OH SÌ, RICORDO… |
Sulla strada.
Gli oggetti intorno scorrono veloci. Intrappolati in un'effimera luce istantanea che li congela un istante solo, quanto basta per ricordarli l'attimo successivo nel mio loop mentale.
La notte è calata, quasi del tutto. Si stringe intorno a me, alla vettura, all'ectoplasma olografico come se fosse una pelle aderente, una pelle nera liscia e profumata. Provo un desiderio vasto quanto l'immaginazione, un desiderio che riesco a dispiegare sfruttando tutte le mie potenzialità elaborative. Dentro queste potenzialità posso esprimere ogni singolo angstrom di paura e di soggezione, mista a suggestione; l'abitacolo dentro cui noi due siamo risuona d'echi sottili, un continuo riverbero di rumori conosciuti che subdolamente si trasformano in altri, meno lineari e più inquietanti, come sibili o accenni di voci lontane non caratterizzate da improvvisi picchi dinamici. L'ologramma è piatto nel suo apparente sonnecchiare in modalità sleep. Non muove un singolo atomo di luminescenza, nessun campo elettrico sembra attivarlo.
Io stesso, fondamentalmente, sono tranquillo. Adoro guidare durante la notte; amo osservare in un'infinità di rifrazioni il trionfo dell'oscurità che mi nasconde, che mi protegge. Le montagne sullo sfondo sono più vicine, sembrano ancora più minacciose ora, anche se appaiono piccole, a misura d'uomo.
Fondamentalmente, sono in attesa di qualcosa. Di un evento. Di un segnale, di una percezione.
L'ologramma (come si chiamerà? Non gliel'ho ancora chiesto) è in continua posizione riflessiva. Non dorme, non si muove, non vegeta; vorrei sapere cosa sta facendo, m'interessa perché ne va una parte minimale della mia salute mentale - certo, non la sezione principale, ma per quale motivo trascurarla?
Penso di scuoterlo, d'inviargli messaggi subliminali in grado di scardinare le sue barriere informative. Ma non risponderebbe, la sua granitica tranquillità non mi lascerebbe spazio ad alcun dubbio. E intanto io continuo a macinare chilometri come se non potessi fermarmi. Come se non dovessi fermarmi. Finalmente quest'ammasso d'elettroni luminescenti qui di fianco sembra scuotersi, ma solo a causa di una piccola tempesta conduttiva; torno di nuovo allo stato di quiete. Egli mi lascia soltanto la forza, oltre che di continuare a guidare, di percepire i network locali in un brusio di sottofondo che accompagna le curve, in un piacevole cullare solo a tratti inquietante e impegnativo.
Studio le mappe. Ascolto i brusii in sottofondo. Seguo le conversazioni sparse nei singoli forum d'ogni network usando il mio multitasking avanzato nativo - di nuovo la lista delle applicazioni che posso sfruttare in primo piano sul desktop craniale, come una comoda lista da consultare. Nel desktop craniale tutte le finestre relative ad ogni attività sono dimensionate come pop-up di proporzioni accettabili, abbastanza visibili. Occupano la gran parte dello spazio fisico disponibile. Ora di riferimento attuale, esatta: 23.05.17,03.
Non c'è centro abitato nel raggio di molte ore di viaggio. Il responso arriva improvviso, non richiesto, attraverso canali informativi inusuali. Il territorio sembra, a guardarlo in proiezione olografica, un immenso posto svuotato d'ogni presenza umana e postumana. La fonte della richiesta, realizzo dopo indagini conoscitive, non può essere l'ologramma al mio fianco; ho controllato le stringhe contenenti gli header dei messaggi arrivatemi e l'indirizzo di partenza è locato da tutt'altra parte. Non traspare nessuna tecnica di spoofing. Non sembra esserci inganno, l'ectoplasma dorme la sua carica di ricerca delle percezioni occulte.
Continuo a guidare. Il motore macina silenziosamente la sua fame di rumore - si percepisce solo il lieve rollio da attrito delle ruote sul terreno. Il movimento catatonico delle stelle, la poesia sfuggente della notte, la claustrofobia latente di un pozzo gravitazionale dentro cui a tutti gli effetti mi trovo, si dilegua in un basso rumore di fondo. Assume i ritmi fibrillanti di una ballata elettronica, cantata sul filo della sintesi.
Tutto sembra assumere i contorni di uno scenario pronto a scatenare un evento imprevedibile; tutto sembra effettivamente sospeso ad un palmo da terra, cristallizzato. Entropia massima. Catalizzatori di un evento prigoginico in grado di portare per pura inerzia verso un altro stato superiore.
Fremito elettrico. Si percepisce sulla lingua come elettrolisi. È intorno.
Come un oggetto d'ossidiana mi sento parte integrante di un paesaggio. Di uno stato fisico prima ancora che mentale. Percepisco l'urlo sconfinato, sommesso, di un vasto lembo di terra che si stende placido, che parla con la voce della coscienza fino ai recessi più profondi del mio essere. È una voce sicura, denota uno spessore d'autoconsapevolezza disarmante. Ogni angolo del territorio è infinitamente impregnato di quest'essenza, lascia entrare in una nassa per poi catturare, ammaliare. Sembra un imprigionare con connotati familiari, questo. Sembra un protendersi delicatamente in modo da non lasciare scampo, ed è una sensazione già sentita subliminalmente altrove, in qualche situazione critica che non riesco a ricordare nemmeno estrapolando caratteri wild in una ricerca estesa improntata, ora, anche nei miei archivi cerebrali interfacciati con sinapsi artificiali. Vedo l'estendersi della ricerca come lingue d'ombra che s'insinuano rapidamente in una valle. Vedo la vaschetta, dove il codice che ho scritto depositerebbe il risultato, desolatamente vuota.
