LA PRESA DEL RICORDO



Rientrando nel centro di *** il tempo cambiò repentinamente. Vaste nuvole nere, gonfie di pioggia, erano sopra di me. Un tappeto di emozioni basse, in me, su cui mi adagiavo in un'apparente stasi, m'isolavano. Versi fluivano liberamente. Forse poesia. L'anima era guidata in uno stretto percorso. Un angusto cunicolo. Odore di terra. Impressioni di sagome davanti a me. E tutt'intorno. Anche dietro. Con stormi di scariche elettrostatiche che sigillavano i vari frame uno sull'altro, fino a formare uno scenario compatto… Io immerso in quello scenario. La misura del proprio umore. I colori erano prossimi al nero profondo. I colori erano annullati, ormai. Avanzavo con la vettura verso il centro di ***. Avanzavo dentro di me verso un posto. Quello decisivo, probabilmente. Muovendomi, slittavo con la mia sola presenza sottile addosso ad un velo. La mia figura proiettata su di esso. La mia figura era un ectoplasma. Forse ero un fantasma, quindi. Forse ero soltanto una pura proiezione dei miei desideri. Un giaciglio dei miei pensieri più intimi, espressi in versi. Icone. Mi sentivo sincopato. Vivevo sincopato. Demoltiplicato nei rivoli di un possente ritmo. Demoltiplicato. Serrato. Fugace nelle considerazioni. Disposto ad afferrare ogni concetto. Fugacemente.

Rincorrevo le nuvole col mio pensiero. E i miei sensi. Percepivo ogni cosa come precostituita. Finta, anche se non del tutto. Eppure le mie pulsazioni cardiache apparivano convincenti. Navigavo in un oceano d'impressioni esasperate. Il mio sentirmi era esasperato. Il mio guardare tendeva all'esasperato. La cacofonia di quelle estremizzazioni era spesso ponderabile. Altre volte meno. Oscillazioni modulari feroci. Il tunnel sempre più angusto. I movimenti sempre più stretti. Claustrofobia incipiente. Flussi. Di materia emotiva. Sospeso a un palmo da terra li guardavo fluire sotto di me. Intorno. Ovunque. Soprattutto dentro di me. Il mondo era tutto concentrato. All around. Soprattutto dentro. Rapidamente tutto diventava opalescente. Le iconografie di un immaginario che mi apparteneva si gonfiavano, aderivano alle mie pareti interiori, assumevano forme distinte. Io assumevo quelle stesse forme. Antichi esseri mitologici. E poi superstizioni medioevali. Le credenze, infine, del tempo appena divenuto remoto. Il presente. Il futuro. Potevo palpare tutte le epoche misurando un ispessimento dei miei polpastrelli. Le ombre della notte si colmavano con quelle del giorno. I discorsi mai enunciati. Quelli che non si sarebbero mai fatti benché plausibili. L'angoscia. Le linee di movimento. La fatica di dover essere coerente. Ogni granello d'anima vissuta era intorno a me. Il sonoro di un risucchio inverso. Come di sospensione. D'attesa. Di visione mistica dell'infinito.

Il misticismo dell'infinito.

La fuga dall'umana materialità. La tensione verso la perfezione. Forse soltanto imperfezione di un nuovo livello imperscrutabile. Fantasticamente assurdo da quaggiù. Il battito del cuore come uno scenario appena accennato. Esso batte. Ovattato lontano miglia e miglia. Fuga. Dilatamento. Itinerario verso lo spazio. Quello profondo. Colonie dello spazio. In mezzo il nulla. Denso di conoscenza. Dentro cui precipitare. Implodere. Annullarsi. Svilupparsi. Sviluppare. Espandersi. Esplodere. Fino a coincidere con lo spazio siderale. E comprendere così il microspazio. E il flusso. Quello al di sopra del tempo, dello spazio. Della storia. Delle nostre storie antiche. Del nostro futuro. In cui annegare. Convincersi. Percepire.

Percepire…

Sì, morire. Perché morire è solo illusione. Una condanna. Desiderare di non esistere. Condanna fine a se stessa. Inutile. Pedante illusione di un vuoto che non esiste. Non abbastanza.



* * *

Ero svuotato, tuttavia soddisfatto, non esultante. Toccavo la perfezione solo sfiorandola con il sentimento. Immaginandola grossolanamente. Transitavo in *** come un fantasma. E la città era, ad onor del vero, un perfetto posto per fantasmi. Non c'erano segni di vitalità. Nessuno degno di nota. Ogni attività sembrava fervere ma coloro che vi si dedicavano erano, non seppi concentrare meglio la mia attenzione nel descrivere, non credibili. Baccelli. Sembravano tanti baccelli a forma d'uomo. Inespressivi. Animati ma non percorsi da convinzione. *** appariva come una sorta di scenario hollywoodiano che stava cominciando a mostrare crepe: cartone polarizzato da schermi pieghevoli, infinite possibilità di ripitturare lo sfondo. Mi servivano ricordi. Altri ricordi. Mi concentrai. Spasmodica concentrazione. Nuovi algoritmi di ricerca tra le mie sinapsi. Nuove attività d'ordinamento.

