IL CONTATTO |
- Cosa fa, lei, qui?
Un uomo possente, sui trentacinque anni circa, mi viene incontro e urla gutturalmente. Non credo voglia essere scorbutico, o indisponente, immagino stia soltanto cercando di fare il suo lavoro.
- Sono… Sono Florian. FlorianTray. Sono un cittadino dell'Impero. Ho volontà di abbandonare la cittadinanza attuale. È… È una cosa lunga da spiegare…
- Può dimostrarlo?
- Le mando un pacchetto autoscompattante delle mie credenziali?
L'uomo di fronte a me rimane perplesso.
- Intende dire via etere? Non sono attrezzato; queste esigenze evolute le soddisfiamo solo in certi Contact Point. Ha qualcosa di più pratico da maneggiare?
- Ho delle icone semplici; basta estrapolarne il testo con comodi tool e…
- Mi spiego meglio: ha dei documenti reali che attestano il suo status?
Stavolta sono io ad essere perplesso. L'istintivo porgere i miei estremi binari, così usuale nell'Impero, qui è mera fantascienza. O tecnologia troppo d'avanguardia.
- Non so, credo di no. Non sono attrezzato per queste pratiche in disuso. Posso trasmettere via radio gli stessi files autoscompattanti? Lei mi diceva che in alcuni Contact Point sono…
- Devo arrestarla, nel frattempo, Signor…
- Florian. Florian Tray…
- Sì. Tray…
L'uomo, un basso graduato di quell'esercito, sta chiamando altri soldati in un codice d'affettata marzialità; sta gestendo quella che lui ritiene una possibile emergenza. Posso capirlo, anche io avrei fatto la stessa cosa, al posto suo.
Vengono verso me un manipolo di militari. La loro divisa appare in dignitoso ordine, rispecchia l'impatto che una società orgogliosa del proprio status tecnoculturale vuole suscitare verso un'altra tecnologicamente superiore. Sembra gente fiera. Gente che non lascerebbe mai il proprio eremo e che, forse, si comporta come i campagnoli di un tempo, orgogliosi delle loro tradizioni generazionali, del proprio piccolo paese. C'è grandezza in questi ordini di pensiero.
- Ci dia i polsi, per favore.
È ancora il basso graduato a parlarmi. Il suo tono tradisce una certa comprensione del mio status. Mi fa capire, con un'occhiata, che non può far altro, è costretto dalla situazione. Lo comprendo benissimo.
- Non si preoccupi. Capisco bene la situazione. Mi permette di offrirle pillole di software gassoso certificato? Può controllarle benissimo con i più sofisticati antivirus, sono soltanto comode comete di dati.
- Non posso accettare, in linea di principio. Durante il servizio non possiamo assumere nessun tipo di stimolanti gassosi, e nemmeno di palliativi cerebrali.
Il suo sguardo tradisce una certa voglia di novità. Lo vedo infilare furtivamente una mano nella tasca, ora impercettibilmente aperta; il suo taschino, mi accorgo, in certi momenti è più vicino alla mano con cui porgo le pillole. Capisco che alla prima occasione posso depositarle lì dentro.
- Va bene - Aggiungo - Nessun problema, non voglio certo crearne.
Mi scortano verso l'edificio da cui sono usciti, e così facendo mi lasciano filtrare dentro un grido di malinconia estrema, rivolto al mondo che sto lasciando. Cerco di analizzarlo in tutte le sue venature d'angosciosa decadenza, e non posso fare a meno di ripensare alle attività da connessione floride, vive in ogni angolo delle sconfinate metropoli dell'Impero; ripenso alle urla elettroniche che si perdono da ogni congiunzione e che lasciano un residuo emozionale nell'aria, come ectoplasmi d'antica memoria.
Ricordo le mie esperienze da connessione violenta, quando in un decimo di secondo una moltitudine d'impulsi informativi si fa strada verso te, lasciandoti disorientato sull'origine dell'input. Le chiamano tempeste informative. Ne ricordo una particolare, esplicativa. Quel giorno ero immerso in una tormenta emozionale di simboli escatologici - semantica violentemente ruvida e istintiva. Immagini piovevano da ogni dove a grappoli di dieci per bit a transazione; guardavo rapidamente le linee che partivano da ogni icona in rapido decompattamento, aperte con grafiche d'attesa raffiguranti meccanismi ben oleati. I colloqui erano estesi a non più di dieci stringhe compatte standard; richiami da hiperlink intessuti di morbida discrezione. Riverberi. Sensazione di scuotimento come di ritorno da una serata a contatto con grossi amplificatori emozionali - i singoli atomi del tuo corpo sono stati sezionati, lasciandoti dolce dolore diffuso - che generano disservizio molecolare da rottura di coesione. Il baratro si apre sotto di te con un atto d'apertura obliquo; il buco è profondo e il budello in cui si cade è liscio, non rettilineo ma con curve di un accentuato angolo doloroso. La comunicazione è col nulla elettronico, un'assenza fatta di silenzio ionizzato in cui ogni messaggio precedente continua a circolare in un'assoluta mancanza di collisione, liberamente, idealmente.
Lo shock provato in quelle occasioni dura per giorni. Lascia storditi con un ricordo d'epifania infinita che tarda a mollare la coscienza. Molte persone si stordiscono senza soluzione di continuità, come schiere di neotossici da eroina connettiva. Qualcosa che si prova solo nelle strade d'ogni borgo dell'Impero. Oltre questo mare verde. Ora nero. Nero come la pece. Che sto guardando con un misto di nostalgia. Di buio rancore: so cosa lascio… So cosa non ritroverò facilmente. Mi sento come un novello cadetto spaziale che sta per essere spedito ai confini della galassia, che è elettrizzato dalle nuove avventure ma è anche conscio che tutta l'usualità tanta odiata gli mancherà. Da star male. Da sentirsi ferito dentro. Per giorni. Un intero periodo della nuova vita a venire.