Questo rumore psichico è antico.
Antico.
Ha la consistenza di un ectoplasma corrotto solo dal tempo. Non come quello sintetico che continua a nicchiare di fianco a me.
Comprendo con ritardo, solo ora: l'evento prigoginico si è svolto complice la mia disattenzione. Ero stato intenzionalmente rapito, pochi istanti fa. L'evento è il rumore psichico. Il salto verso il nuovo livello di conoscenza è accorgersi che qualcosa è parte integrante del territorio come se ne fosse il Re, il Governatore, un regnante… Un altro Imperatore, sembra quasi io sia obbligato a pensare.
Un territorio psichico, prima ancora che fisico.
Un'estensione senza limiti posta di fianco ad un nuovo luogo immenso, dominato da un altro Principe altrettanto oscuro, inafferrabile e non facilmente individuabile, tanto quanto l'Imperatore.
L'ologramma-ectoplasma di fianco a me si agita. Annuisce, così mi pare. Sembra aver accumulato le mie onde cerebrali come un lettore di cookie clandestino. Mi ha sempre ascoltato dal momento in cui se è messo vicino a me; no, anzi, da quando abbiamo cominciato ad interagire, ne sono certo.
Mi guarda.
Ha una profondità di sguardo raggelante, come un'entità aliena. Freddamente cinica.
Sono attraversato da un brivido d'intensa paura. La freddezza di quest'essere di manifattura squisitamente digitale mi raggela. Vedo uno sguardo d'impassibilità non umana. Percepisco una vibrazione che lo pone al pari di un killer psicotico nel momento di massimo invasamento. Che scompare, l'istante successivo. Quel senso deviato scompare dai suoi occhi velati e si muta nuovamente nello sguardo sommesso. Quasi abbassato per la mestizia.
- Hai visto, quindi…
- Sì, ho visto - Gli rispondo quasi in preda ad un rapimento mistico. Poi continuo.
- Tu sapevi… È normale che lo sapessi…
- Sì, e tu dovevi capirlo da solo. Chiaro, no?
- Certo… - Il rispondergli non mi preclude continue visioni di territorio contiguo, ricorrenti sovrapposizioni di visioni storiche: è come leggere un libro di storia approfonditamente, entrando effettivamente in ogni capitolo - con l'intensità di chi si propone di studiare dettagliatamente uno o più periodi.
La fame di conoscere. Di interpretare il tempo.
- Dobbiamo fermarci - Mi dice tramite una stringa di dati di facile lettura.
- Perché?
- Dobbiamo…
Non chiedo altro. Blocco la vettura in una provvidenziale piazzola di sosta. Siamo sul culmine di una collina e sotto di noi si apre una piccola valle, che anche alla visione all'infrarosso appare scarna, disabitata.
Apriamo le portiere, scendiamo. Osservo ancora quest'ombra neoelettronica agitarsi nei suoi movimenti naturali. Rimango sconcertato, non credevo esistessero forme così evolute di struttura digitale intrinsecamente intelligente.
Con lo sguardo egli m'invita a penetrare il paesaggio, lasciando bene aperto il mio intimo al suono dell'estensione psichica che è tutt'intorno.
Non è facile farlo, ma istintivamente scopro la strada che devo seguire, senza farmi aiutare da nessuno dei miei tool installati. Visivamente posso raccontarla come un sentiero traslucido, intuitivo, so già dove curverà o dove si svolgerà rettilinea. È un percorso disassato, ci sono molte percezioni che sormontano la sede stradale con massi di precognizione sinistra. La radiazione di fondo dell'entità psichica che domina il luogo è al limite del fastidio. Sono irretito da una sensazione molesta.
Come se si aprisse una fessura in un muro di gomma assolutamente liscio, totalmente nero.
La fessura è percorsa da luce che viene dal background dall'altra parte del muro. Una sorta d'apertura vaginale. Da cui entra una sensazione di tunnel. È una scena sospesa nel tempo, vaga, indefinita. Mortale.
Mi accorgo che la sindrome monocromatica s'impadronisce di me, di nuovo. Di soppiatto s'introduce come un attore a sorpresa in una piece teatrale. La spalla su cui l'attore principale può concentrarsi per interpretare meglio la sua parte fondamentale. Le piccole montagne di fronte a noi, quindi, diventano buie e tutta la pianura sottostante vibra di un grigio smorto tanto da dar fastidio. Decido di non intervenire con i correttori cromatici, li sento già agitarsi come demoni figli di processi principali del kernel craniale: sento che devo lasciare fluire il tutto, più naturalmente possibile.
Mi sembra di vedermi.
Mi sembra di vedermi con altre persone. Anzi, soltanto con un'altra persona. Una donna. Che sento di conoscere bene.
La scena si allarga leggermente. Credo di capire d'esser dentro una casa, forse dentro una cucina. Sono in un momento d'abbandono. D'addii. Percepisco soltanto che la circostanza è intensa, e che la scena si ripete senza soluzione di continuità come se fosse parte di un loop infinito di pochissimi fotogrammi; un peso sullo stomaco grava fino a stringere, è una morsa che agisce senza un motivo apparente.
Struggente. Come saper di stare per morire. E non voler andar via per non lasciare qualcosa di prezioso.
Voci di contorno, del tutto estranee alla mia vicenda personalissima; sono degli spermatozoi vocali, noises angoscianti di un altro mondo collaterale. Rapimenti estatici di un ultraterreno che chiama, preme, si fa sentire continuamente nel comune mondo umano.
