CONTRAZIONE SINTETICA |
Avrei dovuto addentrarmi di più a ***.
Avrei dovuto percorrere le vie principali ed imboccare quel determinato incrocio - svoltando a destra - per proseguire poi dritto, per qualche centinaio di metri. Semaforo. A sinistra. Svoltare dove gli alberi s'infittivano. Percorrere ancora un po' di strada. Scendere dalla vettura. Ammirare la mia casa. Aspettare Grace che comparisse davanti alla porta. Effluvio di saluti. Scambio d'umori software via porta craniale. L'abbraccio. Poi la riunione di lavoro per pianificare i nuovi orizzonti determinati dalle mie intuizioni - prima ci saremmo incontrati, alla vecchia maniera, quella umana...
Ero convinto che nulla di ciò che immaginavo - che poteva facilmente accadere - sarebbe successo. La mia sarebbe stata una vana speranza, così come il cercare la casa, Grace, il mio mondo con le sue usuali comodità. Il mio tempo, così come lo conoscevo prima, sembrava a me nascosto, ora.
Avrei dovuto addentrarmi di più a ***. Non lo feci. Immaginavo a cosa sarei andato incontro, allora volli percorrere fino in fondo l'incertezza che ultimamente caratterizzava la mia esistenza... Da quanti giorni?
Da quanto durava quello stato di… Estraniamento? Tre giorni?
Forse cinque.
Era probabilmente più di settimana.
Con quale minimo avvenimento era cominciato il tutto?
Scavai a lungo nella memoria. Ero ormai abituato a quell'opera di rinvenimento. Schegge di un passato confuso e frammentato continuavano a venire fuori, senza che riuscissi a datare in modo soddisfacente quelle rievocazioni. A catalogarle.
Ogni volta che mi allontanavo, in qualche modo, dal terreno dei facili ricordi e mi avventuravo verso i confini della mia attuale esistenza, mi pungolava una frase, un sentimento acuto che delimitava - come filo spinato - il mio dominio.
Dovevo tornare a casa perché qualcuno mi stava aspettando.
L'ora del pasto. Del rincasare. Dello stare assieme.
Quella frase la ripetevo, ipnoticamente, tutte le volte che mi spingevo troppo indietro con i ricordi. Il ritornare sui miei territori mentali era arduo, come se avessi subito un elettroshock intenso.
- Alex.
- Grace mi chiamava. La sentivo dentro di me. Quasi la vedevo.
- Alex.
La sua voce singhiozzava.
- Alex.
Una sorta d'invocazione.
- Sono qui - le risposi.
Lei non mi replicò nulla. La sentivo, ma effettivamente non la vedevo. Tramite il nostro canale usuale non era possibile stabilire nessuna comunicazione
- Sono qui - ripetei.
Nulla. Non replicava. La percepivo immersa in una meditazione profonda. Mi sfuggiva.
Pensai che non sarei più riuscito a prenderla. Quel chiamare - sentivo intimamente -era il nostro ultimo, flebile legame: stava per rompersi, anch'esso. Ero prigioniero di un mondo contiguo, identico all'usuale ma totalmente diverso, diviso.
* * *
Repulsione.
Ciclai su quella parola, affascinato dal vasto significato insito.
Repulsione per i sogni, pensai subito dopo.
Erano notti intere che non sognavo più. Le mie notti erano sempre state un calderone d'idee oniriche, folli, concrete eppure slegate; io mi nutrivo di quelle immagini e spaziavo, così, in vasti territori mentali autoctoni.
Ora non sognavo più.
Non ne avevo desiderio.
Probabilmente non dormivo più.
Atterrito da quell'ipotesi mi osservai, estraendo una piccola e comoda camera craniale da esterni. Apparivo in perfetta forma, ma piccole pieghe da stress solcavano il mio volto. Rughe espressive, forse nulla di permanente.
La pelle del mio viso appariva rugosa, come la buccia di un'arancia. Eppure risplendeva d'enzimi salutari.
Il pungolo.
Dovevo tornare a casa perché qualcuno mi stava aspettando.
L'ora del pasto. Del rincasare. Dello stare assieme.
E Grace nei miei ricordi.
- Alex, bassa velocità in upload. Hai parametri nuovi?
Non rispondo. Non fiato.
- Alex?
Cedo. Se non risponderò ulteriormente lei mi verrà a cercare. Anche quaggiù. In questa fossa di migliaia di metri cubi d'acqua.
- Dimmi…
- L'upload, è basso. Hai forse le primitive per nuove cognizioni?
