L'OCEANO VERDE


Il posto ideale dove posso passare le prossime ore diurne è qui vicino. Mi sono accorto che la zona circostante è sormontata da una piccola montagnola su cui si erge un possente albero. Non amo le situazioni dove sono solo ad affrontare gli eventi. Mi sembra di vivere dentro una condizione bizzarra, una bolla di sapone anomala che falsa le percezioni menomando i parametri di certezza; mi appare strano che non ci sia nessuno accanto a me. Il caos quotidiano della metropoli in cui vivevo fino a pochi giorni fa risulta un lontano e pallido ricordo, un agglomerato di sensazioni urbane e di conoscenze approfondite solo con l'aiuto della scansione di onde cerebrali da connessione. Ricordo i volti alle frequentazioni serali, degli avventori del Connect Centre Shop, il luogo di ritrovo preferito da me e da un manipolo d'avventori con cui ho scoperto di avere interessi comuni (Hans, Carl, Jonathan, Judith, Carlotta, Genevieve…) d'elevazione spirituale; c'incontravamo nello stesso luogo virtuale di ritrovo, in rete .rel, dove altre migliaia d'esseri annullano la propria fisicità in nome di uno spiritualismo ritrovato, appena tollerato dagli organismi imperiali.
Questi, gli organi di controllo imperiali, eseguono spesso ping d'integrità referenziale, indirizzandoli verso le regole formali cui ogni cittadino deve attenersi. Fondamentalmente, ogni singolo non deve mai trasgredire la contrattazione d'informazioni, ogni notizia va appresa e diffusa pagando una modesta tassa d'acquisizione e di delibera. La tassa si paga in base alle informazioni secondarie, una sorta di sottobosco informativo che fiorisce accanto alle nozioni principali e genera una selva intricata e affidabile, dove le notizie stesse diventano specie dominanti e la selezione naturale delle verità plausibili falcia naturalmente le falsità. L'organismo giuridico che amministra tale realtà è pura virtualità intellettiva, e senza che io riesca a darne una dimostrazione plausibile riesce a vivere di vita propria, come se avesse passato un livello cognitivo prigoginico in cui anche l'immateriale assurge a potenza vitale.
Con Hans, Carl e tutti gli altri abbiamo sperimentato capacità esistenziali sviluppatesi sullo strato inferiore d'informazioni viventi, quello generato dal volere governativo. La nostra ambizione era, ed è, quella di creare uno strato mistico su cui l'Impero possa costruire una nuova stabilità, anche politica, a cui l'imperatore possa aggrapparsi per cercare di evolvere ulteriormente il tessuto sociale e politico verso un nuovo fondamento semantico. Ma i ping della polizia ci hanno spesso dissuaso dal perseguire tale fine. Sembra che non interessi a nessuno il cambiamento e anzi, l'orientamento dell'Imperatore stesso ci appare come un bieco mantenimento della fisicità contrapposto alla nostra ricerca mistica. In altre parole, l'Imperatore sa che corre il rischio di perdere il controllo totale delle nostre menti, e per scongiurare questo pericolo non ha esitato ad inviare virus autoscompattanti nel circolo .rel, cercando di infettare tutti noi ricercatori spirituali.
Così, il potere sui nostri intelletti è stato rafforzato mediante il versamento d'energie neurali; molti miei amici hanno subito un tale danno aureo che avranno bisogno di anni per tornare ad un livello accettabile di consapevolezza. Altri, invece, sono riusciti a sconnettersi in tempo - come Carlotta e Genevieve - scampando al disastro psichico. Io stesso mi considero un miracolato. Prima che decidessi di andar via da quel caos metropolitano un contrattempo fortuito, un piccolo incidente di rete, mi aveva tenuto impegnato in una connessione secondaria: ero in procinto di entrare nel circuito .rel, quando un'icona impazzita aveva attraversato il mio campo visivo modificato seminando informazioni d'ottimo valore come regalie. Ricordo d'essermi attardato nella valutazione e nella successiva comprensione d'esse, accorgendomi del loro effettivo valore, così da non avvedermi dell'appuntamento che stava passando.
Nel momento in cui mi rendevo conto della trappola della polizia, essa era già scattata ed io non ero entrato nel circuito. Ero fuori, ero salvo.
Ho visto, in quell'occasione, le libere ali grafiche di molti miei compagni affievolirsi in uno struggente volo basso, mozzato, mentre il cielo assumeva le tinte buie di un funereo pomeriggio estivo da tempesta. L'immediata sconnessione dalla rete ha forse evitato la mia identificazione, ma il sospetto deve essere rimasto agli agenti imperiali perché non ho fatto altro, da quel momento, che subire attacchi diretti verso la mia psiche.
Ho bisogno, ho davvero troppo bisogno di sentire qualcosa di diverso dal plafond culturale standard. Il calore psichico che percepisco nei luoghi più frequentati dello Stato non è altro che la capacità dell'Imperatore, o dei suoi cloni, di estendere il proprio dominio con la persuasione, così come nel passato si usava la forza militare: viene fatto di tutto pur di imporre il volere del Principe.
