I RICORDI |
Inevitabilmente l'umore calò. Repentinamente. Come un maglio sulla mia testa.
Il tempo si rannuvolò in poco tempo, forse mezzora. Gocce di pioggia dall'alto. Di quella che ti lava l'anima, insistente ma mai opprimente. L'uggioso dell'atmosfera si rispecchiava totalmente in me. Soltanto il vuoto e l'incapacità di andare avanti.
Dolo. Voler semplicemente rintanarsi dentro di sé. Chiudere le barriere elettroniche. Conservare il proprio Io intatto, rilucente come pomice lavorata. Desiderare l'oblio. Sentire un peso al cuore insopportabile. Vedere le ombre scostarsi soltanto un poco, lasciando passare piccoli spiragli di luce obliqua: un diamante lunare.
Improvvisamente aver desiderio di parlare. Capire che l'enorme massa che si ha dentro sta esplodendo incontrollabile. Guardavo il cielo e l'oblio calato su di esso; nascondevo quanto più possibile i miei umori nelle tasche di quelle nuvole così basse, articolate, nere.
Le ombre del passato mi pressavano. Sentivo tutta la loro consistenza fatta d'energia conservata, non dissipata. Da secoli. Il significato stesso di morte vi era espresso in modo mirabile, senza equivoci. In quei simulacri erano conservati perfettamente, come mummie, piccoli istanti di minuzie quotidiane; essi raccontavano ancora, se soltanto si stava ad ascoltare attentamente.
Zuppo di pioggia. Ero esposto a sottili raffiche di vento, mai eccessive. Sentivo un freddo intenso che nasceva da dentro. Sapevo quanto poteva durare se non fossi stato accorto: l'eternità.
Disegnai nell'aria. Non riuscivo a star meglio. Utilizzando tecniche di derivazione digitale trasferii parte della mia coscienza nell'etere a me più prossimo. I disegni erano assolutamente personali, nulla d'artistico, forse avrebbero riguardato di più le routine mediche, quelle interfacciate con gli algoritmi psicologici. A me interessava, soprattutto, liberarmi del disagio. Tracciai così alcune linee verticali fino alle nuvole. Riempii quello spazio di rapidi colpi di pennello - colori scuri. Esagerai volutamente le sbavature. Mi lasciai prendere da piccoli raptus controllati, solo per comprendere dove si sarebbe posizionato il mio limite.
Profonda. Depressione.
Profondo.
Sconforto.
Gli stati d'animo non risuonavano più nemmeno dentro di me: non mi parlavo più. La pioggia continuava a scendere perfetta, uguale a prima, deliziosa nel suo trasportare ondate incostanti di frescura.
Transienti.
Angusti anfratti ricavati da costruzioni. Senso di sporco non sfacciato, comunque macchiato di malinconia. Improvviso pensare agli stessi odori eternati nel passaggio del tempo. L'imponenza di una piccola montagnola, che sembrava sommergere come un'onda anomala la mia coscienza, si rivelava. E come scenario c'era l'insopprimibile bisogno di capire, di fuggire, di cambiare prima possibile pelle perché esausti.
Ero davvero ad un passo dal baratro finale, quello che non ti permette di risalire. Dopo - capivo - nulla sarebbe stato più come prima.
Miseria. Realtà. Coscienza. Fame.
Provare tutte queste sensazioni insieme era davvero insopportabile. Provarle insieme e comprendere che erano tutte legate da un filo sottile ma resistente mi uccideva lentamente, come in un'agonia.
* * *
Dialogo. Bisogno di dialogo.
Improvvisamente un impeto verso l'esterno mi conquistava. Cercavo qualcuno, qualcosa con cui parlare.
A portata di click vecchie registrazioni di colloqui tra me e Grace, disponibili per la consultazione come foto ricordo da mettere sul comodino. Erano allocate in zone della mia memoria che non ricordavo di possedere. La sensazione di déja vu non era così forte, non come mi aspettavo. Mi sembrò strano che fosse esistito un colloquio di quel tipo tra me e lei.
Scariche elettriche.
- … non esiste.
- Come non esiste?! - dissi io con voce alterata.
- È una fandonia. Basta che guardi i log per capire esattamente cosa è successo. Metti pure il naso lì dentro, tra i miei log: capirai meglio di quanto ti possa spiegare. Usa l'analizzatore di spettro emozionale, debuggalo.
