ALCUNE IMPRESSIONI


I


"Ricordo, non ricordo. Un'impressione di andato, un'impressione di diverso tempo, un'impressione di futile che si fa strada nei sensi. L'idea di poesia è latente, l'idea è di non lasciarsi trasportare lontano dagli eventi, così coinvolgenti come sono; la sensazione è invece di superficialità, qualcosa di decaduto col tempo, da petulante a insignificante, attraverso tutto l'arco delle varietà possibili di stati ricettivi e trasmissivi. Come un flusso logico di bit contenuti in HD surdimensionati. L'impulso dato da un'alba criptica, ermetica persa dietro le montagne, alte; tramonti e pensieri smarriti dietro essi in riva al mare, tutti noi investiti da ondate perfette di rosso che si spegne, rosso corroso e malato di nostalgia, di malinconia. Viaggi appena accennati ma presenti in blocchi compressi nella memoria, a lungo desiderati, volati in fretta nei luoghi preposti ai brividi e sempre presenti - come residenti - e linkati agli avvenimenti istantanei in modo da accendere interruttori per scariche di piacere, intenso, per riuscire poi a capire soltanto quanto è labile il limite tra il passato e il presente possibile, i presenti possibili: questi e altri composti di emozioni si affacciano tra le noie logaritmiche e paranoie esponenziali. Questi, e molto altro, può venire fuori in fasi di veglia forzata da se stessi, in ore notturne silenziose, nel profondo ronzio dei network sempre in login customizzati, quando la compagnia si sfalda attraverso le tue personalità multiple e ne occupa percentuali infinitesime della loro estensione - porzioni variabili in modo flessibile, porzioni comunque esposte a errori di possedimenti - fino a cancellare la presenza di sé nella propria anima. Il risultato è una forzatura estrema dei sogni, quasi andassero a rapire altri sogni, altre immagini, sparse nell'aria come shareware di nessun conto e prodotti da personale non autorizzato, assolutamente non professionali; il risultato influenza la psiche fondendola con fugaci emozioni, integrandola con sbalzi umorali dipendenti da variabili immani, imprevedibili, stabilite da coloro che immettono display dei propri stati d'animo nel circuito aereo - rete reticolare di pieno trasporto. Allora si può percepire, come ammonimenti incompiuti, false tiritere cantilenanti, dettate da voci asettiche, severe. Queste voci pian piano prendono il cuore di chi ascolta e lo trattano, apparentemente, in analogico, descrivendo nitidamente paesaggi agresti immersi in nottate - o splendide giornate estive - impazzite di calore piacevole, epidermidale; l'assoluta padronanza di queste scene produce, invece, immediatamente dopo, sgomento se non si svela il reticolo digitale di neo-pixel, nettamente più performanti, che costruiscono invece tutto il costrutto fino ad allora visto. Tutto il dolore psichico provato fino a quel momento si intensifica, diventa insopportabile. La notte risuona - solo allora si riesce a percepire - di improvvisi blocchi di ascetismo estremo, di intransigenza nichilista, il tutto ricoperto da pittura sintetica estremamente egoista, richiusa su se stessa come rocche medioevali. Il rigore diventa insopportabile per chi non ha mai conosciuto il malessere vero, indurito, originato dall'isolamento perpetuo e precedente. Da quell'istante in poi si costruisce, psichicamente, intorno ai corpi astrali di chi sta sperimentando un muro, un muro oscuro pregno di sillabe monocordi, ancestrali, che destrutturano tutto il materiale che si intravede intorno a sé per sostituirlo, in slide impercettibili e veloci, con visioni temporalmente antiche ma vivide, come se esse fossero attuali, in cui si annega tutto il proprio spirito in percezioni animiste. Sale enormi di castelli sperduti, plebaglia affaticata dall'ignoranza estrema in cui si trascinano, odori soltanto sfiorati, per estrapolazione, da situazioni pseudo-anormali, in realtà appena fuori dall'ordinario; l'immersione diventa sempre più stretta, incalzante, lo stacco dai propri pensieri da strisciante muta e chiude i pori, introducendo stati di claustrofobia. Il freddo, dopo che il piacevole calore si è dissolto, irrompe nei tessuti più interni, prossimi alla struttura impiantata. La cristallizzazione comincia a configurarsi, almeno logicamente, con la funzione Declare; appare, essa, come un'icona frammentata dai colori leggermente opachi, le definizioni delle gradazioni sono parzializzate con zone interdette ai click cerebrali. L'opacità cresce, cresce impercettibilmente, in forma variabile, con il passare dei millisecondi, utilizzando a volte funzioni esponenziali, a volte lineari; la zona interdetta ai click mentali si estende rapidamente ad alte percentuali del totale, il gelo intacca le regioni connettivali sintetiche. I primi sbandamenti logici appaiono sul visore come vecchi virus "a caduta di lettere". L'icona cambia aspetto, cambia rappresentazione. Diventa, l'involucro esterno, di forma variabile - mutazioni genetiche in rapida sequenza - mentre l'immagine lì dentro contenuta raffigura da quel momento in poi foglie avvizzite in progressiva cristallizzazione, con una fedeltà visiva imponente, assoluta. Il punto di partenza, la notte insonne, è definito soltanto come lontano ricordo; il continuum in cui ci si è sempre trovati è soltanto una delle tante possibilità. Così, la cristallizzazione riguarda soltanto una di queste possibilità, e la visione di sé cristallizzato - visione nascosta malamente dietro l'icona - provoca la rapida esclusione di quel ramo logico, barrando il corrispondente diagrammato, ottenibile con click automatizzati su menù derivati da tendine destrutturate. Un rapido sguardo, l'ultimo, a quel livello di realtà, può mostrare l'espletazione visiva dello zero assoluto, i suoi territori più prossimi, le leggi paradossali imposte ad esso, il tutto come se fosse un cyberspazio estremamente evoluto graficamente.