Mi sono chiesto spesso, in questi ultimi mesi, perché sentissi così forte il bisogno di spiritualizzare e, al contempo, di tecnicizzare la mia esistenza. Perché è vero che io sento lo stimolo a non cadere più nel bieco tecnicismo, ma è altresì vero che intendo sfruttare tutte le protesi innestate come supporto eccezionale per la comprensione dei fenomeni occulti.
Il momento di rottura avvenne, probabilmente, qualche anno fa, mentre ero intento in una ricerca ad immersione profonda nella matrice d'orientamento governativa. Quest'ultimo è un organismo granitico, non ha flessibilità e ottusamente sottende all'esecuzione delle bolle imperiali come se fossero emanate da organi divini. M'interessava sapere qual era l'algoritmo logico che lo amministrava. E lo scoprirne l'assoluta stolidità, palese e prevedibile e proprio per questo incredibile, mi scatenò una serie di domande dapprima banali, poi sempre più profonde. Lo scavo del fondale di un torrente, si sa, trascina con sé i sedimenti e aumenta la velocità di percorrenza delle acque; così facendo si scoprono nuove problematiche e, parimenti, i miei punti di vista esistenziali cambiarono con la stessa rapidità con cui gli innesti bioelettronici mi fornivano risposte e panoramiche sempre nuove.
I messaggi che captavo casualmente nelle reti telematiche fecero il resto. Il livello d'aggregazione che raggiunsi era un nuovo punto di consapevolezza, un punto di partenza. Furono gli altri a chiamare me, catturando i miei banner di curiosità, di ricerca e di disorientamento sconfinati nella matrice a loro contigua; Hans mi tese una mano, e alcuni antichissimi simboli esoterici si affacciarono traslucidi alla mia percezione.
Fu, come forse già detto, una folgorazione.
In grado di darmi brividi, anche adesso.
Un mondo si stava schiudendo ai miei occhi elettronici. Il mio desktop craniale fu percorso da un fremito interminabile; ondate d'adrenalina ricomposta in superbe eccezionalità cominciarono a fluire dentro le mie sinapsi, spianando la strada ad una perfetta conoscenza quale io non avevo mai subodorato. Se quelle informazioni fossero state sul mercato il loro valore incommensurabile avrebbe presto saturato tutti i tassi dei cambi e l'economia imperiale avrebbe subito un tracollo, si sarebbe deprezzata tanto da minare fattivamente il potere dell'Imperatore.
Capivo impercettibilmente, ma con la lucidità di uno schiavo psichico della dietilammide dell'acido lisergico, che dovevo serbare assolutamente per me tutto quello che stavo apprendendo all'interno di quel circolo, in palese violazioni dei canoni sociali che governavano l'economia corrente. Ero diventato, anche io, un pericolo per la pace sociale, un sovversivo. Io non amavo, tuttavia, l'ipotesi di guerra civile che si affacciava alla mia coscienza, pregna di tutto il suo orrore latente.
Nei giorni successivi mi trovai ad anelare un innalzamento della mia condizione psichica. Non m'importava di tutte le implicazioni sociali e politiche che ciò comportava, ero nel pieno di una sbandata sentimentale, come se mi fossi innamorato di una splendida donna; un colpo di fulmine. E forse una splendida creatura c'era dietro tutto quel frastuono che martellava le mie protesi. Una donna che mi sussurrava parole incomprensibili, che vedevo anzi, sentivo soltanto determinate volte, senza che ci fosse un'apparente causa precisa e scatenante.
Le parole che lei mi suggeriva non erano tali. Erano suoni fonetici, lamenti, frasi smozzicate enunciate in una lingua strana, straniera o forse arcaica. Ne ero scioccato, ma al contempo galvanizzato, amavo quei suoni e l'intero meraviglioso universo che si configurava dietro.
Durò a lungo, forse delle settimane; io ero particolarmente preso da quel rapporto dionisiaco. Improvvisamente tutto cessò, proprio com'era giunto alla mia coscienza. Ma a quel punto ero maturo per abbandonare davvero la fisicità come unica forma di vita. Ero in una nuova fase d'innalzamento.
Nel frattempo mi ero reso conto che, vivendo dentro uno Stato d'impronta mentale, potevo essere scoperto dalle guardie scelte di palazzo anche durante uno sfioramento a pelle. Quel corpo militare vanta tuttora una tradizione d'efficienza senza pari: è costituito da un numero elevatissimo di reclute, tutte pagate molto bene proprio perché l'unica moneta accettata è quella coniata, spendibile e coincidente - fisicamente - con lo Stato stesso che loro difendono e vigilano. In altre parole, una parte dello Stato è formato da quel corpo speciale.
Capitava - ed è davvero capitato ad alcuni compagni di rete - di essere intercettati ad una distanza non superiore ai due metri proprio da alcuni drappelli di quelle guardie - pretoriane, ecco, ora ricordo il loro nome - presenti in numero a volte esagerato nelle aree di maggiore frequentazione e interesse. L'esame spietato dei processi mentali e di tutto il background che interessava la psiche di me e dei miei compagni d'introspezione ci rivelava, subito, agli occhi degli agenti, come appartenenti ad un tag specifico: pericolosi sovversivi.