Passo sotto un arco di legno. Poderoso.
La carrareccia verso cui sono instradato ha tutti i crismi dell'antico sentiero. Vi posso scorgere i solchi lasciati dai carri negli anni, e la polvere che si solleva soltanto dai punti lontani dagli stessi solchi.
- Voi nell'Impero non avete più di queste visioni, vero?
Sempre lui che m'interpella, il primo soldato; ha intuito forse qualcosa del mio stupore e chissà, forse vuol ricordarmi che proprio in quei momenti lì posso depositargli le pasticche dentro la tasca, aritmicamente in apertura vicino al mio fianco.
- Sono… Sì, sono spettacoli che difficilmente riusciamo a contemplare - Dico con un tono di compiacenza, non tanto per farmelo amico quanto per ringraziare sottilmente della gentilezza che egli sta dimostrandomi.
- Questo che stiamo percorrendo è un sentiero la cui origine si perde nella notte dei tempi; portava da un villaggio che sorgeva qui vicino - Trasalgo, con violenza ho eruzione di brividi - verso altre zone abitate dalla stessa etnia. Sembra che qui vivesse un ceppo razziale molto particolare, con tratti genetici tendenti al gigantismo…
Resto turbato da questa breve intro antropologica. Sento le vibrazioni del sito su cui sono appena passato rimbombarmi dentro, con echi e delay mistici. Lui continua a parlarmi.
- Il punto abitato più vicino, qui, è a due chilometri. Tra poco prenderemo i cavalli e andremo verso Lafronds… Non si aspetti nulla di che, e scoprirà che sarà non dico deliziato, ma quantomeno non schifato da ciò che vedrà.
- Non è certo una buona prospettiva, questa, per uno che ha appena abbandonato le ridenti valli connettive - Dissi con una punta di malcelata ironia.
- Cosa si aspettava? Non sapeva che noi non siamo ai livelli tecnoculturali dell'Impero? - Mi sorrideva di rimando, non dando per niente peso alla punta di sgarbata ironia di cui m'ero reso acido protagonista.
- Ha ragione. Ha perfettamente ragione… Mi scuso. Non voglio giustificarmi, ma lo shock del dislivello, sì, insomma, della differenza d'impostazione impatta forte e…
- Non si deve giustificare; probabilmente se io venissi nelle vostre metropoli farei la figura del provincialotto zotico, meravigliato da cose che non sarei in grado di capire. Consideriamo chiuso il mancato sgarbo.
Mi sorride in tono cortese, senza rancore. Lo osservo con lo sguardo obliquo, vergognandomi un po' per la sua signorilità in contrasto con la mia meschinità. Lo ringrazio mentalmente e forse anche con l'atteggiamento del mio corpo.
Eravamo arrivati, intanto, a delle costruzioni molto semplici; dall'odore di sterco potevo capire che quelle erano le stalle in dotazione al drappello di guardie. Me n'ero andato via dall'impero con l'idea bizzarra di farlo cavalcando e ora mi trovavo, effettivamente, a muovermi a cavallo.
- Quanto dista Lafronds?
- Tre ore e mezza circa di cavallo…
- Io non credo di aver mai cavalcato…
- C'è sempre una prima volta, no? - Sorrideva.
Lo guardo perplesso. Cerco di esprimere tutta la mia impotenza, ma memore della figura precedente provo a far buon viso a cattivo gioco; con uno movimento delle spalle faccio cenno che no, non importa davvero, imparerò…
- Io sono il sergente Danny. Danny la guardia, così mi chiamano; in realtà il mio vero cognome è sinonimo di un antico clan locale: Giants - Mi dà una strabuzzata d'occhi, come se mi avesse dato una pacca sulle spalle. Ricordo che sono un prigioniero, e così fisso mentalmente che devo interpretare tutte queste gentilezze come un atto non formale, di cortesia davvero squisita. Una piccola fiamma iconizzata splende nel mio desktop craniale; ne approfitto per chiudere alcune applicazioni non più interessanti (le cam che continuano a mandare immagini di ciò che avviene alle mie spalle, ad esempio).
- Piacere - Sussurro per non farmi sentire dai suoi compagni d'arme.
Siamo arrivati alle stalle. Accanto ci sono gli uffici della guardia di frontiera. C'è un certo trambusto, la notizia della mia venuta ha fatto un rapido giro, anche qui le notizie volano presto; speculo sulla possibilità che loro posseggano apparecchi radio, non penso proprio a nessun tipo di trasporto neurale o di trasmissione via eterea, col corpo sottile.
Vedo l'organizzazione diventare un organismo quasi vivo; sento quegli uomini lanciare ordini impartiti frettolosamente o urla d'assenso. Io sono immobile, le torce sono anacronisticamente intorno a me ed illuminano la scena che sto vivendo come se fosse un sogno ad occhi aperti. Il Sergente mi è sempre vicino, mi guarda con professionalità distaccata e sento che si fida istintivamente di me, ma non può dimenticare gli obblighi militari che ha perché se io fossi una spia potrei fare, adesso, molti danni; mentalmente considero di non aver visto quasi nulla in grado di farmi capire la tecnica difensiva di queste genti.
In breve, un carro è attrezzato per il mio trasporto. Non viaggerò a cavallo ma all'interno di un carro blindato. Spero in piccole finestre ma ho forti dubbi.
M'invitano ad entrare nella carrozza. Con gentilezza, ma in modo fermo, senza possibilità di replica. Lo sguardo del Sergente è impassibile, indecifrabile. Non faccio nessun tipo di bizze e seguo diligentemente gli ordini che mi sono impartiti.
Affacciandomi all'interno del carro ho una strana sensazione di vertigine. Sembra, questo, un vagone assai tecnologico, spogliato di una serie impressionante di gadget a densa utilità connettiva. Noto sui pannelli interni piccoli fori non tappati, presumibilmente esistenti in precedenza per fissare boccole e visori da comodità di viaggio. Forse questa era una carrozza governativa, una sorta di veicolo per far spostare i funzionari di un qualche apparato statale da un punto all'altro del vasto territorio.