- Ma non ha senso!
- Certo che ne ha.
Le presi un braccio per cercare di farla entrare in contatto…
Scariche. Cattiva manutenzione dei supporti di memorizzazione, pensai.
- È un giardino?
- Molto di più. È quello che mi manca per essere qualcosa di nuovo. Di prossimo alla perfezione - il mio tono era entusiasta.
Rise. Come farebbe una mamma col suo bambino che crede ancora alle favole.
- Tu ridi perché non hai nemmeno idea di cosa io stia parlando - la stavo accusando. La discussione prendeva una piega repentina proprio in quell'istante.
- Oh certo che so di cosa sto parlando. Ti sei fatto abbindolare da discorsi postumanisti spinti all'estremo. Qui non si tratta di capire. Si tratta di…
Altre scariche. Le maledissi.
- Te non afferri bene la questione. Non ti chiedo nulla. Tu continuerai a sviluppare tutti i progetti. Poi basterà che tu… - sempre io ad argomentare.
Lunghi istanti di black-out. La rapida impressione che qualcosa stesse per tornare alla mente… No, il flashback mi era già sfuggito…
- No, non può bastare! - la voce di Grace era stridula. Si notava bene che si stava accalorando per una questione che riteneva fondamentale.
- Quando tu sarai lì non ci sarà modo di costruire alcunché. Senza considerare, poi, l'etica corrente che condanna moralmente quest'ordine di transazioni.
- Fondamentalmente, me ne frego dell'etica. Tutto quello che farò ci sarà utile. Ci aprirà le porte verso un nuovo modo di fare business.
Almeno una cosa ero riuscito a capirla: si parlava di affari. La discussione era incentrata su un qualche nuovo modo di fare progetti, quindi guadagni.
Scariche…
- Guarda qui. - mi aveva mostrato una relazione costruita rapidamente sui suoi dati. Grafici tridimensionali a diversa gradazione di colore. Non era un fatto semplice focalizzare subito quelle analisi.
- Sono falsate - le risposi d'istinto, senza davvero guardare cosa mi sottoponeva.
- Guardale, prima…
- Sì, le ho viste. E allora?
- Guarda questo punto d'onda. Qui… - mi mostrava una cavità proprio nel punto massimo d'espansione dell'onda caotica: era evidente che lì c'era una breccia.
- I tuoi dati di partenza sono sbagliati, Grace. Guarda ora la mia d'analisi…
Silenzio da parte di entrambi, mentre si confrontavano i dati, gli assunti di partenza e le teorie successivamente sviluppate.
- Ecco Alex, guarda qui…
Scariche. Stramaledette scariche. La pessima qualità di memorizzazione menomava quello scambio interessante. Perché non ricordavo?
- Sei fuori strada Grace…
- No, quest'onda fasulla parla molto chiaro. Rischi di cadere in un trend negativo che non sapresti nemmeno gestire: l'o…
Scariche.
Altre.
Il suono del vuoto trasmissivo sembrava segnare la fine del contenuto registrato.
Cosa non avrei saputo gestire? Facendo cosa?
Mi sforzai di ricordare. Niente. Nulla. Il vuoto assoluto, come se quel brano non avesse riguardato me ma un'altra persona.
Sapore di gola sul palato.
Piccoli giochi gutturali di quando ero bambino si riaffacciavano improvvisamente, senza motivo apparente nella mia memoria. E poi sequenze di vita. Nulla che potesse davvero ricondurmi a quel dialogo.
Ripresi dall'inizio la visione dello scambio.
E ancora.
Di nuovo.
Sempre lo stesso vuoto assoluto. Frustrante.
Ogni volta che rivedevo quelle scene apprezzavo i dettagli del volto di Grace. Lei era semplicemente splendida in quella sua armonia di lineamenti. Lottavo con un senso di nausea che mi saliva prepotentemente, generato dal pensiero sempre presente - un'icona dentro di me - del mio status attuale. Rimandavo indietro lo stimolo di rigettare, ogni volta sempre più insistente.