Piano piano, l'ottica della visione tende a chiudersi; perdo contatto con quella visione strana, dove stavo per morire. L'illusione di vederne ancora qualche frammento è soltanto tale; sento che non c'è più nulla da ravvisare, che il momento è passato e ciò che pretendo di avvertire ancora sulla pelle è soltanto il desiderio di saperne di più. Piano, molto lentamente, l'impressione del monocromatico tende a dileguarsi in colori, dissolvendosi in un'infinità di infiltrazioni, di chiazze prima minute poi sempre più importanti, che vanno dal rosso al magenta e saian fino a mescolarsi tra loro in un parossismo esponenziale, contagioso. Fino a che la visione delle cose mi appare tornata normale, o quasi.
Ogni oggetto pare fuggire dal caos dominato dal cielo fuori ordine. Ogni sensazione torna a fluire con la velocità propria dell'umanità, o del postumanismo - ormai è lo stesso.
Mi accascio sulla vettura, sedendomi in preda ad un violento spasmo allo stomaco. Sto davvero male. Svuotato. È com'essermi accorto ora che giorni fa mi hanno amputato un arto. È il regalo che quest'Imperatore alternativo mi ha fatto. È una scena d'intensità così triste da voler morire di nuovo, soltanto per poter dimenticare.
- Sì, è questo il regalo che Lui ha voluto farti. Un dono di rara elargizione. Non chiederti mai perché ha voluto fartene parte.
Sospiro.
- Non ho nemmeno la forza di domandarmi il perché, ora…
- È bene che tu non ne abbia neanche dopo. Certe cose si accettano e basta, come un omaggio di matrimonio. Devi soltanto ricordarlo bene. E vivere quasi in funzione di esso.
Mi guarda, l'oggetto luminescente di logica mi guarda. Si esprime in un'affettazione cordiale e severa al contempo. Regola i suoi riflessi cromatici sul bit di trasparenza e attende le mie risposte.
- Sì, certo. Comprendo… - Faccio uno sforzo considerevole per parlare; il mio stomaco continua a contrarsi in uno spettacolo di dolori.
Intanto, il rumore psichico che pervade questa terra si diffonde costante. Muove da ogni angolo e stringe al pari di un accerchiamento. Nell'etere volteggiano istantanee di volti cadaverici diffusi ed eternati nella loro ultima espressione. Ghigno crudele. L'ombra delle loro efferatezze risalta in ogni piega del gonfiore postmorte. Richiami continui all'estinzione biologica. Rimandi più raffinati - i veri rimandi - alla continuazione del proprio esistere in un limbo postmorte. Dolore a piene mani. Angoscia.
- Sì, certo. Comprendo… - Dico ancora come se volessi continuare il filo concettuale di quelle immagini accentuando, con la conferma, il mio intercalare di pochi istanti fa.
Poi, chiedo improvvisamente.
- Qual è il tuo nome?
Sorride. Di un sorriso impensabile e indecifrabile. Qualcosa che ferisce dentro per la disarmante evidenza che dà di sé. Prima mi ero irrigidito vedendo un'anima gelida e distante, ora mi sento invadere da inspiegabile affiatamento, qualcosa che visivamente potrei risolvere in un mosaico di colori tenui, di forme irregolari e d'asperità che tagliano i sensi, stropicciandoli prima.
- Non so se dirtelo. I miei sensori emozionali mi mettono sull'avviso: posso darti motivo di pensiero.
- Il tuo nome può farmi pensare?
- Ciò che rappresenta può darti motivo di riflessione…
Sorrido. Lentamente come se avessi paura di capire. So che è proprio questo che mi lascia stordito: capire di essere sull'orlo di un abisso non infinito ma certamente incommensurabile.
- Va bene - Aggiungo - non dirmi il tuo nome. Non lasciarlo scorrere nei tuoi banner traslucidi. Sarai tu a rivelarmelo, quando sentirai che sarà giunto per me il momento…
- Sì, certo. Lo capirò scorrendo con scansionature elettrostatiche il tuo stato d'animo, non temere.
- Cosa facciamo, continuiamo il viaggio? La notte sembra lunga ancora - Ho appena gettato uno sguardo ottico sull'orologio del mio desktop: sono le 23:47.
- Sì, rientriamo nella vettura. Facciamo ingoiare un altro po' di rumore a questo veicolo…
La strada continua ad essere tortuosamente psichica. È il paesaggio che abbiamo intorno ad essere psichico. L'ologramma è tranquillo di fianco a me, sento che mi scruta, sonda i miei stati d'animo con una facilità che sicuramente i miei molteplici impianti accrescono.
Continuo a pensare alla ferita apertasi nei miei ricordi. A quel senso di misticismo angoscioso. Al mio divenire consapevole di cosa io sono, oltre la facilità dei miei impianti. È il motivo per cui sono qui. La ricerca si fonde con i ricordi, ora. La ricerca diviene un mezzo d'accrescimento, proprio come mi aspettavo sarebbe diventata.
Aurelio, ricorda…
Voci fuori campo. Deliri. Mi guardo intorno con occhiate rapide. Guardingo. Sospettoso.
Lucrezia…
L'impressione della finestra che si riapre. Come una ferita che sanguina. Nessuna voce. Ombre monocromatiche in agitazione nell'angolo basso della visuale.
Devo andare verso il fiume. I cunicoli, verso il rito…
E sopra a queste voci interiori altre esistenze. Un ricordare almeno altre due vite. La fatica e il sudore che colava sul volto - sensazione di familiarità impersonando l'idea di schiavo di altri imperi - e di nuovo il dispiacere infinito di una dipartita. Tre vite precedenti
Davvero ricordavo vagamente tre esistenze anteriori alla mia?
- Non domandarti, sii essenziale e lascia fluire le immagini… - Lui, l'ectoplasma digitale sale in cattedra.
