LA NUOVA TERRA |
Lafronds è un brulicare di genti di molte etnie. Donne coperte da veli anacronistici, bambini vestiti d'arancione, uomini con turbante e altri dalla carnagione scurissima, completamente rasati: questo è soltanto un piccolo campionario della babele umana che è parte vitale di questa città.
Le costruzioni, come ho subito notato, sono ammassi fatiscenti di pietre morbide, facilmente erodibili. Sono basse, al massimo di due piani e in ogni appartamento sono stipate una quantità impressionante di persone; credo che la densità media di questo posto sia una persona ogni tre metri quadri.
Sono preoccupato per l'aspetto sanitario. Nell'Impero quest'importante particolare è parte integrante del pacchetto di parametri che misura la qualità della vita. Molte malattie, nello Stato, sono state debellate; difficilmente qualcuno si ammala di qualcosa che è derivato direttamente dai retrovirus, quali quelli che hanno sconvolto le società civili centinaia d'anni fa. Ora ogni malattia ha un codice genetico a barre, che si trasmette insieme ai virus perciò è facile individuarla e combatterla, anche se assume le caratteristiche di una variante del ceppo originario - ogni variante è tracciata facilmente perché ha insiti gli indirizzi primevi e il percorso che compie durante la mutazione.
Qui a Lafronds, invece, molti abitanti sono sotto la brutale minaccia di malattie sconosciute, virus sfuggiti al controllo delle autorità sanitarie locali che sperano, molto empiricamente, di debellare di volta in volta i vari focolai spargendo calce fresca negli angoli più sudici delle strade. A volte, incredibilmente, l'espediente sembra funzionare (l'ho saputo collegandomi furtivamente ai network locali: non ho potuto resistere alla tentazione perché io sono, fondamentalmente, un connesso. Ho ancora intatti gli artifici cibernetici e il prurito di sfruttarli per accrescermi spiritualmente fa parte del mio scarsamente scaltro manifesto interiore).
Nel complesso, posso giudicare quest'agglomerato come un dignitoso passo indietro rispetto alla megalopoli disseminate nel territorio imperiale: come se mi ponessi da un punto di vista temporale anteriore di circa trenta o quarant'anni, proiettato nei territori di provincia anziché nelle infinite calche urbane. Non ho mai sopportato la vita di paese, ma questa volta ho una motivazione in più per farlo.
Nel frattempo, l'impellenza di pensare ad una sistemazione per la notte comincia ad occupare tutta l'estensione del mio desktop craniale. Il sergente Giants mi aveva dato l'indirizzo di un buon albergo - decente e pulito, mi aveva detto. Dalle mappe urbane cerco di trovare riferimenti dettagliati che mi aiutino a ricavarne la locazione; ho a disposizione soltanto indicazioni fugaci, purtroppo il Sergente non è stato in grado di darmi altro che labili indizi, quali un emporio all'angolo di una via di scarsa percorrenza e un NetShop di infima frequentazione che ha come insegna un cartellone di materiale plastico, direttamente ricavato da mezzi militari indecorosamente finiti tra le grinfie di commercianti di calce truffaldini.
Trovare un posto per dormire con quei pochi parametri d'indagine sarebbe troppo anche per i motori imperiali di ricerca wireless; ora potrebbe essere un'impresa addirittura improba per quelli di Lafronds. Forse dovrei chiedere a qualche passante. Nel frattempo interrogo le utilità online e continuo a camminare, anche per tracciare una mappa personalissima che terrò sempre pronta nei miei circuiti innestati, come backup se le risorse centrali locali dovessero andare in overload.
Non è facile. Non si trova nemmeno un indizio valido nella rete cittadina. Girare tutto il centro abitato è gravoso, perché Lafronds è sì limitata, ma non è certo un piccolo borgo. Tutte le costruzioni, inoltre, si somigliano, e localizzare l'albergo non è agevole.
Finalmente.
Un beep indiscreto segnala l'aggancio di un parametro di ricerca. La rete civica ha finalmente risposto positivamente alle mie query.
Hotel Infrared. Questo è il nome del posto suggeritomi da Giants. In allegato c'è il percorso che devo seguire; ci sono anche i dettagli delle facciate della costruzione, con annessi altri particolari che menzionano i livelli successivi d'edificazione e ogni suo aspetto architettonico. I relatori della scheda hanno riempito tutta l'annotazione d'inutili precisazioni e di dettagli così insignificanti che il tutto appare come una pubblicità kitsch, una sorta di volantino lasciato girovagare per l'etere di Lafronds, come se qualcuno mi desse un foglietto di propaganda mentre cammino.
L'Hotel Infrared non ha comodità particolari. Oltre alle microspore ad aria condizionata d'estate e calda d'inverno non esiste praticamente altro, se si esclude la possibilità di usufruire di servizi igienici ad orientamento di calore, in grado di posizionarsi ergonomicamente seguendo soltanto l'ondata di calore corporeo. I prezzi fissati mi paiono buoni e si può pagare pure con il desueto denaro contante; anche le transazioni craniali sono accettate come se si fosse in un qualsiasi punto dell'Impero. La differenza tra le due nazioni c'è, si vede, ma non è così abissale.