- Sei fuori strada Grace…
- No, quest'onda fasulla parla molto chiaro. Rischi di cadere in un trend negativo che non sapresti nemmeno gestire: l'o…
Quella parte finale mi tornava sempre in mente. Sempre. E ogni volta mi domandavo, come se fossi preda di paranoie ossessive: cosa avrebbe detto la registrazione dopo l'o…?
* * *
Andai alla ricerca d'altri brani simili nei miei banchi di memoria. Quel qualcosa che continuava a sfuggirmi da troppo tempo ormai si dimostrava subdolo. Cambiava forma ogni volta che sembrava stessi lì per agguantarlo.
- Sei fuori strada Grace…
- No, quest'onda fasulla parla molto chiaro. Rischi di cadere in un trend negativo che non sapresti nemmeno gestire: l'o…
Ipnotico.
Ipnosi.
L'ombra del Metavetro Alleggerito si proiettava su di me. Ondate di calore assorbito si levavano all'interno dell'ombra trasparente che la costruzione proiettava sul terreno. Io ero dentro quell'ombra. Mi sentii sull'orlo di essere sollevato da terra per giacere in una posizione supina, a mezz'aria. Galleggiavo, spinto da sotto da qualcosa che non conoscevo. Riaprii gli occhi respirando forte per riprendermi da quella vertigine. Come se stessi annegando.
Vedevo Grace che colloquiava al settimo piano, o giù di lì. Era quello immediatamente sotto ad una contrazione strutturale dell'edificio.
Lei non mi avrebbe riconosciuto. Lo compresi senza capirne il perché, per una di quelle intuizioni che si sanno vere per istinto. Rileggendo le mie memorie e valutando la situazione in cui ero, sembrava davvero che non riuscivo a gestire qualcosa.
O…
O…
* * *
Alti brani. Venuti fuori da ricerche meticolose.
- … da fughe d'informazioni.
- È impossibile che ci siano fughe d'informazioni se siamo te ed io a sapere le cose. Microspie?
- È possibile Alex. Sai bene quanto sia facile piazzarle. Anche qui, a casa nostra.
- Hai ragione, ma a chi potremmo dar fastidio?
- A tutti e a nessuno. Non so dirtelo ma è un'ipotesi che devi considerare.
- È follia… - aggiunsi un'espressione da sconsolato. Non avevo abbastanza forza mentale da continuare, così mi vidi impegnato in un'estrapolazione virtuale.
- Ecco, ora ti estranei. Torni di nuovo lì, in…
Di nuovo, interruzione. Imprecai.
- Sta diventando una fissazione questo tuo tornare sempre lì.
- Sto bene lì, come lo chiami tu. C'è atmosfera.
- Ho una losanga di codice da sciogliere. Mi guardi se esiste un decompilatore per questi linguaggi vetusti? Magari guarda tra le banche dati visuali, quelle più impolverate…
Anche quel colloquio finiva ingloriosamente. Non c'erano tracce intelligibili che mi aiutassero a ricostruire qualsiasi barlume di verità.
Ombre dal passato. Di nuovo. Forti.
Erano ancora intorno a me. Pressanti, ataviche. Splendidamente istoriate da Lari e da sudore. Odori forti di fatica. Nauseanti. Similitudini tra gli animali e gli umani ridotti in schiavitù. Carne come materia da sfruttare.
Ombre tra gli alberi. Alberi come forme. Inquietudini tra quel verde, a volte troppo scuro per essere innocente. Magie. Energie ancora presenti mi facevano compagnia. Io stesso un'energia. Io reincarnato nel mio corpo antico. Disagio. Caldo. Stanchezza. Dislocazione. Nostalgia della mia casa. Della mia terra. Della mia gente. Impossibilità di ribellarmi. Gli ordini sono impossibili da eludere. Gli ordini sono troppo severi. Febbre da fatica. Bisogno di riposo. Necessità di fuggire. Tentativo di fuggire - nessuno mi riconoscerà altrove. Febbre. Bisogno di aiuti. Caldo. Sudore. Il raccolto nei campi. Le spighe mature. I riti propiziatori alla mietitura. La moltitudine d'uomini nella mia stessa condizione. Fuggire. Fuggire…
Morire…
Su un letto di paglia, nella stalla. Sensazione nitida di quegli ultimi istanti. Sguardo fisso su quelle terre coltivate. Sete. Delirio. Febbre. Malaria. Il liberto che viene a controllare quando potrò di nuovo lavorare. Il suo sguardo altrove. Il pensiero di sostituirmi. Soldi da improntare. Sguardo verso la campagna. Febbre.
