Chiedo scusa a tutti - ruotai lo sguardo verso la platea che mi stava guardando accigliata.
Lei non rispose, prese tempo. Mi guardò bene, cercando d intravedere chissà cosa in me.
- Lei è pazzo, si faccia controllare da uno bravo - la sua voce denotava disprezzo.
- Gliel'ho detto, somiglia in modo impressionante a mia moglie.
- Le conviene lasciarmi stare - aggiunse - vede? Li ci sono i sistemi esperti collegati con l'agenzia di controllo. Vuol forse passare qualche ora con loro?
- Glielo ripeto: mi scuso, ho sbagliato. Se lei è d'accordo chiudiamo qui quest'increscioso incidente - le porsi la mano.
- Addio - disse guardandomi contrita. Non accennò minimamente a darmi la sua mano, su cui riconoscevo infilato l'anello di fidanzamento che le avevo regalato tredici anni prima.
- Addio - aggiunsi io.
Mi voltai verso altri punti della sala. Non sapevo nemmeno dove sarei volato insieme a lei, qualche fila di poltrone più indietro.
* * *
L'imbarco fu rapido.
Sedevo cinque file di poltrone dietro a Grace. Potevo vedere di tre quarti il suo posto, di tanto in tanto i suoi capelli. Non cercava me, non cercava nessuno.
Incuriosito, ad un certo punto chiesi all'hostess quando saremo arrivati a…
- Mi scusi signorina, non riesco a ricordare dov'è diretto questo volo, il nome della città mi sfugge, pur sapendolo.
L'hostess mi guardò con sufficienza. Poi, facendo affidamento sulla sua enorme dote professionale di pazienza mi disse…
- ***. Siamo diretti a *** signor Dumaw.
Lo disse molto dolcemente. Senza alzare la voce. Gliene fui intimamente grato, non volevo farmi notare di nuovo dai viaggiatori.
Poi, ripensai alla località. La stessa dove avevo fatto la riunione tre giorni prima. Dove stava il Metavetro Alleggerito.
Trasalii.
Cosa andava a fare Grace lì? Perché non voleva riconoscermi?
Davvero non mi riconosceva?
Sentivo lo stomaco contorcersi in forti dolori nervosi.
* * *
Pensai: poche decine di minuti di viaggio. Se solo stessi un po' più tranquillo, magari guardando come le altre volte fuori del finestrino, forse riuscirei a capirci qualcosa.
In effetti, lo spettacolo fuori dell'aereo era usualmente mirabile. Nuvole dalle forme bizzarre erano in apparente staticità rispetto a noi. Poi notai sullo sfondo, con un sussulto, un cumulonembo particolarmente scuro, grosso, minaccioso. L'istante dopo una folgore l'attraversò per tutta la sua altezza, mostrando un temibile spaccato di ciò che c'era lì dentro: maestoso maltempo, tempesta, da cui non si uscirebbe facilmente uscire vivi. Noi ci stavamo entrando.
Udii il comandante parlare ad ognuno di noi in un chiaro intervento craniale. La sua voce risuonava senza echi in me, come se l'equipaggio fosse dentro la mia testa. La crew avvisava del maltempo incombente, che ci sarebbe stato un po' di sommovimento a bordo ma che avremmo tranquillamente fatto l'atterraggio a destinazione, in orario.
Guardai istintivamente verso Grace. La sua testa non si muoveva, probabilmente dormiva.
Provai quindi a chiamarla. Ancora spenta. Ma è davvero Grace?
La tempesta era prossima.
L'aereo cominciava già a sobbalzare. Io ero legato stretto al sedile. Giocai mentalmente a scacchi con un'unità residente nel mio cervello, tanto per passare il tempo. La tensione era insopportabile e il maltempo faceva davvero paura. Ebbi un'insana quanto terapeutica curiosità di sapere a che altezza ci trovavamo. Guardai giù ma non vidi terra: eravamo stati inglobati da un poderoso corpo nuvoloso.
