GLI ALBERI |
Salgo sulla barca che è già notte fonda. I parametri visivi suggeriti dalle mie protesi segnalano il percorso che devono percorrere i miei piedi; un elegante filo verde, sottilissimo e visibile come una lama monocellulare di luce lo illustra. Sono sicuro di non inciampare su nessuna tavola sporgente.
Lo sciabordio leggero delle acque quasi ferme scuote la mia fantasia. Ma è notte, e ogni cosa cui posso pensare si tinge di un nero assoluto mitigato - nemmeno un po' - dai riflessi increspati di una lampada a conduzione psichica. A bordo c'è soltanto un'altra persona, muta, che mi porterà verso l'altra parte, in un silenzioso viaggio così da non farci percepire - il meno possibile - dalle antenne della polizia satellitare. Non sono un contrabbandiere, non ho nulla da nascondere, ma voglio essere libero di muovermi; per questo già due ore fa ho dato comandi di shutdown ai due miei generatori d'onde software. Il mio è un percorso verso la liberazione interiore, ma non posso liberarmi dentro se non lo sono fuori.
Mi accomodo su un'asse della barca. Ondeggia un po', devo soffocare i conati dati dall'instabilità. Guardo il limite sull'orizzonte, appena visibile, dello specchio d'acqua; mi perdo tra pensieri distratti seguendo il filo di un profumo flebile, impossibile. Do un cenno d'assenso. La barca si muove placida sulle piccole onde.
Intorno, il paesaggio è spettrale. Gli alberi si protendono con fatica verso strati di cielo poco più alti e generano scene di lotte impari, senza possibilità di vittoria, mentre io sono un desktop improvvisamente vivido su cui tutte le applicazioni cerebrali si muovono. Ma le anse dello specchio d'acqua insegnano molto di più. Sembrano indicare stati ansiosi in cui qualcosa o qualcuno può nascondersi a suo piacimento. Osservo bene alcune di quelle insenature, il viaggio è lungo. Ne ho viste un paio che sembrano affondare le loro lingue umide ben dentro le sponde di fanghiglia, tanto da lasciarmi il dubbio che lì, il lago, si è prolungato ben oltre la cartografia indicata solertemente dalle mie protesi - gioco visivo accattivante, uno sfarfallio di diversi colori acidi a contrastare uno sull'altro, difetto da compilazione demo. Altre rientranze sono, invece, visibilmente chiatte, ricche di vegetazione artritica eppure lussureggiante, come opulenza da vecchiaia. Scivolo lentamente lungo il percorso verde acido visibile all'orizzonte buio. Davvero buio.
Nel frattempo, l'interruzione della connessione craniale è spesso compensata dalle mie elaborazioni stand alone; mi concentro soprattutto su transienti a basso costo, potenti da mostrarmi i potenziali momenti favorevoli in cui io, esprimendomi pubblicamente, riuscirei ad avere eloquenza e credibilità con un'ipotetica platea. È un prodotto assai bizzarro, in realtà, quello che ho caricato per passare il tempo del silenzio connettivo, ma al momento dell'installazione avevo buoni argomenti per pensare a quella feature come ad un perfetto test della mia memoria da impianto - buoni argomenti ma, di solito, il test non lo faccio mai: troppo tempo soggettivo da spremere in attività di contorno.
Il test, in sé, è banale. Sono inviati piccoli lotti di prebit in avanscoperta cognitiva, per cercare di stressare la componente fuzzy dei miei innesti in un buco temporale assurdo, inesistente; l'analisi finale consiste nel ritenere più o meno accettabile, da parte del demone senziente che governa il test, la risposta delle mie protesi, teoricamente in grado di accorgersi dell'assurdità delle situazioni in cui si trovano. Spesso soffro d'emicrania alla fine del test, e i miei ricordi si mescolano un po' troppo con le fantasie da connessione che mi concedo forse troppo frequentemente. Mi desto, di tanto in tanto, dal ciclo di controllo. Come ora.
Guardo di fronte a me. L'uomo che siede al comando.
Il suo essere taciturno gli fa onore. Lo intravedo appena, come se emergesse saltuariamente dalle tenebre che ci stringono, perso nel balletto dei titoli commerciali che oscillano nelle sue periferiche da innesto - tanti microbanner. Lo guardo scrutare il placido lago, anch'esso nero. Sciabordio sinistro. Le acque sembrano contenere un miscuglio di percezioni e cattiva volontà trattenuta a stento. Le acque sembrano rispondere di controvoglia agli ordini trasferiti, tramite fibra ottica, dalla parte cognitiva della sua mente modificata fino al core delle molecole d'ossigeno e idrogeno. Posso percepire tutti gli scatti di malevolenza che l'acqua lascia trasparire, con sinistre scosse di fastidio.
Immagino, poi percepisco la conferma, che l'uomo silente padroneggia perfettamente queste piccole bizze molecolari. Vedo che uno dei suoi tanti microbanner espone la qualifica d'ingegnere psicomolecolare. Osservo l'ingegnere più attentamente e scopro le sue mosse istintive d'assecondamento; rimango inorgoglito dalle capacità cinetiche dei miei innesti, mentre il test fuzzy continua a dare ottimi risultati. Prendo un paio di pillole in grado di annullarne l'elettricità statica, a mo' di piccola prevenzione contro l'emicrania.
Parte integrante dell'accordo tra me e il traghettatore è stato il patto di silenzio. Non ho parlato con lui direttamente ma con suoi emissari. In un tripudio di slang tecnico questi mi avevano spiegato che anche la voce può essere veicolata e riconosciuta dalla polizia satellitare; sarebbe bastato un solo gemito di sorpresa per renderci visibili, tracciabili. Anche per questo dovevamo essere vestiti di nero, e la barca rivestita di un pigmento nero elettrico in grado di riflettere le onde radar; ero ben felice della mimetizzazione, il nero è il colore che prediligo ed è quello che indosso di solito (sempre) perché mi fa stare in armonia con me stesso.
La consegna del silenzio, quindi, andava rispettata rigorosamente. Anche il collegamento in fibra ottica che l'ingegnere aveva con l'acqua era rigorosamente schermato dall'acqua stessa; se il cavetto fosse fuoriuscito per un attimo solo dal lago ci avrebbero prontamente scovati. Noto che spesso il traghettatore controlla scrupolosamente l'esistenza dei piombi sintetici all'altro capo di sé, dentro il lago.