Ritorna il senso di poesia.

Con esso tutto ritorna intimo, contenuto dentro la propria dimensione. Insieme ad esso sfuggono pennellate di materia inorganica, fluttuante libera nella rete di trasporto emozionale, dove rimasugli di idee trasversali spostano continuamente il limite dell'irreale contenuto nel reale. L'improvviso ritorno alla notte insonne può completare il quadro pre-onirico. Il terrore di aver centrato la possibile realtà sbagliata, per alcuni versi coincidente ma per altri totalmente differente, governa gli istanti successivi allo sfaldamento del muro visivo; anche il terrore può essere, mediante opzione ipertestuale, visionato sullo sfondo del proprio visore cranico in settaggi autonomi e standardizzati, risaltando così come fiotti di sangue copioso su pareti coperte da carta da parati dadaista, provocando profondo ribrezzo all'eventuale spettatore e inducendogli contemporaneamente domande subliminali di semantica artistica, legate ad argomenti sociali, tali da cortocircuitargli tutta l'attenzione.

Il tempo che rimane al prendere sonno può avere un forte sapore di anestetico, di psicofarmaco digitale; le differenze di stato emotivo che permettono la coscienza di questo sapore dipendono fortemente - in modo direttamente proporzionale - dal grado di impianto che si ha installato".


II


"Come suonare il pianoforte nella propria immaginazione, come osservare una patina di irrealtà formarsi davanti ai propri occhi: questo, a volte, può significare giocare con le proprie emozioni. Questo, a volte, può portare su baratri imprecisi di altezze prossime a cyberspazi, di altezze esattamente elevate a potenzen, graficamente ricche di dettaglio. n diventa un simbolo, pochi millesimi quadrati per esprimere valanghe di concetti, enormi, logorroici tunnel di pensieri. In quei baratri si lasciano emozioni, le si lasciano vive, abbandonate come animali estivi in strade affogate di luce potente. Quella luce, la stessa luce, diventa la chiave per aprire porte infinite nei cyberspazi, per farsi guidare negli anfratti elettronicamente nascosti eppure così emulatamente reali, per trovare, in questo modo, le stesse emozioni in sofferenza apatica da abbandono, disperatamente sole.