Intanto che m'incammino verso l'Infrared, evitando anche l'uso dei mezzi pubblici, studio con un po' più di calma e serenità gli abitanti di Lafronds. Sembrano, molti di loro, intenti a seguire un percorso mentale interiore indecifrabile. Hanno quasi tutti gli occhi bassi, li hanno coperti da tecnologicissimi occhiali da sole ad alettatura variabile, in grado di captare le frequenze dell'ultravioletto ad una velocità di polarizzazione elevata: una sorta di tecnologiche pupille feline, indossarle significa avere uno spettro visivo molto esteso, col vantaggio di non ricorrere a nessun intervento tossico da impianto. Ciò significa che molti di loro si chiedono cosa esiste nello spettro visivo non percepibile. Significa che molti, mentre osservano, elaborano considerazioni di carattere esoterico, quantomeno non ortodosse, non filomaterialiste. Certo, tra questi ci sarà anche chi afferma che ciò che esiste nel mondo dell'invisibile è coincidente con ciò che è visibile, che perciò non c'è motivo di affannarsi in costruzioni di mondi paralleli, occulti, esoterici; a tutt'oggi, d'altronde, non esiste nessuna legge fisica in grado di sconfessare l'uno o l'altro argomento, la differenza la fa soltanto la propria convinzione. Così, guardare questi cittadini camminare con lo sguardo basso, con il profondo convincimento dipinto sui loro lineamenti che qualcosa li sta accompagnando, costituisce una fonte inesauribile di brividi. Leggo perfettamente quelle convinzioni, tutti o quasi hanno gli stessi atteggiamenti posturali che ho io - camera craniale che mi osserva da fuori - quando mi sento in compagnie di ombre.
L'atmosfera che si respira qui è psichica. Più sto tra questa gente, più m'immergo nel loro flusso mentale; mi sento coinvolto dai loro stati d'animo. Qualcosa trascende la loro fisicità ed impregna ogni oggetto che li circonda - case, mezzi di trasporto, negozi… Loro non parlano volentieri, eppure sembrano capirsi al volo, come se colloquiassero attraverso i canali dello spettro ultravioletto. Sono felini.
Tutti.
Sembra davvero, questo, un paese di gatti. Grossi. Mi sembra di vivere in un racconto di buio esoterismo. Atmosfera surreale. Alcuni arabeschi tracciati sui muri da mani ignote potrebbero avere un significato occulto, magico, comprensibile solo agli iniziati di questo strano posto.
Hotel Infrared.
Eccolo. Finalmente.
Sono state accese le insegne bioluminescenti da poco. Il far della sera ha attivato le reazioni dei piezofosfori contenuti nell'insegna lì in alto. Divertenti icone animate, in grado di proiettarsi in 3D sullo scomodo ma indistruttibile ciottolato, disegnano una sorta di percorso obbligato, quasi un antico gioco dell'oca su cui una spirale porta verso la porta a soffietto d'ingresso dell'hotel.
Mi diverto a seguire quella spirale che s'ispessisce verticalmente, man mano che procedo verso l'ingresso a soffietto. Suono, con l'ausilio di un comando cerebrale che s'interfaccia con l'apparato ad avviso bioluminescente dell'albergo. Frotte di movimenti strani sono percepibili con la coda dell'occhio, ma la stanchezza potrebbe giocarmi un brutto scherzo. Tuttavia, mi sento strano e intorno, folate di vento incongruente e alberi bizzarramente in movimento, non accordato tra loro, segnalano alla mia psiche nativa che qualcosa d'elettrico, nell'aria, c'è.
Il sistema di prenotazione in dotazione all'hotel è una via di mezzo tra i sistemi tradizionali ed i metodi più avanzati d'interfacciamento cerebrale. Succede, quindi, che c'è un addetto alla consolle che manovra, tramite un primitivo joystick, le macro d'interrogazione craniale wireless; trovo tutto quantomeno inutile, tanto valeva che un dispiego così elevato di tecnologia fosse usato per tutt'altri scopi - l'addetto poteva porre, ad esempio, domande dirette ai clienti. Poi, ragionandoci un momento, capisco che il dono della parola qui a Lafronds è soppesato, lesinato. Capisco che il valore dell'informazione qui è ben maggiore che nell'Impero perché è l'Impero stesso a coniare il denaro informativo e, al di fuori dello Stato onnipotente e onnipresente, l'unica cosa che si può fare è risparmiare il più possibile sulla diffusione di notizie.
Perciò l'addetto è muto. Non parla. Egli mi guarda solo un momento e manovra con sapiente maestria la consolle; tutte le macro usate servono a capire e decidere le azioni da intraprendere.
Mi compare istintivamente un menu a tendina davanti ai miei occhi. Vi è contenuta la lista delle informazioni che servono a soddisfare le mie esigenze. Il risultato probabilistico a me utile è poco più in basso e si traduce in un numero - la camera a me destinata - insieme a rapide indicazioni di servizio, quali il piano e la piccola mappa che mi serve per trovare la stanza. In allegato lampeggia la chiave elettronica univoca, creata apposta per me su dati univoci, codificati come serratura inviolabile del mio appartamento.
- Grazie - Sussurro, quasi con timore.
L'impiegato alza lo sguardo con un moto di timore. Mi guarda, mi osserva attentamente. Un'ombra di disapprovazione compare sul suo sguardo, come se m'invitasse a non parlare più così a sproposito. La dissipazione porta all'autarchia, penso. Per sopravivere una nazione può ricorrere a metodi estremi, e ad un lavaggio del cervello all'intera popolazione.
Decido che non è il caso di replicare, abbasso per un momento le palpebre come per chiedere scusa e m'incammino su per le scale, avendo avuto cura di porre la breve mappa che devo seguire davanti alla mia visuale, togliendomi dalla vista soltanto il menu a tendina.
Infine. Arrivo presto alla mia stanza.
Uso la chiave elettronica che mi è stata data e senza forzare apro la porta con un movimento facile, cosicché la serratura appare come virtualità espansa. Accendo le lampade con un semplice sfiorare l'interruttore che mi è stato suggerito dal link In the room, posto in basso a destra della mappa catastale.
Subito l'ambiente è invaso da una luce avvolgente, fredda eppure amichevole. I mobili sono pochi, razionali, ben disposti ed ispirati da un'assoluta ambizione alla funzionalità. Sul fondo, verso il gabinetto, brilla un angolo d'organicità adibito a macchina da cucina, dove elementi biodegrabili rappresentano una fonte di nutrimento alternativa.