La visione in bianco e nero delle cose torna improvvisamente, e mi lascia una panoramica istintiva sull'interno di quel veicolo in grado di illustrarmi, molto più di tutte le intuizioni di cui posso esser capace, i particolari poco visibili che normalmente non vedrei. Questo è un veicolo antico. Appartiene al passato imperiale, nel suo momento aureo. Era un veicolo utilizzato dai funzionari vicino all'Imperatore, dotato di tutte le comodità allora esistenti; ogni singolo angstrom di questo carro era strutturato per offrire panoramiche olograficamente intere del territorio. Ogni tipo d'esigenza da controllo poteva essere esplicata con pochi, comodi comandi.
Rimango stralunato, anche quando la sindrome monocromatica mi abbandona. Il déja vu si allontana, ma ha lasciato tanto materiale psichico da doverci lavorare sopra per tutto il viaggio.
- Salga! - La voce del Sergente m'impone questo passo.
Mi accomodo e altri due soldati mi sistemano sul sedile, mi legano con delle cinghie comode ma inesorabili.
- Stia tranquillo, signor Tray. Il viaggio sarà comodo ma come ricorderà, non sarà breve. Le consigliamo un buon riposo, così sarà fresco per i nostri interrogatori, domani.
La linea dell'orizzonte mostra il filo turchese di un'alba incipiente. Il mio cuore si agita in un crescendo indecifrabile d'emozioni, credo di affrontare il momento finale della notte con la stessa sensibilità che può avere un vampiro verso le prime luci del giorno; rifuggo dai bagliori per la loro mancanza d'intimità.
- Buon viaggio - Finisce di dire il Sergente.
- Grazie… - Sussurro in uno stato di dimessa acquiescenza.
Il rumore della portiera che si chiude mi lascia sgomento: sembra il serrarsi di un enorme portone di ferro sulla mia vita, un doloroso dividermi dall'esistenza usuale, quasi fossi un ergastolano.
L'impossibilità di dormire si manifesta dopo appena cinque minuti di riposo forzato; l'enorme spossatezza che ho accumulato in tutte queste ore mi fa rimanere inspiegabilmente vigile.
Mi sveglio in preda ad un turbine mentale d'enorme portata, generato da pensieri autoreferenziali - in rigorosa osservanza di tutti i criteri di rigore sintattico che ho stabilito e modificato, di volta in volta, nel corso del mio excursus da impianto. Passo indifferente, tramite link, da impressioni del viaggio che ho compiuto, che sto compiendo, a ricordi della mia vita nell'Impero, fino alle aspirazioni che ho in questo periodo per la mia vita interiore. Qui mi soffermo a considerazioni sulla possibilità di interagire con le protesi da innesto e poi, come se scendessi giù per un dirupo innevato a folle velocità, mi concentro su stime per il postumanismo. Con un groppo in gola e il cuore che sussulta mi chiedo cosa mi accadrà. Scosse d'adrenalina. Le vedo pulsare in modalità grafica sul mio quadro di controllo craniale: sono opalescenti, perlacee, sono dei fiotti potenti d'intensità disuguale. Sono ipnotiche.
Non posso dormire. Sono troppo occupato a tessere la tela della mia attività psichica.
Il viaggio sembra, invece, comodo. Ho delle piccole feritoie posticce poste in alto, verso il tetto della carrozza. È evidente che in precedenza tutta la vettura doveva essere dotata di ampie visuali sull'esterno, nonché di visori ad alta definizione posti da qualche parte, non so bene dove; ho la percezione - nitida - di questa vecchia struttura come di una visione che mi giunge direttamente dal passato e che, in un flash di rara intensità, vedo materializzarsi dentro di me, nella mia camera di controllo craniale. Lì sullo sfondo, in un punto imprecisato, esisteva un visore ad altissima definizione; credo fosse già del tipo a bioluminescenza, contenente elementi reattivi biologici, che poteva mostrare immagini dell'Impero come doveva essere secoli fa, nel pieno del suo splendore. Sembra visibile la torre delle comunicazioni tempestata da chips da connessione e immediatamente sotto, una pletora di postazioni per l'uso e l'abuso sul passante. Allargando la visuale, su quel monitor, credo di scorgere ancora lo svolgersi di un aromatico momento di commozione popolare, in cui le madide emozioni di pochi poeti eletti dall'Imperatore erano diffuse attraverso canali psichici, in un tripudio di gioia suicida - dal cielo ondate di nero coreografico, come volute di fumo petrolifero.
La visione termina così, come pezzettini di microfilm sparsi in un mondo psichico che non comprendo. Mi guardo intorno e capisco improvvisamente dove poteva collocarsi esattamente quel visore, ora strappato via. È lì, di fronte a me, dove ora hanno sistemato con tecnica superba un comodo sedile; eppure io riesco a vedere le intersecazioni primeve, i disallineamenti visivi sottili, impercettibili, portati dai lavori di sistemazione successiva. Mi sento come una punta affilatissima, in grado di tagliare l'aria e tutto ciò che in essa è finemente contenuto; mi sento in grado di discernere tutta la trama che ho intorno, scegliendo filo per filo ciò che più mi aggrada.
E allora guardo fuori. Dalla stretta fessura che è stata lasciata per farmi osservare il paesaggio.
È giorno fatto ormai, anche se deve essere ancora mattino presto - consultazione del mio orologio craniale: gli splendidi caratteri neogotici brillano come gocce di sangue verde nel mio disagio psichico, e indicano le cinque e quindici d'oggi, 22 giugno 3427.
Dal moto lineare di questa carrozza posso arguire che la qualità della strada su cui viaggio è buona; non sento scossoni fastidiosi, il moto è armonioso e le strutture ammortizzatici del carro smorzano i pochi avvallamenti; forse la manutenzione di questo territorio non è così pessima come l'immaginavo.