Il manto d'energia che ci circonda è particolare. Magnetismo di natura psichica. Uno stuolo d'anime sembra circondarci. Ho brividi fitti. Da una singolarità sento sprigionarsi energia che porta direttamente nelle stanze di un altro mondo. Tutto è ammantato d'oscura percezione ed io mi sento linkato, tramite delle sottili bisettrici, a rami euclidei d'esistenza che mi rivelano intimamente agli oscuri abitanti di quei momenti sospesi. Dagli alberi fuoriescono lingue d'oscurità strutturata, si dirigono furtive e rapide verso me; mi sento accerchiato da una furia che non riesco a fronteggiare, che mi lascia senza fiato.
È tutto così rapido.
Sono schiavo delle mie stesse sensazioni. Non c'è nulla qui, nulla d'intelligibile. Guardo le mie protesi baluginare debolmente, come se fossero in uno stato prolungato di bassa attività. Osservo il traghettatore muoversi circospetto, come se sospettasse un agguato. Mi accorgo che ha un attacco di panico elettronicamente controllato, evidentemente sta sfruttando circuiti di contrabbando, di probabile derivazione militare. Le sue mosse sono forzate, hanno un senso d'artificiale, come controlli di flusso applicati ad un puro albero logico da algoritmo. Decido di star fermo perché, ormai, ho il controllo della mia mente. Attendo che anche lui razionalizzi, so che presumibilmente avrà un decorso di decantazione diverso da me - la paura dei militari potrebbe condizionarlo.
Sto attraversando l'Impero. Pensiero che mi oltrepassa come una freccia facendo sobbalzare il mio cuore; ne sono fulminato.
Sto attraversando l'Impero per ridurre la mia dipendenza dall'esistere fisico così invadente. Io, spirito antico, mi sono identificato con un ammasso plastico di carne e anima, psiche costituita da macro assemblate di natura complessa e da tenaci filamenti di DNA, leggermente modificati, irrobustiti per alcuni aspetti sociali - la predisposizione agli innesti bioconnettivi, ad esempio.
Sto attraversando l'Impero, forse per sondarne anche l'estensione, la consistenza, parametri che solitamente si perdono in una moltitudine di brusio ininterrotto nella rete craniale.
L'Impero.
L'Impero storico. Il glorioso Impero, l'unico.
Devo tracciarne la sua storia, per sommi capi, per riuscire in qualche modo a possederlo; razionalizzare mi è sempre servito per meglio comprendere gli eventi più grandi di me. Ridurre in piccole linee esemplificate è sempre stato uno sforzo gratificante, anche se non del tutto corretto per la mia etica sperimentale.
Impero. Questo è il suo nome attuale. Una volta non era nemmeno Stato. Una volta, tanto tempo fa - davvero tanto tempo fa, secoli sicuramente - l'autorità era un'assemblea di singole fazioni non autosufficienti, ognuna proprietaria di qualche peculiarità indispensabile alle altre.
Quelle fazioni, di fatto, formavano già una Federazione. Il rapporto federativo era intessuto intorno a simboli di potere dal significato antico. Si trattava d'orpelli in metallo prezioso, spesso d'oro, ed ognuno di quei simboli dominava una porzione di terreno in cui tutti gli abitanti si riunivano per condividere le notizie. Una sorta d'agorà telematica.
Le notizie divenivano, così, patrimonio; avevano valore come se fossero moneta di scambio. E lo scambio avveniva veramente, soprattutto con altre fazioni esterne al piccolo territorio confederativo. Quest'ultime persero presto potere economico perché la moneta divenuta dominante, le informazioni, aveva effettivo valore soltanto se spesa con la confederazione.
Le fazioni esterne furono annesse. Rapidamente.
La confederazione assunse un nome più definito, consono al nuovo status di nazione. Si era ormai allargata ben oltre le più rosee aspettative dei rappresentanti delle associazioni originarie, trasformatesi ormai in Famiglie, in Gentes; la confederazione assunse il titolo, dietro consiglio delle maggiori Famiglie, di Repubblica.
Fu quello un periodo fiorente, denso di novità. Lo spirito della Repubblica era fiero, indomito, non si risparmiava per conquistare nuovi territori con il potere dell'informazione sapientemente rafforzata da algoritmi d'intelligenza artificiale sempre nuova, sempre pronta a modellarsi sulle esigenze del momento.
Nuove conquiste, così, non potevano mancare. Vennero, sempre più consistenti, come valanghe d'elettroni dopo la rottura della giunzione nel semiconduttore. La Repubblica era diventata un enfiato di ricchezze e d'opulenza sterminata. E con questi due germi da decomposizione, venne la svolta risolutiva: l'Impero.
Accadde quando un singolo uomo, gonfio di potere e d'informazioni, riuscì ad impossessarsi del comando. Tutto, in breve, si concentrò nelle sue mani. Egli divenne, per acclamazione delle Famiglie e/o dell'esercito, un Principe, il Principe. E alla sua morte, altri Principi si succedettero su quel trono, chi più chi meno capace, fino a che l'ereditarietà divenne la norma, la regola suggerita e cercata. Nel frattempo, quello che un tempo era una confederazione divenne un impero, L'Impero. La metamorfosi era compiuta, le casse di quello Stato erano ricolme di ricchezze inaudite.
Intanto, i germi della decomposizione crescevano, si moltiplicavano.
Poche generazioni fa questi germi esplosero come un'epidemia. La dissoluzione sembrava la nuova valuta, quella in grado di sostituire l'informazione, l'unica e vecchia storica merce di scambio. Depravazioni da connessione si diffusero tra i tanti possidenti che abitavano l'Impero; paradossalmente, questi erano in numero notevolmente superiore rispetto a chi viveva sotto la soglia di povertà. Contemporaneamente, dalle remotissime frontiere si agitavano nugoli di barbari attirati dal fascino dell'informazione e dell'erudizione; era chiaro a tutti che gli incivili avrebbero fatto l'impossibile per avere accesso a quell'eden mediatico.