* * *
Si ballava per la turbolenza. A bordo era buio tanto da costringere il comandante ad accendere le luci nel tunnel. Odiai quella precauzione, era tutto così intimo un momento prima, quasi provavo piacere a rimanere in quel buio che mi proteggeva, come se mi fossi nascosto dentro una grotta per non farmi prendere. I ricordi dell'infanzia fluirono così, frammentati ma nitidi, come tutte le volte che riuscivo a ricordare un solo particolare. Dovevo avere sui sei o sette anni, giocavo con un gruppo di miei coetanei all'uomo delle caverne. Avevamo intorno alla città una lunga serie di cunicoli antichi, ricordavo che qualcuno di noi affermava che ci avevano abitato degli uomini primitivi. Io mi ero nascosto nel buco più angusto, durante un temporale; i miei amici volevano trovarmi per farmi fare penitenza. Non ci riuscirono. Stetti due ore nascosto lì e presto cominciai a sentire dei formicolii per tutto il corpo. Subentrarono strane percezioni, spiriti dai gesti spartani sembravano invitarmi al loro focolare, a mangiar carne. A disegnare sulle pareti scene tribali di caccia antidiluviana.
Mi addentrai in quelle cavità. Quello che successe poi non riuscivo più a ricordarlo bene; avevo soltanto dei sapori in mente, colori, forse qualche movimento somatico che mi riconduceva istintivamente a ciò che avevo provato lì dentro, quel lontano giorno. Ricordavo solamente che quelle due ore mi parvero giorni, e lo ripetei continuamente ai miei amici che mi vennero incontro, quando uscii da lì. Nessuno mi credeva e mi presero in giro a lungo, ripetendomi che ero stato lì dentro sì e no due ore, che io mi ero così tanto impaurito da ritenere che fossero passati giorni. Io gridai loro che si sbagliavano, che non avevo avuto paura. Glielo gridai inutilmente. Più affermavo quella mia convinzione più loro esasperavano lo scherno. Ad un certo punto lasciai stare. Decisi che mi sarei tenuto dentro quel ricordo con la convinzione che avessi passato davvero dei giorni lì dentro, in una dilatazione temporale che, ripensandoci, avrei definito come giorni soggettivi.
Ondate di dispiacere e solitudine gravavano su me, al solo ricordo di quel fatto.
Guardai finalmente con occhi giusti la tempesta in cui ci stavamo cacciando. Mancava poco ormai. Eravamo dentro. La stavo fissando da svariati minuti senza guardarla effettivamente.
Sequenze di tre folgori segnarono una sorta di sentiero da assecondare. Ci passammo giusto sopra. Mi voltai verso il posto di Grace: continuava a dormire.
* * *
Avevo l'esatta impressione di quanto quell'aria lì fuori fosse fredda. Ero tranquillo nel mio guscio, così avvolgente. Il buio esterno era semplicemente una parte essenziale, enorme, dilatata di me.
Quando oltrepassammo il punto di maggior pericolo, il cielo cominciò a mostrare crepe di coesione nel suo corpo buio. Piccoli raggi di luce filtrarono e spezzarono l'incantesimo. Ne soffrii.
Il primo vero bagliore di sole filtrò nella carlinga.
La voce del comandante risuonò, con la sua perfetta asetticità, dentro la mia testa. Mi chiesi se alla guida del velivolo ci fosse un sistema esperto. In breve fui informato del cessato pericolo. Per sottolineare ciò una musica, con connotati da sintesi acida, scendeva ritmata con velocità esponenziale, poi logaritmica. Un delirio per la mia mente così stranita dagli avvenimenti.
Grace si alzò per andare in bagno.
* * *
L'atterraggio era vicino. Riconoscevo le zone sottostanti. Le nuvole si erano diradate del tutto pochi secondi prima, ed io non sapevo se esserne contento o meno. Subivo il regime emozionale degli avvenimenti e del temporale; l'aver violato la mia intimità mi mal poneva verso ciò che sarebbe successo. Aspettavo ansiosamente che Grace tornasse dalla toilette, ero oltremodo impaziente.
Mi settai su una frequenza di rilassamento, ordinando sulle ascisse parametri temporali, sulle ordinate l'intensità delle onde di deconcentrazione. Avevo ancora qualche minuto prima che l'atterraggio fosse completato.
Guardai l'ora: erano le undici e quarantasette.
L'aereo iniziò la discesa. Repentinamente si portò sulla direttrice della pista assegnatagli.
