SOBOLLA |
Enormi spazi intuibili. Un unico spazio unito. Enorme. Infinito. Assolutamente gelido.
Nero.
Senza dimensione.
Né punti di riferimento.
Totale.
Punti sparsi in quest'enorme spazio. Ognuno costituito da immensi patrimoni. Fortune d'intere generazioni gassose. Eredità. Miliardi di messaggi insiti, tutti da leggere. Da interpretare.
E intorno, il freddo più compatto.
Quello inimmaginabile. Incorruttibile. Lo stato di partenza d'ogni cosa. Il punto d'arrivo. Le stazioni intermedie.
Tutto.
In un breve istante ero riuscito a guardare un bel po' più in là del solito orizzonte. Il cielo si era spostato quasi del tutto e aveva mostrato le quinte. Dipinte di nero. Da macchiare le mani. L'anima.
L'anima.
Quel nero era freddo ed etereo quanto le anime morte. L'orizzonte si stagliava troppo sull'abisso così mi trovai proiettato ad osservare il profondo. Il buio totale.
Feci fatica. Molta. Ma l'orizzonte fu finalmente spazzato del tutto. Il cielo si mosse davvero, slittò e lasciò il campo libero all'invasione oscura: spazio profondo. Siderale.
Ambiente costituito da bolle, collegate tra loro da condotti. Alcuni in caduta libera, altri con gravità terrestre.
Vivevo nello spazio. In qualche colonia d'umani scappati dalla Terra.
Intorno era buio, quindi. Esisteva il vuoto che risucchiava, congelava all'istante. Che permetteva la perfetta conservazione d'ogni tessuto biologico.
Germi assenti. Non potevano prosperare, forse soltanto conservarsi.
Dislocazione elevata ad una potenza insostenibile. Soffrivo molto nel non trovare la mia casa, la zona dove usualmente abitavo. Mi stemperavo nel non essere accanto a Grace. Nel cercare di capire cosa mi era successo da un po' di tempo a questa parte.
Ora comprendevo che mi trovavo su una colonia spaziale. In un effluvio di informazioni destabilizzanti che piombavano dentro di me a ritmi vertiginosi.
E se quella fosse stata un'ennesima illusione?
Senza nessun punto fermo qualsiasi percezione poteva definirsi falsa.
Osservai bene quelle strutture. I corridoi erano lunghi e perfettamente funzionali. Illuminati a giorno da apparati a riciclo. Poca frequentazione. Tecnici da caduta libera con compiti specifici. Sostentamento della stazione funzionante a regime.
Cosa ci facevo lì, io?
Più lontano osservavo il cuore dell'agglomerato di bolle - sobolla - che ribolliva di vita quotidiana. Giungevano su sottili schermi a filo immagini nitide: punti di ritrovo commerciali dove poter acquistare qualsiasi bene di consumo; la zona tecnica, dove gli aggiornamenti con altre colonie e con la Madre Terra erano impostati, governati; la bolla di Governo, la più centrale di tutte, l'ultima ad afflosciarsi in caso di disastro ambientale. Essa era decentrata e teneva coeso tutto il caotico flusso di mezzi ad aria che, ad un palmo dal suolo, intasavano le condutture di comunicazioni tra le bolle.
In mezzo a loro, alle bolle, larghe distese di freddo ed inospitale spazio. Il cui nero assorbiva il chiarore spento di tutta la sobolla.
Cosa ci facevo lì?
Chi mi aveva portato lì. Perché?
Quando?
* * *
Il fuoco della mia visuale era il mondo intero. Non ero più egocentrico. Da molto tempo, ormai, non guardavo più me ma il mondo esterno. Mi accorsi di quella sottile ma sostanziale differenza di comportamento all'improvviso, pensando per un attimo alle facce standard che i coloni avevano rispetto ai terrestri.
Il mio volto che espressione aveva?
Una domanda ovvia. Un gesto che si fa spesso durante la giornata: controllarsi il volto. Per vedere se qualcosa è esteticamente fuori posto, per controllare lo sguardo, per sapere cosa gli altri vedono di noi. Io non facevo una cosa simile da un periodo imprecisato, e se ultimamente l'avevo fatto non ricordavo più cosa avevo visto.