Così fecero. Orde di primitivi postumani, urlanti strane icone fuori standard, penetrarono tra le maglie dell'Impero ormai mal difeso. Fecero scempio d'ogni simbolo dell'informazione, si accaparrarono qualsiasi orpello che a loro sembrava rilevante, ed essendo ignoranti, tutto li colpiva. Fu una razzia vera e propria. Fu allora, proprio in quel momento, che da un impossibile bastione d'insperata resistenza uscì fuori un nuovo Principe, con capacità di comando e razionalità dimenticate da secoli. Inspiegabilmente, egli riuscì a convincere quell'orda d'ignoranti a desistere, promettendogli posti non chiave ma certo di benessere all'interno dell'Impero. Contemporaneamente, quel Principe avocò a sé la possibilità di sciogliere quei pochi nodi politici che erano ancora prerogative delle Famiglie; stranamente, queste, compresero con lucidità straordinaria quanto si era arrivati vicini alla catastrofe, e diedero quindi il loro sottomesso assenso, sacrificandosi per il bene superiore dell'Impero.
Il Principe, assunti quei gravi poteri, si clonò - così narra la storia ufficiale, smentita da una miriade di voci popolari e colte.
Da quel momento sull'Impero sembra regnare un'oligarchia di cloni. Ho già accennato al fatto di quanto questa vicenda sia poco nota; molti non sanno chi esattamente governa ora, in quanti, se il Principe originale è ancora vivo o se è stato sostituito da qualche suo clone. Fatto incontrovertibile è che il momento d'angosciosa caduta sociale e politica sembra passato; vaste porzioni di abitanti di questo infinito organismo politico sono soddisfatte della situazione economica raggiunta. L'Impero è un sistema cristallizzato, congelato nel momento in cui il precipizio si configurava angoscioso, da togliere il fiato, forte ancora, però, di un corpo politico e sociale poderoso nella sua forza aggregante.
Si vive, ora, in un delizioso stato di decadenza prolungata; i costumi sono rilassati ma non sfibrati, mentre le arti vivono di questa prolungata situazione di deliquio, quasi si fosse tutti quanti dei vampiri in attesa dello schianto.
Ecco cos'è l'Impero che sto attraversando; lo capisco perfettamente solo ora. Mentre sto guadando questo lugubre, postconnettivo specchio d'acqua.
Il ricordarne la sua storia mi ha suscitato un moto d'orgoglio. Credo d'essere grato a questo Stato di avermi fatto partecipe della sua grandezza, anche se adesso venata fortemente di struggente decadenza. Questo mondo sconfinato, però, mi tarpa le ali. Sono perennemente ancorato ai plug di un cavetto wireless, e gli echi delle percezioni occulte si allentano saltuariamente, lasciando gli alberi spogli come se un virus d'origine bioelettronica fosse stato loro applicato con polarizzazione.
Il traghettatore mi guarda di sottecchi. Mi ha sorpreso assorto nei pensieri, probabilmente ha ravvisato nei miei profili emozionali condivisi i riflessi delle anse che continuano a susseguirsi lentamente, come una presentazione di psicofilm da innesto d'ottima produzione; ascolto, con i sensi alterati, ogni labile bordo emozionale ambientale, e solo di tanto in tanto riesco a ricordarmi che ciò che vedo non è un'emulazione, che vivo effettivamente dentro stringhe di tagliente software.
Un ricordo chiama l'altro, in una definizione di catena irreprensibile. E ancora altri ricordi, fino alla domanda fondamentale: chi sono io, veramente?
Florian. Questo è il mio nome.
Un nome d'estrazione romantica. Mio padre era un cultore d'opere economiche da connessione e non perdeva tempo per iniettarsi nei circuiti neurali istanti di tragedie decadenti classiche, che avrebbe ripetuto più e più volte durante la notte, in un esperimento di sostituzione dei sogni con la cultura.
Mia madre, invece, non era un personaggio rilevante, connettivamente parlando. Fu una figura biologica, ho dei vaghi ricordi che riguardano lei solo per il sostentamento biologico che mi dava; crescendo, le vere lezioni d'apprendimento professionali le ricevetti a sedici anni da una catena di sistemi esperti, a cui mio padre mi aveva affidato per una serie di lezioni pagate extra. Trovai bizzarro che per avere informazioni si dovesse pagare con altre informazioni, ma l'Impero si basava su quello scambio, così rinunciai a capire.
Subii il primo impianto all'età di ventuno anni, più tardi rispetto a molti miei amici. Ricordo un compagno di lezioni già all'epoca ricco di protesi; io, invece, avevo subito soltanto estenuanti sessioni di bagni mnemonici atti ad ammorbidire, modellare e forgiare la corteccia cerebrale in un tripudio di tecniche genetiche a volte contrarie tra loro. L'elasticità mentale di cui beneficiai si rivela, però, utile anche adesso, anche in questo preciso istante, mentre sto osservando i rami di quel salice ondeggiare…
L'impianto dei ventuno anni era di tipo banale. Si trattava d'ultime evoluzioni statiche d'antichi circuiti caratteriali, qualcosa tipo Memorie Genetiche. Non crebbero mai bene dentro di me, forse perché appartenevo ad una generazione troppo progredita rispetto a quelle in cui quei circuiti erano molto in voga. Riuscii ad espellere quegli antiquati chips con molta fatica, mesi dopo, per via ematica e soltanto dopo estenuanti sessioni psichiatriche - avevo frequentissime emicranie.
Mi dotai subito dopo di una serie d'efficientissimi innesti di nuova generazione; ero ormai pronto per la trasformazione verso il vero postumanismo e ogni remora psicologica a modificarmi era ormai superata. Stetti due mesi in clinica e quando ne uscii ero nuovo, a tutti gli effetti. Il ronzio che martellava, però, la mia sensibilità si ripeteva incessantemente ogni cinque secondi, il tempo esatto di ping; ciò mi provocava cali d'attenzione proprio nel momento preciso in cui scoccava l'impulso di controllo. Mi trovavo comunque abbondantemente compensato (come un sub durante l'apnea) dalle mostruose capacità d'elaborazione e di concentrazione data da quegli innesti neuronali.
Intorno ai trent'anni gli innesti, tra piccoli e rilevanti, erano triplicati. Ogni aspetto della mia vita sociale ed anche intima era, ormai, regolato profondamente dai clock delle mie schede ad annegamento biologico: esteticamente molto belle, quelle schede di plastica carnale infinitamente piccole, coloratissime, con tinte innaturalmente vivide, si modificavano come cartine tornasole non appena entravano in contatto con campi energetici psichici.