Ben legato osservai le manovre d'instradamento verso il nastro d'asfalto annegato di semiconduttori. Che si avvicinava. Sempre di più.
L'impatto. Le ruote che stridevano.
Il velivolo era guidato dalla torre di controllo.
Poche manovre per andare verso l'hangar. Poi, lo spegnimento dei motori mentre a bordo tutti i passeggeri si preparavano per scendere, prendendo bagagli o sistemandosi i soprabiti. Grace era lì, qualche metro davanti a me, sommersa da un gruppo di persone anonime. Io ero tra loro.
Il velivolo si era completamente fermato e aveva spento i motori. Il portellone si era aperto da appena due minuti. Scendemmo.
Le turbine avevano cessato di essere il mio punto di riferimento temporale - avevo stabilito frequenze di clock sulla loro velocità di rotazione - così ebbi soltanto un piccolo periodo di sbandamento quando ripresi la normale nozione di tempo; il mio orologio craniale era di nuovo perfetto, ora.
* * *
Attraversammo la pista, eravamo un codazzo unito di persone che s'ignoravano tra loro. Grace era lì davanti, tra i primi del gruppo. Io la seguivo a circa trenta metri di distanza. L'aria calda stagnava in quel luogo.
Un colpo d'occhio verso le zone circostanti mi rivelò un dettaglio davvero nitido. Ogni cespuglio, albero o prato era pieno di colori veri, radiosi. Era una dimostrazione di quello che si può vedere davvero se solo si hanno gli occhi giusti, quelli che scansionano l'anima, l'imperscrutabile. Il cielo era azzurro, non il solito azzurro che si è portati a pensare. Era qualcosa che penetrava dall'alto verso l'intimo. Il mio. Così teso, pronto a recepire.
Ammirare il paesaggio mi faceva perdere di vista Grace. Lei era scomparsa nell'edificio aeroportuale. Un vago senso retrò mi prese inspiegabilmente: mi consideravo un reperto vivente. Non sapevo perché ma quella convinzione era talmente vera ed irrefutabile che una sottile angoscia mi prese e sconvolse i miei sensi. Con un lieve sapore amarognolo in bocca dispersi la saliva su ogni angolo della bocca, aspergendola come se avessi camminato nel deserto per giorni. Sembravo una sorta di spettro su un percorso irrazionale, assurdo.
Entrai anche io nel palazzo aeroportuale. Grace ne stava uscendo. Passai dritto lungo l'emulazione naturale che ben conoscevo, assorto in quel senso di mistica pagana che mi prendeva quando pensavo alle vibrazioni della natura.
Uscii.
La strada conteneva caos, vita, affari, qualsiasi aspetto frenetico ed intimo che ogni essere umano moderno può sperare di possedere. La possessione di qualsiasi cosa, il concetto d'avere, impregnava tutti gli istanti.
Provai a chiamare Grace…
Grace in giardino, a guardare la fontana con le sue luci colorate.
Si voltò mentre arrivavo. Mi sorrise. La mia emicrania non era per niente migliorata ma l'adrenalina che avevo addosso mi aiutava a dimenticarla. Le sorrisi. Mi accasciai sull'erba ben tagliata.
- Alex, dove sei stato?
- Nel bosco - le dissi con indifferenza.
- Cercavi dei lamponi?
Mi sorrise con uno scherno simpatico. Lei era ancora piacevolmente stordita dall'enorme groviglio emozionale delle droghe. La vedevo muoversi sinuosamente, come una gatta cui avevano fatte delle coccole per ore.
- No, fragoline di bosco. Vedi? Ho pure dei tagli di rovi che non volevano lasciarmele - le mostrai il mio braccio che credevo graffiato. Intatto. Ero sbalordito, troppo confuso per domandarmi il motivo dell'ennesima anomalia.
- Oh sì, vedo…
- …Solo che ho dovuto mangiarle tutte perché altrimenti l'orco non mi avrebbe fatto evadere dal bosco. È stata dura ma dovevo uscire - dissi quell'ultima frase in preda ad una sorta di ritorno di panico. Avevo detto quasi tutta la verità, concentrandola in un involontario sunto di quello che mi era successo. Sorridevo debolmente come se avessi detto, seriamente: guarda cosa mi hanno fatto lì dentro, stavo per schiattare di paura.