Fuori è quasi buio totale. Quasi sera.
Sono stanco, vorrei mangiare qualcosa, ma la stanchezza gioca un ruolo fondamentale e poi, penso, mangiare può ostacolare il processo d'interiorizzazione che sto cercando di affrontare. Stasera non sono per nulla disposto alla fisicità. Comincio a trarre giovamento dall'aver lasciato l'Impero e finalmente, anche il mio corpo comincia a adeguarsi. Sono solo stanco. Mi adagio sul letto.
Socchiudo gli occhi, per un istante. Le luci sembrano andar presto via, girate ad off da un algoritmo d'intelligenza artificiale. Ombre.
Volti.
Gesti d'ordinario splendore. Movimenti usuali di persone indaffarate a vivere la loro quotidianità si agitano davanti ai miei occhi chiusi, proprio nel momento in cui la mia veglia comincia a cedere il posto al sonno. È un territorio di confine, questo, dove si dibattono volti e corpi; è un territorio dove un nonnulla può riportarti allo stato di veglia o può farti precipitare in un sonno profondo senza coscienza. Eppure, ora, in questa landa di confine facce sorridenti o idiomatiche si avvicinano ai miei occhi; non riconosco nessuno di loro, non riconosco istanti di passeggiate su declivi erbosi, eppure c'è qualcosa che potrebbe essermi familiarmente sconosciuto, una bizzarra sensazione che sembra sfuggire agli eoni vissuti intensamente ed ora totalmente cancellati, come se non fossero mai esistiti.
Come se non fossero mai dovuti esistere.
Il fragile equilibrio si rompe, all'improvviso. Il pavimento sotto i miei piedi frana in un assoluto silenzio implosivo ed io non posso far altro che precipitare senza rete, senza atmosfera nelle maglie di un profondo sonno ristoratore.
Sono ancora vestito, me ne rendo conto un attimo prima dell'oblio, ma la fatica di dover aprire gli occhi e di spogliarmi è talmente improponibile che decido che non importa, che domattina, al risveglio, provvederò ad un profondo restauro igienico. Ora non è cosa, devo soltanto recuperare.
Vedo quei volti dissolversi. Vedo soltanto uno schermo nero convesso, ora, verso cui affondo dolcemente dall'alto.
*
* *
Un rumore di mosche che mi ronzano intorno. Tutto il fastidio portato dal loro continuo posarsi, dal provocarmi un solletico malato che disturba incessantemente, mi costringe ad aprire gli occhi sulla realtà tradizionale in un abuso di luce e di mal di testa da stanchezza.
È mattino. Non dovrebbe esser molto presto, ma mi rifiuto di andare a consultare nel mio desktop craniale l'orologio posto in un angolo sempre nuovo, come se occupare le mie risorse cerebrali fosse un futile gioco a rimpiattino. Cerco le mosche. Ne vedo almeno un paio attirate dal mio vestito, quello della guida.
Raccolgo le forze.
Guardando dall'alto del mio piano d'osservazione scruto le persone che transitano in strada, sotto la finestra; osservo la loro vita mattutina che sembra percorsa da un leggero brio in più rispetto al pomeriggio. Passano molti più mezzi ora, lasciano soltanto un lieve frastuono attutito da fasci di fibre ottiche, in grado di immagazzinare il rumore meccanico come fonte propulsiva: è un continuo cane che si morde la coda, soltanto l'innesco è un frastuono esterno in grado di mettere in moto il propulsore. Per il resto, quei veicoli potrebbero andare avanti indefinitamente con un moto perpetuo autoalimentato. Nell'Impero si è giunti, invece, ad un altro livello d'energia propulsiva: si usa la connessione craniale e l'energia telecinetica anche per innescare i propulsori. Questi che osservo ora in strada erano in uso molti anni fa; forse quando nacqui io ce n'era ancora in funzione qualche esemplare.
I volti di ieri sera. Mi vengono in mente come un'improvvisa riproposizione di un vecchio filmato che mi è piaciuto. Tutte le sensazioni a loro collegate rimestano la mia coscienza come un gran calderone su un fuoco vivo. E non mi accorgo. Non mi accorgo delle modificazioni che stanno avvenendo intorno a me. Delle leggerissime crepe che si aprono sui muri, sul pavimento, sulle suppellettili di legno.
Sono fessure. Come rughe su un corpo che invecchia. Che lasciano filtrare il momento intimista di una vita che passa, che non dà più certezze se non quella di un'inesorabile fine, prossima. Osservo attento, attonito perché non capisco cosa sta esattamente succedendo. Dal basso si levano delle voci con toni leggermente isterici e preoccupati. Tutta la struttura dell'hotel sembra percorsa da un processo di disgregazione infinitesimale. Mi dirigo subito verso la porta. Disinnesco mentalmente la serratura e mi muovo velocemente, cercando di trattenere a fatica le ondate di panico incontrollato che salgono dal mio kernel. Scendo le scale. Vedo un concitato capannello di gente, probabilmente tutti clienti dell'Infrared, tra cui riconosco anche il portiere di ieri sera. Arrivo che sta terminando un discorso…
- …perciò non c'è motivo di preoccuparsi.
Cerco di cavalcare l'onda di musicale cacofonia che si alza dalla collettività riunita a capannello. È una sensazione strana quella che a volte mi prende, come in questo caso: è come se ogni situazione, ogni parola io riuscissi a destrutturarla e ad assegnargli una ben precisa forma armonica che risuona particolare, spesso univoca; la sezione d'estro biologico, installata in me non più di quindici mesi fa, sembra pompare in un eccessivo overload che m'indolenzisce le sinapsi prossime a quella regione cerebrale.