L'integrazione con i sistemi cognitivi dell'Impero divenne massima col passare del tempo. Ora ho trentotto anni, e mi accorgo che la fantasia autoprodotta mi manca, come se difettasse una parte basilare di me - dove si sarà nascosta? Dove risiederà?
Ecco perché io, Florian, ho deciso di tagliare i ponti con l'integrazione estrema. Ho appena finito una dieta dimagrante, così da poter prendere meglio il controllo del mio corpo, e mi sono accorto di vivere interiormente per un tempo maggiore rispetto al passato; ho riacquisito la stima della mia fisicità interiore, parlo con me stesso e con le ombre, a volte, chiudendo semplicemente il contatto con le mie protesi da innesto o lasciandole andare in background, come cognizioni ausiliare da basso livello.
Altre notizie su me sono reperibili in rete. L'intimità che ho avuto con altre anime da banner è testimoniata da informazioni depositate su alcuni siti; con uno di quegli spiriti connessi, una splendida perla oscura, ho addirittura intessuto un rapporto emoconnettivo, un fulgido matrimonio a tempo. Abbiamo redatto un log dei nostri sensi alterati e affilati - mortalità tardo romantiche - lasciandolo andare alla deriva nei meandri di una rete di servizio (potrei fornire l'indirizzo ma miei istanti di mnemonica cancellata sono protetti da password). Non ho amato nessuna donna quanto lei, nemmeno nel mondo fisico; ho sperimentato punte di piacere psichico intimo ben oltre la fisicità carnale, e ora so che il sesso, quello vero, ho sempre preferito regolarlo con dosi di serotonina graficamente variabile, grazie ad uno dei miei innesti.
Florian. Il tardo Cybergoth. Sensibilità decadente quanto l'Impero. Qualcosa in voga anche molti secoli fa, all'epoca della prima federazione.
Guardo il mio nome, Florian, rilucere di caratteri brillanti nella mia mente. Un'estromissione di luminescenze psichedeliche e mistiche, come se un corpo astrale attraversasse il firmamento dei miei sensi, della mia esistenza.
Mentre il nome degrada verso una sensibilità meno grafica, più istintiva, le lettere diventano una paccottiglia informe, si trasformano in grasse escrescenze mnemoniche. La luce diviene verde acida su uno sfondo a perdere; guardo in una trascendenza di compiti e scopro che le rive del lago che sto attraversando si sovrappongono, generando crude essenze ombrate.
Il mondo grida ferito, consapevole che un nuovo medioevo bussa alle porte.
Il mondo è un delirio di perfetta decadenza, lascia andare le cose benevole in uno struggente messaggio d'addio; io ne sono parte, io grido interiormente sfruttando canali telematici, sussurrando che l'angoscia dei cloni si alzerà prima o poi, e l'abisso sarà un delizioso modo di porre fine all'esperienza di condivisione multipla. Presto, tutti torneranno all'isolamento mediatico, tutti saranno in preda soltanto alle proprie paure.
Le fibre ottiche che dipartono dal traghettatore sono intrise d'informazioni di scarto, le vedo depositate nell'acqua come olio combustibile. I cavetti usati sono consunti, avrebbero bisogno di essere mozzati per offrire nuovi piani di resistenza alla corrosione piezoelettrica. Mi avvicino al nocchiero. Il suo sguardo mi offre panoramiche su un universo sconosciuto, inimmaginabile; vi scorgo ogni estensione di servilismo perverso, una sorta di tipologia MIME dimenticata da secoli eppure astutamente attiva, come se fosse dotata di vita propria.
Provo ad inviargli query standard di colloquio informale. Sto molto attento alla soglia del rumore, riesco a tenere i livelli di ascolto sotto al valore minimo psichico, nel campo del subliminale; l'unica cosa che ottengo di rimando è un basso ping, un'icona di debole luminescenza cordiale, un interessato invito a non ripetere più la richiesta: un sorriso di pura formalità lampeggia, discretamente, nell'angolo in basso della mia psiche grafica. Attraverso il palato fisso visivamente, con uno zoom impossibile, da capogiro, la scena e riesco, così, a penetrare nella vitalità selvaggia della laguna che si apre, in questo momento, dinanzi a me.
Terre limacciose. Salici inquietamente protesi verso il terreno, come se non riuscissero a strappare le loro dita dall'appiglio vischioso del magma primordiale. Osservo il debole baluginare rosato del mondo che ho dentro, un preciso e dettagliato universo postdigitale che ha sapore di sintesi elettrolitica - so che questo livello di servizio significa attenzione moderata. Ogni modifica indotta è attentamente ponderata, inserita nello schematico archivio di sussistenza.
Gli alberi sono schierati. Come minacce inspiegabili.
La sola presenza della luna servirebbe a sdrammatizzare il senso di pesantezza che provo, mentre la mia guida si affaccenda in sostituzioni rapide di software di navigazione. Credo stia soltanto avvicendando la paginazione di mapping, questo riesco a capire dai suoi movimenti di logiche cerebrali; capisco che egli possiede vecchie protesi non aggiornabili, non in grado, quindi, di garantirgli un'autonomia estesa, non quanto questo lago.
Oltre gli alberi. Una torre. Un unico possente dito di pietra - ora lui indica il cielo, in sovrapposizione d'eventi - ferisce lo spazio, nasconde alcune stelle già invisibili. Sono così lontano dalla civiltà imperiale che nemmeno la certezza di essere in un vasto campo mappabile da onde di localizzazione riesce a far scomparire un concetto, pazzesco concetto che ho in mente da qualche decimo di secondo: dead to the world.
Dead to the world.
… Dead to the world…
Gli alberi sembrano muoversi a tempo, al ritmo delle mie frasi. Non c'è alcun alito di vento. Un salice impazzisce come se qualche entità lo stesse scuotendo fino alle radici. Io rabbrividisco, guardo silente, sono spettrale quanto un pallido moribondo; agisco sui parametri visivi tweaking delle mie protesi caratteriali e cerco di abbassare il livello d'angoscia indotta, proprio come se usassi un flussometro ad azoto liquido. Sento la temperatura interna scendere. Il mio sangue si gela. Cristalli rossicci alla periferia della mia coscienza. Sapore di ferro in bocca, mitigato nemmeno un po' dalla consapevolezza di stare soccombendo ad un attacco d'angoscia.