Così, dovevamo ricorrere a tecniche di clusterizzazione. Avevamo necessità di costruire delle cellule biopsichiche attorno ai nostri pensieri, un ulteriore occultamento delle nostre conoscenze che tradiva completamente lo spirito su cui lo stesso Impero era cresciuto, fin dai tempi della Federazione originaria. Ovviamente, i pretoriani adottavano tecniche d'investigazione sempre più raffinate e di rimando, noi usavamo sofismi sempre più spinti per nasconderci. Al momento, siamo stati noi del circolo .rel ad aver realizzato una nuova architettura tecnica, che sarà efficace per un tempo che stimiamo non superiore alle tre o quattro settimane. Il solo pensare al tecnicismo di questa contromossa equivarrebbe a rivelarlo, ma forse qui, nel punto dell'Impero in cui mi trovo, il controllo mentale su di me è nettamente minore e inefficace. Forse sono vicino ai confini di quest'enorme Stato, forse oltre la pianura che intravedo, per quanto vasta possa essere, esistono popolazioni più incivili di noi ma sostanzialmente più libere.
Ecco perché fuggo. Ricordarlo mi fa comunque bene, mi rinvigorisce. Mi aiuta ad accettare il passaggio di queste ore isolato nel nascondiglio e a non considerarle, invece, come spreco per la mia conoscenza. Se faccio tutta questa fatica, se fuggo verso il mio interno è perché ho bisogno, quasi fisico, di capire esattamente, il più esattamente possibile, chi sono io, perché mi sento in qualche modo un eletto.
In realtà - continuo a sorridere quando penso in realtà: di quale realtà parlo, di quella fisica o della rete? - col passare dei giorni spesi ad incastonarmi nella ricerca psichica e occulta, affioravano brandelli di miei ricordi che sembravano, sulle prime, pure fantasie da connessione. Mi osservavo perso in atti talmente arcaici da far fatica a comprendere che quelle che vedevo erano state attività naturali per l'uomo antico.
Il lavorare la terra, ad esempio. Avevo improvvisamente delle visioni di me stesso intento nell'immane fatica di coltivare larghi lotti di terreno, con il solo ausilio d'animali da soma. No, nessun aiuto da protesi, nessun aiuto da tecniche ingegneristiche datate, ma solo la forza delle braccia e delle gambe. Mi vedevo preso, altre volte, nel ricordare questi atti arcaici attraverso un filtro intermedio. È difficile focalizzare esattamente quelle bizzarre estrapolazioni ma, in definitiva, mi scorgevo attraverso una lente; ero capace di accedere a ritroso ad un ulteriore livello di lettura. Avevo la netta sensazione di riuscire a ricostruire le mie esistenze precedenti partendo dalla più antica e risalendo piano, con gran fatica, a quelle più recenti.
Fu uno shock comprendere che potesse esistere tal eventualità di ricordare, o forse soltanto immaginare di rammentare. Non avevo mai pensato seriamente alla possibilità teorica e teocratica che la propria realtà potesse svolgersi su livelli successivi e reiterati d'esistenze, fino al raggiungimento della perfezione entropica e prigoginica. Non mi ero convertito alla scuola mistica che professava la reincarnazione ma, devo esser sincero, ne ero stimolato, incuriosito. A quel punto le possibilità speculative sembravano decuplicarsi, aumentare parossisticamente seguendo una legge esponenziale che mi dava il capogiro.
Cominciavo a confondere realtà e finzione. E come al solito, se parlavo di realtà dovevo focalizzare anche il contesto reale cui facevo riferimento. L'unica guida che poteva salvarmi da tale pericolosissima confusione era l'istinto.
È l'istinto.
Anche ora ricordare i tratti di quella follia latente aiuta solamente a modificare il mio livello di sicurezza. Lo indebolisce. Ed ora non posso permettermi di abbassare la guardia in territorio imperiale, anche se sono abbastanza vicino ai suoi confini. La convinzione che se si è nemici dell'Imperatore si può soltanto sperare di morire presto a volte mi attanaglia, sono consapevole che tutto il mondo importante è governato da questa figura ormai mitologica, da un essere cristallizzato o clonato o quant'altro, in grado di estendere il potere anche sulle terre che non controlla perché è talmente potente da riuscire ad allungarsi anche lì, oltre i suoi confini. Questa convinzione, a volte, è insostenibile, è scoraggiante. Ho l'impressione di essere un insetto ribelle in uno spazio aereo dominato da uccelli voraci, numerosi.
Cluster. Da serrare.
Comandi cerebrali di allerta. Sequenze standard ma di rapida attuazione.
Un'icona di fiamme vive si sprigiona nei miei deliri mentali. Lascio bruciare dentro di esse un numero convincente di insegne imperiali. E d'immagini di dissoluzione fisica dei miei giochi neurali nel mio stato precedente alla crisi mistica.
Devo clusterizzare, mai allentare la presa. Mai lasciarsi andare in un pigro gioco dell'autovalutazione.

Chiuso. Serrato in posizione arroccata. La luce del giorno filtra a fiotti. Come in un infinito gioco a scacchi studio le mosse dell'avversario invisibile. Scruto la pianura, quella che riesco a vedere. E la scopro strana.
Il paesaggio bucolico si raggruppa a macchie successive. Alcune di quelle sembrano stese, ciuffi d'erba spazzati dal vento e tenuti bassi dal gran turbinare d'aria; altre, inspiegabilmente se non con la logica delle correnti d'aria turbate da depressioni locali, si ergono ancora fiere, alteri cespi d'erba che nascondono il terreno sottostante. Tutto l'insieme, mi appare come un enorme leggio su cui si palesano grandi libri scritti in una lingua dimenticata. Arcaica.