La fessura che dà sull'esterno s'illumina. È un tripudio di colori densi. Le sfumature di un territorio agreste, visto spesso soltanto sui visori elettronicamente esaltati, ora sono lì, assolutamente naturali: ho disabilitato le mie opzioni di saturazione, voglio che questo mio viaggio sia più naturale possibile; pur preda della sindrome monocromatica voglio che i parametri di correzione non intervengano continuamente. Quello che sto cominciando ad attraversare è un mondo più vicino al segmento d'evoluzione precedente al mio, voglio assaporarlo così com'è, a mo' d'integrazione.
Genevieve.
La sua immagine fa improvvisamente capolino nella mia mente elaborata. Il suo sorriso sembra un'icona perfetta estrapolata da un pamphlet pubblicitario. Il ricordo che ho di lei, in questo momento, brucia come un convulsivo sparato a velocità insostenibile attraverso la rete neurale del mio organismo. Sembra dirmi qualcosa d'importante con quel suo sorriso così accattivante; nel trasudo di perfezione non riesco a capire molto, credo solo di percepire sue singole parole che indicano un concetto particolare - passato, vieni da, (visioni inframmezzata da un sorriso enigmatico, che non capisco), il mondo ora appare per… - che tamburella le mie tempie continuamente, in un arco di pochi decimi di secondo.
Intanto ascolto le parole dette ad alta voce dalla mia scorta. Ordini enunciati con una terminologia da basso Impero, ma non tanto basso quanto lo slang che si usa in questo momento storico. Questi uomini usano un curioso modo di esprimersi che alle mie orecchie suona bizzarro, come un linguaggio volgare leggermente stonato; alcuni termini usati appaiono desueti: un lieve fastidio da stridore, ferro su acciaio, da digrignare i denti e accartocciare il volto.
- Quanto manca? - Provo ad interloquire con loro…
Il silenzio, come risposta.
- Scusate, potreste dirmi quanto manca alla fine di questo viaggio?
Silenzio. Ancora. Forse non fa parte della scorta nemmeno il Sergente che mi ha preso in consegna. I soldati continuano a parlare tra loro come se io non avessi detto nulla. È da escludere che io riesca a chiudere occhio, ora. Anche perché il poco paesaggio che scorgo sullo sfondo della fessura è illuminato decentemente dal sole; posso distinguere, così, una catena di montagne che sembrano taglienti, arcigne. Forse, ci sono tracce di neve sulle punte più alte. Forse, qualche parte di quel territorio impervio è sotto il controllo dell'Impero.
L'improvvisa curiosità di sapere se sono tuttora controllato dai sistemi imperiali mi prende. Smantello ogni protezione da cluster che mi schermava al satellite e provo a connettermi a qualche mappa di fattura militare in libera condivisione. Ping di controllo. Tentativi d'aggancio in modalità sicura.
Un suono flat mi risponde. Nemmeno un'informazione di ritorno. Nulla.
Il satellite appare fuori dalla mia portata. Il senso d'isolamento è a tratti insopportabile. I giochi che ho installato nelle mie protesi, come preludi ludici a momenti importanti, non hanno lo stesso senso semantico ora; posso provare ad utilizzarli, ma il solo pensiero che essi diano sollievo al mio alienamento mi sembra assurdo.
Endorfine. Provo a liberarne da alcune sacche poste sotto le ghiandole linfatiche. I comandi di open sono codificati e condizionati da alcune operazioni di coerenza semantiche, allo scopo di non rendere disponibili certe risorse in modo improprio. Devo compilare alcuni moduli e la carica empatica che non ho a disposizione rischia di essere un serio ostacolo.
Uso tecniche di hacking, una volta tanto.
Interpreto il codice sorgente della funzione open come se dovessi destrutturare l'intero processo creativo che ne precede l'esecuzione. Aggiusto due cheap-code in alcuni punti strategici. Do all'insieme una parvenza di coerenza sintattica, soprattutto dal punto di vista grafico - "Anche l'occhio vuole la sua parte", come campeggia in ogni pagina di hacking presente in molte reti, a mo' di slogan da campagna pubblicitaria - e provo ad eseguire.
Attesa, qualche minuto di troppo.
Alla fine la porta della mia percezione si apre. Le macro d'endorfine sintetiche invadono come orde di spermatozoi l'intero spazio che le circonda, in una corsa chimica che scatena piccole tempeste elettriche. È uno spettacolo che seguo nello splendido isolamento del mio circuito interno sinaptico, osservando i legami chimici che si intersecano con le cellule nervose e alcune icone di piccoli sorrisi di beatitudine simulata che si levano per un breve istante, prima del dissolvimento dei banner relativi per gli effetti di un timeout comunque generoso.
Il beneficio ha un sapore alterato, un sale che sa di corrosivo, ma ha un effetto immediato sulle mie condizioni psichiche. L'empatia che cercavo giunge ad ondate irregolari ma potenti, ed è in parallelo con le ondate d'adrenalina che percepivo poco fa - hanno quasi la stessa struttura molecolare, in alcuni nodi cambiano soltanto delle componenti macro chimiche. I richiami al buio buco in cui cadevo prima di entrare nella carrozza - ricordi di connessione violenti nell'Impero - sembrano attendermi da qualche parte, qui di fianco a me.
Il buco è qui, ora. Sembra infinito, spaventosamente infinito. Muove da presso me e urla, urla come un ossesso il suo status di perdizione. Ha da raccontare un intero universo di crolli, di proiezioni nere, di dolore diffuso. Io ascolto. Io subisco. Io assorbo.
Non mi muovo. Chiudo gli occhi.
Spengo il desktop craniale.
Ascolto solo il silenzio catartico procedere in me, come se provenisse da uno spazio interstellare profondissimo, inaccessibile per vie normali.