- Sì - replico stancamente - devi entrare nella sezione ad accesso sviluppo comunitario. Devi leggere i quesiti posti stanotte ed estrapolarne i simboli guida. Muovi il rog.
Risponde con mugolii. Ha capito.
- Ma dove sei ora?
- Nel limbo. Studio alcune soluzioni che possono darci vantaggi di qualche frazione d'ora. Dovrebbero bastare per darci lo spunto sul mercato lunare, almeno per alcune settimane.
Non replica. L'ho convinta a lasciarmi stare.
Senso potente di dislocazione.
Sento di essere lontano da casa, lontano da tutto. Così il malumore prende facilmente piede. Come un sole morente.
Un'ombra latente che, piano, ricopre ogni cosa di penombra. Letale. Nociva. Senza che gli occhi debbano sforzarsi per vedere nel buio. Senza che il respiro diventi più rapido, che la frequenza del cuore si alteri. E le immagini nella mente sbiadiscano. Si dissolvano.
Io sono Alex. Alex Dumaw.
Avevo bisogno di ripeterlo. Più e più volte. Come una nenia.
Io sono Alex Dumaw.
Io sono Alex Dumaw.
Io. L'unico che può sentire di vivere davvero.
Lo ripetevo come se avessi delirato.
Ero inghiottito da ondate di déja vu. Semplicemente possenti.
In perfetto silenzio interiore ascoltavo gli elementi parlare, anche per me. Così mi staccavo da sensazioni terrene per accedere a registri eterei. Forse tendevo in quel modo alla perfezione.
* * *
Il déja vu decisivo, probabilmente.
Come un maglio. Su di me. Dentro di me. Fino a farmi scoppiare la capacità di reagire.
Vagare tra le case coloniche perché si è alla ricerca di qualcosa, della dimora di provenienza, mentre ci si scopre a percorrere sentieri dimenticati, pronunciando nomi conosciuti, del passato, mentre si riscopre una quotidianità normale. Vita spicciola. Vissuta.
Quasi dimenticata.
Gesti quotidiani. Dimenticati.
Parole e verbi quotidiani. Dimenticati.
Scherzi e scorciatoie. Dimenticati.
Odore di polvere. Dimenticato.
Apprezzamenti e invaghimenti. Dimenticati.
Sorrisi. Lacrime. Tutto dimenticato. Ogni minimo particolare.
Qualsiasi cosa stava andando via. Su di un tappeto particolare, per l'occasione ben pulito. Come una carrozza su cui un Principe va verso l'oblio.
Doveva esser quello il déja vu finale, ma poi? Non avrei più sentito addosso tutte quelle sensazioni? Mi sarei dimenticato di essere così antico? Forse, semplicemente, tutto avrebbe cessato di avere una qualche piccola importanza per me, mi sarei concentrato soltanto sul presente. Sul futuro.
Che genere di futuro se il presente non esiste? Se io stesso, faccio fatica a definirmi, a delineare ciò che mi circonda?
Domande a raffica, senza una sola risposta.
Sentivo, proprio per la mancanza di risposte, che lo scenario si sarebbe levato presto, permettendomi di vedere cosa realmente vi si nascondeva dietro, cosa significava tutto quel vorticare.
Il cielo assumeva un colore standard, tendente al tramonto. Sfumature rossicce erano pennellate di colori tendenti alla perfezione elettrica.
L'aria era satura di polarizzazione. Ne subivo l'influenza, il fascino. Un tramonto, denso di poesia come difficilmente si riesce a vedere, mi stava ammaliando.
Avrei voluto scrivere versi. Deliziarmi. Affondare nella melma di sentimenti graffianti, granulari. Farmi trascinare altrove sulle ali di un vento freddo, fino ad essiccarmi. Molarmi. Levigarmi come una pietra che giace millenni in fondo ad un fiume, liscia eppure intensa. Dove nulla vi si può aggrappare veramente. Dove tutto vi scivola sopra, impressionando, con garbo e misura.
Il cielo rimase fisso con quella tonalità. Il tempo sembrava essersi fermato.
* * *
Dovevo tornare a casa perché qualcuno mi stava aspettando.
L'ora del pasto. Del rincasare. Dello stare assieme.
- … Cerco il modo.
- Cosa ne sai che ne esiste uno?
- Grace. Deve esisterne uno. Per forza…
- Dov'è finita la tua razionalità?
- La sento dentro. La vivo. E poi la analizzo.
- Alex, il processo da svolgere è esattamente l'inverso.
- Cambiando l'ordine dei fattori… - provai a barare, ma ero pronto al sorriso sulle labbra.
- Osservami mentre ti guardo - mi disse seria.
