SMARRITA LA RETTA VIA


Improvviso, un flash: da quanto tempo non mangio. Ho perso il conto. Sono convinto di essermi rifocillato a Lafronds, o forse prima, nella caserma della guardia di frontiera, o forse ancora nel bosco, insieme alla guida. Considero il mangiare, ma non ho fame. Ci penso come se fosse un riflesso condizionato, come se avessi necessità di compiere quel gesto per chissà quale recondito bisogno iscritto nella mia ROM. Ma non ho fame.
Non ho necessità di portare qualcosa alla bocca per placare un raptus di vuoto interiore. Non voglio incorrere nell'errore di una bulimia non correggibile via software. Aurelio è accanto a me, come un'ombra. Mi precede, a volte mi segue, lascia sempre un margine fisico tra noi in modo che io non mi senta vincolato a lui. Penso che i suoi algoritmi d'intelligenza artificiale siano un ottimo compendio d'avanzamento procedurale e di sintesi comportamentale. È discreto, e a parte l'episodio di poco fa non ha mai interferito con i miei pensieri.
Il legame col mio corpo è meno stabile. È presente, percepisco perfettamente ogni mio singolo nervo, ma a volte riesco a sorvolare sui dettagli fisici per addentrarmi in un vasto mondo inesplorato dove sono leggero, dove mi piego su me stesso e mi sento, mi vedo una spanna sopra, mentre sotto mi accartoccio.
L'intorpidimento che provo ora sfugge ad ogni campionamento concesso alle mie risorse da innesto. Mi sento devitalizzato, la mia vita è altrove; io sono piegato su me stesso, a fatica riesco a camminare, mentre Aurelio non mi osserva (non so bene perché). Sono costretto a fermarmi e allora, in quel momento, esplode il parossismo delle sensazioni da estraniamento. Mi sento afferrare mentre cado. Il mio corpo si pone come un ammasso sanguinolento integro, devitalizzato nel mentre in cui io sono vivo altrove e mi osservo da lì. Sento arrivare dettagli di stupidità dalle mie sinapsi native e alterate. Una musica ovattata sembra circondarmi, non oso guardare Aurelio. Non voglio trovarmi con lui faccia a faccia nel momento in cui, probabilmente, non saprei rispondergli più di faticosi monosillabi.

È stato un momento.
Riprendere il controllo di me stesso non è stato facile, forse ho provato anche un po' di dolore da indolenza; eppure ho dovuto ricontrollare i miei circuiti neurali da innesto perché stavano crittografando stringhe comunicative non più standard, perfettamente coerenti ma non più interfacciabili. Aurelio è ora davanti a me, mi volta le spalle in un dignitosissimo riserbo e per me questo suona come un cedere agli eventi, una deflagrazione interna che non può essere onorevole per me.
Aurelio non mi guarda, ma trasmette.
Stiamo continuando ad attraversare il territorio brullo, disabitato. È territorio imperiale. È territorio imperiale.
È territorio imperiale!
Ogni mio pensiero risuona di questa frase, continuamente. L'illusione di essere uscito da quel dominio si dissolve come neve al sole; mi guardo intorno e vedo soltanto continue icone disseminate nei paletti da collegamento che trasmettono, continuamente, le esemplificazioni dei bolli imperiali, forse non più in uso ma facilmente riconoscibili per la loro iconografia.
Cosa sono io? Soprattutto: dove sono?
Uno stormo di connessioni disturbanti mi assale, mi lascia senza fiato. Sembrano resti diurni spuri di volontà da restituzione distribuiti nella rete. Semplicemente, bagagli emozionali da pochi centesimi informativi lasciati sfogare come gas di scarico nei network, usati soltanto come luccichii fantasma per non farsi prendere sul fatto dai controllori imperiali.
Io cammino, ma non ho forze fisiche, non per molto tempo ancora.
- Aurelio, hai un'idea di dove passare la notte?