Eccolo qui, davanti a me: un campo arcaico.
Intravedo in ogni sprazzo a me visibile, qui dalla piccola balza su cui mi sono accampato, piccole ombre traslucide in movimento furtivo e poi trasparenti, così diafane da scomparire come puntinature agli occhi, come piccoli flash particolarmente luminosi che movimentano la scena osservata. È così, penso, che crescono le sensazioni di essere già stato qui. È così che potrei scatenare un'inopportuna crisi di rigetto, d'assorbimento mnemonico, giudicata graficamente dalle mie protesi d'asservimento molto probabile - ne percepisco già le onde anticipatrici - e di grado intenso.
Il primo flutto mi prende, proprio in questo momento, e non posso fare a meno di riversare la testa indietro, con gli occhi strabuzzati come se qualcuno mi avesse colpito con un fendente alla schiena. Visioni di un sito archeologico - fissato nella cache principale del mio schermo craniale - abitato millenni fa; scene di vita arcaica, rurale, rupestre quasi. Gli alberi intorno a me si agitano, senza un movimento organizzato o apparentemente coerente; li vedo piegarsi davanti a me, mentre dietro e ai lati le fronde sono essenzialmente immobili. Mi sento spettrale. Non sono solo; sono insieme al vento, agli alberi e ad un sito archeologico che vedo nitidamente soltanto per brevissimi istanti. Qualcos'altro si agita violentemente, strattonandomi con le sue forze occulte. Non posso identificarlo. Non riesco a dire altro che questa forza è un portento d'oscurantismo, psichicamente forte.
Ombre.
Solo ombre.
Un sussulto al cuore. Il passato spalancatosi è una porzione di un tempo andato che sento mio. Vedo successivi strati temporali appoggiarsi su quello primordiale. Mi accorgo che frammenti intelligibili solo per brevissimi istanti si materializzano alla mia coscienza come un ricordare faticoso, come un ricercare nozioni un tempo conosciute e ora semplicemente cadute nell'oblio. Campagne di scavi archeologici. Mi trovo a scavare tra vetuste rovine sotterrate, a ricordare d'antichi patti karmici, a rammentare di Nora; di me, Julian. E così ricompare davanti alla mia coscienza il mio nome attuale, Florian. Che interpreto come se fossi un compilatore in tempo reale, un generatore d'immagini simultanee e associative. Per un attimo la certezza di ricordare più strati di vite precedenti mi attanaglia, come una capsula di sopravvivenza: ricordo il mio passato d'archeologo, che cercava le sue radici scavando nella città dove aveva vissuto in epoca remota; poi, come ogni certezza basata sulle emozioni labili ed interpretative, nell'istante successivo mi demoralizzo in preda ad un'angoscia posteuforica, dove lascio spazio ai peggiori motivi di scoramento, considerandomi solo un povero visionario in fuga dal mondo.
Sono incastonato nel mio castello cerebrale, bastioni di macro costruiti come atto d'estrema difesa. Il punto di ritrovo .rel è lontano anni luce, in questo momento.
L'immagine di Genevieve si ravviva nella mia memoria di transito. Ricordi di quando mi parlava durante le riunioni nella rete rel e mi contrapponeva istanti di delirio assoluto, raccontandomi di un albero contrapposto ad un tramonto rossiccio, pieno, in grado di far risaltare il nero assoluto, malato, che esso conteneva. E ricordi di quando mi chiamava col mio nome antico, quello di uno schiavo, diceva lei. Asseriva che io ero stato uno schiavo imperiale vissuto in catene presso una colonia agricola, morto lì tra stenti di fatica indicibili.
Genevieve, che intravedo anche ora che ha il suo vecchio nome: Nora. O Lucrezia. La scruto nelle vicende rimaste incastrate tra le maglie dello spazio-tempo, come nodi che rimarranno intatti per secoli ancora. Che ritroverò qui ancora nelle prossime mie esistenze.
Sono argomenti leziosi questi, in questo momento. Io sono qui, ad attendere la notte e un'idea che mi permetta di sfuggire al sovrano che non muore, ai suoi lunghi tentacoli. Sono una minaccia per lui, vorrà annientarmi. Controllo fasullo. Ricarica delle scorie da ricerca. Fatica per un nascondiglio non solo fisico ma anche psichico. Desiderio di non essere così solo a raccontarmi. Vivo a scatti, immagazzino macro d'azioni semplici dentro le mie protesi intime che poi esplodono asincrone, come se avessi bisogno d'energia e pause al contempo.
Il campo erboso è sempre lì. Si agita come se sapesse che lo sto guardando. Mi fa l'occhiolino, a volte, e soprattutto non si placa nel suo moto criptato. Ho bisogno di sconfinare per parlare con qualcuno, l'angoscia da silenzio verbale mi assale sempre più voracemente e mi distacca sempre più dalla realtà.
Le prime ombre del crepuscolo - stavolta qualcosa di esclusivamente astronomico - si stanno addensando all'orizzonte. Guardo intorno a me, consulto per l'ennesima volta il database in dotazione ai vestiti della guida, alla ricerca di un inventario perfetto che mi permetta di attraversare le linee di confine. Oltre il campo, me lo ripeto, esiste il territorio fuori dall'Impero.