Tentennai. Il suo sguardo era duro, disincantato. Sorrisi.
- Non serve sorridere per farmi contenta.
- E allora cosa serve? Hai osservato il lago con altri occhi?
- No…
- Dovremmo andarci insieme.
- A far cosa?
- A sentire.
- La brezza? - stavolta era lei pronta a sorridere.
Non caddi nel tranello. La guardai a mia volta serio. Molto.
- Anche la brezza, sì. Ma quella che ti scorre dentro da fuori. Hai mai percepito la natura per quello che davvero è?
- No. Perché, cosa è davvero la natura?
- Un lento vibrare. Una porta verso gli dei, avrebbero detto gli antichi, perché la natura non è altro che la rappresentazione della perfezione. Gli dei vi abitavano.
- Cos'è questo tardo paganesimo? Neoplatonismo?
- No. Quello era pura superstizione. Svuotamento del significato di natura.
- Spirito. Pagano. Puro. Alex, non ti facevo capace di tanto.
- Sono un neo pagano. O se preferisci, puoi considerarmi un pagano tecnologico. La natura è tecnologia, mia Grace…
- Pensi che sapresti ricrearla tutta in laboratorio?
- Sicuramente…
- Ma secondo te la natura ha un'anima, mi pare di capire…
- Esatto. Firmware, forse. Lì dentro vi risiede una sorta di firmware. Anche noi, del resto, siamo software…
- La tua solita vecchia idea. Che ti porta SEMPRE fuori strada.
- Non c'è bisogno di urlare. Conosco le tue considerazioni su me. Eppure col software ci lavori anche tu tutti i giorni, no?
- Proprio perché ci lavoro e ci combatto ogni giorno posso soppesarne la lontananza dal nostro modo di pensare, dall'umanità.
- Non senti a pelle che intimamente noi siamo uno sviluppo di logica?
- No… Sento tutt'altro.
Non sapevo come convincerla e portarla dalla mia parte. Ma non era così necessario…
- Senti Grace, facciamo così: …
Non ci potevo credere. Inopportune scariche elettrostatiche menomavano il visivo e l'audio di quel ricordo. L'aspetto umorale era stato registrato su di un settore danneggiato da lungo tempo, prima ancora che riesumassi il ricordo.
- No!
Risposta categorica. Non ammetteva replica.
Dovevo tornare a casa perché qualcuno mi stava aspettando.
L'ora del pasto. Del rincasare. Dello stare assieme.
- Seguimi…
- No - Grace era ferma sui suoi propositi
La casa. La mia casa si stava dissolvendo di fronte a me. Un turbine la smolecolarizzava
Io ero immobile. Stupito.
Continuai a guardare. Il prato su cui la villetta si ergeva era ben curato; lo ricordavo proprio così. Sullo sfondo vi era quel boschetto che tanto timore mi aveva suscitato. Trasmetteva blande sensazioni cupe.
Grace era in casa, in cucina. Preparava il pranzo. Forse la cena.
Sembrava singhiozzare. Il suo atteggiamento era curvo, dimesso. Cercava continuamente qualcosa, sembrava dovesse completare un'incombenza importante. Riuscii a scorgerle gli occhi per qualche istante. Li fissai intensamente. Lessi la sua postura: tristezza. Infinita.
Mi misi a correrle incontro ma non mi riusciva di ridurre la distanza. Ero sempre più stanco.
Sempre più sfiduciato.
Ero pervaso da un senso d'impotenza che mi spersonalizzava. Nebbie da delirio mi portavano su delle impossibili ali a pochi centimetri dal terreno.
Dandomi sensazioni oniriche.
Insieme con un lieve sapore amaro, impastato in bocca.
Il mio naso era occluso.
I miei occhi semichiusi.
La convincente sensazione d'avere ogni parte del corpo intorpidita, come se fossi in preda agli effetti di qualche desueto oppiaceo, m'incapsulava.
Dovevo tornare a casa perché qualcuno mi stava aspettando.
L'ora del pasto. Del rincasare. Dello stare assieme.
Così stavo fluttuando via. Presente, cosciente, eppure lontano.
Mi sentivo rapire innaturalmente il corpo, come se brandelli di me prendessero vita in un punto più alto. Ricordavo di aver letto, da qualche parte, che quella particolare sensazione molti la chiamavano fuoriuscita dal corpo.
* * *
Dalla modesta altezza dove mi trovavo osservavo sotto di me.
***.
Il Metavetro Alleggerito.
La strada che mi portava a quella costruzione tecnologicamente avanzata.
Il Lago.
La mia casa.
Il mio mondo.