Do il tempo. C'è una cadenza di rima invisibile, non si sente, non si vede. Però c'è. Esiste. È spaventosa anch'essa perché è germana speculare dell'angusto condotto che ora urla il mio nome in un codice decodificato dai miei sensi alterati, che significa soltanto Aurelio, Julian…
Fa paura.
Paura intima.
Entrano i cori, ora. Cori di voci gravi. Una sorta di litania da bieco rito religioso. Il bisogno d'inverno grida insostenibilmente dentro le mie orecchie, ed è come se fossi ad un'audizione di musica neopsichica, dove le note sostituiscono perfettamente le onde cerebrali del proprio inconscio, diventato a tratti collettivo, in una sovrapposizione d'intenti benefici e speranze che elimina ogni livello intermedio con altre menti presenti: una sorta di dolorosa necessità sociale, in gran voga ora nell'Impero.
Discendo lungo un crinale d'erba scurissima. In disparte dalla luce solare.
L'erba, questa volta, è cortissima, quello che in tempi antichi si definiva un prato all'inglese. Io vi scivolo sopra senza soluzione di continuità, in un perfetto ilare e idiota consenso incondizionato, come se non solo non volessi, ma anche non potessi far altro che seguire questa lingua di terra a perdifiato.
Il crinale, guardando con occhi attenti, lo scopro formato da un impressionante ammasso di codice binario - antiche riserve mai intaccate - in animazione controllata, tanto da risultare compatto e liscio come un'ideale tavola da esperimenti di vecchia fisica newtoniana. Sorrido. Con gli occhi di un trip interminabile.
Felicità chimica. Sintetica. Ma è tutto quello che posso desiderare ora. Il tracciato in discesa mi sta portando lontano da qui, ed io sorrido. Sorrido.
Respiro.
Galleggio su uno strato di nulla, proprio quando il nulla si apre sotto di me, macchiato da enormi nubi gassose perse nello spazio profondo intergalattico. Immense. In grado di racchiudermi in un pugno d'insignificante complessità e di tenermi in scacco per interi eoni, fino alla fine del tempo convenzionale…
Muoio, soltanto un po'.
Ho visioni dell'eternità attraverso una chiave di lettura psicochimica e nulla sembra davvero preoccuparmi, ora, di quello che potrebbe essere il mio futuro, di ciò che è stato il mio passato. Mi vedo coperto da una sottile patina di ghiaccio siderale, fissato in una smorfia ebete di raccapricciante stupidità ilare.
Intento a guardare il nulla dipinto di nubi gassose da esplosioni di supernove, mentre il rumore proveniente dall'esterno s'infiltra subdolamente ma gentilmente dai lati della mia visione, stesa come un panno nero sul presente definito convenzionalmente realtà uno. Le realtà sono infinite. Riconosciute. Per questo c'è stato bisogno di dar loro un ordine numerale.
Un ordine d'importanza, da citare negli atti ufficiali.
Il panno si riannoda lentamente. Comincia ad arricciarsi dagli angoli estremi contagiando, piano piano, anche i lati più lontani dagli spigoli. Ma ci vorrà del tempo. Ancora un po'. Ed io ora posso tranquillamente ignorare tutto il processo degenerativo della mia visione. Ricaccio indietro, quindi, la percezione della fine imminente del mio stato sospeso e cerco di strappare le ultime proiezioni di una realtà che forse esiste solo in me.
La paura, che si era acquattata in un angolo d'onorevole riservatezza, gratta i confini della coscienza con un'insistenza che non può passare inosservata. Le fragranze di un profumo che non riesco a riconoscere sono arabeschi depositati come particelle granulose sulla paura stessa, così da renderla gradevole al tatto. È una tattica da difesa che sconfina nello studio di un attacco vero e proprio, la metamorfosi di un assediato nell'assediante.
Sto morendo, forse.
L'intorpidimento della corteccia cerebrale modificata si presenta serio. La vera icona della paura si propone e si erge con tutta la sua carica d'allarme - Alert. Alert lampeggia insistentemente dentro di me, un invito ad accendere il desktop per controllare meglio il processo degenerativo. Gli angoli della visione sembrano continuare nel loro processo d'erosione e così scopro che molti punti della tela su cui si muovono le mie percezioni chimiche sono consumati, lisi dalla costante opera di ritorno alla realtà "uno".
Decido di sospendere, di chiudere gli archivi che potrebbero danneggiarsi, e di tornare all'usualità.
La tela ha buchi irreparabili.
So solo che ora non potrò rivedere i miei vaneggiamenti chimici. Aver chiuso il desktop significa anche questo, significa non poter riesumare nessun ricordo alterato.
Nessun odore da percepire.
Nulla da trasmettere per induzione, o connessione.
Sensazioni di voci.
Le sensazioni crescono, diventano percezioni sgradevoli.
Credo di riconoscerle.
Sì…
La sgradevole sensazione diventa infame.
I soldati stanno parlando fitto tra loro. Sento altre voci. Sconosciute.
Come se togliessi un velo dagli occhi; guardo fuori della fessura. È giorno pieno ormai.
Siamo fermi, forse in una piazzola. Non ho molta forza da dedicare alle parole per spiegarmi la situazione. Sono in perfetto svuotamento e mi ci vorrà un po' per recuperare la completa cognizione di me. Sono indolenzito, i denti li avverto distanti, dolenti quasi. È la tipica situazione da post estraniamento chimico.
Odo dei passi verso la vettura. I miei sensi sono allertati, ma non reagiscono come dovrebbero in queste circostanze. Sono sopraffatto da un eccesso di stanchezza fisica e crollo sul sedile che trovo, ora, di una comodità infinita. Piccoli, sottili aghi d'indolenzimento campeggiano su ogni singola cellula del mio corpo corrotto. Difese.
Sensorium. Subsanity.
Si apre la portiera della vettura.