Non posso fare a meno di sentire che i suoi suggerimenti sono verità istintive. Lui ha, in questo momento, l'invidiabile privilegio di giudicare freddamente e analiticamente ogni accadimento. Sono un libro aperto per lui. Non è facile seguirlo, ma con l'impegno e la concentrazione so che posso adempiere ai miei doveri, principalmente verso me stesso.
Intersecazione. Tre strati di realtà in continuo rimescolamento. Posso scendere e risalire attraverso continue vallecole e balze. Guido a bassa velocità. Richiami al nome Aurelio e alla condizione di schiavo, alla fatica di lavorare la terra per ottenere sacchi di grano da destinare al demanio imperiale. E poi la vertigine data dal guardare piccole colline assolate dal basso, e di scrutare le ricche fattorie che sorgono sulle loro sommità, respirando aria di conosciuto. La finestra aperta sul passato continua a mostrarmi in qualche stanza mentre pronuncio atti d'addio e poi, buon'ultima, m'illustra la nozione d'antichità stratificata che è fortemente legata al ricordo di Aurelio, di Nora, come se in altri tempi avessi già scoperto verità riguardo quei due nomi… Quattro ricordi nitidi, diversi…
Vertigini.
Lasciarmi andare significare aprire una soffocante corrente d'emozioni. Come se fossi investito da una fluidità irresistibile che esiste malgrado me. Un fiume sotterraneo. Sovraffaticamento che le mie sinapsi alterate cercano in ogni modo di contenere nei limiti di un accettabile overload. Desktop craniale in subbuglio, troppe finestre di working aperte; rallentamento d'elaborazione progressivo, finisce sotto i parametri di bassa vitalità.
- Tieni duro - Lui, me lo suggerisce lui, il traslucido.
Non ho nemmeno la forza di rispondergli. Ho soltanto il tempo di bloccare la vettura sul ciglio della strada. La notte è diventata oscura, è senza stelle.
- Se ora ricacci indietro le visioni non potrai più riottenerle facilmente…
Con degli sforzi finalizzati a non dissociarmi cerco di svoltare in curve mentali, mnemoniche, in modo da allungare il serpentone asfaltato che mi precede e segue, così da non deframmentarlo, da tenerlo tutto per me, con me. Le balze diventano esemplificazioni visive del nome Aurelio, e l'archeologia si configura come un'icona che scava tra le macerie di un passato doloroso, infido; di nuovo tutto diviene un enorme miscuglio… Subbuglio.
*
* *
Non ho ricacciato indietro le visioni. Le ho soltanto lasciate ciclare in un loop continuo. Ho disassemblato molti demoni cerebrali per riuscire in ciò. L'enorme dispendio di risorse che quest'operazione richiede non mi ha lasciato scelta. Ora sono di nuovo fermo. L'ectoplasma elettrico mi guarda, perplesso, ma capisce le mie esigenze strutturali. Non ho ricacciato indietro le visioni, le sento vive nel mio loop interiore.
Nel recinto.
L'organizzazione di tutti i task cerebrali è completa, ora. Riavvio le mie funzioni.
Sentirsi menomato.
- Dovresti muoverti, ora - L'ectoplasma trasmette stringhe di messaggi in chiaro.
- Sì, ma devo ancora finire di calibrare le modifiche al sistema ergonomico. Devo camminare lungo miglia virtuali mentre il percorso da seguire si configura tramite il network; poi c'è da pianificare tutto come se fosse un'azione militare…
La posa dell'ectoplasma sembrava un'esplicitazione delle sue perplessità. Non sembrava comprendermi. Rielaboro tutto l'algoritmo delle fasi che presumo di affrontare e poi espongo di nuovo.
- Devo finire il conteggio quantico delle probabilità. Al termine, posso tranquillamente esporre tutte le variabili per pianificare lo spazio entropico che ci divide dalla meta.
Ancora, perplessità. Tutte visibili come un log di firewall craniale.
Sto per ripartire in una terza e più esaustiva disamina della situazione, nella speranza che questa volta lo spettro delle mie idee travalichi la barriera di comprensione. Poi mi fermo, come sfiorato da un dubbio. Osservo meglio la situazione. Guardo con un tentativo di profondità le pose espressive del mio compagno virtuale.
- Cosa succede? - Non riesco a dire altro che questa banalità ebete.
- Me lo dovresti dire tu…
- Perché mi guardi come se parlassi straniero?
- Hai perso troppe facoltà mentali. Le tue risorse si sono assottigliate pericolosamente e non riesci più a distinguere il limite delle fantasie. O del delirio.
Riavvolgo il dialogo sonoro, mettendoci un'eternità di tempo che non riesco a misurare in altro modo che con la soggettività di due ore standard. Faccio fatica io stesso a decifrarlo.
Mi sembra di ascoltare, in sottofondo, una cadenza da ritmo d'elettroni in flusso. Quegli elettroni formano una cortina visiva sgranata, puntinata, come uno schermo su cui si prova a vedere qualcosa di sensato. Bocche deformate. Instanti di vita semplice non perfettamente compatibile con lo standard ludico in voga, di questi tempi, nell'Impero, eppure probabilmente all'avanguardia qui, in quest'angolo estraneo allo Stato onnivoro che ho abbandonato.
- Hai perso troppe facoltà mentali, Florian…
Il suo è un ripetersi ipnotico, forse onirico. E i contorni della comprensione a me possibile sembrano degradarsi. Fastidiosamente diventano meno dettagliati, la grana della loro visione si staglia verso un basso profilo.
- Florian… - Voce soffusa, piccola implorazione d'attenzione, di ritorno alla percezione di una realtà usuale in grado di far progredire gli avvenimenti.