Grace. La sentivo in quello spezzone che avevo trovato in un angolo di memoria biologica non coerente. - … il passato? - Sì. Sembro sentire infiniti richiami - cercavo di spiegarle meglio che potevo ciò che non era semplice descrivere. Soprattutto a menti non preparate a quell'argomento. - Richiami? Di che tipo? - Ho vertigini. Forti déja vu. Mi vedo, in alcune zone che non conosco, vivere un tempo che non conosco. - Alex… Sicuro che non ti stai stressando troppo? - Assolutamente Grace. Queste percezioni Sono venute all'improvviso. Sono scaturite da banalità… Con lo sguardo lei era immobile, ma quella sua statuarietà sapevo essere curiosità costruttiva. Non mi disse nulla, così seppi che dovevo continuare. Scariche elettrostatiche. Il ricordo era menomato. Anche quel ricordo era incompleto, pensai. - … libri. - Libri? - Sì. Consultavo dei libri storici. È stato come se il tempo si fosse levato, mi avesse riconosciuto e fosse salito lentamente a me, con un moto quasi inesistente. Denso di caos inerziale. Un moto nero in accerchiamento... Raccolsi le idee qualche istante. Poi continuai. - Mi ci vollero dei giorni per capire che quello che provavo erano effettivamente dei déja vu. Lì per lì li consideravo, piuttosto, richiami del passato, una sorta di bizzarra e sconosciuta sincronia. Insomma, pensai fosse possibile per tutti subire il fascino di un periodo storico, così non mi preoccupai e, soprattutto, non posi barriere al salire di quelle sensazioni. Me le godevo. Le lasciavo fluire, inebriandomi del loro potere estraniante. - Poi… - continuai. - Poi? - Grace m'incalzava, notava che facevo fatica a procedere. - Poi capii perfettamente la natura di quei brividi. Erano richiami verso me stesso. Qualcosa mi riconosceva. Io cominciavo ad essere veramente consapevole che ciò che percepivo non era tanto la visione di un periodo storico, quanto la visione di me in quel periodo storico. Mi fermai, per far soppesare l'importanza di quanto enunciavo. - Non era il mondo che viveva fuori di me che mi rimembrava il passato. Ero io che avevo visioni di vite precedenti. - Una bella differenza! - disse Grace. Non riuscii a capire quanta ironia e scherno ci fosse in quell'esclamazione. Feci finta di nulla. Non volli pensare all'ironia. - Sì, una bella differenza. Enorme… Enorme. Enorme…. Mi ricongiungevo al passato. Non ero dimentico di quello che ero stato. Potevo completarmi molto meglio ora. - Ora cosa pensi di fare - pragmatica, come suo solito, Grace mi metteva con le spalle al muro. - Lavorare. Ovvio. - E poi? - mi conosceva, non l'avrei mai ingannata. O nascosto qualcosa. - Non posso far altro nella mia esistenza attuale se non misurarmi con le sfide del mio tempo… - Giusto. Ma poi? Quando non penserai al lavoro? - Non lo so Grace. Queste sensazioni fanno così parte di me, ora, che quando vorranno riuscire fuori saranno padrone di farlo. M'inonderanno. Un'annunciarsi come tuoni lontani. Temporali in cui sarà bello per me bagnarmi. Mi sento battere forte il cuore, ora. Come se avessi incontrato la mia anima gemella. Mi ascoltava quasi invidiosa, ma un'ombra di dubbio persisteva sui suoi lineamenti. - Sono invaghito del mio passato. Di me stesso. Del risveglio in me… Scariche. Altre scariche elettrostatiche. La fine di quella registrazione.

Stando ai ricordi affondavo, quindi, le radici del sentire il mio passato in un momento indefinito del presente. Provai a cercare date o riferimenti temporali. Ne trovai, ma erano talmente labili, ascrivibili a situazioni lontane tra loro che vi rinunciai ben presto. Non riuscivo ad essere nitido, non ora. Perché? Altre registrazioni. Avevo bisogno d'altro materiale. Ricerche. Continue per ore. Spezzoni insignificanti che riaffioravano come il lavoro di un archeologo. Con pazienza. Meticolosità.