Sono giorni che non parlo più. Almeno due. Eleganti cavetti neri penzolano microscopici dalle mie prese interne, insieme a dense scintille da conduzione.
Il traghettatore si appresta ad approdare verso l'entroterra di una nuova regione. Il lago è alle nostre spalle, ma proprio per questo motivo egli mi esorta visivamente - lancia messaggi di basso protocollo verso le mie sinapsi più interne, così da non essere intercettato. Il testo esatto della sua esortazione è: "se fino ad ora siamo stati muti, da questo momento in poi dobbiamo indossare una condizione simile alla morte biologica. Stiamo in silenzio emotivo assoluto, non lasciamoci influenzare dal paesaggio. Ogni zolla di terra è imbevuta di metalli conduttivi".
Il territorio è palesemente macabro. Perché egli mi porta attraverso questo terreno così psichicamente pallido?
*
* *
Ho messo un clock da scansione in sottofondo ai miei pensieri, ora. Il suono di un ticchettio da sveglia antica, qualcosa che gli ultimi umani puri utilizzavano per scandire il tempo negli interminabili pomeriggi d'estate, nelle notti vuote d'angosciose solitudini coniugali. Il rumore è un ticchettio meccanico. Lo posso sentire sovrastarmi la coscienza in una cacofonia avvertibile soltanto da me.
Ho bisogno di scandire il tempo, la sua dilatazione sembra essermi insopportabile.
Il traghettatore cammina davanti a me di buoni due metri. Ci stiamo addentrando in una foresta; ignoro dove siamo ora, rispetto alla mappa satellitare. Lui cammina torvo, quasi ad impersonare fino in fondo il ruolo coatto che interpreta, come se volesse nascondersi anche da me. Mi domando sempre più spesso quando comincerò a vedere il filo dell'alba, da quale parte la luce comincerà ad incidere l'orizzonte.
Estraggo da una mia tasca un cavetto polifunzione; i suoi plug sono standard craniali molto usati, così mi avvicino lesto alla mia guida e batto velocemente un paio di volte sulle sue spalle. Egli si volta, così gli mostro rapidamente il cavetto - ho quasi paura che anche quel gesto fuori protocollo sia foriero d'intercettazioni. Il traghettatore sembra capire e permette l'ingresso nella sua porta craniale; con le dita guida uno dei miei plug, mentre io mi curo dell'altro. In breve, dopo lo scambio dei protocolli d'intesa sulla comunicazione, ci troviamo a vedere una breve intro dove cavalli marini in perfetta emulazione di movimento si srotolano nel mare informativo, formato da deliziosi caratteri, intesi a formare il mio nome. In ogni angolo della visione campeggia la stringa "Florian", e la cosa mi galvanizza perché sappiamo entrambi che il basso livello comunicativo ci assicura anonimità e, soprattutto, nessuna possibilità d'intercettazione.
Il mio accompagnatore, con un rapido movimento oculare, si assicura che io abbia isolato la condivisione dal resto dei miei processi cerebrali - vedo un'icona furtiva che si agita, dall'aspetto di un cannocchiale più funzionale che elegante. Finita la verifica lo vedo esprimersi in un florilegio di decadente bellezza, come se fossimo all'interno di un giardino apparentemente curato, dentro uno spazio abitativo che sa di crollo. Guardo le evoluzioni grafiche che egli mi offre e capisco, con guizzi che a fatica riesco a contenere nel recinto cognitivo - mie tecniche software - che lui mi sta offrendo un geniale diversivo alla noia. Io stesso vedo le codifiche tipiche del tedio tendere alla crescita, come batteri da laboratorio, e sono così costretto a mettere intorno ad essi un'altra gabbia algoritmica, costituita dal medesimo software usato per imbrigliarmi.
Sono un castello di cluster autosufficienti, nessuno di loro deve cedere.
In mezzo a quei cluster percepisco le immagini del traghettatore come una bizzarria enormemente colta. Odo un discorso d'antica concezione mittleuropea, condito di filosofia incentrata sulla condizione umana quale succube del fato e della casualità degli eventi; il punto esposto è irreprensibile. I colori dell'esposizione sono deboli non per intensità, ma per polarità: si differenziano dalla notte perché essi emanano un debole segno vitale che, continuo a guardar fuori di me, si perde nell'oscurità, mimetizzandosi. Il diversivo del traghettatore non mi aiuta più di tanto. La tenebra senza apparente fine m'inquieta. Lo esplicito a lui con rapide grafie di sbarramento.
"Va bene così. Ora puoi guardare".
Osservo lampeggiare i caratteri nuovamente verde acido. Il traghettatore non si volta e continua a camminare dritto per la sua strada.
Oppongo un tentativo di chiarimento, stavolta senza farcire il messaggio di grafica magniloquente.
"Cosa significa".
"Cosa significa".
"Cosa significa".
Lascio lampeggiare quel messaggio in più angoli, anche contemporanei, del nostro visore condiviso.
"Stacca pure il cavetto, e osserva mantenendo il tuo regime di cluster a difesa delle emozioni".
Interrompo il collegamento. Il ronzio da uscita lascia cadere dalla mia boccola craniale qualche scintilla non desiderata, che potrebbe tradirci.
Un senso di meraviglia mista a buia sorpresa mi assale.
Siamo nel pieno di una foresta, appendice del giardino digitale che intravedevo prima - così sento. La sequenza di fronde e alberi è serrata, non avrei mai pensato di trovarmi in una tale selva. Osservo gli alberi fino alle loro punte, fino a dove posso vedere - l'oscurità si è addensata, vive. Ricorro immediatamente alla scansione ad infrarossi, così da valutare l'altezza di quei fusti; ho scale millimetriche in aggiunta sull'iride. I parametri mi danno altezze prossime ai trenta metri. Il cuore di fronda pulsa intorno a noi e vedo quanta fatica fa il traghettatore a mantenere una linea di transito coerente; dal suo zigzagare posso arguire che sta seguendo una bussola personale, lo vedo sempre puntare a nord anche dopo aver virato per aggirare alcuni alberi.
Queste piante sembrano antiche. E sono tetre. Davvero tetre.