Il portiere sembra iniziare di nuovo a ripetere la spiegazione, a beneficio d'altri avventori che stanno scendendo precipitosamente, proprio ora, le scale dall'altra ala dell'hotel; scorgo in loro un'espressione ben più preoccupata della mia - lo so, mi sono osservato in un rimando d'onde visive tramite le mie retrocam.
- È un fenomeno assolutamente normale; la sua forma ripetitiva si risolve in un rendez-vous che impiega qualche giorno a completare il suo moto; sono onde sonore che si sollevano dal terreno e vagano, come se fossero animate di vita propria; se guardate ora potete già scorgere le crepe richiudersi. Non c'è motivo di aver paura, sono qui da anni e conosco bene queste manifestazioni. Io sono tranquillo perciò non c'è motivo di preoccuparsi.
Osservo. Mi guardo intorno. Effettivamente ciò che lui asserisce sembra essere vero. Le smagliature della costruzione sono rientrate e la struttura sembra essersi compattata esattamente com'era mezzora fa. Per un attimo penso all'enorme dispiego di denaro che questo scherzetto energetico costa all'amministrazione dell'hotel, un continuo dilapidare informazioni urlate ad alta voce per evitare un'inflazione di denaro falso. Non è possibile avvisare con qualche stringa reimpostata, nessuno capirebbe il fenomeno se non lo vivesse e anzi, se ne spaventerebbe a priori.
Il territorio fuori dall'Impero sembra, quindi, percorso da fremiti energetici strani. Movimenti che forse si originano dall'energia psichica che sento accumulata qui sotto, qui intorno, che permea le menti degli abitanti di Lafronds.
Ora la cittadina sembra assumere di nuovo le connotazioni di una tranquilla località di provincia. Una provincia dell'Impero, mi viene da dire spontaneamente. Frotte di persone in anonima quiete transitano nelle strade, nessuno pare alzare la voce, nulla oltre cenni di saluto e, soprattutto, nessun segno evidente d'isteria da connessione mancata. Quale quella che sto per avere io. Mi rendo conto d'averla fortemente cercata.
Lo stallo. Devo assolutamente evitarlo. Mi dirigo verso il portiere, lo prendo da una parte e gli parlo…
- Cerco un cavallo.
Mi guarda strano. La mia è forse una richiesta così bizzarra?
- Un cavallo, signore?
- Sì. Cosa c'è di strano?
- Nulla. È solo una richiesta inusuale. Ci vorrà un po' di tempo, credo.
- Quanto le occorre?
- Credo due o tre ore.
- Sono disposto ad attendere. È in grado di trovarmi anche una guida?
- Una guida, dice? Per andare dove?
- Non lo so. Voglio esplorare il territorio. Che dice, ce la fa? Pago bene…
- Il pagare bene era sottointeso. Cerco di vedere cosa posso fare, signore. Le consiglio di attendere nella sua stanza… Aggiungerò al conto anche il costo di questa conversazione.
- Va bene. Sia rapido però. Non sono venuto in questa parte del mondo per passare tutto il tempo in una città così bizzarra…
Mi guarda. Mi scruta attentamente. Devo apparirgli come una sorta d'idiota in cerca di facili emozioni psichiche.
Torno in stanza. Approfitto del servizio di shopping automatico presente nel catalogo elettronico illustrato messo a disposizione dalla direzione. Acquisto un paio di capi di ricambio e, nel frattempo, mando a lavare i vestiti che ho indosso. Il servizio di segreteria cibernetica mi assicura più volte che entro due o tre ore avrò pronti i vestiti puliti insieme a quelli nuovi che ho ordinato. Aggiungo all'ordine un borsone, particolare importante perché mi permette di portare con me beni di conforto quali bombolette di software gassoso - che sto acquistando ora - e questo poco vestiario che avrò.
Devo solo aspettare. Decido di attendere sfruttando una sessione di connessione offerta dall'hotel; sono presenti soltanto una serie di network locali, alcuni dei quali, però, collegati remotamente al circuito rel. Apprendo, così, che le maglie attorno ai navigatori rel residenti nell'Impero si stanno stringendo - icona di un soffocante nodo scorsoio. Molti centri connettivi sono stati chiusi dai pretoriani, e molti adepti non sono riusciti a scappare. Leggo, ascolto i nomi d'alcuni arrestati e così scopro che c'è anche Genevieve. Non pensavo accadesse. Non avrei mai creduto che il cerchio si stringesse così presto, in questo modo attorno a noi. Non avrei mai creduto di sentirmi così impotente nell'aiutare i miei compagni d'introspezione.
Sgomento. Come se avessero reciso una terminazione nervosa con il mio server centrale. Come se tutto il mio passato più recente, quello emozionalmente più intenso, fosse stato cancellato via con un colpo di spugna.
Mi appoggio allo schienale della sedia con un gesto che sa di stanco, con una pesantezza che indica sconfitta. So che non potrò fare nulla per i miei confratelli, loro sono nelle grinfie dell'Imperatore e della sua polizia, e nulla al mondo potrà liberarli se non una grazia personale del Principe stesso. E poi penso a me. Sgomento, ancora. Io solo sembro essere in grado di continuare il percorso iniziatico che avevamo intrapreso tutti noi.
Ho gli occhi stanchi. Improvvisamente mi pesano le palpebre. Sovraccarichi di tensione nei miei circuiti interni, nei miei pensieri spontanei nativi e in quelli aggiunti.
Mi rendo conto di essere fuggito un attimo prima che chiudessero le gabbie. Ho con me quanto serve per sopravvivere. Il destino ha voluto che fossi io il prescelto. Ringrazio ancora la guida che è morta in quello che appare, ora, come un sacrificio liberatorio, come se egli si fosse immolato sull'altare della comprensione, della crescita e della rinascita.
Stacco ogni connessione. Ho bisogno di rimanere in silenzio elettronico per un po', almeno fino a quando non mi saranno state consegnate le cose che attendo.