Esse vivono!
Esse si lacerano di conflitti interiori per noi, loro creatori.


Risultati che rimangono appesi, tutta la nostra mente è cyberspazio, così navighiamo in universi totalmente personali, totalmente fasulli.

Collegarsi.
Trasmettere.
Ricevere.


Follie. Follie dettate da paranoie espanse e contagiose che attraversano dimensioni estese e numerose, acolori a volte; il sangue può percorrere le vallate mentali, farne dei bacini di raccolta, scaturirne dei fiumi. Fiumi di impressioni di tenue orrore...

Si ode di nuovo il suono di pianoforte.
Le parole, inutili, continuano a morire in gola.


Rossi porpora sintetici cambiano come esseri umani, hanno mutazioni genetiche.
L'ambiente che era intorno non esiste più.
Poche, significanti parole, restano in loop nella mente fino a scolpirla, fino a tracciare dei sentieri ben visibili: le tracce della memoria, i resti delle emozioni, i cadaveri di se stessi, i cadaveri delle anime interpretate da ognuno. Perdere tutte le giornate rimaste a controllare, a contare queste salme; conteggiare, poi, gli inverni che hanno appesantito la propria mentalità per controllare, infine, tutto quanto l'insieme e scoprire con orgoglio malato quanto si è scesi in basso nella scala organico-connettivale - post-digitale - fino a sentirsi male, fino a creare altre impressioni, ancora più deviate.

E' forse come sentirsi un antico uomo, preda di visioni folgoranti di dinamismo elettronico. E' forse come curarsi le piaghe con abrasori chimici, tentando di anestetizzarsi con impulsi da connessione già settati, pieni di antidolorifici in sequenza Multi-ASCII".


III


"Un suono di stridore, che accompagna noise festival in giro per le impressioni mentali, lascia colori sfocati dal difetto di presenza, di qualcuno che è stato presente. Lasciando andare i miseri resti di una giornata, pensando di sé, affannandosi a costruire rifugi per la notte, segnandosi come un appestato solo per non confondersi in masse insignificanti; tutto ciò, alla fine, può non pagare. Tutto ciò può solo voler dire infiniti loop nella propria coscienza per rincorrere fantasmi, acchiappare aria mista a sabbia. Parlare di fronte ad uno specchio soltanto per minare la propria sicurezza, per apparirsi un folle in libertà, mentre qualcuno suona alla tua casella elettronica, insistentemente con icone di knock, e poi sfoltire i propri messaggi subliminali da camera per improvvisi cali emotivi - pastiglie, continui consigli sulle pastiglie sintetiche nel net - e poi, un ricordo di sé a pochi Kb di espansione, solo per significare rassegnazione, depressione: significa essere stanchi. Significa essere in fondo ad un viale, a fischiare tutta la malinconia. Non c'è più luce, né guizzi rapidi di vitalità, che valgano la pena di seguire, di criptare, di scaricarsi nelle proprie meningi autoconfigurate. Non c'è un alito di presenza nei ricordi che si hanno di persone, sembrando essi sterminate steppe in glaciazione, enormi distese di terreno al crepuscolo che faticano a respirare; sentirsi osservatore, ritenersi un punto invisibile, perso nelle pieghe di alcune immagini che la Terra produce... Un polling enorme, sconfinato, dei propri pensieri fino a trovare la falla, il buco.

Al di là delle normali parole; al di là degli aliti di vento. Al di fuori delle volontà di sentirsi - sentirsi vivi - si affoga nel fango radioattivo, denso di silicio mal raffinato.

La fame di forza mentale va di pari passo con l'insanità logica; tutto può apparire diverso dal conosciuto, tutto può delinearsi come assurde matrici dimensionate senza fine, fino a che ci si accascia in preda a deliri di febbre da virus telematico, sudando California nel net, salvo poi scoprire che l'immagine che si credeva essere virtuale, è davvero troppo dentro la nostra esistenza".