- Sì… - Riesco a dire con voce improvvisamente presente, come di risveglio o di ritorno da un viaggio intensamente estraniante.
- Florian, devi trovare il modo di prendere nuovamente contatto con te stesso, e con i richiami che provengono dal tuo karma. Stai degradando, non andrai da nessuna parte.
- Non riesco a concentrarmi sul mio intimo. Far girare il loop delle reminiscenze mi consuma. Dovrei deframmentare ancora.
- O incastonare il tutto con una nuova architettura…
Si esplicita un sottile frame di vie illuminate, come non ho mai visto prima. È un microfilm che funge da supporto funzionale alle immagini, ad una sorta di piccolo manuale che m'illustra le possibilità di settaggi nascosti delle mie protesi - un tweaking craniale, quasi carnale; lavori da sistemisti psicotecnici. Su quel supporto si costruiscono, con una lentezza didattica, le configurazioni, in un succedersi di step educativi completamente assimilabili anche da soggetti dotati di bassa disponibilità di memoria installata; così comincio a fare piccoli esercizi d'apprendistato, esigue prove di costruzione di micro estensioni che posso applicarmi. Anche da solo. Trascurando il filo di voce interiore che giunge dall'ectoplasma sintetico.
Piano, lentamente, adagio su un supporto soulware i fili logici che sembrano aiutare a costruire il nuovo reticolato, nel mentre che si disassembla il lavoro maldestro che avevo preparato in precedenza, quello che mi aveva portato più volte sull'orlo di un'incomprensione catastrofica col mio kernel.
È un lavoro paziente, e intanto l'orologio craniale segna le 00.35. Il tempo sta passando e rischio di perdere l'appuntamento con la storia. La mia storia.
- Devi stare attento a questo passaggio….
La voce sintetizzata dell'ectoplasma arriva fino in fondo ai miei più reconditi istinti modificati. Colgo la sottile esortazione che tende ad esaltare il filo di logica particolarmente sottile, che potrebbe rompersi e disperdere la tela che sto lentamente costruendo.
Poi, comprendo che il momento critico è oltre. Me ne accorgo dalle sfumature cromatiche che propendono verso l'indaco. La concentrazione è passata sul sentiero giusto. Ora è oltre.
- Siamo a buon punto? - Chiedo con un filo di voce interiore, usando passaggi e canali intrinseci.
- Prossimi alla release…
Decido, allora, di immergermi nella matrice appena elaborata, come se dovessi compiere un ultimo sforzo e questo consistesse nell'attraversare un braccio di mare, le sue profondità. Quel mare è così infinito da lasciarmi brandelli di visione del suo abisso, sensi di comunione con gli oceani - come ho provato solo pochi giorni fa, ne sono sicuro, proprio come ho provato pochi giorni fa…
Dalla matrice emergono pochi bit spuri. Io disegno allora, deciso, un ramo di un albero di logica; convincentemente appronto altre allocazioni virtuali per poter architettare, a regola d'arte, ogni altra locazione funzionale su cui allestire i rami restanti. E tutto il manifesto di magnificente estrapolazione craniale.
Sembra stia nascendo. Vagiti di percezioni elettriche. La creatura sembra un feto pronto alla fuoriuscita. Le dinamiche dei suoi movimenti si adattano perfettamente agli angoli nascosti della mia psiche modificata. L'impalcatura precedente è stata smessa, ormai, e io preferisco non pensare a nulla, spaventato come sono dalla sottile consistenza del mio sistema di sostentamento funzionale.
Si erge.
Si pianta con una maestria infinitamente minimale.
Comincia a dominare seriamente i miei algoritmi complessi, le mie proiezioni mentali che sconfinano nei comportamenti standard.
Sono ad un buon punto di stabilità, e allora sento che è il momento buono per tenere pronti i loop che ho dovuto conservare in un contenitore di formalina sintetica, come se fossero reperti bizzarramente orrendi. È ancora presto, ma un conteggio alla rovescia si sta gagliardamente visualizzando da me, sovrapponendosi all'orologio craniale - in dissolvenza quest'ultimo.
Come nel Domino. Tutto appare perfettamente incastrato, ora. Devo soltanto apporre in un substrato superiore i loop e sostentarli, come se avessero bisogno di una spinta iniziale.
Sono autosufficienti.
Posso rimettermi in viaggio, sotto lo sguardo attento dell'ectoplasma, visibilmente soddisfatto della lezione impartitami.
Aurelio, e una legione di schiavi, con alcuni archeologi e qualcun altro che s'incammina lontano per sempre, si danno il cambio nella mia attenzione interagendo continuamente, come in un almanacco illustrato da pesante grafica mnemonica.
Ho sentore di un antro oscuro. Ci cammino dentro mentre sono alla guida del veicolo. La distorsione si compone d'ali di follia. Sembra di vivere momenti dedicati alla dispersione della follia stessa, ma in realtà - sempre bizzarro l'uso di questo concetto - sono esemplificazioni della distorsione della mia capacità conoscitiva. Semplicemente, io sono altrove.
Sono su un altro piano esistenziale.
Dove il tempo è rallentato. E schiacciato verso una rarefazione estrema, che punta ad un rallentamento. Mi muovo con enorme lentezza.
- Non temere…
La voce dell'ectoplasma si diffonde lentamente. Rallentata da un algoritmo sconosciuto che fa apparire claustrofobica la diffusione dei suoi concetti. Guardo i suoi occhi perfettamente sintetici puntati verso di me, come un banale faretto alogeno; non lo comprendo perfettamente, ma sento che presiede qualcosa che è imminente nel suo svolgimento.
- Non ho paura. È qualcosa cui devo, però, assistere, lo sento… - Gli rispondo brevemente, apparentemente sicuro. Ho la bocca secca, dall'attesa d'emozioni intense.