- … Ordinamento a grani. Per macro. - Sì conosco la tecnica - ero io che rassicuravo Grace. - Hai idea di come si possa applicare? Qui ho questo problema… Osservavamo la struttura visiva del problema. Una risoluzione a righe di codice avrebbe richiesto un tempo pazzesco, una difficoltà quasi irrisolvibile. Diversamente, un approccio visuale, con tecniche d'annidamento e immagini concettuali, avrebbe rappresentato un lavoro spigoloso, che poteva dare risultati apprezzabili soltanto se non si sollecitava la struttura risultante con impossibili - da sopportare - dinamismi analogici. - Alex. Non è questo che ci chiedono. - Lo so. Ma è quello che possiamo realizzare. - Sì, vero… - aggiunse lei sconsolata. Tentammo altre strade. Altri ragionamenti. - Perché dici che la strada a codice è impraticabile? - Prova solo a sviluppare un modesto ordine di dodici blocchi da testare. Prova a percorrere le strade diverse che il caso potrebbe imboccare - la vidi impegnata mentalmente nel tentativo - ecco, moltiplica ora questo stato alla quarta potenza, almeno. È quasi peggio di un salto cognitivo. Ciò significa, quindi, che dobbiamo pensare a qualcosa di diverso. Un approccio nuovo o, in ogni caso, sicuramente più appropriato ad un successivo livello d'esistenza. - Capisco… - Grace stava pensando. Rimuginava a fondo. - Cosa proponi allora? - Disse infine. - Non lo so. Devo trovare qualcosa che calzi perfettamente alle nostre esigenze. Devo riflettere a lungo. Trovare una fonte d'ispirazione. - È arrivato l'artista… - mi prendeva benevolmente in giro. - Sì, serve un'idea del genere. Devo rimuginare e sentire come un artista. Del resto, ho sempre pensato agli scienziati come alla massima espressione poetica di questo mondo. Rise. Di gusto. Disse che mi ero completamente istupidito. Mi presi così qualche giorno di riflessione. Libertà assoluta, per trovare il giusto punto d'ispirazione. Girai in molti luoghi della città. Sembravo un novello Newton alla ricerca della mela che doveva cadergli in testa. Solo dopo un po' di giorni di vuoto assoluto pensai più seriamente a quell'immagine: Newton, la sua mela. Newton osservava la natura. Probabilmente lo faceva per la sua fede alchemica. Forse per la sua capacità di concentrarsi sotto un'ombra d'albero. Forse era solo un amante dei paesaggi agresti. Chissà… Ma intanto, osservando la natura, lui aveva scoperto il cosmo e le forze che lo regolano, anche se soltanto con approssimazione. Ebbi subito voglia di verde. Di natura. Di prato. Il primo pensiero fu per quel piccolo specchio lacustre, abbastanza vicino a casa. Ci andai. Subito. Non potevo perdere quel momento di massima ispirazione. Dovevo scrivere la mia poesia, la mia opera maestra. Il mio capolavoro. Giornata stupenda. Ricordavo perfettamente il ricordo. Parcheggiai poco lontano dal lago. Déja vu nel rammentare: ricordavo che, richiamando alla mente quel ricordo, mi calavo nella memoria ritrovata. Mi sembrava di vivere nel presente il passato remoto. Stavo davanti al lago. Ero. Sono davanti al lago… Guardo riflessi di spicchi di sole, giocare con l'acqua… Riflessi. Di specchi metallici lungo una distesa acquatica. Imbevuti di silenzio. Lo sguardo che si perde altrove, cercando minuzie lontane. Ora indefinita del giorno, luce piena. Ancora qualcosa da definire: sensazione sfuggente. Mercurio. Viscosità come un corpo nudo ricoperto di oli. Ricordi di odori da associare a movenze, da interpretare come blanda lussuria. Attenzione rivolta di nuovo al lago. Volo di uccelli. Fruscio di canne al vento sottile, brezza. Soltanto un'impressione di brezza. La pelle ribolle di calore, anche all'ombra. Nessun alito, calma piatta. L'erba sopra il pelo dell'acqua è in movimento, solo nella sua parte superiore. Nessun movimento de vento, ora. Gli uccelli vanno. Ritornano. Si allontanano. Sono sempre in orbita intorno a me. Con un raggio irregolare, sempre nuovo. I riflessi si placano impercettibilmente. Lo specchio d'acqua diviene una maschera indecifrabile, non sente più le vibrazioni della vegetazione che inghiotte. Sembra una distesa enorme di mercurio puro. Qualcosa da bere, da possedere. Da acquisire. Da interiorizzare.

Momento perfetto. Come se i miei piedi si sollevassero da terra. Immensa concentrazione. Qualcosa di simile a misticismo.