- Potremmo fermarci in qualunque posto; tu riposeresti su un letto d'erba, gli antichi lo facevano. E forse ricorderesti meglio…
Le sue parole schiudono uno scrigno magico. Mi rivedo adagiato su un pagliericcio grossolano, così stanco da non apprezzare che quel giaciglio sia privo di parassiti perché è fresco, appena fatto, e nessuno vi ha dormito oltre me. È un privilegio concesso a pochi schiavi; io ne usufruisco perché m'impegno, perché nella colonia agricola fatico più degli altri.
Gli esattori imperiali apprezzano la mia abnegazione e giurano sui loro dei che presto diventerò un liberto. Io non gli credo, ma l'unica cosa che posso fare è continuare a spremere le mie forze, come se dovessi scavalcare una montagna. Così le giornate passano una dopo l'altra, interminabili nella loro uguaglianza, con la medesima fatica. Mi sento depresso. Percepisco l'inutilità delle mie azioni, la differenza tra me e una bestia da soma è nulla. Il mio livello spirituale è basso, insopportabilmente basso, non sento nessun motivo di soddisfazione nel mio vivere e non provo alcuna spinta emotiva. Io mi sento una bestia, non ho diritti.
Io posso morire in qualsiasi momento, nessuno mi piangerebbe.
- Non pensarci troppo… - Aurelio, mi dà le direttive.
La sua voce sintetica e così artificialmente inoculata da apparire autentica, mi lascia trasparire uno iato di vita esoterica, come se lui fosse davvero un fantasma.
- Ho troppi brandelli di vita non attuali che mi tormentano. Mi sembra di ricollocarmi in un momento arcaico e di riprendere da lì tutto il mio esistere, come se avessi appena abbandonato un'azione. Possiedo la continuità di un istante passato da migliaia d'anni che si colloca in quest'esatto momento.
- Dovresti analizzarlo. E rendere unitaria la tua visione attuale.
- Ci sto pensando. Ma non è assurdo?
- Solo con gli occhi materialisti di un umano d'inizio terzo millennio potresti pensare al concetto d'assurdo. Le scienze del caos e dell'entropia hanno reso plausibile e accessibile, credibile il cogitare momenti differenti esistenti in prossimità del limite strutturale umano. Vivere in prossimità di un evento prigoginico significa non esistere in un mondo prettamente umano bensì in un universo dove le leggi sono stravolte, dove vigono quelle caotiche - disordine elastico non misurabile col goniometro.
So tutto questo. Sono informazioni note, anche se raramente applicate o estrapolate nelle considerazioni quotidiane.
Brandelli di connessione perseguitano la mia psiche portando colori brillanti. Le informazioni sono spurie, sembrano jingles pubblicitari pirata ricchi d'interferenze da mal di stomaco.
Da quelle finestre indesiderate entrano momenti bui. Rappresentazioni arboree si dispiegano temibili. Lascio andare la fantasia perché non mi è possibile più frenarla e così sento un irresistibile richiamo alla notte, alla notte vera, quella che è dentro le tenebre che vedo. Ci sono alberi, e ancora esseri aggrappati ai rami in un continuo spalleggiarsi, richiamarsi, ondeggiare e piegarsi al vento. Quegli esseri sono entità che non hanno capito, sono convinti d'essere ancora vivi.
Così rumori di sciabordii, ancora.
Così bisbiglii. Ancora. E un romanzo buio intorno. E l'Imperatore che si muove sullo sfondo d'ogni azione che osservo, vestito della sua porpora. Nell'atto di dominare ogni mio pensiero. Presente, ma soprattutto passato.
L'Imperatore, una figura predominante, onnipotente, al limite della legittima deificazione. Al limite di uno strapotere dettato dalla profonda conoscenza delle Cose. Conoscenza che si perde nella notte dei tempi umani. Prima ancora che essi conoscessero il lume della ragione.
Popolazioni venute da lontano.