Febbre. Alta.
Disagio. Da morirne.
La sera che viene.
Paura di non rivedere l'alba.
Il pasto. La fame che non ho. Le catene che pesano. Mi sento portare via l'anima da una forza sconosciuta. Quasi mi vedo sdraiato su quel pagliericcio. Dall'alto. Da un'altra prospettiva. La mia fronte imperlata di sudore. Paura. Paura.
Piccolo senso di pace.
I miei cari in fondo ad una strada.
I miei cari Lari.
Mi chiedono di camminare con loro ed io sono libero. Finalmente libero. Il mio spirito è libero. Camminiamo attraverso quei campi coltivati. Il paesaggio è splendido, l'avrò nell'anima per sempre. Per sempre.
Per sempre…
Sensazioni vivide provenienti dal passato. Dirette. Shock da ricostruzione. Somatizzo i lineamenti dello schiavo che ero sopra ai miei.
Sono in comunione intima con me stesso, con tutto quello che sono stato, che sarò…
* * *
- …futilità.
- Non è così - la mia voce era calma. Cercavo di far capire a Grace, in tutti i modi, che non era come lei diceva.
- Tu hai poca memoria. E poca immaginazione.
Quelle parole mi toccarono profondamente. Era proprio sicura che io non avessi memoria? La mia immaginazione e creatività doveva essere almeno pari alla sua: facevamo altrettanto bene la stessa professione…
- Da cosa arguisci ciò? - chiesi con una punta d'acido nella mia intonazione.
- Dal vederti. Dall'osservarti, più che altro…
- Non ti fanno onore queste parole. Ricordalo: sei la mia compagna.
- Adoro i tuoi difetti - me lo disse con una civetteria così sottile da lasciarmi spiazzato.
- Anche io ano il tuo difetto di essere così precipitosa e sicura di te quando non hai ancora ben compreso il quadro degli avvenimenti.
- … così precipitosa e sicura di te quando non hai ancora ben compreso il quadro… - mi rifaceva il verso dietro. Enunciava a memoria le mie ampollose conclusioni su di lei. Mi aveva messo in ridicolo.
Non ero in grado di ribattere. La fissai.
- Perché stiamo insieme? - chiesi freddo.
- Ci sto pensando, in effetti. Non riesco a trovare grandi risposte se non quelle professionali.
- Allora teniamo in piedi la società. Punto. Nulla di più, se proprio questo deve essere il futuro…
- Ci penserò - promise. Aveva lo sguardo deciso di chi effettivamente sta ponderando qualcosa.
- Perfetto. Fammi sapere - fui tagliente. Conclusi lì il battibecco. Ero stanco e deluso ma effettivamente tra noi c'era qualcosa che non andava più. Da tempo ormai.
La sentii andar di là. L'odore proveniente dalla cucina…
C'era stato, quindi, un alterco alquanto sostenuto… I miei ricordi si stavano ricostruendo lentamente, come un puzzle. Mancavano ancora troppi pezzi da sistemare, non si vedevano nemmeno in giro, ma qualcosa stava prendendo forma.
Il Metavetro era lì, a testimoniare il mio insuccesso attuale. Mi faceva fatica guardare il piano dove Grace stava parlando.
Tuttavia, non ero disposto a muovermi per entrare. Non avevo nessuno scopo. Mi piaceva l'idea di rimanere in quel piccolo parco artificiale, lì davanti all'entrata principale del fabbricato.
Provai a cavalcare di nuovo l'onda dei ricordi arcaici. Delle mie esistenze precedenti. Serie di buio come un vecchio rullino fotografico, mai scattato, dove ogni fotogramma significa solo un'allocazione su una pellicola vergine. Profondo nero.
Profondo.
Dentro cui emergevano improvvisamente strani flash. Puntinature. Un piccolo mosaico misto a tecnica pompeiana e bizantina. Capolavori completi che formavano… Il mio volto. Che emergeva dall'oscurità di un tempo senza riferimenti. I miei occhi erano vividi. Grandi. Dentro cui si potevano scorgere ogni istante di vita.