La loro organicità è particolare. Nel tempo sono cresciute, hanno acquisito molta capacità cognitiva perché hanno assorbito una quantità incalcolabile d'onde cerebrali naturali e artificiali; hanno imparato, da queste radiazioni, a ragionare in termini notevolmente più complessi, sanno ormai schermare con i loro pensieri i nostri. Sicuramente, se qualcuno stava tentando di monitorarci, dentro questa selva vegetale avrà abbandonato i suoi propositi e ci starà aspettando ad una qualunque periferia del bosco.
Il traghettatore si volta. Mi mostra un display d'avambraccio. Delle celle a nido d'ape vi sono visualizzate in disgregazione rapida, lasciando libero sfogo ad un insetto che spicca il volo. Guardo di nuovo il suo volto. Gli faccio un cenno esplicativo di decostruzione, volendo alludere ai miei cluster emotivi; indico la mia testa e lui fa un cenno d'assenso. Riprende a camminare.
Il comando di decostruzione è un poco strutturato. Devo attendere la fine d'alcuni processi prima di procedere agli step successivi; valuto che in un tempo oggettivo di quindici, venti secondi, io possa dare l'ultimo comando d'apertura.
Ed è meraviglia pura, inedita, quando mi trovo libero dalla gabbia.
Gli alberi. Loro. Sono loro la vera fonte della sorpresa.
Ogni pianta ha incassato, nel suo tronco, un visore ad alta risoluzione grafica, realizzato in proprio sintetizzando le proprietà riflettenti e resistenti dell'ovatta di cellulosa. Continuando a camminare fisso, memorizzando in aree cerebrali di comodo, le immagini da loro trasmesse.
Dopo averne immagazzinate quattro o cinque, l'elaborazione in background può produrre i primi risultati. Il discorso riprodotto è frammentato, ma punta ad essere unitario come un puzzle, come un aggregato vegetale di dicotomia che indirizza verso rappresentazioni di spiritualismi pagani; entità soprannaturali sembrano abitare da sempre, o meglio, possedere da tempo immemore i posti chiave delle forme naturali circostanti. Così è per gli alberi, per i corsi d'acqua, per i campi coltivati, per le desolate vette montane e le altrettanto solitarie distese di sabbia desertica. Sono entità che sprigionano da quei luoghi tutte le potenzialità energetiche possibili, dalle positive a quelle totalmente buie, tetre e malvagie.
Sono colpito dai messaggi trasversali che si liberano dai flutti oscuri. Sono costretto a girarmi verso di loro un momento prima che arrivino, al mio livello cognitivo, le loro rappresentazioni d'abisso, come se dovessi dargli quella che vorrei fosse una rapida occhiata e che si trasforma poi, violentando la mia volontà, in una discesa eterna verso il baratro, verso la bruttura dei riti da bassa sapienza.
Non è un solo set di frame che mi colpisce. Ad ondate successive, sempre più incalzanti, altre stringhe d'immagini malevole colpiscono la mia fantasia e mi trovo costretto a seguirle, come riflessi di specchi al sole che indicano il percorso. Smaltire i messaggi è difficoltoso e anche un po' doloroso. Doloroso perché quando lascio decantare le angosce che ho interpretato è come se qualcosa dentro di me non mi abbandonasse più. Uno stillicidio.
È un perdermi piano piano che aumenta in modalità esponenziale.
Questa foresta è un danno per la mia volontà che viene menomata, disfatta come un reticolo cristallino di ghiaccio al sole.
Prima di provare altri gradi di disagio smisurato guardo la mia guida, e con un attimo di paura di troppo la sento soffrire, ispezionare, indugiare per istanti in eccesso tra gli schermi che mostrano fatiche tra i campi di lavoro, istanti di vita arcaica consumata in un dispendio sovrumano di lavoro, di dolore. Ricordi arcaici, d'esistenze precedenti, d'incontri di livelli energetici su cui si vivono due vite diverse. Tre vite diverse. Il presente.
Il futuro.
Il passato.
Un infinito brodo primordiale in cui tutti anneghiamo.
Ascolto le onde psichiche del traghettatore.
Sofferenza. Brusio da disordine. Entropia tendente verso il livello critico. Agenti di un nuovo livello prigoginico in fermento termico, come un'ebollizione vicina alla sua dichiarazione.
Dichiarazione.
L'istante emotivo mi ricorda istintivamente le tecniche d'antica programmazione: dichiarazione di variabili, d'archivi, di stringhe di memoria atte a conservare temporaneamente lotti di dati - eventi caratteriali.
Mi vedo affondare in un dedalo di strade algoritmiche delimitate da paracarri logici; la destrutturazione dei problemi fa sì che ogni singola idea appaia come una stringa relativamente lunga di semplici bit. Ridurre il problema significa vederlo sotto un'ottica diversa, più semplice. Significa riconoscerlo per quello che è solo più tardi, quando la soluzione ne avrà snaturato completamente il suo significato.
Guardo di nuovo il traghettatore. La sua difficoltà si tramuta in disagio fisico, sembra abbia un attacco d'asma e d'improvvisa allergia. Soffre, probabilmente, di uno shock anafilattico, forse i déja vu gli hanno procurato dolori intensi, gli hanno ricordato qualcosa che non doveva.
Ma, allora, perché siamo in questa selva? Perché abbiamo abbassato gli schermi di difesa psichica, subendo questo spregevole attacco?
La preponderanza della mia domanda diventa dirompente. Riesco a rompere la sequenza di disagio destrutturandolo, non comprendendolo ma lasciando andare come aree di flush dinamico e indipendente.
Mi avvicino alla guida. Gli poggio di nuovo una mano sulla spalla. Il continuo evitare fusti, rami e arbusti disorienta anche i sistemi di navigazione autoctoni. Inserisco di nuovo il cavetto in me, in lui.
Oltre i ripetuti messaggi d'autenticazione dei protocolli e di benvenuto, chiedo alle interfacce esperte se devo predisporre nuovi cluster di copertura; la risposta arriva con un tale lag che comprendo di dovermi preoccupare sul serio della sanità mentale del mio interlocutore. Gli suggerisco le mie stesse tecniche di decompressione psichica indicandogli le coordinate logiche per costruire stringhe d'interpretazione rapida. Lo vedo apprezzare il mio suggerimento.