Ho ancora dei brividi: e se fossi stato tradito dal portiere? E se lui avesse cospicuamente venduto la mia presenza agli agenti imperiali in ambasciata?
Mi rassegno. In quel malaugurato caso non potrei fare nulla: guardandomi mi scopro praticamente nudo. Poi, con una fiducia inspiegabile penso che nulla potrà accadermi, sembro davvero essere una sorta di prescelto per la scalata verso la Sophia.
Mi appoggio di nuovo sul letto, e in un attimo chiudo gli occhi. Un colpo di sonno. Altri volti in rapida parata davanti a me che raccontano brevi clip emozionali con le loro smorfie vitali.
Di nuovo l'abisso convesso che mi accoglie in un sonno denso, come da stordimento acuto.
Sono in cammino. Il portiere dell'hotel è stato di parola. All'ora prestabilita si è presentato alla mia stanza, avvisato da un cicalino elettronico in connessione diretta con le mie sinapsi. Aveva con sé i miei vestiti puliti e quelli nuovi che avevo preordinato, e anche le bombolette di software gassoso. Un luccichio, un'avidità nei suoi occhi aveva il sapore d'informazioni fresche, di denaro corrente a cui voleva avere accesso. Gli ho dato quello che avevo promesso, forse anche di più. Gli ho dato crediti per dati della durata di un anno intero. Apprezzo molto in questi momenti la liquidità che ho potuto accumulare, negli ultimi mesi, dentro al circuito rel.
Sono in cammino. Il sentiero è stretto e porta verso l'interno del territorio. Sono in compagnia d'alberi disseminati lungo il percorso. Io sono a bordo di un mezzo a rumore che scivola silenzioso sul tragitto consigliato dal portiere; non sono stato dotato di cavalli, in effetti, la mia pretesa era sì romantica ma assolutamente inattuabile e incongruente. Vesto tuttora gli stessi vestiti che indossava la guida ed osservo con attenzione le ombre che costeggiano lo spazio intorno a me. La loro compagnia è pressoché costante e sembrano muoversi con un fare sfuggente, come se mi osservassero, come se facessi parte di un mondo alieno, io che rappresento gli altri, io che sono l'eccezione del loro mondo permeato dall'eterno presente. Sono appostate sui rami. Loro che non hanno ancora capito d'essere defunte, loro che scuotono le fronde al passaggio del vento, un po' più forte solo per convincersi d'essere ancora vive. Quelle fronde sono una cartina tornasole. Quelle fronde riesco a decifrarle sentendo vibrare la mia anima. Quelle fronde…
Non so dove sto andando. Volevo soltanto abbandonare Lafronds al suo incomprensibile destino di città di frontiera. Troppi eventi strani, troppi individui che si comportavano in modo eccessivamente bizzarro; non potevo impostare la mia nuova esistenza lì, in quel buco chiuso tra piccoli monti. Ho bisogno di un fine, di un orizzonte. Ho cambiato vita per quell'orizzonte. Nulla al mondo può togliermelo.
Ho bisogno di colloqui. Il tempo passato dagli ultimi dialoghi in rete si fa consistente, troppo lungo per essere sostenibile. Organizzo una sessione fake di confronti liberi, il tutto orchestrato dai miei programmi di regressione psichica che simulano realmente un contraddittorio standard: è una digressione sui temi di pressante attualità, redatta in conferenza connettiva fittizia. Alcuni sostengono che questi siano i primi sintomi di una malattia che porta all'annullamento sinaptico; altri argomentano l'impoverimento della corteccia cerebrale. C'è chi addirittura sospetta una schizofrenia latente da innesto, una sorta di malessere professionale che colpisce chiunque si faccia innestare più di tre protesi aggiuntive neurali.
Forse io rientro in quest'ultimo caso.
Osservo che qui, in questo tratto di strada, il colore dell'erba bruciata dal sole è in commistione con le fronde degli alberi, illuminate da un verde che in nessun periodo dell'anno sarà mai più così intenso. Quel verde richiama alla mia mente le reminiscenze di un passato che non tornerà più, i sudori e le fatiche di una vita passata a governare i frutti della terra; un enorme fascio verde di luce m'investe e mi racconta, polarizzandomi.
A cavallo attraverso l'Impero. Come se questo fosse un percorso che porta verso un lido non perfettamente congruente, un anacronismo che ha sì il suo fascino, ma anche valenze simboliche che mi sfuggono totalmente.
A cavallo attraverso l'impero. Io, invece, uso un mezzo semimoderno a rumore, che mi permette di ascoltare il silenzio che mi circonda con angoscia spettrale, dove ogni ombra mi parla di buio infinito affondato nell'eterno presente.
Ho percorso chilometri in questo stato sospeso della mente. Ho percorso curve, rettilinei, ho vissuto miriadi di emozioni bizzarre in sfioramento crepuscolare. E la sensazione di solitudine è sempre impellente. Unica. Irritante. Un'impressione di scivolare in regressioni successive. I paletti informativi inseriti in questo percorso sono invisibili, eppure presenti.
Accanto alla sensazione di regressione si palesa una percezione modificata. Come se fossi inspiegabilmente ubriaco fradicio. Come se avessi in circolo, nelle vene rinforzate con massicce dosi di silicone ad alto assorbimento tossico, assurde droghe digitali facilmente assimilabili.
Il viaggio tra il paesaggio, mediato dall'apparente alta concentrazione digipsicotropa che ho nel sangue, si fa interessante. La solitudine vera resta una chimera, sento affollarsi delle voci intorno, mentre il paesaggio scorre e tutto il territorio sembra rapito da una velocità radente. Il sapore che ho tra le labbra e dentro la bocca si trasforma senza rapidità, ma inesorabilmente, in sapidità esaltata. Non sono solo. Non sono l'unico viandante attraverso questo passaggio fuori dall'Impero. Molte li vedo immersi in una meditazione addirittura visiva, come se avessero un'uscita video per le loro attraenti modalità cerebrali. Hanno messaggi bizzarri insiti dentro gli algoritmi mentali e sembrano scavare tra tonnellate di macerie virtuali, rovine alte come trincee in cui si rifugiano parassiti totali in cerca d'idee da sfruttare.