Tutto. Apparentemente. Contratto. In poco spazio.
Provai a guardare oltre. Senza successo. Il sole mi abbacinava con i suoi riflessi così non riuscii a scrutare oltre l'orizzonte. Orizzonte di luce rossa e buio incipiente.
Sembrava stessi mirando uno splendido punto di vista sui Carpazi.
La mia casa. La mia gente. Le mie usanze. Le mie routine cerebrali, che mi avevano tanto aiutato. Tutto Sembrava assopito.
In attesa.
Di un evento.
Del mio ritorno.
Dovevo tornare a casa perché qualcuno mi stava aspettando.
L'ora del pasto. Del rincasare. Dello stare assieme.
Infine la neve. Sopra ogni cosa a ricoprire le tracce. A spersonalizzare ogni ricordo, riferimento.
Avevo bisogno di ridelineare la mia umanità deviata perché avevo subito uno stimolo anomalo ma potente, tale da definire come basso il mio livello cognitivo precedente.
Neve. Soffice silenziosa. Bagnava impercettibilmente ogni strada da me percorsa, le curiose estrapolazioni della mia mente - biologia elettronica, sperimentazioni mai terminate. I processi mentali nascevano da porzioni di vita interinale, quasi autonoma e si sviluppavano in complessi algoritmi. Che conoscevo benissimo. Che sapevo bene con quale sequenza si attivassero, prosperassero e infine morissero.
E allora mi domandai: perché sto cercando di fare appello a tutte le mie capacità cognitive?
Forse le stavo dimenticando?
O riconsiderando?
Semplicemente, le stavo ricordando ora dopo tanto oblio?
Oblio…
- Sei fuori strada Grace…
- No, quest'onda fasulla parla molto chiaro. Rischi di cadere in un trend negativo che non sapresti nemmeno gestire: l'o…
Oblio…
- Guarda qui. - mi aveva mostrato una relazione costruita rapidamente sui suoi dati. Grafici tridimensionali a diversa gradazione di colore. Non era un fatto semplice focalizzare subito quelle analisi.
- Sono falsate - le risposi d'istinto, senza davvero guardare cosa mi sottoponeva.
- Guardale prima…
- Sì, le ho viste. E allora?
- Guarda questo punto d'onda. Qui… - mi mostrava una cavità proprio nel punto massimo d'espansione dell'onda caotica: era evidente che lì c'era una breccia.
- I tuoi dati di partenza sono sbagliati, Grace. Guarda ora la mia d'analisi…
Silenzio da parte di entrambi, mentre si confrontavano i dati, gli assunti di partenze e le teorie successivamente sviluppate.
- Ecco Alex, guarda qui…
Scariche. Stramaledette scariche. La pessima qualità di memorizzazione menomava quello scambio interessante. Perché non ricordavo?
- Sei fuori strada Grace…
- No, quest'onda fasulla parla molto chiaro. Rischi di cadere in un trend negativo che non sapresti nemmeno gestire: l'o…
L'o… significava oblio.
Non avrei saputo gestire l'oblio.
L'oblio di cosa?
Ero davvero caduto in un trend negativo tale da non farmi ricordare? Che cosa?
Mancava solo il punto focale di tutta la questione.
Per quanto mi sforzassi non riuscivo a vedere l'intero orizzonte profilarsi sotto al mio sguardo.
E intanto il cielo si muoveva davvero.
Con mosse repentine.
Lasciando scoperti vasti settori oscuri. Perfettamente digitalizzati.
Il nero profondo. Come lo spazio profondo.
Come l'angoscia profonda che provavo. Nera come la nostalgia, come il senso di dislocazione. Come il desiderio di uscire da un'impressione di gabbia estesa, pur sempre gabbia.
Angoscia.
Nostalgia.
Angoscia.
Nostalgia.
Tristezza.
Nostalgia.
Stimoli paranoici ripetitivi. Angoscia.
Ognuna di quelle emozioni era nera, come la pece. Come un buco nero.
Spazio profondo. Gelido. Siderale. Inospitale. Nostalgia.
Angoscia.
Tristezza.
Loop.
Sapore di sintetico.
Tristezza. Angoscia. Nostalgia. Solitudine. Paranoia. Loop.
Tutto sintetico.
Conciso.
Razionale.
Funzionale.
Solitudine.
E un mare d'angosciosa tristezza. Nostalgica.
Istinti paranoici.
Il pungolo continuo. Lo spillo che teneva la bolla coesa.
Dovevo tornare a casa perché qualcuno mi stava aspettando.
L'ora del pasto. Del rincasare. Dello stare assieme.