Lui cammina più lesto, come se la coltre di paranoia si stesse diradando lentamente.
Aspetto ancora qualche istante, penso di osservare i suoi colori mentali come rivelatori dello stato d'angoscia. I miei percettori sono in un'esaltazione tale da far lavorare al 98% ogni mia protesi da innesto.
Il traghettatore è sollevato, finalmente. Mi guarda affaticato. Una clessidra si materializza nel nostro visore condiviso. Sta prendendo tempo e forze perché ha capito che gli voglio parlare.
Ma non ha più tempo.
Il suo corpo è percorso da un momento torcente; il volto è attraversato da ghigni di dolore puro, assoluto, e tutto dura meno di un attimo. L'istante successivo egli è a terra, irrigidito in una posizione d'assoluta innaturalezza. È morto…
Mi avvicino. Lo tocco. È morto. Ancora caldo ma morto, il suo cuore non batte più. Anche i suoi parametri vitali, che filtrano come proprietà aggiuntive nel nostro collegamento, indicano la sua estinzione.
La connessione con lui è ancora attiva e posso ripercorrere nei miei archivi temporanei la sequenza degli ultimi suoi secondi. Colori accesi, ma dal panico. Una ciclicità assolutamente sgradevole di tinte forti, dal rosa al viola, alternati secondo un codice di criptazione che mi è chiaro; la guida sperimentava la consapevolezza finale, il flusso vitale gli si andava stringendo in gola, mentre il cuore schiantava con un rumore sordo dentro le sue orecchie.
La paura di un momento interminabile, in cui qualsiasi tua azione precedente assume il peso d'anni.
Il nulla assoluto di una vita spesa alla ricerca di certezze materialiste si risolveva in vecchi messaggi DNS di mancata risposta. Egli era morto tentando disperatamente, con le sue ultime forze, di afferrare le conclusioni di una vita che, inevitabilmente, cercava; morendo, si accorgeva di avere perso soltanto tempo e sensibilità. Credo di aver visto un'ombra di stizza nei suoi ultimissimi transiti elettrici cerebrali. Profonda. Stacco la connessione.
Saturazione.
Deterioramento della mia lucidità. Ora che mi servirebbe, invece, un'esaltazione. Mi stacco dal corpo della guida, lo osservo dall'alto e cerco di decidere cosa fare di lui, cosa fare di me.
Scruto i suoi vestiti e noto che indossa comodi abiti dotati di multitasche a scomparsa, ricchi d'attacchi adatti ad ogni tipo di protesi. Sono vestiti intelligenti, gestibili per ogni eventualità, ed a lui non servono più. In breve mi tolgo i miei mettendomi i suoi. Mi prendo la briga di rivestirlo. Mi abituo ai suoi.
È un senso strano quello che mi prende, un piccolo fastidio che non me li fa calzare perfettamente; il disagio di piccole escrescenze elettriche vitali, ancora presenti in quel cotone assolutamente sintetico, mi trasmettono l'ultimo pensiero della guida, non impresso nemmeno nella mia memoria temporanea, già degradata: non voglio morire!
Sento quel rifiuto con i resti della mia anima animale, con la mia vera natura umana. Ho un momento di stasi, sono sotto shock.
Che perdura.
Improvviso, il filo dell'alba all'orizzonte spezza la mia catatonia e filtra attraverso alcune fronde meno fitte delle altre, assai rare se mi guardo intorno. Il cadavere della guida giace ad un metro da me, ricomposto nei miei vestiti; ha gli occhi aperti e con un gesto d'estrema pietà glielo chiudo, sussurrando un piccolo congedo colmo di partecipazione. Si sta già freddando, il mattino incipiente favorisce il processo.
Penso se lasciarlo lì o se sistemarlo, appoggiarlo addosso ad un albero. Sono spaventato perché so che ogni istante vitale può essere estratto da un cadavere anche dopo parecchi giorni dalla sua morte; s'interpretano i residui elettrici e, soprattutto, una mistica aurea restante che gli specialisti tecnici da riesumazione non hanno mai voluto spiegare meglio, ma che so essere plausibile. Se scoprono lui, scoprono anche a me. Devo estinguere questa latenza, per questo mi sovviene la consapevolezza che la guida doveva esser pronto ad un'eventualità del genere. Frugo tra le sue infinite tasche, poi ho l'idea di consultare il database che detiene l'inventario di quell'archivio in tessuto. Ci vogliono alcuni secondi di troppo, la mia fretta cresce di pari passo alla preoccupazione irrazionale di non fare in tempo - che cosa non dovrei fare in tempo? Me lo domando negli istanti successivi. Frenesia.
Finalmente trovo. In una sezione di tasche interna, nel pantalone sinistro, accanto al comando per erogare piacevoli zaffate d'aria condizionata, esiste una nicchia in cui è allocato un minuscolo gingillo elettronico esterno. Esiste anche, nel database, una miniatura che lo mostra visivamente accanto ad un elegante datasheet in divertenti caratteri katakana-like. Il funzionamento, capisco leggendo il breve manuale - digito mentalmente man - è semplice: basta passare più volte il riconvertitore cellulare sulla testa, ad una distanza non superiore ai 5-6 centimetri, più volte - non meno di quattro - per cancellare i residui elettrici che formano gli ultimi ricordi e l'eventuale aurea.
Il dispositivo è comodo, me n'assicuro prendendolo anatomicamente nel palmo della mano. La parte inferiore irradia qualche tipo d'onde elettriche ed è proprio quella sezione che va a sfiorare il cranio della mia guida. Più volte.
Ci passo almeno dieci minuti in quest'accurata operazione, che ripeto anche più volte di quanto consigliato dal manuale operativo. Poi, decido che è sufficiente.
Rimetto a posto l'utile tool riconvertitore e sposto il corpo verso un grande albero nei miei pressi, il più capace che trovo. Lascio la salma lì, come se fosse seduta con la schiena appoggiata al fusto, in una posizione da sonno profondo. Poco più in alto uno schermo incastonato nello stesso tronco trasmette momenti baluginanti di percezioni ultraterrene, comprensibili se soltanto si ha l'aurea distorta - momento di sollievo al pensiero che tutti quegli schermi sono accessibili soltanto in reading. Aiutandomi con i traccianti verde acido della visione notturna cancello accuratamente, con un ramoscello lì vicino, le tracce del trascinamento verso il tronco. Do un'ultima occhiata alla scena, poi guardo l'alba che sta salendo. Rimango fermo ad osservare la luce mutare attraverso la finestra tra le fronde. Il ricordo dei racconti letti sulla stella del mattino. Alchimia per principianti, la mia. Devo muovermi.