Guardo di fuori, abbagliato dalla massa invasiva di luce che penetra dentro il mio loculo. Qualcosa entra insieme a dei fotoni gialli, e un altro colore si sovrappone tanto da rendere la visione verde. È una sensazione che ogni volta mi estrapola dal contesto in cui sono, che ha il potere di pormi su un doppio piano di osservazione senza che l'uno escluda l'altro.
Osservo attentamente lo scenario agreste. Accanto agli uomini che si affaccendano per il corretto andamento burocratico della pratica quale io sono, si leva un ronzio di sottofondo, di natura sovrannaturale. Vedo degli alberi su una pianura rada, anzi, gli alberi sono posti su una piccola collina alta non più di trenta, quaranta metri, e dominano un terreno erboso molto secco, di una brulla compattezza.
- Scenda…
È l'ordine che un soldato mi dà. Non è un ordine secco o perentorio, ma so che non posso far altro che eseguirlo. Non vedo intorno a me il Sergente.
Non bado molto, però, a quello che mi viene detto, cerco soltanto di tenere aperto un canale comunicativo che mi permetta di mostrare una parvenza di presenza. Quello che a me interessa ora, invece, è mantenere spalancato un altro canale, ben più importante e immenso. Quello che mi porta in diretta connessione con qualcosa che è sotto quegli alberi.
Uso ciò che rimane di un mio vecchio impianto di memorie genetiche: la capacità di elaborare una personalità aggiuntiva, push-pull in integrazione. Nel canale percettivo occulto mi vedo portare le mani alla bocca, come se un gas letale stesse aggredendomi; mi sembra di sussurrare a me stesso un "oddio" colmo d'orrore e di meraviglia e, guardando di sottecchi i fusti di quei tre o quattro alberi penso a tutto il nero che da loro trasuda. Come se lì sotto ci fosse un sito archeologico, forse tombe, forse antichi cunicoli usati migliaia d'anni fa che portavano chissà dove.
L'attività psichica in questo luogo è immensa. Sono colpito dal fatto che nessuno sembra accorgersene.
- Ci segua, andiamo verso la guarnigione a guardia di Lafronds - Dice un altro soldato che sembra possedere la voce più anonima e perentoria che abbia mai sentito. Mi porge le sue mani come per farmi capire che se occorre e non collaboro non ci metterà nulla a trascinarmi.
- Che luogo è, questo?
- Scusi?
- No, intendevo dire, qui a Lafronds e in particolare in questo sito, esiste una qualche premessa storica? Sa, io sono appassionato d'archeologia - Domando con un filo di voce, sperando di non essere subito tacciato di spionaggio.
- Sì, qui molti anni fa sono stati fatti dei rilievi. Abbiamo scoperto un'infinità di tombe e di ritrovi coatti per perseguitati religiosi.
- Capisco… Grazie…
Ho solo la forza di chiudere il discorso ringraziando perché, questa volta, sto correndo davvero il rischio di svenire per le emozioni che mi sommergono. Continuo a portare la mano verso la bocca per non soffocare, continuo ad annegare nelle sensazioni velate da una tenda nera, e tutto il calore del mattino sembra diluirsi in un gelo esteso, etereo. Fa freddo qui, intorno a me, dentro di me.
Impazzisco per le coincidenze, per quello che sento vivere tra quegli alberi e lì sotto. La psichicità raggiunge un alto livello d'intensità, e mi fa compagnia.
Come sempre…
*
* *
Lafronds.
Un borgo assolutamente anonimo. Perso nei meandri di una gola asfissiante mostra i rami espansi del suo abitato come rivoli di mercurio su un pavimento diseguale. Dalla collinetta dove siamo guardo le case, costruite con materiali apparentemente poveri; sembra tufo o qualche tipo di pietra friabile presente sicuramente in abbondanza in queste zone.
Guardo i soldati che mi scortano verso la caserma. Verso l'interrogatorio. Varco la porta. I corridoi sono lunghi, le stanze pittate di bianco. Per terra distinguo piccole mattonelle di color ocra, grossolanamente uguali tra loro. Sprazzi di visione in bianco e nero, vedo corpi quasi inerti trascinati verso alcune stanze lì in fondo. Mi sembra d'essere portato da tutt'altra parte, per fortuna. Ho appena imboccato un corridoio parallelo alle stanze che vedevo con orrore aprirsi lì giù. La visione monocromatica va e viene, dissolvenza sugli oggetti che mi feriscono con un doloroso ombroso che assume le tinte rossicce di un sanguinaccio essiccato. Troppo senso di cattiva volontà trattenuta qui dentro. Le guardie non sembrano pensarmi in modo benevolente.
Alla fine del lungo corridoio si apre una stanza densa di penombra. Angusta. Essenzialmente vacua. Arredamento sobrio: tre sedie, un tavolo, una lampada a comando cerebrale d'intensità.
Entro.
La stanza non è vuota. Nascosti in una rientranza del vano si stanno preparando tre uomini; li vedo armeggiare con delle apparecchiature che non conosco. Capisco che sono in colloquio craniale fitto tra loro perché hanno movimenti lievemente convulsivi. Il cranio di ognuno di loro è tempestato da boccole di pronto ingresso. Sono probabilmente dei router a corto raggio, davvero inaspettati in una società che vuol essere così bassamente tecnologica.
Qualcuno dietro di me esegue una pressione sulle mie clavicole, verso il basso. Sono quasi obbligato a sedermi, ma non ho nemmeno interesse a contrastare il loro volere. Mi siedo, ora.
Uno scenario virtuale si apre su tutta la mia visuale, e ogni ambiente riguardante quella caserma, quella stanza e quegli uomini che erano di fronte a me, scompare. Lo scenario è un susseguirsi forsennato di scene movimentate assolutamente rapide. Onde dall'alta cresta bianca spumeggiano in qualche oceano. L'angolo di visuale penetra nel cuore del moto ondoso, in un tentativo estremo di capirne le dinamiche caotiche.