Tutto falso, compresi in un lampo di lucidità.
Non ricordavo il mio viso. L'avevo perso molto tempo prima quando…
Dovevo tornare a casa perché qualcuno mi stava aspettando.
L'ora del pasto. Del rincasare. Dello stare assieme.
Era vero. Dovevo tornare a casa perché Grace mi stava attendendo. L'avevo vista lì, in cucina mentre preparava il pranzo. Preparava per noi. Ed io ero invece lassù. Tra le stelle. Nello spazio interplanetario. Dove lei, forse, non immaginava nemmeno.
E se tutto lì sopra fosse stata l'ennesima illusione? Dove sarebbe ora Grace?
Un rompicapo assoluto, senza apparente via d'uscita.
Solo la mia memoria poteva aiutarmi. Con o senza l'aiuto delle radiazioni solari.
Porzioni di ricordi.
- Guarda qui. - mi aveva mostrato una relazione costruita rapidamente sui suoi dati. Grafici tridimensionali a diversa gradazione di colore. Non era un fatto semplice focalizzare subito quelle analisi.
- Sono falsate - le risposi d'istinto, senza davvero guardare cosa mi sottoponeva.
- Guardale prima..
- Sì, le ho viste. E allora?
- Guarda questo punto d'onda. Qui… - mi mostrava una cavità proprio nel punto massimo di espansione dell'onda caotica: era evidente che lì c'era una breccia.
- I tuoi dati di partenza sono sbagliati, Grace. Guarda ora la mia d'analisi…
Silenzio da parte di entrambi, mentre si confrontavano i dati, gli assunti di partenze e le teorie successivamente sviluppate.
- Ecco Alex, guarda qui…
Scariche. Stramaledette scariche. La pessima qualità di memorizzazione menomava quello scambio interessante. Perché non ricordavo?
- Sei fuori strada Grace…
- No, quest'onda fasulla parla molto chiaro. Rischi di cadere in un trend negativo che non sapresti nemmeno gestire: l'oblio.
- L'oblio sarebbe un nobile modo di terminare i propri impegni, sai?
- Allora vuoi morire?
Era Grace che mi parlava. Quel brano mi veniva improvvisamente in mente, senza un perché. Memoria liberata che chiamava, a cascata, altra memoria bloccata in qualche astruso algoritmo d'occultamento.
- Alex. Vuoi morire?
Non risposi. La guardai.
- No. Non voglio morire. Lo sai.
- Quantomeno ti scindi.
- Mi duplico. Credo sia più corretto dire così.
- Disquisizioni sulla lana caprina, Alex.
- Non direi. Conosci bene le differenze di significato delle parole che hai detto. Io mi duplico. Duplico. Capisci?
Stette in silenzio per un breve attimo.
- E cosa ti farà duplicare, eh? Un processo clinico insicuro. Basterebbe un minimo errore e zac, tu non ci saresti più.
- Il rischio vale la candela. Ascolta…
Enumeravo a Grace, per l'ennesima volta, i vantaggi di una tale tecnica. Possibilità di raddoppiare le capacità elaborative. Opportunità di far girare su unità parallele altre funzioni e progetti. Occasione di costruire un piano complesso con pochi mezzi e molta probabilità di successo.
- …Devo solo farmi trasferire anzi, copiare e memorizzare.
Scariche. Relative al solo dettaglio del colloquio tra me e Grace. Ma ricordavo tutto perfettamente ora.
Tutto.
Shock. Mancanza d'aria. Impossibile. Non poteva mancarmi l'aria. Il ricordare mi trasmetteva shock emotivi da infarto.
Ricordavo il volo aereo per il trapianto. Ricordavo che da lì a poco era cominciato l'oblio.
Mi ero sottoposto ad un intervento di trasferimento cerebrale in un dispositivo elettronico. Mappature dei miei processi psicoelettrici. Esaltazione del software nativo. E di quello aggiuntivo, dato da innesti biochimici.