Imperatori dei sensi, dello Spirito. Imperatori dotati di sublime fascino, longevità. Di carattere. Di tecnica extraumana.
I Re designati per intercessione divina.
I Principi ispirati da concetti divini. Nephilim.
Come una visione. Nephilim.
- Loro… - Aurelio parla.
Navi stellari. Nephilim.
La caduta dal cielo. Nephilim.
- Loro… Esattamente…
Il dominio delle loro menti superiori esteso su ogni angolo della Terra. Civiltà. Nephilim.
Il mondo della magia. Delle conoscenze esoteriche. Reincarnazione in corpi semplici dotati di luce divina. Nephilim.
- Nephilim, my friend… - Aurelio, canticchia…
Siamo semiumani. Semidei. Qualcosa più delle bestie. E perché ho vissuto mie vite precedenti come se fossi una bestia? Non dovevo. Non potevo crescere. Non riuscivo a trovare la mia strada, perso com'ero in un percorso d'echi smorzati che non giungevano a me.
Nephilim. Enlil. Ea. La stirpe scesa dal cielo.
Vivo pensando esoterico. Inquadro ogni aspetto preso in considerazione dal mio desktop craniale come un pericoloso assottigliarsi della mia consistenza umana. Sono solo un umano, penso. Sono solo un postumano con pretese divine, vicinanza al reticolo dei semidei per crescita tecnologica. Non spirituale.
Ho bisogno di crescere spiritualmente.
Ho bisogno di affiancare alla Sophia tecnica quella mistica. Devo raccattare ogni informazione struttuale della mia coscienza come se si trattasse di un manuale. Un manuale di sopravvivenza, ogni esistenza è preziosa, mai buttarla.
Mai buttarla…
- Mai buttarla… - Ripete Aurelio.
Mai buttarla, ripeto io con un'eco leggermente spostata, appena sbagliata nella scelta dei tempi.

Ho appena avuto una visione del tempo passato.
Era forse troppa l'adrenalina modificata lasciata nel circolo del mio organismo. Che non ha portato danni permanenti se non disfunzioni legate alle qualità intrinseche della droga psicotropa che ho liberato.
L'Imperatore. È qui. È lì. È ovunque. Domina lo spazio. Domina il tempo. Non è umano e può farlo, ne ha le peculiarità. Non è umano, ma è l'incarnazione primeva del postumanismo.
- Lui non è umano. È l'Imperatore di questo stretto spazio galattico. Lui è troppo oltre voi umani. È il primo esempio di ciò che per voi è postumano. - Aurelio si disperde in mille parole dal significato chiaro, per me postumano illuminato. Il circolo .rel, e Genevieve, e tutte le lezioni che ho appresso durante la mia permanenza nell'Impero, si concretizzano in fughe intellettuali che mi permettono di concepire anche la dimensionalità temporale di quello Stato. Fino a morirne di trascendenza. Fino a cogliere ogni barlume di realtà come spiegazione della vera realtà, quell'occulta, dove ogni coincidenza è un indizio certo mai casuale. Vivo in una matrice occulta, mai conosciuta perfettamente da nessun umano.
Il territorio imperiale riluce, stanotte, di nuovo bagliore. Il territorio è più vasto, a questo punto, di quanto i network storici riescano a tracciare decentemente dal terreno. Inoltro mail di conoscenza, di avviso, sperando di non essere tacciato io stesso di pazzia, di non essere denunciato per follia obiettiva.


*

* *


Di ritorno dalla visione. Pillole di Verità, o almeno, qualcosa che somiglia alla Verità, ammesso che n'esista una soltanto, ammesso che qualcuno possa arrogarsi il diritto d'essere l'unico rappresentante della Verità; divulgare la propria Vera unicità è sempre stato, storicamente, una mossa politica, un atto d'ostilità verso altri. È sempre stato integralismo, da qualsiasi fonte provenisse.
