OMBRE DEL PASSATO |
Invece di entrare nel Metavetro imboccai, fortuitamente, un nuovo buco creatosi nella visione avuta nel taxi.
Avevo brividi diffusi lungo tutto il corpo, fino a schiacciarmi; mi bloccavano i movimenti e oltrepassavano la soglia della mia sopportazione fisica. Volavo di nuovo come un grosso uccello sulle zone che avevo sorvolato poc'anzi. Ero investito da un numero spaventoso di vibrazioni energetiche, qualcosa che mi colpiva con un'intensità spaventosa, assolutamente non gestibile. Guardavo le valli sotto di me: campi coltivati in estensioni di fertilità conosciute, apprezzate. Come ombre furtive vedevo sovrapporsi immagini di costruzioni rustiche, antiche dimore. Moltitudine di persone. La storia mi viveva accanto. Dentro. Successioni di lavori agricoli. Fatiche esasperate. Quella porzione di storia viveva dentro il mio tempo e mi sentivo chiamare. Mi chiamavano. Il tempo e la storia urlavano la mia appartenenza a loro. Dimenticai presto il mio continuum usuale. Stavo vivendo in quel tempo remoto. Brividi, mai cessati. Immersione in istanti già vissuti. Violenti. Calore e gelo di qualcosa che pensavo d'aver dimenticato in un profondo oblio. Soldati sparsi in posizioni lontane - guerra. Mondo scomparso, molto di più: come se non fosse mai esistito. La moltitudine d'anime vissuta allora non poteva essere scomparsa. Io non ero scomparso. Ero solo mutato in qualcos'altro. Come gli altri. Sentivo il vento umido d'antiche piogge spazzare la mia pelle arsa dal sole. Io che urlavo a squarciagola frasi musicate. La melodia che rappresentava perfettamente lo stato della mia anima.
Un cambiamento decisivo era avvenuto dentro quel taxi. Come se avessi interrotto la mia visione con un jingle pubblicitario, così la ripresi dopo essermi riconnesso al passato coinvolgente.
Apprezzavo i marmi di quelle case. Lisciavo con le dita screpolate, consumate dal duro lavoro, quelle pietre così pregiate. Impressione che il mondo stesse per raggiungere la sua perfezione. Il desiderio di sdraiarmi pochi istanti all'ombra per riposare, quando l'estate diventava intollerabile, pressava sulla mia immaginazione. Che si spostava subito dopo su scrosci di pioggia, insopportabili per la loro violenza. Sentivo il peso delle corte notti, tanto da non permettermi di riposare sufficientemente. Percorrevo strade in terra battuta, infinite. Gli anni sembravano così sottilmente ammassati su se stessi, e strati di leggera polvere intossicavano i miei polmoni con l'essenza stessa del tempo: la vecchiaia.
Quella visione era terribilmente vera. N'ero assorbito. Sentivo che qualsiasi cosa io stavo percependo era vera, vera! In un altro momento non avrei avvertito così quell'angolo di storia, di terreno. La bramosia di essere tornato a casa - la vera casa, mi ripetevo con una voce alterata, molto più rauca di quella che avevo - mi stava facendo dimenticare il moto degli alberi. Così li fissai, tanto, solo per essere curioso, per completare in qualche modo il teatro che stavo vivendo. Essi erano, ancora una volta, esplicativi più di qualsiasi altra immagine che potessi percepire. Essi erano vivi, imbevuti di uno spirito che passava integro attraverso i secoli. Si muovevano alternativamente col solo scopo di comunicare qualcosa. La loro vitalità era intatta, anche dopo il sommarsi di tutti quegli eventi secolari, di cui io ero testimone: era come se scivolassero intatti su matasse di nulla, come se il terreno avesse ricoperto tutto senza cancellare bensì conservando. Affrontavo un viaggio sotto la superficie cretosa alla ricerca di ciò che era vissuto - io n'ero, gelosamente, invaghito.
Amavo quelle visioni. Amavo quel tempo. Mi sentivo un'unità più completa di quanto non avessi mai osato pensare.
Perché il passato viveva così forte in me, in quella sorta d'emulazione, mentre io ero connesso alla rete civica?
Perché ero così convinto di essere un membro di quel territorio, talmente sconosciuto da non avere idea nemmeno di dove si trovasse? Io cercavo solo di rientrare a casa mia, da Grace…
Ma fui portato via. Costretto a salire su un carro in viaggio sopra una mulattiera appena tracciata. Carne da macello. Insieme con altri compagni di sventura. Il mio sguardo basso, le membra stanche per l'infinita fatica. Il caldo. Sensazione netta di aver vissuto lì, in quel territorio soltanto una stagione, prima di morirvi. Prima di essere gettato in una fossa, forse un pozzo. Con le braccia e i piedi legati dalle mie stesse catene.