L'intervento consisteva in solo quarantacinque minuti di buio cerebrale totale. Nulla poteva andar storto. Non avrei sofferto dallo sdoppiamento. Sarei stato un uomo ad almeno due dimensioni. Avrei lavorato meno e meglio. Avrei, soprattutto, sperimentato qualcosa che mi stava molto a cuore: la perfezione.
La parte di me che sarebbe vissuta sinteticamente avrebbe potuto sperimentare la perfezione del pensiero/azione senza inerzia. Qualsiasi cosa io avessi pensato di fare l'avrei fatta svolgere alla sezione sintetica, dove l'idea sarebbe stata veloce quanto l'azione.
Desiderio di realizzare la perfezione. Di viverla. Di assorbirla per farne una parte di me.
Il salto verso un livello cognitivo superiore.
La continuità con la parte umana assicurata dal collegamento tra me e la sintetica.
Rimanere su quel lago di mercurio fino alla fine del circuito che mi contiene - infinito. Non farsi più sfuggire i momenti d'eternità. Essere pronto a migrare verso nuovi software, freschi circuiti quando gli attuali si degraderanno. Nuovi livelli cognitivi nemmeno immaginabili sono pronti ad essere concepiti. Immortalità cosciente, nessun disagio da vampiro.
Potevo essere finalmente un vero circuito. Non di quelli biologici. Non di quelli umani.
Dovevo tornare a casa perché qualcuno mi stava aspettando.
L'ora del pasto. Del rincasare. Dello stare assieme.
Ma qualcosa invece, era andato storto.
Fibrillazione. Il cuore non reggeva.
Interventi rapidi di rianimazione.
Elettrocardiogramma verso il piatto.
Mi sentivo fuoriuscire, in punta di piedi, verso un sogno. Ero a pochi centimetri da terra. Vagavo in cerca di un punto di riferimento preciso.
Rilascio d'energia elettrica, per far riprendere il cuore. Tecniche d'assalto impiegate in una difficile situazione. Nel tentativo di dare disperato appiglio.
Ad una vita che sta esaurendosi.
Innaturalmente.
Come se stesse terminando per morte violenta. Prima dell'esaurirsi dell'energia vitale.
I punti di contatto con il mio corpo fisico diminuivano.
Senso di confusione. Dislocazione.
Dovevo tornare a casa perché qualcuno mi stava aspettando.
L'ora del pasto. Del rincasare. Dello stare assieme.
L'equipe di medici intorno a me. Intorno al mio corpo. In affanno. Anche loro.
Definitivamente morto.
Confluivo nella memoria di massa - coscienza collettiva di natura elettronica.
Potevo vivere lì. In un mondo perfetto. Fatto a mia misura. A misura dei miei ricordi. Prelevati dal mio subcosciente.
Oblio. Come un suicida.
Tende nere intorno a me. Vento che proviene dal nulla. Scenario e canti di donne greche, in lutto.
Tutto sembrava così magico. Tutto è ancora incantato ora, ora che ricordo.
* * *
Osservo tutto da un piedistallo posto su un nuovo livello cognitivo. Gli agenti catalizzatori hanno comunque fatto un buon lavoro.
La sobolla mi appare maestosa. Un ritmo di vita planetaria si è insediato rapidamente tra queste sottili, resistenti pareti.
Sono in un circuito elettronico a stabilità biologica e vivo nei centri di controllo della stazione: la prima con supervisione derivata da algoritmi complessi umani.
Ho perso ogni contatto reale con la madre Terra. Ora so che tutto quello che ho ricordato in questi ultimi minuti è vero. Le immagini fasulle sono soltanto retaggi di un sogno strano, un cadere tra i fumi del mondo dell'Ade, in cui tutto è miscuglio di ricordi e realtà corrotta.
Semplicità. Velocità. Sapienza.
Regno della sobolla.
Dello spazio profondo.
Del gelo ricco di sapienza congelata.
La parte umana di me non vibra più. Ho riacciuffato dall'abisso la complessità completa.
Vivo ora nella perfezione?