Guardo Aurelio, e rileggo dentro i suoi occhi in formato pixel i miei dubbi in formato standard; si è interfacciato con me e riverbera ciò che io sono, si è annullato soltanto per permettermi di riflettere come se fossi davanti ad uno specchio. I dettagli dei miei pensieri non sono frastagliati, sono perfettamente visibili, ma hanno il fastidioso difetto di apparire plastici, una placida riproduzione olografica lontana dal dinamismo della realtà. Esco dalla considerazione di me stesso ed osservo la piattaforma hardware che costituisce Aurelio: probabilmente egli risente degli anni. Cerco di comprendere non so più bene cosa, così penso che il viaggio è ormai troppo avanti per essere interrotto. Non posso, non voglio involvere. Devo continuare.
- Il territorio muta, Florian…
Così, mi guardo intorno, per quanto riesca a vedere nel buio. Mi aiuto con gli scansori ad infrarossi e mi accorgo d'avere un altro attacco di sindrome monocromatica. Gli infrarossi sono fastidiosamente percepiti come bianco e nero in accentuata sgranatura. Le chiazze scure si espandono oltre la loro territorialità e formano una grossa macchia nera, uniforme; la mancanza di dettaglio mi dà vertigine ed ho come l'impressione di aver preso un pugno sulla nuca che mi causa un blackout fastidioso, insopportabile. Tolgo gli infrarossi.
Tolgo l'assistenza del desktop craniale. Capisco che devo decidermi, in questo momento, ad essere umano e non postumano.
Sto meglio.
Il mondo, intorno, appare più placido. Sembra che una malevola febbre drogata abbia smesso di fluirmi dentro. Ho spalancato una porta davanti a me, dietro di me, ovunque intorno a me; Ciò che intravedo è un giardino percorso da vento fresco, teso. Le fronde si agitano molte scompostamente, mentre altre - poche altre - sono inspiegabilmente ferme in mezzo al furore isterico. Sembra sia sera lì, il tramonto. Sembra che qualcosa chiami e lasci intravedere una via d'accesso verso un luogo lontano dove, istintivamente, sento di essere a casa - ping d'accettazione dei miei innesti craniali si fanno insistenti, ora; vogliono riprendere il controllo perché il loro timeout d'inattività è scaduto.
Gli stimoli corporei si allontanano. Continuo a percepire soltanto gli arti, la pesantezza della testa, il battito del cuore e il flusso sanguigno che rimbomba dentro le orecchie; psichicamente denoto soltanto delle piccole ombre localizzate, come se il sole fosse andato via quasi del tutto e per terra rimanesse soltanto una debole zona rabbuiata di me.
Mi guardo intorno, ai miei fianchi. Sono proprio sull'uscio di quella porta che poco fa vedevo un po' più lontana, come se fosse stata un traguardo da raggiungere. Ancora pochi istanti e mi accorgo di averne oltrepassato la soglia; mi chiedo se il tempo che scorre ora è ancora lo stesso degli umani e postumani - quest'ultimi si sono semplicemente tarati a un valore ritenuto standard. Non sento grandi differenze percettive rispetto a quando non ero dentro quest'ambiente. La placida tranquillità che ho dentro mi fa dimenticare la corporeità, mi fa credere che nulla m'interressi più, ora, della quiete interiore mirata ad un accrescimento quantico - altri mondi, penso. Un indicatore del livello entropico riesce a superare il blocco autoimposto alle mie protesi, e come una piccola breccia in una diga provoca un effetto dirompente sulla mia attenzione, tutta rivolta alla scena. L'equilibrio magico sembra essersi rotto. Un sinistro rumore di risucchio mi compete su tutti i sistemi che avevo posto in posizione off; una sensazione di fuori luogo, di imperfezione non irrisolvibile mi porta a dare un rapido look-around a tutti gli indicatori fuori scala: la totalità di essi.