Lei notò il cambiamento d'espressione. I muscoli sul mio viso si erano improvvisamente tirati.
Grace era ancora in casa?! Eppure era lì davanti a me che cercava, probabilmente, di prendere un taxi. Grace si muoveva in casa nostra, ancora sotto effetto delle pastiglie che avevamo preso ormai due notti fa.
Di colpo realizzai un'altra anomalia sottesa: a casa nostra era notte. Grace mi parlava da lì dentro immersa tra le ombre della sera, ma qui era giorno. Qui, a poche decine di chilometri da casa nostra. E poi, come poteva essere che lei fosse ancora sotto effetto di quelle sostanze se c'eravamo parlati successivamente, a mente lucida? Grace ora era davanti a me, non avevo dubbi, stava prendendo un taxi per andare chissà dove… Perché il collegamento craniale mi dava altri risultati?
Lei entrò nella vettura. Chiamai rapidamente un altro taxi con lo scopo di seguirla.
* * *
Il taxi era dotato di stupefacenti apparecchiature da connessione. Appena entrato osservai un piccolo schermo piegato nella tasca laterale, espandibile come un fazzoletto. Il ronzio basso che percepivo nell'abitacolo mi fece capire che ero immerso in un campo d'onde magnetiche; potevo connettermi ad una rete cittadina accedendo così - pagando crediti extra - su altre reti esterne al nucleo urbano. Mi sentii circondato da una sorta di liquido amniotico, una placenta elettronica di cui io ero il manovratore. Un delirio d'onnipotenza mi prese fino nell'intimo più inviolabile. Dimenticai qualsiasi altra questione riguardo Grace e le stranezze delle ultime ore; mi gettai come un forsennato nella navigazione delle risorse della rete cittadina.
Immensi costrutti digitali, in perfetta emulazione di arditi grattacieli, davano un senso di vertigine acuta. Migliaia di movimenti di denaro erano simboleggiati da icone di banconote in rapido accartocciamento dentro casse blindate; vedevo i caveau delle varie banche aprirsi e chiudersi ritmicamente - cuore finanziario - dando linfa a tutto il sistema. Un delirio di onnipotenza scuoteva l'intero mondo cui ero connesso; migliaia di piccoli affari davano vita ad altre operazioni economiche di dimensioni più consistenti - una sorta di generazione per aggregamento. I colori sprigionatesi da quelle scintille di creazione erano assolutamente sfavillanti, ferali; faville mi colpivano e mi bruciavano le pupille e i nervi ottici, come se avessi assistito ad una deflagrazione atomica. Ora, però, potevo vedere meglio. Una fantastica eruzione d'insetti multiformi, dalle dimensioni microscopiche, si addensava verso il centro amministrativo della città.
Il mondo era un abisso. Deliberatamente mi lasciai andare verso esso. Ne ricavai un risucchiamento che mi entrava fin nelle viscere. Mi servii ad un bar posto lungo il baratro. Vodka assoluta. Uno shock da settanta gradi almeno - la sintetizzazione di un tale prodotto non costava nulla, perciò era facile trovarlo. Trangugiai un bicchiere di quel liquore come se fosse acqua fresca, sentendomi pieno d'energia, d'inventiva. Avrei potuto bere fin quasi all'infinito e sentirmi ogni volta più forte, concentrato, imbattibile. Fino ad un limite invalicabile in cui avrei ceduto il controllo a qualche entità disincarnata tipicamente digitale, che sentivo già ruggire istintivamente in alcuni angoli che non visibili ma esistenti - avevo passato così tanto tempo in quel mondo digitale che potevo riconoscerne i pericoli, le caratteristiche e i trucchetti da sfruttare: ero un animale virtuale che si esaltava in quelle condizioni.
Bevevo. Ingollavo sempre più avidamente quella linfa che sapeva d'elettrolisi alterata. Mi muovevo a tempo accusando lo shock alchemico datomi dall'alcool. Vivevo in perfetta fluttuazione. Sintetizzavo perfettamente i movimenti. Descrivevo senza usare parole i paesaggi così dettagliati che si mostravano a me.
Il gorgo mi attirava. Percepivo un'accelerazione che sapevo cosa volevo dire: stavo precipitando, senza possibilità di fermarmi, in quelle profondità. Ne ero consapevole. Cercavo proprio quella sensazione.