Focalizzai l'attenzione su quegli occhi. Vi navigai dentro. Ripercorrendo ogni passaggio liquido che avevo ricordato tanto vividamente.
Ripercorsi ogni sguardo sulla pianura ondulata, più volte. Stetti male quando mi rividi sul pagliericcio, moribondo, sofferente. Ascoltai musica psichica salire, descrivere perfettamente i miei stati mentali e fisici. Sensazioni di quell'epoca. Delirio. Empatia che precludeva ad un'azione di agenti cognitivi, catalizzatori verso un nuovo livello di complessità.
Splendore di un'epoca verso il declino. Splendore di una vita pari a teli da buttare. Solo stracci strappati.
* * *
Avevo passato tutto il pomeriggio in attesa, davanti al Metavetro.
Le luci della sera non erano così lontane. Notai un lieve, impercettibile cambiamento nella rifrazione dell'edificio. Fu un lampo, qualcosa di molto simile ad un sortilegio. In un solo istante si accesero all'interno, fiocamente, una miriade di luci a dispersione: era lo stesso effetto che avevo visto, dall'interno dell'edificio, qualche notte prima.
Lo spettacolo fu intenso ma molto breve. Esso segnava il punto di divisione tra l'equilibrio strutturale diurno e quello notturno. Dopo quel breve momento, la capacità di trasparire delle strutture collassò, favorendo il mantenimento interno delle energie. Il Metavetro cominciò ad assomigliare ad un buco nero, sembrava un disco volante preso da qualche serie di fiction televisiva di fine millennio.
Grace era ancora lì dentro. Non usciva. Non mangiava. Non smetteva di colloquiare.
Provai ancora a chiamarla. Lei era lì. Rispose.
- Alex, come stai? Credo di non averti mai visto così in difficoltà.
- Ciao… - le sorrisi.
Sentivo le note della mia voce risuonare effettate, avevo un ritorno delle onde sonore solo dopo che erano cessate le mie emissioni vocali. Fui indotto a seguire quello strano riverbero. Sensazioni di vertigine mentre la mia voce ritornava indietro, dopo che essa aveva scalato muri verticali di roccia. Lì sopra foreste verdeggianti crescevano lussureggianti.
- Domattina sarai a casa - la voce di Grace continuava.
- Sì - risposi con la mente annebbiata da quell'improvvisa vertigine posticcia.
L'accelerazione si esaurì, così com'era venuta.
- No, oggi sarò a casa…
- Hai ragione. Pensavo, chissà perché, che saresti rimasto lì anche per oggi. Dormito bene?
- Non del tutto. Quelle strutture di metavetro sono strane: restituiscono di notte ciò che assorbono di giorno, quasi come un oceano vivo… Un Solaris…
- Citazioni colte stamani eh? Cos'è, ti ricordi il film o il romanzo?
- Film!
- Dai che hai una faccia, tutto sommato, rilassata.
- Dici? Mi sento come uno straccio. Guardo di fuori solo per non sentire troppo la stanchezza nervosa sullo stomaco.
- Tra quanto sarai qui?
L'accelerazione non se n'era andata. Risultava bizzarra. Una sorta d'effetto con riverbero. Un rumore che rientrava dall'ingresso per uscire doppiamente stravolto. Disagio per qualcosa che è lontano dalla comprensione. Troppo strano per essere vero.
Lei mi aveva davvero parlato?
Mi diceva che domattina sarei tornato a casa nostra. Ed io le rispondevo come in un sogno che oggi, durante la giornata, sarei tornato da lei, a casa…
Qualcosa sembrava parlare per me, in certi momenti.
Il Metavetro era diventato completamente nero. Ero stanco di vedermelo sempre davanti. Non volevo che la mia vita si concentrasse su quella struttura, come se il mondo fosse delimitato dalla mia casa e da quell'insensata costruzione - bizzarrie della mia mente: forse il Metavetro doveva essere invisibile di notte per celare qualche antico segreto?
Mi alzai. Me ne andai da lì. Avevo voglia di andare a letto, nel mio rifugio. Volevo tornare alla mia solita vita; sembrava che essa mi sfuggisse ogni volta che riuscivo quasi ad afferrarla.
Dovevo tornare a casa perché qualcuno mi stava aspettando.
L'ora del pasto. Del rincasare. Dello stare assieme.