L'alcol digitale fake è un concentrato di mattoni visivi. In ogni mattoncino è ammassato l'equivalente di decine esistenze standard. In ogni esistenza si agitano migliaia di link di riferimento, interfacciati in una ragnatela estesa quanto la storia. Posso dirimerne ogni filo, ogni deviazione.
Il ronzio da stordimento si equipara con le proiezioni sinaptiche della memoria dei viandanti. È un assurdo calderone in cui brodi primordiali di sensazioni esistono senza limitazioni e vivono su uno schermo da scenario; confusione di situazioni, molti sussistono in un modo che non è il loro, mentre altri si limitano a seguire l'onda passiva di un sistema caotico che ha le sue regole, sconosciute ai più.
Ed è la campagna circostante a sostenere il ruolo più importante. Lascia liberare ogni molecola rappresa come se fosse parte infinitesimale di un tesoro ineguagliabile. Si vedono chiaramente tutti i singoli luccichii autarchici del luogo perdersi in una visione essenziale, e i viandanti divenire smaterializzazioni dello stesso sfondo. Vedo mutare le molecole. Le vedo diventare altro. L'altro cambiare ancora in altre entità. In breve tutto il percorso che sto percorrendo è pervaso da confuse visioni in continua metastasi, come un tumore maligno che corrode il centro di un'idea da condividere.
Messaggi in arrivo. Sul centro d'elaborazione miniaturizzato del mezzo a rumore. Frastagliature evidenti del tessuto di perfetta elettronica binaria lasciano, però, ben leggibile il testo criptico, che dà prima di tutto un sollievo emozionale; una volta passato lo sbarramento del primo impatto, la seconda schiera di significati è svelata e lascia un tempo minimo d'apprendimento tale da non permetterne altro che una blanda digitalizzazione. Poi, viene il terzo strato, quello che comincia a diventare importante. È composto di piccoli cluster d'autosufficienza cognitiva, che si agitano in un recinto d'esistenza in emulazione abbastanza fedele alle pulsioni anarchiche dei molti individui che ho conosciuto nell'Impero. Sono, sostanzialmente, un elenco di regole non scritte ma visive, puro comportamento vagamente nichilista, dove ognuno è in grado di interpretare con pienezza il senso di abbandono senza regole, dove è possibile riconciliarsi con falsi dettami naturali.
Il quarto livello è uno strato di significati bui. Esoterismo puro che si agita come lingue di fuoco nella notte, quelle che bruciavano le streghe nelle nottate dei millenni precedenti. Sono dolorosissimi istanti di liquefazione, di terribile assenza dello stato di pietas verso le minoranze oscure che soffrono il loro abisso per mano d'idiozie personificate.
Il penultimo strato parte dal centro dei mattoncini visivi e si lascia riconoscere per l'alto livello energetico che possiede. Questo permette un balzo prigoginico verso l'ultimo layer, un momento di paradisiaca comprensione digitale dove semidei di squisita fattura binaria si trastullano in eleganti giochi semantici di natura neoumana. Programmare quelle routines non fu facile, ci vollero molti decenni - ricordo di averlo letto in qualche file secondario. Il risultato rigoglioso si prospetta, adesso, di fronte ad una platea di sensazioni bizzarramente native e ad altre infinitamente pompate di similitudine da contatto; basta soltanto immaginarla, la connessione, e un'orda d'entità figlie di quei semidei si lancia in una profonda disquisizione delle sue caratteristiche, quasi volessero convincere qualche povero postumano della bontà della loro esistenza. Il culto pagano si ripresenta con tutta la sua virulenza: è stato quasi schiacciato con l'aggressività del diritto d'univocità, ed ora lo stesso diritto si è sgretolato sotto la pesante pressione delle informazioni che hanno ampliato innumerevoli coscienze.
Sento le voci. Fonti di verità relativa che bucano tutti gli strati esistenziali per portarmi al cospetto di uno stato psichico. Dove posso interrogarmi con sincerità. Dove tutte le forme vagabonde si ritrovano in una melma d'assoluta e insignificante lagnanza cieca.
Uno splendido scrigno racchiude tutte le visioni, i livelli e i viandanti che vi si agitano come routines di software perse nell'etere. È software, mi ripeto istupidito. Il veicolo che guido è abbastanza forte da tenere a bada tutte le tentazioni di connessioni trappola. Mi sento come di ritorno dal fronte, un sopravvissuto. Mi sento in dovere di stare attento ad ogni collegamento che sfugge alle autorità centrali e, di contro, mi sento di rifuggire dai dettami dell'ordine costituito.
Poi, improvvisa, l'intuizione. Riconvertire i miei circuiti craniali sui protocolli vigenti qui, fuori dall'Impero.
Paginazioni frenetiche di manuali operativi, estrapolati dal centro miniaturizzato del veicolo, si attivano istantanee. Indicizzazioni convulse. Indagini con chiavi di ricerca poste come icone miniaturizzate. Protocolli, visualizzazioni di essi. Visione delle strutture intrinseche di questi protocolli, architetture a cascata relazionata ricche d'intersezioni. Traslucide. Le informazioni grondano come grappoli dai rami. Vanno colte. Vanno ingerite con avidità crescente - avidità di sapere.
La conversione, come fosse roaming, comincia ad entrare nella fase d'espletamento. L'analisi dei vecchi segnali prosegue forsennata. L'analisi mostra i punti di contatto con le nuove regole. Anche qui, fuori dall'Impero, esiste un network, è chiaro; i dettami tecnici che possiedo sono sicuramente in grado di riconvertirmi.