Per un attimo solo intravedo alcuni pesci, disorientati. I pesci sembrano sfuggire alla mia gelida macchina da presa che sta inquadrando il tutto, e si proiettano verso il basso, verso il fondo che appare perso in un profondo pozzo di tenebra. A malapena la telecamera, o l'occhio elettronico di chi mi ha programmato la scena, riesce a distinguere i guizzi basici di quei pesci. Ora non più. Ora il gradiente di buio che si alza da quelle profondità spaventose ha un qualcosa di vischioso, come se un nugolo numeroso d'ectoplasmi si muovesse pigramente con un fare indolente per non destare troppa sorpresa, o paura. Movimenti laterali nel mentre che ci si addentra nell'abisso. Lateralizzazioni di un certo rilievo perché altre ombre, frutto di ben più ardite elucubrazioni psichiche, si agitano con azioni vettoriali tangenziali, adducendo un falso movimento di fuga da me che si risolve in decise mosse d'avvicinamento. Fino a sfiorarmi con le loro estremità affusolate, invisibili, che sanno di gelo sgradevole. Accompagnate da un senso di freddo intenso insostenibile che si dirige dritto, senza possibilità d'intercettarlo, verso le meningi, le sinapsi delle decisioni, la corteccia cerebrale e ogni area sensitiva del mio corpo. Fino a penetrare nei recessi più intimi della mia anima e della struttura cerebrale alterata dell'umanità che possiedo. Fino a far lampeggiare, in quell'oscuro e primariamente gelido universo senza forma, un banner esplicito dove compare la stringa "goal" redatta in caratteri neogotici.
A quel punto, il senso di profondo sgomento si espande come un'epidemia contagiosa in tutti gli anfratti del mio organismo. Sento cristallizzarsi ogni singola molecola del mio corpo, una sull'altra, in un lentissimo propagarsi così lungo da poter raccontare ogni contaminazione molecolare con i tempi dilatati di un film stile antica Hollywood. La cristallizzazione lascia, dietro di sé, un ben fornito campionario di variopinte ipotesi d'aggregazione composto di macro; ogni macro è un'idea elementare uncinata ai tentacoli di un'altra idea affine. Blocchi d'emozioni congruenti. Blocchi su blocchi, fino a costruire un reticolo di barriera corallina di base cognitiva.
Mi accorgo, dal mio orologio craniale, che è passata una quantità di tempo notevole. Qualcosa del tipo "novanta ore soggettive a singola sezione organica". È com'essere stati anni interi, tanti, in un campo di concentramento psichico. Un blocco granitico grava sulla mia coscienza, sulle articolazioni delle membra. Il gorgo non è più sotto di me, nemmeno intorno a me; il gorgo, l'abisso, è parte integrante di me, io sono una sottile e fitta molecola di tenebra. Io sono l'abisso e penso in quei termini.
Mi accorgo che ragionare in questo stato psicofisico è diverso dall'approccio usuale. Mi accorgo che ogni azione ha un'ergonomia diversa, un preambolo diversificato che si risolve in molteplici punti di vista, come se fossi un organismo superiore. E il buio, ora, non sembra più freddo. Appare dal nulla un cortese invito a sciogliermi ulteriormente con esso. A diventare un magma incandescente di follia primordiale, un brodo in cui le sostanze organiche primeve si possano riorganizzare in un nuovo ordine cristallino. Dove le leggi della chimica organica terrestre possano essere soltanto un'alternativa possibile, non esclusiva.
Mi sciolgo.
Mi diluisco senza alcuna remora; oserei dire che lo faccio con una gioia quasi inconcepibile nei normali modi umani. Posso ancora riconoscere parti di me in libera fluttuazione dentro il gorgo; posso riconoscere i riflessi grassi delle mie proteine e anche additare la luminescenza data dalla debole resistenza psichica che ancora opera qua e là - resistenza all'amalgama. Resistenza al gorgo che non deve avere più senso. Non può più averne. Io sono la pace primordiale. Io sono il buio sovrano che esiste prima ancora dei primordi.
Io sono…
Un monumentale ammasso d'informazioni. Sull'Impero. Sulla mia vita. Sulle mie esistenze psichiche.
Prima ancora d'essere psichico sono organico. Sono un incredibile fonte di conoscenza sulle abitudini quotidiane di un periodo storico dell'Impero. Sono un archivio prezioso. Sono Florian. Florian Tray. Fuggito dalle grinfie di un mondo troppo materiale. Troppo rivolto alle problematiche essoteriche.
Io sono corpo, certo. Ma anche anima. Io sono anima in crescita; sono un tripudio d'esigenze esoteriche, di ricordi latenti, di verità semisommerse. Sto cercando soltanto di cambiar vita sfruttando gli innegabili vantaggi che la mia natura semiimpiantata mi concede, che non rinnego, ma anzi esalto auspicandomi verso la conoscenza assoluta.
Tendo all'assoluto, se dovesse servire sono anche disposto a sottomettere il mio organismo alterato. Potrei anche sublimarlo, sacrificarlo alla mia anima. Ai ricordi affinché diventino vividi. Palpabili. Vischiosi. Ectoplasmi.
Ectoplasmi.
Volontà rimaste in formato energetico perché non dissolte, non soddisfatte. Oppure perché troppo potenti. Nodi gordiani in grado di resistere all'usura dei secoli. Dei millenni, anche.
Millenni. Bui. Come questo gorgo in cui mi sono sciolto. Tempo, quindi. Il gorgo è formato dall'enorme ammassarsi del tempo. Io sono parte del tempo. Io sono il tempo. E posso leggermi, contenere ogni singolo evento senza pormi limiti.
Tempo.
Qualcosa mi afferra.