Oltre il campo c'è un distacco profondo dal controllo totale. Mi sento come se attraversassi a cavallo l'intero Impero, colto da un raptus di follia e di fuga omicida. Come se avessi già fatto quella pazzia in epoca passata. Come se la valenza del viaggio fosse in più direzioni, non solo nello spazio ma anche nel tempo.
Così pensando scopro che non respiro quasi più. Ho accumulato tentativi di espandere i miei polmoni così massicciamente, negli ultimi istanti, da dolermi le costole. So di raccontare ancora, forse per la prima volta in questa singola esistenza, il disagio di affogare nei brividi, nella pelle d'oca, nell'impossibilità di respirare profondo perché un affilato stato di sospensione cardiaca mi gonfia le orbite oculari, le palpebre, fino ad ogni singolo poro del viso.
La notte si avvicina. E con essa i bagliori elettrici della ionizzazione del cielo. Le infinite scariche d'elettricità di scarto, che s'innalzano dall'inquinato territorio imperiale, arrivano fino alla sommità della ionosfera, quasi fino a lambire le pareti carnali di metallo dei satelliti. È uno spettacolo moderno, postumano. È uno spettacolo che nessun bambino di quest'immenso Stato si sognerebbe di perdere la sera, prima di addormentare le sue piccole protesi craniali ormai native, perché occultate nel tenero strato della corteccia cerebrale.


*

* *


Il flusso ondeggiante di verde spento è tutto intorno a me, con la sua fisicità estrema odorosa di sofficità.
Finalmente le tenebre erano calate, con tutta la loro lentezza istituzionale, ed io ero potuto scendere dal mio trespolo di vegetazione e terra, primordialmente opposti alla mia natura corrotta da tecnologia e carne.
Mi era sembrato di entrare in mare: la stessa identica percezione del freddo, di quando si assaggia per la prima volta la consistenza climatica dell'acqua, raggomitolandosi su se stessi per lo shock termico. Quell'acqua era aderente, i fusti dell'erba erano così alti tanto da accarezzare le mie membra, e anche ora mi sembra di affondare dentro quella bizzarra sensazione iniziale di shock termico.
In alto, proprio sopra alla mia perpendicolare, il debole bagliore lunare inonda ora di luce fake le mie azioni. Cerco di seguire una linea retta, e l'unica cosa che posso fare è andare dentro un istintivo solco verde acido tracciato prima di scendere in questo mare; ho, infatti, semplicemente scaricato una mappa della zona e l'ho elaborata disegnandoci il nord ideale. Poi, estrapolandola dal cluster mentale in cui l'avevo trattata, ho interrotto di nuovo il collegamento con il satellite, sperando che quella minima interazione non fosse stata notata dalla vigile polizia pretoriana.
I miei passi sopra la terra soda. I miei passi estesi sopra un terreno che nasconde emozioni. Sarà forse il fruscio degli steli d'erba, ma io ho i brividi addosso. Il vento mi suona dentro le orecchie e mi racconta alcune storie bizzarre; odo soltanto un ciclico rumore che accarezza il mio udito senza che nient'altro l'accompagni. Eppure, nei brevi momenti di silenzio, credo di ascoltare singulti vocali, frasi smozzicate altalenanti, puri suoni senza significato compiuto che trasmettono brividi intensi fino alla radice dei capelli. Non respiro, in quei momenti non respiro e gli occhi mi si gonfiano. Nuoto in un oceano emozionale e scateno flash visivi che rimangono a lungo impressi nelle mie memorie temporanee visuali. Comodamente le rielaboro istanti dopo, nei momenti di pausa elettrica del cervello, e scopro immagini fugaci di villaggi arcaici, esattamente come dovevano ergersi nello splendore del loro periodo migliore - la popolazione affaccendata in attività rurali arcaiche, volti noti, déja vu imponenti.
Studio, con elaborazioni da media priorità, il percorso che sto seguendo, cercando di comprendere se la mia prospettiva verde acido è coerente. Il tracciante ha accanto iconcine a forma di numero, in aggiornamento, che indicano lo spazio da percorrere approssimato al meglio dei dieci metri. Appaiono tremila e ottocentocinquanta metri. In linea retta ho ancora tremilaottocentocinquanta metri da percorrere. I visori infrarossi che ho attivato - due piccole fotocellule magistralmente incastonate negli spazi liberi della presa craniale - mi mostrano una scena baluginante, che tremola nel buio possente che è alle mie spalle. Solo ogni tanto qualcosa sembra animare le tremolanti immagini, e insospettito - forse impaurito - decido di osservare ciò che accade dietro di me, realizzando un'altra piccola finestra nel mio desktop craniale.
Il clima è, però, piacevole. La temperatura notturna scende rapidamente e lo stimolo a farcela in fretta pungola spesso. Ho stimato che mi ci vorrà almeno un'ora, ancora. Ignoro esattamente cosa troverò oltre questo mare verde. Ho notizie frammentarie di popolazioni che vivono sotto la soglia di civiltà minima.