Il distacco totale. Fluttuavo in un vuoto informe, fantastico perché senza regole e senza vincoli. Era un delirio, una vertigine non misurabile. La mia testa girava. Il controllo era totalmente andato. Ero in balia di… Non sapevo nemmeno cosa si era impossessato di me. Flussi perfettamente visibili di materia vischiosa - organicità di linee di pensiero? - viaggiavano abbastanza vicino a me e di tanto in tanto mi prendevano. Una volta le sentii arrotolarsi intorno a me. Il loro toccarmi fu per me come mangiare dei fiori di loto: un oblio perenne parve avvolgermi e allora potei veder scorrere intorno a me tutta l'intera storia dell'umanità, dettagliata, perfettamente comprensibile anche nelle minuzie quotidiane. Non riuscivo a quantificare l'enorme bellezza di ciò che vedevo, o sentivo - non ero in grado di sottilizzare sui sensi coinvolti. Popolazioni intere mi parlavano attraverso il movimento degli alberi… Rimasi fermo quando quella rivelazione si approssimò a me, come un'onda.
Brividi immensi mi scuotevano. Attraversavo il tempo raffreddatosi a mo' di sonda. Quegli alberi erano dotati di un movimento che conoscevo bene: incongruente. Lì dov'ero non esisteva vento eppure le fronde - solo alcune - erano agitate, mentre altre erano perfettamente immobili, a far da contrasto alla mobilità.
Cadevo.
Cadevo.
Liberazione da tutto. Disagio annullato.
Ondate di luce e ombra spaziavano sulla pianura disturbata da lievi rilievi. Senza un vero motivo si era materializzato, davanti a me, uno scenario agreste, d'antico sfruttamento agricolo eppure disabitato. Sole e tenebre si alternavano. Per secoli. La concezione del proprio io e del mondo erano di tipo animale, non evoluto. Periodo di credenze. Momenti di pura e religiosa superstiziosità. Gli antichi progenitori erano stati ridotti rapidamente in polvere dal tempo. Io stavo impazzendo di vibrazioni che mi appartenevano. Un potente richiamo mi aveva portato nuovamente lì, dove ero vissuto secoli, millenni prima. Le mie labbra, ora, erano incrostate di ghiaccio.
Mi voltai un momento indietro e vidi richiudersi il buco nero da cui venivo in un piccolo foro scurissimo, in dissolvenza sul terreno coltivato. Mi scuotevo per le vibrazioni. Io ero figlio di quel territorio, tanto da voler - ora - essere cremato e sepolto lì, nella stessa terra dove avevo vissuto così tanto tempo prima.
Mi allontanavo, mio malgrado, da quella visione. Mi ripromisi di tornarci presto e forse di rimanerci per sempre, magari sospeso nel tempo antico, ricoperto da teli che mi appartenevano da tanto.
Viaggiavo, ancora.
Stavo volando via verso altre direzioni che non prevedevo. Improvvisamente ripensai a Grace, senza una valida ragione se non - realizzai amaramente - l'abitudine di nominarla.
Musica sparata direttamente nell'etere, in modo da giungere prima alla mia coscienza. Uno sballo complessivo che non poteva non condizionarmi. Impazzivo. La vertigine aumentava ed io ero preda di continue ondate d'alcool sintetizzato, sempre di più. Potevo osservare soltanto lo scorrere di un sentiero terroso sotto di me; avevo tanto condensato la capacità di concentrazione da riuscire ad esaminare solo piccoli dettagli di realtà. Riuscivo così ad estrapolarne le realtà minute, quelle nascoste e quelle meno evidenti. Vivevo per afferrare la vitalità che normalmente era scartata. Avevo imboccato un percorso dove avevano più importanza le impressioni intime piuttosto che quelle palpabili.
Il giardino di casa mia.
La mia villetta.
Ero davanti alla mia casa. Avevo bisogno di ripeterlo, più e più volte a me stesso.
Non me l'aspettavo. La mia mente cominciò a lavorare su quel particolare così fuori posto. Riuscivo a vedere ciò che doveva effettivamente esistere soltanto dopo un viaggio così acido? E perché?
Perché?