Dilaniato da quelle percezioni. Coinvolto in una deflagrazione. Smembrato. Luce bianca, paradiso perso. Rito di maldestra magia. Odore profondo di marciume. Che prende alla gola, satura la bocca e le narici prima di rendersi conto di cosa stia succedendo…
Osservavo ogni cosa, ogni minimo particolare; ero sempre più attratto, portato verso quel tempo. La tentazione di abbandonare Grace al suo destino era sempre più forte in me. Il desiderio di tornare con i miei vecchi compagni si accentuava. Udivo canti dimenticati. Sapori sepolti. Déja vu talmente violenti, da nausea, s'impadronivano di me. E poi paura. Alberi. Percezioni. Erba di un colore esclusivo. Percorsi sottilmente ricordati. Luce solare di un colore mai visto. Verde nell'aria, da stordire.
Stordire.
Stordire. Subire la pressione.
Aver dimenticato il proprio nome. Come una folgorazione comprendere, senza riuscire a spiegarla, che si era l'elemento oscuro d'ogni paesaggio. L'anima che abitava il boschetto. Il flusso oscuro che spirava verso il Metavetro. Lo spirito pagano che era sensibile ad ogni vibrazione naturale, al laghetto, alle emulazioni. Avrei potuto vocalizzarle quelle conclusioni. Ero certo dell'esattezza della mia interpretazione - segni chiari. Ero davvero convinto di aver fatto un efficace passo avanti nella comprensione del mistero che era, ora, la mia esistenza - scatole cinesi.
Capii abbastanza presto che avrei vissuto stabilmente, da quel momento in poi, a cavallo di almeno due realtà. Mi sentivo scosso dai brividi. Morivo e rinascevo ininterrottamente svariate volte, senza mai perdere concentrazione su quell'angolo antico; mi accorgevo che stavo tornando a calzare vecchie scarpe, comodissime, dimenticate, nascoste in un angolo invisibile.
Adoravo i miei idoli, gli antenati che nessuno era riuscito a farmi dimenticare e abbandonare al loro destino. Mi sentivo emozionalmente molto vicino ai miei Lari.
* * *
- Alex?
- Alex??
Grace. Lontana. Mi chiama.
- Sì… - risposi con un filo di voce. Ero perso in quel mondo distante. Non riuscivo a collegare bene il tempo a lei contemporaneo.
Grace in collegamento istantaneo, attraverso ogni parete. Mi risuonava intorno. Mi rifletteva intorno. Mi comunicava. Coadiuvandomi.
- Ho la gola secca - ricordo d'averle detto ad un certo punto.
- Tieni duro - mi rispose di rimando, attraverso scariche connettive che non pregiudicavano l'alta qualità della comunicazione.
- Ci provo - le dissi sorridendo lievemente. Lo facevo meccanicamente.
Mi parlava dal Metavetro, n'ero intimamente certo. Avevo imparato a maneggiare le convinzioni intime negli ultimi minuti, riconoscendo infallibilmente quando erano vere.
Sentirmi parlar lei così mi dava piacevoli stimoli. Il senso di dislocazione aumentava non appena consideravo tutte le situazioni che interagivano tra loro, tramite me.
* * *
La campagna rispondeva. Nel profondo dei suoi agri rimandava stringhe chiarissime ai miei sensi. Parlavano di odori intensi associabili al verde profondo. Le trattative erano piegate dalle vibrazioni naturali. Io ero un valido tramite al loro volere. Scandivo le linee di volontà espresse da quell'enorme verde vibrante. Le codificavo. Le interfacciavo con i miei interlocutori. Improvvisa claustrofobia. Mi accorsi di non interloquire più con i miei simili da troppo tempo. Ero alienato. Sfibrato. Concentrato oltremodo su una linea di dialogo che non faceva parte di me. O forse non ne faceva parte abbastanza. Il desiderio di parlare davvero con qualcuno, fuori da quella spossante riunione, diveniva necessità. Dovevo, tuttavia, mantenere il punto o abbandonare l'affare - sentivo il momento di non ritorno verso la catastrofe farsi forte intorno a me. La possibilità di infiltrare codice naturale nei modelli matematici di comportamento del business, rendendolo così depurato da direttive puramente artificiali, era palesemente possibile, tale da far convergere il mondo in nuovi plastici di sviluppo, suggeriti da essenze naturali… Ecco, credo che quella sia stata la miglior intuizione che io avessi mai avuto. Essa era data dalla sensibilità che avevo sviluppato verso il mondo vegetale, con spiccato animismo, e dalla conoscenza del mondo degli affari per cui avevo scritto milioni di righe di codice. L'idea che avevo era favorita dalla conoscenza e dalla sensibilità. Favorita anche dalla predisposizione che certi ambienti dirigenziali avevano sviluppato per quella filosofia software. La mia teoria poteva essere accettata purché funzionasse. I dirigenti avrebbero accettato pure la proposta di friggere le loro interiora in un brodo infuocato di gas primordiali se solo ne avessi dimostrato la validità commerciale; così, i manager mi avevano fissato l'appuntamento scegliendo il luogo più appropriato, più conduttivo, ed io ero in quel momento solo con gli elementi. Carne umana contro le forze superiori. Carne umana comunque drogata da protesi bioelettriche.