Lo svolgimento degli eventi si arricchisce di un barocchismo di cause e concause che si autocostruisce. Che lascia trapelare una perfezione stilistica che angoscia con le sue linee oblique, sghembe e ricche d'imperfezioni volute. Non euclidee. Così la strada appare diversa. Sembra un viottolo di campagna desueto, qualcosa che esisteva fin dagli albori dell'epoca connettiva. Il viottolo è sterrato. Io sto procedendo su un viottolo di campagna.
Non ho paura della luce obliquamente buia che viene giù dal cielo. Non ho desiderio di fuga. Cammino su questo sentiero sterrato, a piedi, dopo aver abbandonato la vettura nei pressi di un ciglio scosceso.
Cammino. Lento. Quanto la velocità che il mio postumanismo mi permette. E lui, l'ectoplasma elettrico, è sempre di fianco a me. Non mi lascia. Non voglio che mi lasci solo. Cammina soltanto ad un paio di metri di metri da me, dietro. In perfetto ordine. Perfetto silenzio. È comparsa la luna, su in alto.
Da dietro. La sua guida.
- Dobbiamo procedere lungo questo sentiero.
- Mi piace l'idea di questo viottolo… - Aggiungo con un tono di soddisfazione che mi completa.
- Non compiacertene. Non pensare che sia una via piacevole, questa…
- E tu perché sei qui con me?
- È stato il Fato che lo ha voluto. Qualcosa che non si nomina più da tempo. Non tutto quello che viene dal passato è superato. Non tutto è retaggio di un mondo inutile.
- Il Fato, dici…?
- Il Fato... È un senso d'appartenenza arcaico. Una matrice comune, precorritrice della moderna connettività. Una comunità trasversale.
- Un vivere precursore della comunità moderna. Senza leggi, senza regole acquisite… Giusto?
- Giusto…
L'ombra lunare è sinistra, dà nausea: è una vertigine insuperabile, profonda. Un sapore di pastoso, d'antica e inconsapevole sapienza si spande nella mia bocca, sul palato. Sul mio animo.
Cammino senza sapere esattamente dove vado.
- La luce che guida è lontana, è laggiù.
- Laggiù, dove…?
- Laggiù, la vedrai al momento giusto se deciderai di seguire l'istinto.
La matrice che percorro sa di polvere. L'ombra lunare è relatrice di freddo esteriore. Navigo nei miei menu craniali per cercare conforto e compagnia ausiliaria all'ectoplasma.
In lontananza qualcosa d'indefinito.
Avvicinandoci, la sagoma all'orizzonte assume le sembianze ben definite di un casale rustico. Sembra una costruzione vecchia, e per quanto vetusta possa apparire si mostra invece, alla visione della luce lunare, parecchio ben tenuta. Il silenzio è tutt'intorno, e anche dentro la costruzione pare che tutto sia fermo, in silenzio, non in attesa di qualcosa ma semplicemente in pace.
Un senso di placido si diffonde. Scansiono con gli infrarossi l'intera area, sezionando anche il viottolo che devia verso il recinto per poi proseguire verso un'altra direzione. L'interno dell'area rurale appare costruito con blocchi di mattoni in tufo. Evidentemente la zona è d'origine vulcanica. Lo stile architettonico, se proprio così vogliamo chiamarlo, è rozzo: nulla è definitivamente assimilabile all'attuale livello costruttivo in voga nell'Impero, e nemmeno a Lafronds, da quanto ho visto.
- La giornata lavorativa è finita da un pezzo. - L'ectoplasma illustra brevemente, per farmi capire meglio.
- I ritmi sono quelli agricoli. Poche macchine a disposizione per l'automazione totale dei raccolti e del ciclo produttivo.
- Sì, è così… - Aggiungo, subito dopo - C'è qualcosa di strano, qui intorno…
- Cosa?
- Non saprei, come se ci fossero degli elementi fuori posto.
- È solo una sensazione. Tutti i luoghi agricoli rasentano la sensazione d'antico, a causa del contatto con le forze della natura.
- Finora non ho mai provato una sensazione così forte, però…
L'abbaiare dei cani in lontananza. Latrati prolungati, come se quegli animali percepissero altre sensazioni sbagliate. La mia sindrome monocromatica prende ancora una volta il sopravvento e mi lascia scorgere la densità delle ombre che si accumulano negli angoli bui del caseggiato. Come se avessi attivato i percettori di granulosità del buio mi muovo tra i pixel con l'agilità che la mia interfaccia prostetica permette; ogni gradiente d'oscurità diviene semplicemente un pixel reindirizzabile con tecniche frattalizzate. Posso così scomporre all'infinito, con precisione matematica, ogni singolo angstrom della scena.
Ne ricavo una conferma del senso di sbagliato che mi sta perseguitando. Osservo con occhi nuovi e ascolto cosa questo posto sa dirmi. L'essenza del passato esce con prepotenza.
Il Passato. È un fluido in grado di muoversi, di interagire. Di creare un mondo a parte. Formazioni d'ombre si agitano nei pressi di un pagliaio.
Istinti d'agglomerati. Trascendono la materia e si formano come puri oggetti di spirito, di volontà. Si mischiano alla materia, formano un amalgama duro, in grado di resistere alle distruzioni degli uomini, degli eventi, dell'atmosfera.
- Abbiamo camminato troppo per oggi. - L'ombra traslucida m'interrompe nel filo logico dei pensieri. Per la prima volta ho un piccolo moto di stizza: mi blocca le riflessioni…
- Perché hai interrotto ciò che stavo sentendo? - Ho perso la visione granulare; la sindrome monocromatica è oltre e la sensibilità verso la parte energetica degli oggetti, e delle cose, è sfumata.