Mi concentro. I miei pensieri sono altrove. Una voce sottile mi tende i sensi come fili rigidi. Non so capire chi è che parla, né il suo sesso. Nemmeno l'età. Mi sfugge il senso delle parole. Ogni sillaba è in realtà suono puro. Il suono si avvicina al momento primordiale d'ogni pensiero. D'ogni conoscenza. La sapienza allo stato liquido. Pronta da essere assorbita. So bene, ora, che il lago non è di mercurio. E qualsiasi cosa può filtrare in me, come quelle parole che odo insistentemente. Come l'onda d'ogni minimo brivido che provocano in me tutte le vibrazioni di quell'istante. Splendida seduzione, comprendo con lag. Poco fa non avrei pensato che lo specchio d'acqua è conoscenza. Non mi ero mai reso conto di quanti movimenti embrionali sono contenuti in ogni goccia, infinitesima, d'acqua primordiale. La stessa acqua di adesso. La stessa che lascia vibrare questa voce. Diretta verso me. Dentro di me. Che io assimilo come icone. Semiotica. La mappa non è il territorio, penso. Ondate d'associazioni mentali a valanga. Come la rottura di una giunzione da semiconduttore. E il lago sembra assorbire tutto. Senza smuoversi. Senza incresparsi. Nemmeno sul suo fondo. Posso essere sicuro di ciò, lo sento: il fondo mi vive dentro, fin nel profondo. La mia anima si rispecchia nel lago. Riflessi in superficie. Di me, del lago. Trigger. Sintonia sintonizzata su frequenze impossibili. Nessun tempo. Non ho sentito scorrere nessun lasso di tempo. Il tempo è scomparso, forse scappato. Non ho tempo, non ho tempo di aver paura. Non ne avrei avuto modo, in ogni caso. La comprensione è sicurezza, l'ignorare sfocia nel panico, nella fobia forse.

Religiosità. Non quella ufficiale. Non quella rituale: pura percezione di un ordine superiore. Consapevolezza che deriva da una nuova visione delle cose: percepire l'essenza intima d'ogni vibrazione usando la leggerezza di un soffio, fin quando non si esaurirà. Moto vicino al perpetuo.

Freschezza di un sintomo. Come essere nati a nuova vita, senza che esista una ragione. Il sintomo è stabile. Ogni cosa sembra essersi fisicamente acquietata ora. Gli uccelli sono volati via, forse non ci sono mai stati. Il dubbio s'insinua come un cuneo. Un sottile filo cellulare in grado di tagliare qualsiasi consistenza, ogni labile emozione interiore. Attraverso quello iato s'infiltrano stranieri. Gli stranieri sono sconosciuti. Le cose sconosciute fanno potenzialmente paura. L'equilibrio sembra essersi incrinato. Il lago torna ad incresparsi senza un vero motivo se non me. Il lago è di nuovo lievemente mosso da un istante che non sono in grado di riconoscere. Che Non ho percepito. Non è mai esistito. I riflessi sono sempre stati un substrato alla placida staticità superficiale acquatica. Che forse non è mai esistita. Che io non ho mai visto. Il tempo va guastandosi. Nubi nere all'orizzonte. Freddo. Portato da raffiche di vento umide. Eppure gelide. Uccelli in un pazzesco carosello. Stridori. Sono sovreccitati dall'elettricità nell'aria.

Il perpetuo è durato un attimo infinito. L'ho vissuto nel momento in cui ci looppavo dentro. Ho creduto fermamente che esso fosse senza fine, con un ingresso, senza un'uscita… Nell'istante in cui percepivo ciò avevo capito che era già finito. La sospensione non è più tale se si percepisce così…

Nitida sensazione. Di aver sfiorato la perfezione. Di averla avuta saldamente in mano. Di aver poi permesso il suo dissolvimento. Ho vissuto un istante eterno di cristallina purezza. Pensavo d'essere l'estremo dio poco dopo aver creato, quando il linguaggio era esistere senza confini. La parte umana di me ha preso a vibrare troppo presto. Ha ricacciato nell'abisso la complessità completa.

Ora dovevo vivere perfettamente. Tendere al supremo come una funzione matematica verso l'infinito. Dovevo vivere perfettamente avendone, questa volta, la netta percezione. Perché così avviene nel livello di complessità superiore. Perché il nuovo mondo funziona in quel modo - sicurezza intima, di derivazione quasi ovvia: mondo perfetto, nessun contatto con l'imperfezione, quindi nessuna zavorra data dalla considerazione della perfezione. Mi mancava solo il modo di giungere nel nuovo mondo. Magari insieme con Grace. Forse da solo. In perfetta beatitudine.

Ero partito da una necessità d'implementazione software. Dimenticai o quantomeno accantonai quella necessità, perché potevo approdare sulla terra di Circe, dove avrei visto i miei compagni vivere da porci. Grace ed io in solitaria, perfetta beatitudine.