* * *
Grace era in una sorta d'orgasmo da trattativa. Dentro al Metavetro stava organizzando chissà quale accordo.
In me c'era il fastidio di non essere in grado di modellare gli eventi nel modo che avrei voluto. La poesia degli avvenimenti era presente ma rischiavo di farmela sfuggire per un semplice sovraccarico emozionale mal dimensionato.
Tornavano spesso le visioni dal passato.
- Questo è quanto deve versare alla società di trasporto.
Mi scossi dal torpore.
- Come…?
- Questo è quanto deve versare alla società di trasporto.
Il sistema esperto mi presentava il conto per il tragitto fino al Metavetro.
Mi guardai intorno, stupito. Il mio orologio craniale segnava un orario pazzesco. Secondo quanto mostrava il taxi, invece, dal momento in cui ero salito erano passati non più di cinque minuti. Grace era scesa da non più di un minuto e il sistema esperto stava ripetendo con pazienza la stessa frase da almeno quindici secondi.
Ero stato davvero così lontano con la mente?
- Mi scusi, accetta questa carta di credito?
Il sistema esperto guardò attraverso spesse membrane visive piatte ciò che presentavo. Un breve tempo d'elaborazione, poi rispose affermativamente. Aggiunsi, allora, un piccolo memo in forma elettronica dove chiedevo informazioni riguardo la rete civica locale.
- La nostra rete civica fu installata, dopo vari tentativi poco felici, tre anni fa circa. Comprende postazioni e centraline assai diversificate tra loro. Quello che lei ha potuto apprezzare fino a poco fa erano complessi algoritmi dotati d'intelligenza artificiale, adattata alle condizioni analogiche tipiche dell'esistenza umana.
- Stupefacente - mi sfuggì dalle labbra.
- Abbiamo studiato diverse soluzioni d'adattamento personale, tutte in grado di ampliare le possibilità d'esperienze possibili. Stando connessi qui per un tempo che si approssima ad una giornata si potrebbero sperimentare circa settanta anni oggettivi. La caratteristica maggiore della nostra rete civica è l'economicità d'esercizio: offriamo tutto al prezzo di una sola corsa, senza ulteriori tariffe.
- Allora grazie - aggiunsi con tono denigratorio. Odiavo i depliant o paccottiglie smaccatamente commerciali.
- La sua soddisfazione è il nostro motivo di esistere - aggiunse compiaciuto, come un beota, il sistema esperto. Era come se lo vedessi gongolare nella sua enorme tracotanza; speravo si sconfigurasse in un attacco di felicità autoindotta.
Scesi dal taxi. Finalmente. Ma i flash dei déja vu non mi abbandonarono. Le scariche passive della connessione continuavano a tempestarmi.
* * *
Camminavo in un luogo pensando ad un altro.
Ombre mi seguivano, s'intrecciavano ai miei passi. Delirio. Vertigine di un transiente condiviso come risorse client/server. L'idea di formare una barriera intelligente di codice mi prese rapidamente. Ci lavorai mentre camminavo. Studiai delle routine, attentamente. Trovai i punti giusti per realizzare strutture nodali in grado di reggere l'urto. Tappeti di fluido codice visivo erano pronti ad assorbire le strutture della mia mente in un infinito decantar pensieri: avrei tremato d'inconsistenza.
Mulattiere.
Polvere respirata in infuocate giornate estive. Non potevo sentire tali percezioni senza averle vissute. Ne ero convinto.
Ero sempre più sicuro di ciò.
Il codice che avevo preparato era piazzato male come una linea Maginot. Le percezioni non venivano soltanto da un cavo ma - anche - da dentro me stesso. Mi era realmente impossibile bloccare qualsiasi emozione, di qualunque energia essa fosse stata composta.
Gli alberi si muovevano con movenze asincrone, molto incontro a me, poco verso il resto del mondo. Il loro linguaggio era un codice cifrato che solo io, sembrava, potevo decifrare. Lo sfarfallio delle foglie in preda agli aliti di vento non era coerente. La corona di verde vitale, non ancora bruciata dal calore implacabile, circondava ogni mia sensazione vera adornandola d'incontaminate, arcaiche icone; qualche fatica sparsa qua e là di puri, antichi esseri umani si pregiava di trasportarmi in quei tempi remoti, fino a farmi scendere i gradini di un tempio eretto con del marmo puro, di provenienza africana. L'estraniamento principale, quello vero, era dato dal movimento d'alcune foglie, non da altre o da tutte com'era lecito attendersi. Alla mia mente distorta da quell'innaturale attenzione ciò appariva un chiaro segnale. Loro si palesavano per insultarmi, coccolarmi e farmi andare sulle loro ali. Fino a quando la mia concezione umana mi riportava sul solito livello di percezioni, lasciandomi solo con il senso di meraviglioso appena sfumato. In febbricitante attesa che qualcosa di nuovo mi strappasse alla noia, come un novello profeta visionario in grado di vedere tutto, tutto quello che l'ordinario essere umano nemmeno immaginava.
Echi.
Qualcosa, con una pressione insostenibile, continuava a non tornarmi.