Il concetto di civiltà minima è stato definitivamente fissato quando fu rilasciata la versione 3.5 della definizione. Quello che effettivamente è citato in quel protocollo ormai vecchio di trenta anni è risolutivo: è considerata soglia minima di civiltà la capacità di discernere le peculiarità del programma da installare nelle proprie protesi da innesto, all'interno dell'involucro carnale. Il protocollo d'intesa raggiunto tra l'Imperatore e le rappresentanze delle lobbies produttrici di software, soulware e hardware planetarie - non più di cinque - definiva "involucro carnale" la propria persona fisica. Nulla è menzionato, nell'intesa, riguardo alla psiche e all'anima, un concetto questo caduto in disuso con l'esplosione della materialità applicata alla fisicità.
Ebbene, le popolazioni che vivono oltre questo mare verde sono genti non troppo abituate alle protesi bioelettroniche; certo, le indossano anche loro, non si può vivere senza ormai, ma non così massicciamente come usiamo noi abitanti dell'Impero. Inoltre, nel circuito rel sappiamo che la psichicità, in questo mondo di confine, è importante; lo abbiamo appreso sbirciando relazioni dei loro circoli alternativi, non allineati, abusando di funzioni collaterali alle esecuzioni satellitari dell'Impero.
Qualcosa balza dietro di me.
È stata una visione fugace, come se puntinature perse nel fruscio visivo della notte si atteggiassero a piccole star del mio mondo immaginario. Osservo attentamente dietro di me, ingrandisco ed aumento la definizione delle finestre che guardano dalla mia presa craniale, utilizzando degli shortcut mnemonici - una mia creazione da tool di comodità. Vedo soltanto delle striature luminose, come se dei pixel volessero sfruttare l'effetto fosforescenza sul mio stesso visore. Se avessi dato retto alle pubblicità da background - ultima modo nell'Impero - avrei potuto farmi impiantare degli efficacissimi monitor biologici in grado di emulare perfettamente, per empatia, la visione naturale delle pupille, anche di quelle artificiali. Invece sono qui, in una difficile situazione di buio contrasto, a cercare di capire con antiquate protesi visive cosa si muove dietro di me.
Esatto: cosa si muove dietro di me? Lancio piccole urla indescrivibili, incomprensibili nel loro senso compiuto, dispiegate ai quattro venti fino a dare un senso d'angoscia pesante, ricche di poesia struggente. Cosa si affolla verso le mie orecchie, riempiendo il vuoto lasciato dalle frasi del vento, in macabra compagnia?
Ho di nuovo i brividi addosso.
La luna sopra di me è diventata meno luminosa, oscurata da veli di nuvole.
Un percorso archeologico mi vive sotto i piedi, accanto, intorno, dentro, e mi racconta ancora, senza interruzione, del tempo passato. E di Nora, Lucrezia, Aurelio, Julian… Ricordo le parole senza senso di Genevieve mentre lasciavamo il centro rel quella sera, la sera in cui sentii che la fisicità da connessione non era più tutto nella mia vita, che non poteva rappresentare ogni mio aspetto intimo; lei sussurrò parole in forma liquida, sensazioni visive che mi presero come un groppo in gola. Così vidi alzarsi da lei macchie di nero e, dandole baci intensi, sentii i suoi denti affilarsi in un parossismo carnivoro, come se fosse pronta a farmi a piccoli pezzi. Ecco, disse, ora hai cominciato a capire cosa significa esattamente psichicità. Lì per lì credei di capire, scambiando il senso d'infatuamento per nascita interiore, ma ora comprendo molto di più, dando a quel senso d'infinito psichico il giusto valore: la connessione con le forze arcaiche che sono in me, in ognuno di noi umani o postumani.
Duemilanovecentocinque metri.
Non ho più la cognizione di cosa mi è davanti, dietro o di lato. Credo di essere nel centro esatto del mare d'erba. La mappa craniale sembra confermare la supposizione.
Un vago senso di panico aleggia nel fondo della mia psiche, incoraggiato, foraggiato da paure ataviche mai del tutto sopite, un antico retaggio che animava i miei avi nel cuore delle notti buie, nel centro di una palpabile situazione di disagio interiore in cui ogni anima sembrava lasciata in balia degli eventi spiacevoli. Ondate di spleen.
Ondate di disagio che solo i più bravi letterati riuscivano a trasmettere con la scrittura, prima che fosse inventato il metodo di condivisione del software emozionale - una volta nativo. Io ora ho quel disagio. È profondo, inesplicabile. È l'essenza della paura che mi sto sforzando di non enunciare, di tenerla sotto controllo tramite inibizioni della porta emotiva a cui queste informazioni giungono. È come se mi drogassi con dei bit in grado di placare demoni in ascolto su quel socket. È esattamente così, aggiungo con un effluvio di pathos corredato da splendide immagini di conforto - si ricorre ancora alle canoniche donnine nude, in realtà strutture di costrutti avanzatissimi composte di parti anatomiche in cliché personalizzati.
Il disagio è originato sempre da quelle figure appena enunciate dietro di me, sembra di osservare un pennello elettronico su una superficie traslucida che riflette su entrambi i lati del vetro sintetico.
Cammino, cerco di camminare e basta, come se fossi in apnea. Non devo dare nessun tipo d'attenzione agli eventi esterni, il mio scopo prioritario ora è giungere oltre il confine, e prendere contatto con quelle genti. Come se attraversassi a cavallo l'Impero, mi ripeto di nuovo, continuamente.