Un sommergibile che affonda. Sembra questa la situazione in cui vivo. Ricordo di aver letto, parecchi anni, fa la drammaticità degli eventi che accompagnavano l'affondamento di quegli antichi battelli marini, adatti a navigare in profondità relativamente alte ma fragili nella loro struttura, bare metalliche se qualcosa fosse andato storto. Era, per i marinai, vivere un dramma latente eterno, paura intensa e vera; i miei sistemi mi danno esattamente questa dimensione, ora: un luogo che sta per esplodere.
In realtà sono io che sto per esplodere.
Così faccio un rapido check. M'ingegno sulle procedure da adottare in caso ce ne fosse bisogno, determinando prima quelle più urgenti e individuandone, così, un numero quasi ingestibile pure dai miei controlli installati nella carne viva. Mi riesce difficile pianificare un programma di sostentamento postumo all'emergenza, così decido di concentrarmi solo sui processi davvero a rischio. Intanto ho oltrepassato l'uscio, a ritroso, e comincio a rivedere quel giardino inquieto da una certa distanza. Una retromarcia lenta, inesorabile; l'orologio craniale dà il tempo e appare assolutamente conforme a quello che mi sembrava scorresse prima, a sistemi spenti.
- Il territorio muta, Florian, ma tu devi essere rapido a cavalcarlo. Sei a cavallo attraverso l'Impero, ricordalo…
Vorrei rispondergli. Vorrei avere un dialogo con lui, ma la spinta retrograda mi porta in poco tempo lontano; un effetto repulsivo inarrestabile. Rumori intorno a me, voci che non conosco.
Voci altalenanti, quelle invece le conosco bene.
Gravito, scopro di tendere verso Aurelio in un inspiegabile moto ellittico che mi lascia sempre dare uno sguardo a quella porta, dove il vento soffia sempre uguale a se stesso; il moto che osservo è anche rivoluzionario, sembro un elemento di un sistema gravitazionale che ruota intorno al suo sole, mentre tiene d'occhio sempre la sua luna, la possibilità di collisione con un altro corpo celeste affine da cui è irrimediabilmente attratto.
- Perché il territorio imperiale non c'è più, ora? - Domando smarrito.
- Esiste, non lo vedi, ma esiste. - Frattalizzazioni di un trattato criptato appaiono nella traslucenza d'Aurelio; la sua pelle s'illumina e lascia trasparire, con un dettaglio fortemente definito, una piccola vicenda in cui vedo i tratti salienti della storia imperiale; i punti dell'epidermide non interessati dalla proiezione sono diventati trasparenti, credo che lui abbia sommato un bit di parità nel controllo del checksum, così da fargli assumere questa caratteristica.
Sono affascinato, conquistato dal dispiegamento grafico. Potrei impazzire di piacere per degli istanti così.
Trovo tracce di territorio imperiale ovunque. Le trovo nascoste, occultate in trame fitte d'esistenza granulare monocromatiche che sembrano messe lì apposta per me. Le osserviamo insieme, Aurelio ed io, ed anche lui ne rimane indiscutibilmente affascinato; sembra rapito dalla perfezione dei disegni rappresentati sul terreno, la madre di tutta la scena. Scruto meglio, cerco di capire cos'è questo terreno su cui poggia tutto, su cui poggiamo tutti.
È futuro. Trame d'orditi matematici che rappresentano il futuro. Perfette incastonature la cui traduzione ovvia, non banale e complessamente occulta si risolve in: Futuro.
Il tempo è una costante assoluta. Il futuro è quanto diparte da me, ora, per un tempo a venire. Non è banalità, è semplicemente essenza, constatazione che il tempo esiste e i flussi temporali anch'essi.
- Sì, è fascinoso tutto questo. Nel momento in cui fui concepito nessuno avrebbe mai sperato di osservare questo spettacolo di tecnica matematica realizzativa.
- A quanto tempo fa risali?
- Decine d'anni fa. Un po' di decine. Sono nato poche settimane fa…
Lo stridente contrasto della sua affermazione si fa strada nella mia mente come un cuneo. È tagliente l'incongruenza, fa male perché sottilmente sbagliata.