Non trovavo una sola valida spiegazione. Guardai il boschetto dietro la villetta, anormalmente agitato, come se pullulasse d'anime irrequiete. Energie di morti violente ancora aleggianti lì intorno. La mia casa era abitata. Grace si muoveva lì dentro.
La chiamai, ancora una volta.
- Alex, sei tornato!
- Grace, come stai?
Mi sorrise come solo lei sapeva fare.
- Sai, stasera il boschetto sembra davvero irrequieto. Voci sottili sembrano provenire da lì dentro. Ho quasi paura. Vieni dentro che mi fai compagnia, nel nostro letto…
Ondate di calore mi colavano dentro al cervello. Non credevo a quello che sentivo, il mio piacere era tenuto a freno per la paura che quella non fosse una situazione reale.
- Il vento fa sbattere le imposte stasera; mi aiuti a chiuderle?
Le sorrisi.
- Sì, certo. Hai da accendere? - trasalii a quello che usciva dalle mie labbra: io non fumavo, da tanti anni ormai. E poi, perché avrei dovuto fumare in quel momento mentre chiudevo le finestre? Avevo sempre odiato lasciare l'odore del tabacco combusto in casa…
Il volto di Grace si sfaldava. S'intravedeva il cranio. Odore di decomposizione come se dell'acido solforoso fosse stato spruzzato sulle carni. La casa si dissolveva rapidamente lasciando visibile il prato, il bosco, poche altre case intorno e alberi - tanti - con una strada in mezzo che portava da qualche parte. Uno scenario familiare. La vertigine che provavo aumentava. Stavo male, prossimo ad un collasso.
Una serie in parata di buchi, dentro cui potevo nuovamente annegare, si prospettava davanti a me. Vi ero proiettato contro ad una velocità impossibile da sostenere…
Entrai in uno di quegli angusti anfratti. Non lo scelsi, semplicemente mi lasciai andare in caduta libera.
Il buio totale. Non distinguevo nulla se non le mie mani rischiarate da una luce che non riuscivo ad identificare
Portai le mani al volto, esse illuminarono ogni poro della mia faccia.
Assurdo. Tutto ciò era assurdo. E pericoloso. In un barlume di lucidità tolsi il mio assenso alla connessione wireless nel taxi e ciò che scoprii non mi piacque: non cambiava nulla.
Io ero seduto di fianco a Grace, nello stesso taxi. Nel suo stesso taxi.
- Cosa ci fa lei qui? - mi urlò inviperita.
- No lo so - balbettai. Ma era vero: non avevo la minima idea di come fossi entrato lì.
- Non poteva prendersi un altro taxi? Ora sarò costretta a chiamare le routine di vigilanza - potevo spiegarle che io ero su un altro taxi e che non sapevo come avevo fatto a sedermi sul suo?
Lei ordinò al sistema esperto del taxi di fermarsi, doveva scendere un po' prima della sua destinazione. Mi guardai intorno, stupito: eravamo prossimi al Metavetro Alleggerito.
- Alex, bassa velocità in upload. Hai parametri nuovi?
Non rispondo. Non fiato.
- Alex?
Cedo. Se non risponderò ulteriormente lei mi verrà a cercare. Anche quaggiù. In questa fossa di migliaia di metri cubi d'acqua.
- Dimmi…
- L'upload, è basso. Hai forse le primitive per nuove cognizioni?
- Sì - replico stancamente - devi entrare nella sezione ad accesso sviluppo comunitario. Devi leggere i quesiti posti stanotte ed estrapolarne i simboli guida. Muovi il rog.
Risponde con mugolii. Ha capito.
- Ma dove sei ora?
- Nel limbo. Studio alcune soluzioni che possono darci vantaggi di qualche frazione d'ora. Dovrebbero bastare per darci lo spunto sul mercato lunare, almeno per alcune settimane.
Non replica. L'ho convinta a lasciarmi stare.
Lei mi parlava ancora. Ero troppo stordito perché capissi qual era la cosa che non andava nelle sue parole, nei suoi gesti.
Ero dannatamente stanco.
Tentai di scendere dal taxi subito dopo Grace. Rimasi inebriato nel guardare il Metavetro. Non avevo nulla da fare lì dentro. Potevo entrarci permettendomi il lusso d'essere un semplice visitatore.