Voci d'interferenza nei canali pubblici. I primi segnali cominciano ad andare al loro posto, come nella composizione di un mosaico assurdamente complesso. Si muovono le pedine, come se si trattasse di un folle gioco a scacchi. Le regole sintattiche si modellano come metalli dotati di memoria - uso l'opzione di ritorno ritardato con un delay posizionato sulla massima lentezza possibile, scala non infinita.
Le voci mutano anch'esse con una distorsione raggelante. Sembrano vocalizzi rallentati in un'alterazione totale, poi velocizzati come se un trigger perdesse improvvisamente la fasatura. La risoluzione vocale si perde in un dedalo infinito di percezioni frattalizzate, dove ogni universo è esplorabile zoomando matematicamente e mantenendo, quindi, la perfezione del reticolo con estensione algoritmica perfetta.
Le voci sono sintonizzate - un minimo - con i nuovi parametri.
Cominciano a giungere brandelli di mappe a me sconosciute, da catalogare. Indicizzazioni rapide - locate -s - prendono un gran tempo di CPU cerebrale, da subito, in un disperato quanto efficiente tentativo di rendermi qualsiasi cosa comprensibile più rapidamente possibile. Le osservo distrattamente, quelle mappe, nei frammenti di tempo lasciati liberi dalle mie elucubrazioni programmate, in un'esaltazione di multitasking estremo.
Mi osservo sul tracciato che è appena stato indicizzato. Sono fuori Lafronds. Sono un bel po' fuori Lafronds, a quanto traspare dalla mappa. In una zona bucolica. Vedo la strada su cui mi trovo. Il percorso verso l'interno di questo territorio, sconfinato, è costellato di zone montane. È arricchito da una semplice mancanza di centri abitati per un'estensione che sembra essere infinita.
Infinita.
Infinita…
Nel frattempo, la conversione ai nuovi network prosegue. Così posso osservare il dettaglio elettronico fornito dalle mie protesi che hanno guardato attentamente il paesaggio circostante; io continuo ad andare a velocità moderata - sensori d'ogni tipo sono annegati nell'asfalto.
Dettagli maniacali della vegetazione. Rumori analizzati attentamente, ho ricavato la loro frequenza e il dispiegamento armonico. Le loro qualità cromatiche. L'analisi dei discorsi svolti lì, nel raggio di cinquecento metri, in un arco di qualche giorno.
Devo fermarmi. Sento il bisogno di fissare il paesaggio che c'è fuori e dentro di me. Come se qualcosa mi chiamasse proprio lì, in quel punto, e costringesse la mia testa a voltarsi di tre quarti. Sono fermo. Odo il silenzio assoluto del movimento assente. Silenzio che somiglia quasi al vuoto, se non fosse per il frusciare di sottofondo della natura. Il silenzio mi parla, sussurra. Pone brividi lungo il filo della spina dorsale…
- Non so bene cosa sta succedendo.
Una voce dietro di me.
- Non so bene cosa sta succedendo, perché questi valori sono così sballati.
Guardo la figura che parla, un ectoplasma olografico che vibra per l'interferenza di un possibile campo magnetico. Mi rivolgo a lui, come se fosse naturale farlo.
- Perché sei qui da solo? L'aggregazione di ologrammi non prevede che qualcuno di voi se ne vada in giro da solo…
- Non faccio parte di nessun'aggregazione. Sono uno spirito libero. I momenti vanno vissuti in solitudine per aver valore
Lo osservo meglio. Quella forma similmente umana si muove con un fare non coerente. Sembra nascondermi alcuni particolari.
- I miei movimenti sono alterazioni sinaptiche dei programmi senzienti che possiedo - Dice in un perfetto slang tecnico. Sembra anticipare le mie mosse. Osservo meglio e scopro di aver lasciato inavvertitamente su on il mio visualizzatore d'onde cerebrali. Sono un libro aperto. I biofeedback che possiedo sulle punta di alcune dita - assimilabili a unghie - sono altrettanti visori aperti sulla mia psiche.
- I tuoi movimenti sono soltanto sbagliati. Sono traslati di un buon ottetto oltre la tabella di conversione - Gli faccio eco. Il suo tralucere mi lascia visibile una porzione di cielo dietro di lui, che appare plastificato. Oltre, le nuvole sembrano addensarsi su una località montana che potrei decifrare sulla mappa; ciò richiederebbe un po' di risorse mentali e di voglia, che non ho. Sono incuriosito soltanto dalla figura che ho davanti.
- I miei ottetti sono divorati da una logica diversa. Io stesso appartengo ad un ordine differente d'algoritmi. Il tuo trovarti qui non corrisponde a nulla d'ortodosso. Il fatto che vieni dal territorio imperiale non basta a giustificare la tua presenza.
Evidentemente egli è in grado di leggere i banner esplicativi che non ho potuto nascondere come si deve. Ho lasciato aperto un piccolo spiraglio che prima, dentro lo stato imperiale, era controllato da alcune API in grado di interfacciarsi assai bene con i miei interventi prostetici craniali; qui, la stessa protezione non è attuabile: differenze di software, penso… Lui, l'ologramma, ha letto che vengo dall'Impero, deve averlo saputo come se avesse scorso un feed riassuntivo.
- Vuoi accompagnarmi nel mio vagare qui, in questo territorio? - La mia domanda è brutale
- Dici a scopo di pura compagnia? Senza che io chieda crediti aggiuntivi?
- Sì
- Devo interrogare un momento i miei processi cognitivi. Non mi ci vorrà molto.
- Non sai quali compiti hai da svolgere?
- Non so cosa significa accompagnare un postumano in un vagabondaggio eremita. Devo interrogare dei network per sapere qualcosa di più appropriato.