A cavallo attraverso l'Impero.
La reiterazione mi scatena una pletora d'immagini antiche, soldati dell'Impero Romano in marcia verso nuovi territori di conquista; verso una rivolta da sedare. Li vedo maestosi nella loro corazza, avvolti nel mantello porpora che gli copre le spalle, nel loro fiero cavalcare; vedo i campi di battaglia macchiarsi di sangue, a fiotti, e sento remotamente il clangore delle armi, le urla e gli ordini, la disperazione di percepire la morte in agguato. Il richiamo alla preghiera verso gli dei, i loro lari. La preghiera per tornare a casa da trionfatori. Ricchi. Rispettati. La speranza di una carica pubblica dignitosa per dar lustro al proprio clan. La famiglia.
Roma.
L'esilio. Lontano dai propri affetti. O forse volutamente lontano da Roma perché ogni affetto è stato estirpato, con la forza. La fuga come unica sopravvivenza. La speranza di vivere o sopravvivere lontano dalle grinfie dei potenti di Roma. E io sono un fuggiasco, che cerca di vivere la propria esigenza interiore lontano dalla persecuzione, come se fossi un paleocristiano…
Ho origini romane, la mia anima è già stata lì millenni fa, pochi istanti fa. L'analizzatore di spettro emozionale produce log logorroici sui miei sensi in piena alterazione da funzionamento; molte stringhe risultanti hanno al loro interno - grep mentale modificato - la parola Roma. E poi Julian, preceduto nel sort rapido da Aurelio. Tutti nomi che ricordo esser affiorati dai miei trascorsi psichici. Come se stessero vivendo proprio in questo momento e interloquissero con me, interattivamente, in un parallelismo comunicante fitto, intrigante.
Esistono con me, quegli iati. E io con loro. Sullo stesso piano energetico.
Il mare d'erba m'inghiotte, con poesia stordente. Il contatore di distanza è sceso a duemilacinquecento metri. Sto andando rapidamente, anche se ho la sensazione che lo scorrere del tempo si sia rallentato. Il pensiero, per un attimo, va al traghettatore che mi ha permesso di arrivare fin lì. Un ringraziamento postumo. Che forse prima non gli ho fatto. Un dovere morale. La sua anima molecolare persa in un segmento stellato, sopra di me.
Continuo a camminare pensando all'Impero, all'antico Impero, alle popolazioni di frontiera, a carezze ricche di formicolii intensi, ai miei passi sopra la storia, dimenticata, troppo facilmente dimenticata. Solo ora mi ricordo d'essere affetto, di tanto in tanto, dalla sindrome monocromatica. Come in questo momento, quando guardo - non nel mio visore craniale - le puntinature della notte aggredirmi sotto forma di grossi ceci bianchi, una visione chiamata buio a grani, fastidiosa perché non possiede la qualità dell'alta definizione.
E così osservo intorno, con occhi nuovi questa scena che attraverso. E mi accorgo di sentirmi in pieno flusso imperiale, come se fossi stato intercettato nonostante le mie clusterizzazioni cerebrali.
Dura pochi istanti la spiacevole sensazione. Quando scompare la visione a grani bianchi e neri - i farmaci da esposizione hanno subito preso il sopravvento, rilascio da time out - mi ritrovo di nuovo solo, in preda ai singulti esoterici di una pianura angosciante e antica.
Canto. Antiche nenie come se mi accompagnassi con una lira. E l'impressione di sentire voci che intonano cori dietro e intorno mi lascia stupefatto; strabuzzo gli occhi, li chiudo, mi piego su me stesso come se qualcosa mi soverchiasse e io non potessi far altro che annichilire, lasciando il campo alle forze psichiche.

Ti amo Lucrezia. Ho scelto di vivere l'eterno presente, del nostro alto istante, in quest'angolo d'esistenza sospesa. Aurelio. Il mio nome. Un florilegio.

Sto valutando la distanza rimasta. Sono mille e cinquecento metri, circa. La linea del tracciato s'infila dritta attraverso gli steli - tiene conto anche dei piccoli avvallamenti - e m'indica il percorso più breve, come se ogni dato fosse stato preso da una mappa militare. La pressione psichica di questo sito mi prende, a volte violentemente; cerco di resistere alla tentazione del panico, ma faccio davvero fatica, in certe occasioni, a non svenire. L'assalto alla roccaforte dei miei ricordi, occultati da strati secolari di nebbia, comporta l'intaccamento - visivo, proprio sul livello monitorabile del mio desktop craniale - di riserve psichiche che mi permettevano di non essere così sensibile.
La distanza, estrapolo con un rapido calcolo della sezione matematica, può essermi emozionalmente letale. Le immagini in sovrimpressione, provenienti dal nulla buio dietro di me, assicurano una capitolazione entro breve tempo, perché un balletto di fosfori addensati si contorce continuamente nel mio visore, lasciando tracce in dissolvenza e forti impressioni di struggimento.
Vorrei, semplicemente, essere già arrivato oltre quest'ossessionante oceano.
Vorrei, ancora, aver già abbandonato le sponde di quest'Impero che angoscia con le sue regole connettive.
