CONTRAZIONE



Impercettibilmente qualcosa mutava in me. Intorno a me. Luce d'intensità pari al normale, se non superiore. Ma diversa. Frammentata in spettri colorati esasperati. I rumori erano inequivocabilmente reali; dentro di me risuonavano diversi. Avanzavo verso ***. Veloce. La strada scorreva facile sotto di me. La vettura di Adrian era veloce, agile. Ricezione di messaggi nel mio campo visivo. Richiesta di colloquio. - Alex? - Sì - rispondo assente. - Il collegamento operativo. Dati in arrivo… Mi domandavo cosa significasse tutto ciò, cosa contenessero quei dati. Rimasi pronto a ricevere. Non accennai alcuna forma di colloquio. - Alex, bassa velocità in upload. Hai parametri nuovi? Non rispondo. Non fiato. - Alex? Cedei. - Che tipo di trasmissione è? - L'upload è basso. Possiedi le primitive per nuove cognizioni? - Sì - replicai stancamente - devi entrare nella sezione ad accesso sviluppo comunitario. Devi leggere i quesiti posti stanotte ed estrapolarne i simboli guida. Muovi il rog. Poi aggiunsi. - Io sono Alex. Chi è lì? - Centro di controllo di ***. - Cosa succede? - ebbi un fremito. Avevo guidato tanto, era vero, ma mi sembrò strano essere già a destinazione. - Normale routine. Controllo su chi entra a ***. Lasciai fare. Lo statuto di *** era molto restrittivo in caso d'ingresso nel suo territorio via terra. Ne condividevo il motivo: chiunque avrebbe potrebbe introdursi senza essere riconosciuto. - Mi seguirete ovunque a ***? - No. Solo chi non è residente ha un controllo specifico. Ringraziai. Vedevo addensarsi la città, come se sorgesse istantaneamente davanti ai miei occhi. Scorgevo la strada che mi avrebbe portato al lago. Qualcosa lì era cominciato, tempo prima. Agenti di un livello cognitivo superiore mi avevano chiamato. La perfezione si era mostrata a me per un solo istante, sufficiente per cambiarmi l'esistenza. Dovevo recarmi di nuovo tra quelle sponde. E sentire, se possibile, il momento perfetto farsi strada in me.

Non ero molto distante. Dopo nemmeno dieci minuti ero già sulle rive di quello specchio d'acqua. Scesi. Fui avvolto da una trascendenza intensa. Misticismo respirabile mi avvolse come una seconda pelle. Che penetrava. Entrava in me come un catalizzatore. Io risplendevo di luce buia; essa mi schiudeva concetti chiusi uno sull'altro. Fu un attimo. Il tempo riprese a fluire con la normale cadenza. Anche lì, in quel luogo così magico per me, non esisteva altra presenza che la mia. Nessun essere umano era lì con me a godere uno spettacolo simile. Mi tornò in mente la scena finale del film Solaris, mi sembrava di respirare la stessa atmosfera rarefatta, quasi perfetta eppure intimamente errata. Nessuna capanna all'orizzonte dove piovesse dentro… Ammirai il perfetto equilibrio della scena. Del luogo. Rimasi lì. Tempo. Immobile mentre il sole saliva. Dritto verso lo Zenit. E il canto degli uccelli si faceva linguaggio. E le foglie si muovevano con una proprietà di movimento a me sconosciuta. Fili d'erba intagliati come piccoli capolavori. Cerchi nell'acqua, perfetti, rispondevano alle mie attese quando lanciavo dei sassi contro quell'umida placidità. Mi raccontavano storie sommesse, appena enunciate, forse pensate. Nessun elfo vi era contenuto. Nessuna meraviglia. Solo pragmatica realtà a me sconosciuta. I cerchi d'acqua si esaurivano con una piccola dilatazione temporale, inattesa. I cerchi d'acqua non si esaurivano a riva, ma pochi centimetri prima. Piccole icone del dio Pan erano ricamate su alcuni steli; il ricamo era fatto con un punto di verde leggermente più intenso, appena visibile. Forse da qualche parte si levava ancora flebile un flauto, suonato proprio dal dio Pan? E se egli si fosse rannicchiato sui rami nascosti di quell'albero, laggiù in fondo. Da quanto non venivo in quel posto, con l'animo giusto? E poi, la differenza di sentire la temperatura variava davvero spostandomi dall'ombra al soleggiato? Gli odori erano perfetti. Quasi. Mancavano di coinvolgimento. Non suscitavano ricordi. Di colpo lo scenario mi sembrò mutato. Apparentemente in modo inspiegabile. Non credevo più a quell'angolo di riflessione; piccoli particolari percettivi, forse le vibrazioni stesse di quel posto, non m'ispiravano più pensieri colti. Non m'ispiravano più nulla. Solo plastica indifferenza. Il dio Pan era andato altrove. Il vento soffiava in modo sconclusionato, non più gentile e, soprattutto, non più da una sola direzione. Calpestavo l'erba ed essa emetteva rumori soffici, ma non nel modo giusto. Anche il cielo sembrava diverso. Scostato. Come se un telo si fosse alzato. Il cielo si era mosso. Guardai quel telo agitarsi impercettibilmente e mostrare lembi di spazio profondo. Il perfetto azzurro moriva dentro il nero siderale. Fascino di quel nero. Estremo. Desiderio di toccare quelle tenebre. Di farle entrare in me. Voglia di assaporare quell'invasione. Quell'onda. Marea di pensieri invisibili…

Eppure il cielo era perfettamente a posto… Nessuno strappo o slittamento era visibile. L'azzurro era polarizzato dal sole. Forse sentivo soltanto qualche ondata di caldo mentre camminavo lentamente, lontano dall'ombra degli alberi. Troppe cose non tornavano. Non era soltanto una mia impressione che qualcosa mi sfuggisse. Lì a ***, come altrove, si respirava una strana atmosfera. Io stesso mi sentivo impercettibilmente cambiato. Fuori posto. Un ordine di cose apparentemente uguale al mio si era impossessato di me.

Continuavo a non ricordare qualcosa d'importante.

* * *

Contraevo i muscoli facciali. Una rispondenza esatta, o quasi, a ciò che pensavo di apparire. La mia pelle era come doveva essere. O quasi. Masticare. Respirare. I miei polmoni rispondevano come dovevano. O, impercettibilmente, quasi come dovevano. Esisteva una frazione d'estraneo, d'alieno. Forse ero diventato un enorme baccello proveniente dallo spazio profondo, inviato magari da qualche fazione postumana? Mettevo il palmo della mano sul petto ed il cuore lo sentivo battere lì sotto regolarmente, con un ritmo giusto, forse troppo. Forse fasullo. Troppe cose sapevano di falso intorno a me, da un po' di tempo. Grace lo era. E i miei spostamenti. Le sensazioni che provavo, e molti miei ricordi erano falsati. Incompleti. Fasulli, quindi. C'era ancora qualcosa che dovevo estrapolare. Ci doveva essere pur stato un principio a questa sequenza di falsità. Dovevo soltanto cercarlo. Interpretarlo. Finalmente ricordarlo.

Dovevo tornare a casa perché qualcuno mi stava aspettando. L'ora del pasto. Del rincasare. Dello stare assieme.