La foresta è fitta, ancora. A perdita d'occhio, per quanto la possibilità di spaziare con lo sguardo sia molto limitata.
Devo sapere esattamente cosa m'aspetta, ma consultare le mappe satellitari equivarrebbe a rivelarmi. Non conosco il motivo per cui sono qui, non so perché la guida ha voluto intraprendere questo percorso alternativo; il territorio imperiale è troppo vasto per porsi domande sulla sua natura intrinseca, è un organismo polifunzionale, poliforme. Come le immagini che continuano ad irradiarsi dai tronchi degli alberi, lievemente mitigate dal giorno in costante crescita. Il momento del freddo acuto è ormai alle spalle, le ombre sono mutate in oggetti delineati e difficilmente posso provare spavento, ora. Cammino in linea sparsa, cercando sempre di seguire la direzione nord. Il perché, lo sapeva lui.
Nel mentre che avanzo sono incuriosito dalla lista di oggetti presenti nel database della guida: sequenze ininterrotte di plug-in esterni che assumono significati diversi in base al contesto in cui vengono usati; sembra una sorta di alfabeto in grado di comporre un'infinità di parole, il lessico completo di un universo tecnologico denso di piccoli spettri autoctoni, piccoli demoni che vanno avviati o sospesi e che, a volte, reagiscono del tutto spontaneamente a comandi di ordine causale.
Sono stupito anche dalla gran quantità d'oggetti allocata nei vestiti della guida. Essi - molti - hanno anche peculiarità multiverso, non hanno un solo lato d'entrata e d'uscita. Al tatto, tutte le tasche dei vestiti mi appaiono escrescenze malate, danno spessore tecnologico, una vita aggiuntiva a quella che sento pulsare dentro di me.
I simboli imperiali si fanno nitidi anche in questo fitto groviglio organico. Comincio a notarne molti, sparsi in un apparente disordine che contribuisce a districare la ragnatela disorientante in cui sono incappato. Riconosco presto i BitMiliari, pietre conduttive a cui è possibile connettersi per ottenere informazioni viarie. Accanto a questi BitMiliari esistono piccole gabbie di Faraday, comodi accumulatori tenuti in tensione dall'energia biochimica ricavata dal ciclo clorofilliano, molto utili nel caso in cui si abbia bisogno di una fonte energetica d'emergenza per le proprie protesi.
Completa la definizione della terna imperiale standard l'esistenza di un punto d'ingresso nella rete civica statale. Quest'ultimo è utilizzato ogni volta si voglia consultare la burocrazia amministrativa pubblica; il ramo burocratico è tenuto rigorosamente fuori della giurisdizione delle altre reti connettive, l'Imperatore ha saggiamente deciso che ciò che è sotto il suo diretto controllo deve seguire percorsi dedicati. E, infatti, ogni volta che generalmente mi capita di osservare con attenzione scopro il punto d'ingresso - schermato - della rete imperiale. I sigilli olografici apposti all'ingresso dei dati visualizzano sullo schermo craniale dell'utente una serie di parametri invasivi, in grado di leggere ogni informazione depositata nelle proprie navigazioni precedenti.
Riesco a dominare la necessità di connettermi - qualcosa che incide sulla mia volontà, una sorta di bisogno istintivo - so bene che se lo facessi sarei ricondotto immediatamente entro i confini dell'Impero. Posso sempre, però, aderire fisicamente al percorso che i BitMiliari seguono, avere così un'idea della mappatura del territorio.
È ormai mattino presto. Giorno fatto. La luce che mi colpisce è forte e il pensiero del traghettatore accasciato dietro di me, da qualche parte ormai, mi fa rivivere i passaggi spettrali della notte appena trascorsa. L'eco degli sciabordii che proviene dai miei ricordi mi lascia ancora i brividi addosso - quei momenti in cui la potenza notturna si alzava e sembrava avvolgermi modificano le mie condizioni basali.
Cammino. Non posso far altro.
Finalmente la foresta sembra diradarsi; un accenno di luce più intensa s'infiltra sempre più spesso dai rovi e, contemporaneamente, la stessa luce solare la percepisco con uno spettro cromatico diverso: è verdina, sembra avvolgermi in un tiepido coacervo di messaggi sottesi. Provo una vertigine in grado di togliere il fiato. Ogni volta che mi accorgo di questa peculiarità cromatica sono percorso da brividi che salgono da ogni punto della mia pelle fino alla sommità del capo; i brividi sembrano chiudere l'epiglottide, socchiudere le palpebre e smorzare l'intensità del mio respiro. Vivo istanti dimenticati, ne sono sicuro, anche se non so ancora quali. Faccio parte di un impero, ma l'osservazione che sorge istintiva dai profondi recessi della mia anima - ho un'anima, me lo ripeto continuamente da un po' di tempo a questa parte - è che di imperi, nella storia umana, ce ne sono stati a decine, innumerevoli.
Perché sono ossessionato, quindi, da questo Stato? Forse perché ci vivo?
Ho sempre amato le vicende degli abnormi organismi giuridici imperiali. Mi hanno sempre interessato i mostruosi assembramenti d'anime, di pensieri e d'interessi che si sono mossi dentro e fuori tali entità politiche.
Cammino, meccanicamente. Mi accorgo che oltre i tronchi posso intravedere la pianura. Sembra un'enorme distesa incolta, forse una palude disabitata. Ad occhio valuto che in pochi minuti potrei esser fuori dalla distesa boscosa ma, penso con circospezione, prima di uscire devo essere certo di avere pronto un piano che non mi renda visibile al discernimento del satellite.
Conosco la risposta. È la notte la mia unica alleata, come lo era nei secoli precedenti per i fuggiaschi, come lo è stata da sempre per l'uomo nei millenni che mi hanno preceduto. È appena giorno ma devo aspettare le tenebre.
Cerco un posto dove accamparmi in queste ore d'attesa. Posso esaminare attentamente le protesi tecnologiche infilate nel mio vestiario. Il silenzio assoluto comincia a pesarmi.