Vorrei, infine, essere in colloquio con qualcuno; le schermature mentali a cui mi costringo degenerano i miei rapporti interni, come se tutto collassasse verso un buco infinito, buio, denso, catatonico.
Il desiderio che la fuga sia finita mi prende come un turbine, un parossistico crescere di strati uno sull'altro dove ogni slide si configura come un sommarsi verso l'unità dei livelli precedenti. Stratificazioni di desiderio.
Stratificazioni di desiderio. Come un'eco mi torna indietro in riverberi la considerazione mentale che ho appena fatto. E tutt'intorno risuonano i movimenti fosforescenti di ombre inqualificabili, sottili.
Milleduecento metri.
Ho volutamente nascosto il cronometro. La sensazione d'Aurelio, di Lucrezia mi riempie di densa angoscia felice. Ogni volta che ci ripenso, o che sento arrivare la sensibilità verso quel tempo antico, provo un infinito turbamento, delle vertigini accentuate che si riflettono nei gangli nervosi del mio essere corrotto. Mi diverto ad osservarne le interazioni con le mie protesi, spesso risolte in un protocollo sconosciuto non interpretabile; so bene che, se ogni giorno fossi esposto ad un tal eccitamento emotivo, presto i miei trapianti nella carne viva saprebbero far tesoro dei loro errori e riuscirebbero a tradurre, al mio elaboratore innestato, i significati reconditi di queste attività, tanto da piazzarli come una comune finestra sul mio desktop.
Sono a meno di mille metri. In lontananza vedo qualcosa che buca il buio.
Sagome oscurate, poggiate - sembra - su dei rilievi. Osservando la mappa posso riconoscere le balze come naturali, ma non riesco a comprendere cosa vi sia stato edificato sopra; mi volto in modo da porgere le mie protesi craniali verso il punto d'arrivo. Così facendo sono preda degli interminabili istanti d'alcune ombre che si agitano nell'oceano d'erba; trasalgo nel mentre che si attivano programmi di riconoscimento edile sui miei visori.
La risposta è quasi immediata. Su quelle balze sono state erette recinzioni in legno, di fattura grossolana ma massiccia. Possono essere abbattute facilmente da una salva d'armi destrutturanti; ma la vera trappola si cela nello strato difensivo successivo. Nascoste da sensori di mimetizzazione esistono, nel terreno, buche strette e profonde che terminano in un restringimento del loro condotto. Per penetrare nel loro territorio l'invasore deve necessariamente affidarsi a forze scelte di terra, soldati. Che non possono rendersi perfettamente conto dove siano locate le trappole perché, i loro visori d'equipaggiamento standard, non riescono a penetrare la barriera mimetica.
Sarebbe una strage. Migliaia di soldati non riuscirebbero ad uscire dalle trappole in terra. Morirebbero di stenti a trenta o quaranta metri di profondità. Quel corridoio obbligato, che le caratteristiche naturali del terreno hanno disegnato stretto e profondo, è aggirabile solo dall'alto. E non so quali difese queste popolazioni hanno adottato per quell'evenienza. Sono, invece, stupito dalla totale mancanza di confini recintati dalla parte dell'Impero; il nostro Principe è forse troppo sicuro della sua superiorità? O forse non riesce più a curarsi della sua difesa. Le opere che erano state poste lì - nel passato - sono state nuovamente impiegate come materiale di spoglio?
Settecento metri.
Allontanandomi dal centro della pianura ricevo meno sollecitazioni psichiche. Avevo calcolato che sarebbe stato questo il momento in cui avrei ceduto all'assalto delle ombre, dei brividi; mi ritrovo invece in posizione di rilascio, come se il confine valesse anche per le vibrazioni occulte.
Posso correre.
Posso precipitarmi finalmente verso il nuovo mondo. Cinquecento metri.
Dimentico le angosce appena passate e mi sembra un sollevare i pesi e gettarli alle spalle.
Trecento metri.
Rallento. Prendo fiato.
Alcuni uomini scrutano il mio passo. Li vedo ergersi dalla torretta d'osservazione e consultarsi.
L'erba si dirada rapidamente, diminuisce d'altezza e mi scopre completamente alla vista; sembro quasi nudo, ora.

Mi fletto sulle gambe, le mani sulle mie ginocchia. Respiro profondo per riprendere l'ossigenazione: sono uscito da un'impresa titanica. Non tolgo l'isolamento clusterizzato alle mie protesi cerebrali perché sono ancora in territorio imperiale.
Odo rumori di portoni che si aprono, con una diffusione sensoriale distorta data dalla loro inerzia elevata - le ante sono forse in bronzo? In un attimo capisco che è l'Impero ad essere accerchiato, almeno qui. Questo è assolutamente contrario a tutto ciò che si racconta nelle più grandi città dello Stato.
Ormai, però, non m'importa; non più. Mi volto verso il mare verde che ho appena attraversato. Fermo i miei pensieri come in un'emulazione da morte cerebrale. Spazio con lo sguardo in lungo, in largo. Un gradiente assoluto di tenebra forma un muro, e dietro quella barriera un colpo al cuore mi avvisa che lì, lì in fondo c'è tutto il mondo che conosco, che sto abbandonando probabilmente per sempre.
Per sempre.
È un momento d'entropia massima, il salto prigoginico sta per attuarsi.
Uomini vengono verso me con dei cavetti da connessione di soccorso.