Sono sconcertato. Qualcosa mi sta trasportando in un processo inverso verso un punto che non riesco a vedere. Gli occhi, quelli dell'anima, sono abituati ormai a questo gradiente di tenebra. Intorno, il buio è costante, ma sento un risucchio verso l'alto. Fino al punto che qualcosa comincia a schiarirsi. E le vibrazioni grasse di proteine animali si ricompattano piano verso un assembramento di molecole, sempre più grandi, sempre più organizzate e finalizzate. Un fine che mi sembra di conoscere molto bene. Dissolvimento della pace buia. Dissolvimento della perfezione catartica, prima dell'ancestrale. Sino a che il buio totale comincia a sfilar via, i piedi vi erano immersi solo un momento fa.
Piedi…
Vedo tutto il mio corpo nella sua forma umana. Perfetta. La forma perfettamente ricostituita. L'abisso è parecchio sotto di me, ormai.
Vedo la cima delle onde. Sopra di me. E il rumore della risacca. Sempre più vicino. Visuale delle onde, parzialmente da fuori. Ora sempre più fuori. Soltanto fuori.
Onde bianche. Spumeggianti.
Visione d'angoli accartocciati, dapprima impercettibili poi in modificazione sempre più accentuata, in riavvolgimento su se stessi.
Qualcosa sta ricomparendo velocemente.
Una stanza.
La caserma. Gli uomini in piedi, quasi immobili davanti ad un macchinario. Lo stesso macchinario che ricordo di aver visto dentro la stanza in cui mi avevano portato.
In cui sono.
Mi guardo intorno stordito. Non riesco a capire, ancora.
Poi ho un dubbio. E il senso di pace interiore sfila via dall'estasi per recarsi verso un brusco risveglio, una sorta di cattivo risveglio dopo un bellissimo sogno. È come se uscissi da un coma profondo e scoprissi di avere avuto un brutto incidente che mi paralizzerà a vita. Una pessima, davvero orrenda sensazione di essere stato spremuto fino all'osso. Così mi guardo più attentamente intorno. Sullo sfondo della stanza scopro alcune di quelle guardie che mi hanno accompagnato qui dentro. Le guardo con profondità.
Comprendo.
Sono stato, semplicemente, interrogato.
- È così? - Domando.
Qualcuno di loro non mi guarda, fa finta di non avermi compreso. Altri appaiono un po' imbarazzati, come se già sapessero di avermi trascinato via da uno splendido paradiso amniotico. Il ricordo di quella splendida e prolungata epifania è ancora profondamente radicato in me.
- Ditemi, mi avete interrogato. Non è vero? Abbiate il coraggio di rispondermi.
Silenzio. Imbarazzato. Di molti.
- Sì, l'abbiamo interrogata. Avevamo bisogno di sapere chi è lei intimamente. Perché è qui. Quali scopi ha. Il nostro sistema non è così sofisticato come quello imperiale, come ben sa, perciò dovevamo comprendere. E questo è l'unico modo che conosciamo per capire. Ci scusi. Sappiamo d'averla portata in un posto indimenticabile…
Non rispondo. Ho appena la forza di pensare, nemmeno di annuire. Sono ancora immerso in quella stordente bellezza dell'anima pura e incontaminata in navigazione dentro il tempo, e so che mi ci vorranno parecchie ore per riemergere decentemente da quei flutti.
- Noi ora sappiamo che possiamo fidarci di lei. Ci scusi, se può.
Modi polizieschi per chiedere scusa. Da secoli immemorabili quei metodi d'indagine e d'inganno non cambiano mai. Ricordo di aver letto su alcuni vecchi supporti di quelle stesse, identiche tecniche, pur se non così tecnologicamente avanzate. Alla fine possono arrivare le scuse, ma quelle giustificazioni hanno il sapore della beffa.
- E ora? - Dico.
- Ora lei può circolare all'interno del nostro intero territorio, quando e come vuole, signor Tray.
Un altro shock da comprensione.
Sono riuscito nella mia impresa. Ho abbandonato il territorio imperiale. E ora sono oltre i confini di quell'ossessivo Stato.
Sono libero di tendere verso l'infinito.
Sono libero di usare i miei apparati da impianto.
Sono. In altre parole ho la possibilità di essere. Di Essere.
Di Essere…
Lo sguardo fuori della caserma di Lafronds è un colpo d'occhio che assume tutto un altro significato rispetto a quello che ho dato prima di entrare.
La distesa di costruzioni a chiazza di mercurio mi appare ora un po' più sensata. Respiro aria che mi sembra più pura, più mia.
Osservo i volti dei soldati con altri occhi. Li percepisco con un diverso livello di Sophia, qui tutto sembra trasudare conoscenze che nell'Impero non sono nemmeno tollerate. Nemmeno enunciate pubblicamente.
Un po' più in là, in disparte, vedo un volto conosciuto. Danny Giants. Il Sergente che ha, per primo, avuto fiducia in me quando sono entrato in questo territorio.
Ci guardiamo, un attimo solo, senza sorrisi o enfasi. Lo ringrazio inviandogli stringhe in caratteri festosi verso il suo indirizzo fisico, quello dove agiscono le coordinate che corrispondono al punto esatto dove si trova. Non mi risponde. Nulla di rimando. Flash. Capisco.
Gli lancio un semplice sorriso d'intendimento. Nulla di esageratamente ilare. Nulla che ecceda oltre la misurata soddisfazione mia e sua.
Il sole è molto alto nel cielo. Probabilmente è mezzogiorno, forse più.
Rumori di scalpelli artigianali battono dentro la mia testa. Il ricordo della precedente epifania in fondo agli abissi marini mi stordisce ancora un po' e ho bisogno, di tanto in tanto, di toccare alcune parti del mio corpo per riallacciare il contatto con la giusta realtà.
Mappa del satellite vuota, non pervenuta: così lampeggia insistentemente nei led craniali a formazione carattere. Guardo giù, verso il paese, e poi intorno.
Devo scegliere la strada da percorrere, ora. Ma prima ancora devo capire come potermi muovere.