- Io non voglio passare la notte qui… - Cerco di sollecitarlo.
- Nemmeno io. È soltanto questione di attendere la formulazione e la risposta di un grappolo di query. Non ci vorrà molto. Nel frattempo t'invio alcune stringhe informative riguardo alla mia natura, pretese, scadenze dei certificati d'origine del software che è in me. Puoi studiarle e decidere se c'è qualcosa fuori dal tuo standard.
Mi metto in ricezione, utilizzando sottili percettori wireless. Dal desktop craniale sono costretto a schedulare, con cadenze periodiche, una panoramica su tutto quello che ho installato, così da scoprire qualcosa che ogni tanto mi dimentico di possedere. Scorro l'elenco. È davvero incredibile quanta materia sinaptica aggiuntiva ho. Nell'elenco figurano anche alcuni diffusori acustici, in grado di far udire all'esterno i miei rumori craniali; mi ricordo che sono già pronti, attivabili con pochi click visivi.
Ricevo i bit. Sono animati, piccole icone facenti parte di un set esplicativo che fatico a trovare la traslazione in bit standard. Sono informazioni digitali arcaiche, scopro. Sono direttamente derivate dalla profonda conoscenza che, qualche decennio fa, fu rivelata da chi conosceva il significato degli antichi geroglifici egiziani; fu pubblicata, in un certo momento, una poderosa traduzione che sconvolse le conoscenze fino ad allora ritenute valide sul mondo egizio. In breve, si ritenne giusto interpretare quei simboli arcaici come slides di un microfilm a puntate, tracciato da mani esperte sulle pietre, come se il tutto fosse una sequenza di fotogrammi di un unico film. Qualcuno sembrava essersi preso la briga di proiettare su lastre di pietra una storia lunghissima, e affascinante.
Da quella pubblicazione era nata una moda. Non appena questa chiave interpretativa fu divulgata, molti si ritennero in diritto di giudicarla giusta. Altri rimasero scettici, e nel frattempo parecchi stilisti di grido presero a riportare i frammenti di quell'enorme film su qualsiasi posto gli veniva in mente: sui vestiti, sulle ali d'aeroplano, sulle vetture e sui manifesti elettronici; dipinsero con tali loghi anche le segnaletiche stradali, usando vernice modificata tramite polarizzazione, in modo che questa rivelasse in certi giorni congruenti alla storia egiziana, e con determinate volute di luce, alcuni antichi simboli chiave coerenti con la vita sociale di quel momento.
Naturalmente, anche gli ingegneri della comunicazione presero a lavorarci alacremente, sfruttando dal punto di vista matematico la modifica dell'usuale alfabeto binario e portandolo, così, ad un valore stravolto di visualità più consona alla comprensione umana e postumana; loro, gli ingegneri, si vantavano implicitamente di essere i veri artisti e poeti di quell'età corrente.
Come in tutte le mode, quel linguaggio visionario fu presto abbandonato. In seguito capitò di essere usato soltanto da pochissimi altri personaggi sociali, maggiormente per la sua funzione intrinseca da blando criptaggio - la profonda diffusione, nei network, del metodo traduttivo rendeva abbastanza difficile nascondere qualsiasi informazione con quel bizzarro algoritmo.
Ho tutta la traduzione delle informazioni in arrivo dall'ologramma…
Si tratta di un olositnth di quarta generazione. La caratteristica principale di quella progenie è la perfetta sintonia con le forze elementali della natura. Leggo, tra le specifiche tecniche, l'acquisizione completa - mediante sintesi interna - di tutte le vibrazioni non visibili degli organismi vegetali. È un intero settore, questo, di memoria volatile dell'ologramma, ed è occupato anche dallo scibile sulle scienze occulte; sono presenti pure i meccanismi di ragionamento contaminati dalle profondità di Ermete Trismegisto… Leggo anche altre features minori, tutte legate a leggi esoteriche.
- Sembri molto attento a ciò che ti circonda… - Dico la frase con enfasi volutamente equivoca, ponendo l'accento sulla e di atténto…
- Sono un perfetto esaltatore di percezioni bioconnettive. Potrebbero ingaggiarmi per una caccia ai fantasmi… - Possiede anche una buona dose ironica, lo percepisco dalla cadenza delle sue parole appena sussurrate in modo che possa accorgermene.
Attendo un momento prima di continuare. Poi dico:
- Allora che fai, vieni con me?
- Sto finendo di elaborare. Un momento solo. Tu, hai letto bene il tutto, ti sono compatibile?
- Sì… - Rispondo con un filo di voce, quasi avessi paura a dirlo.
Guardo il territorio. Le ombre cominciano impercettibilmente a formarsi. Il sole è ancora alto, ma la sua tendenza alla discesa è evidente. Penso che dovrò occupare gli spazi di tempo liberi da elaborazioni craniali con una consultazione mirata di mappe locali, alla ricerca di un posto dove passare la notte.
- Va bene. Vengo. Dove si va?
Attimo di sospensione. Cerco una risposta valida.
- Dritti. Si continua verso l'interno. Viaggeremo tutta la notte, probabilmente.
- Va bene. Io non ho problemi di stanchezza, è evidente. Per te, invece, basta una sana scarica di neoadrenalina modificata. Posso fornirti una linea aerea a cui puoi approvvigionarti, se vuoi…
In vettura. Entrambi. Lo vedo portare la sua luminescenza ai valori minimi, quasi impercettibili.
Come in uno stato di sonno apparente. O forse è la veglia ad essere apparente. Sento gli stimoli della neoadrenalina modificata pomparmi dentro forti ondate d'energia cinetica in sovrabbondanza. Devo soltanto convertirla in vigorie psichiche e nervose, tutte fonti in grado di alimentare la mia pletora d'impianti.