- Scusami, non sapevo…
La sua voce ha un'intonazione che mi suona falsa. Capisco che lui, invece, sapeva ciò che stavo percependo. Ha voluto fermarmi, un momento prima di…
Prima di capire. O di cominciare a capire.
- Sapevi. Sapevi… - E nel frattempo continuo a far girare elaborazioni cerebrali in grado di darmi la parallasse della proiezione. Tengo impegnato il suo atteggiamento di scusa, mentre estrapolo l'anomalia.
L'ombra lunare si confà alle caratteristiche del luogo. Permea tutti gli spazi vuoti riempiendoli e lascia trasparire, come codice in eccesso, le spiegazioni strabordanti. Flusso, come acqua.
Passato.
Il Passato.
Confine.
Passato un confine.
Ho passato un confine, riesco a prendere per la coda quest'intuizione ed a trascinarla dalla mia parte. La afferro con i denti, come se mi aggrappassi ad una corda che mi permetta di non precipitare nel vuoto.
Nell'oblio.
Il vuoto. L'oblio.
Il casale è disabitato.
È solo una proiezione. Un fascio energetico. Nessuno vive ormai lì dentro.
Solo rimasugli energetici. Solo ricordi che diventano brandelli da parati, qualcosa con cui è facile tappezzare delle stanze psichiche.
- Perché ti sei avventurato in questo territorio…? - L'ombra elettrica ha capito da alcuni algoritmi di pensiero che mi sono sfuggiti dal controllo di flusso.
- Fa parte del mio comprendere. Ho attraversato l'Impero per questo.
- Non tutto quello che si può capire è bene comprenderlo… - Noto scariche elettriche addensarsi nei suoi lobi temporali. La capacità d'intendimento che lui ha dei fenomeni extrasensoriali è un'impressione conduttiva, che si espande e muove verso la conquista mnemonica.
Come una visione privata. Una sorgente d'immagini che giunge a me da una fonte sconosciuta. L'imperatore c'entra qualcosa.
Non è il Principe che vedo. È una figura atavica vestita con la porpora imperiale. I suoi occhi sono fessure. Il suo sguardo è ferino.
È solo un attimo. Un flash di potenza ineguagliabile. Istogrammi. Confusamente in dissolvenza. Questo terreno è antico, vive nell'antico.
Ho attraversato l'Impero.
L'ho attraversato in molti sensi.
L'Impero esiste anche nel tempo, e l'Imperatore è riuscito a dominare anche su di esso. Questo è territorio imperiale.
Questo è territorio imperiale.
- Sì.
Questo è territorio imperiale.
- Sì…
L'ologramma conferma. La mia affermazione detta in un loop mentale traspare ai suoi occhi. E lui conferma.
Ho innescato un processo irreversibile, lo so. Non posso fare a meno di imboccare la discesa che mi porterà verso un traguardo che percepisco, ma non vedo ancora concretamente.
Questo è territorio imperiale.
I bolli edili me lo confermano. Sparsi lungo la strada, lungo le colonne che sorreggono la recinzione. Per terra, abbandonati. Come la sensazione che ho di questo luogo sopravvissuto solo al tempo.
Solo a se stesso.
Solo al tempo.
Concetti coincidenti.
*
* *
Camminare. Nelle tenebre rischiarate dalla luna. Oltre quel casale. Nella campagna aperta.
La luminescenza contenuta dell'ectoplasma sintetico si spande nel mio intorno. È come se stessi in un cono di luce, come se si rischiarasse ciò che ho nelle immediate vicinanze, quasi che egli fosse un faro.
Mi collego al network, ho un improvviso bisogno di notizie di prima mano; mi sono ricordato della sorte dei miei compagni, come se un flash mi avesse attraversato la mente e le memorie a lungo raggio, donando loro un torpore diffuso dopo averle scosse. Genevieve. E gli altri. Persi nella rete oppressiva dello Stato. Arrestati come terroristi.
La connessione al network locale è densa di scossoni. Sfrutto rozzi motori di ricerca per carpire qualche informazione ed osservo le numerose scariche visive che deturpano il paesaggio da sfondo che, altrimenti, sarebbe perfetto: colonie a matrice preordinata, dal dettaglio ineguagliabile. Su queste colonie sussistono movimenti non entropici, in perfetta emulazione di un regime ideale, non toccato da paranoie caotiche. La descrizione di un sistema caotico non è compresa nel software dei motori di ricerca perciò tutto appare come l'esemplificazione di una vita perfetta. La matrice sembra vivere un fulgido esempio di democrazia pubblicitaria, in vigore fino agli inizi del terzo millennio.
Devo decantare le immagini trasmesse: un poderoso trailer di polpettoni melensi. Sembra un antico film trasmesso su una connessione via cavo.
Nessuna traccia di log di notizie. Reitero le ricerche di news dentro quegli sgangherati network. Ma il risultato delle query è lo stesso: nessuna occorrenza trovata. Nessuna notizia di Genevieve e degli altri del circuito .rel.
L'architettura del network locale è assai strana. Esistono molte nicchie informative che si aprono al passaggio della mia psiche nei loro pressi. Molti di questi anfratti sono assolutamente vuoti, mentre qualche altro - pochi, assai pochi in percentuale, penso ad un massimo del 6% - si rivoltano verso uno stadio di conoscenza palese molto obliquo; l'obliquità si risolve in una visione dal terreno, come se si uscisse da un buco e si osservasse l'area circostante da una posizione quasi orizzontale. Tutto sembra sinistro. E anche malato. La conoscenza è malattia. È macerazione. È sapere occulto - questo apprendo leggendo comode locandine poste traslucidamente di fianco a me, un concetto visivo molto in voga negli anni d'inizio del terzo millennio.
Non mi sento stanco del cammino. Il tempo scorre lentamente - sono le 00.50 - e l'odore di fresco, d'erba pungente si alza e cinge i miei sensi olfattivi. M'inebria.
- L'interno del territorio è ancora più sfuggente… - Sibila l'ectoplasma - Non pensare di trovare qualcosa di risolutivo, almeno, non come lo pensi tu…
Comincio ad essere stanco di questo modo di fare. La personalità intrinseca del mio compagno, quella che ha installata, mi sfugge: non so chi è lui, non so cosa vuole; capisco soltanto che è una sorta di nume tutelare che mi accompagna perché mandato da qualcuno o da qualcosa che non sono in grado di riconoscere.
- Chi sei esattamente? - Lo dico con un linguaggio serrato, intriso di rabbia.
- Non inquietarti. Non sono certo io che ti voglio far del male…
- Voglio sapere chi sei. Il tuo nome.
- Aurelio.
L'eco del tempo che si dilata, e si raggruma in un batter d'occhio.
Ancora.
Mi sembra di udire un enorme battito cardiaco che si diffonde nell'aria. Anzi, si diffonde dentro di me, nelle mie percezioni. Quel nome risuona.
Aurelio.
Dal modo in cui è stato detto capisco che non è una semplice coincidenza. Aurelio era uno dei miei antichi nomi. Era un'esistenza precedente in cui mi sporcavo di riti. Chi è costui che è di fronte a me, ora? Che memoria gli è stata installata. Perché Aurelio?
- Ti chiedi se è una coincidenza…
Non rispondo.
- Ti chiedi perché stai vagando per queste strane campagne con uno che si chiama come te. Un essere sintetico, ma che ha insiti algoritmi di magia. Perché Aurelio…?
Non attende oltre. Uno schiaffo d'insopportabile violenza elettrica si stampa in prossimità della mia presa craniale. Entrano da lì una molteplicità di sensazioni contrastanti, paesaggi talmente arcaici che mai avrei pensato di identificarli con quel tag specifico. Scene di vita primitiva e odori ad essa collegati, che ho dimenticato fino ad adesso.
- Ti chiedi perché hai perso la memoria e perché io ti sto dando di nuovo la consapevolezza…
Altre immagini entrano dentro la mia unità elaborativa biologica: sono flash di vita comune d'Aurelio; compare una donna - Nora lampeggia come una didascalia elettronica lì sotto - molto legata ad Aurelio. L'occhiata di sottecchi che l'ectoplasma m'indirizza mi fa capire quanto erano legati, tra loro, questi due antichi personaggi.
- Ti chiedi che cosa stai facendo. Cosa significa tutto ciò…
Così ascolto i discorsi d'antichi riti collegati ad un fiume, ad un clan, a delle Gentes. Ricollego ogni ricordo che emerge come se fosse una sorgente sotterranea del mio intimo più vero, più vetusto. Ricordo. Oh sì, ricordo ogni cosa di quel tempo antichissimo. La mia anima è arcaica. Sintetizzo una quantità assolutamente tossica d'endorfina, in modo da emulare forti dosi d'alcol in giro per il mio organismo. Sento l'assoluta necessità di ubriacarmi.
Devo assolutamente uscire di testa per sentirmi a mio agio e devo ricordare, al contempo. Devo lasciarmi stringere lo stomaco. Lasciarmi scorticare la mente per acquisire una sicurezza maggiore di me stesso, del mio intimo kernel.
Volo su un territorio brullo. Sento le zolle di terra mantenere su me un saldo dominio tramite immagini di vita vissuta, lì dentro contenute.
- Ti chiedi cosa stai vedendo. Cosa significa tutto ciò…
Mi chiedo perché non ricordavo prima, e quanto dolore mi costa farlo ora, in questo modo così massiccio, da solo, senza l'ausilio di una persona in grado di sorreggermi quando verrà il crollo emozionale. Ho difficoltà a respirare; mi porto la mano alla bocca, ancora una volta, per non soffocare, per non star ancora peggio. Chiudo gli occhi e lascio andare la testa all'indietro. Ricordo. Ricordo. Un violento flashback ed io ricordo. Posso addirittura enunciare le stesse parole di allora che mi vivono accanto in questo momento, in un palese paradosso temporale, come se quel tempo si svolgesse ancora a pochi angstrom da me.
- Perché Aurelio? Perché ti ho cercato?
Perché Aurelio? Perché mi hai cercato. Glielo sto per urlare, ma sono sopraffatto da altre visioni. Ancora. Un piccolo stagno che si perpetua in una zona prima che sia devastata con l'edilizia invasiva del terzo millennio, non ancora connettiva e quindi maggiormente distruttiva. Un luogo dove è obbligatorio osservare. Dove le forze elementali della natura agiscono indisturbate.
Proiezioni del passato e del futuro s'intrecciano con l'allora presente. Una visione da shock.
Il cielo sopra di noi è stellato. La sovrapposizione delle mappe stellari mi dà una discrepanza di posizioni che non è congruente. Sembrano navigare, quelle cartine digitali, verso un moto retrogrado che non si concilia con ciò che dovrebbe esserci ora, oggi, lassù in alto. Nel nostro pozzo gravitazionale dovrebbe essere il 3.427 d.C., e invece le estrapolazioni mi danno il 2.915.
L'Impero si sta estendendo nel tempo oltre che nello spazio. No. Ora lo comprendo: l'Impero si è sempre esteso, oltre che nello spazio, anche nel tempo.
Non ho oltrepassato nessun confine imperiale. Fino ad ora non ho visto altri territori che quelli imperiali.