- Stai cercando di dirmi qualcosa che non ha senso, o se ne ha è talmente spostato da far parte di un altro ordine d'esistenza. - Gli sussurro con un tono di voce così alterato da restarne sorpreso io stesso. Sono distaccato eppure coinvolto emotivamente, incredulo e impaurito dalla rivelazione del vero senso nascosto in tutto quello che sta succedendo.
Mantengo un'alta percentuale di CPU cerebrale assorbita dal recovery dei processi base e non voglio minimamente parlare o pensare a sottigliezze semantiche. Guardo al meter, che mi conferma che lo sforzo che sto producendo per raddrizzare le mie sinapsi artificialmente alterate sta dando i risultati sperati: sono al 93% dei processi totali riattivati. Tra pochi istanti procedurali potrò anche permettermi il lusso di impiantare nuovi demoni aggiuntivi.
- Ora stai recuperando. Non posso fornirti altri parametri, andresti fuori rotta. - Il sussurro d'Aurelio mi gela il sangue, ma lascia il tempo anche ad un inspiegabile bit di tranquillità, che s'insinua al pari di codice binario puro nei punti giusti della mia psiche alterata.
La porta sembra suggellarsi. Ora.
Ho stabilito, un momento prima che si chiudesse, le coordinate che la riguardano, sfruttando la liberazione delle risorse dal recovery terminato positivamente pochi istanti fa. Ho avuto a disposizione una manciata di decimi di secondo elaborativi, ma ora ho registrato tutti i valori nella matrice del mio desktop. Il suggello, vedo con un filo di triste angoscia, sembra composto da materiale assolutamente trasparente ma inattaccabile. Si sta opacizzando.
Ora l'accesso è completamente opaco e va in metamorfosi con il terreno di consistenza matematica. Sta scomparendo.
È scomparso…
- Guardati intorno. Il territorio è sempre in mutazione, ma lascia trasparire il germe del ritorno. È come la storia: ciclicamente si ripresenta sempre lo stesso svolgimento.
Torna il sentiero su cui camminavamo.
Intravedo di nuovo le stelle nella posizione che visualizzavamo un po' di tempo fa, prima dell'accelerazione emotiva.
Riconosco le ombre della notte, e ogni cosa che avevo intorno; l'odore pungente di campagna si fa di nuovo vivo nelle mie narici. Il confine imperiale che ho attraversato due o tre giorni fa è lontano, anni luce di un'esistenza - la mia - che non è più la stessa.
- Che senso ha tutto questo? - Non appena formulo la domanda mi accorgo della banalità che ho espresso. Ormai l'ho detta e mi aspetto di essere redarguito dall'ectoplasma complesso. Che rimane dignitosamente sulle sue, non dà peso a quanto ho detto e preferisce, invece, continuare l'espletazione dei suoi algoritmi interiori.
- Continuando dritti, camminando di buona lena, potremmo arrivare domattina nei pressi di una vasta zona a coltivazione intensa. Lì esistono altri casali non abbandonati, dove una moltitudine di lavoratori bada ai terreni…
- Tutto questo territorio sembra un'immensa zona agricola, a parte Lafronds che, però, non è certo un centro d'avanguardia connettiva…
- Sì, è così. Andando avanti nell'entroterra tale peculiarità si accentua. È quanto puoi vedere ora, dopo aver perso il controllo sulle tue protesi…
Sono ancora in preda all'epifania della visione avuta oltre la porta, quindi non reagisco come farei di solito. Provo rammarico per l'occasione sfuggita e, tuttavia, ho dentro un momento di conforto emotivo, dato dalla possessione delle coordinate di quel posto; mi sembra di vivere dentro un sogno impastato, uno di quelli in cui la bocca rimane piacevolmente appiccicata da sensi di paradisiaci sballi mentali. Riesco appena a sentire una musica in sottofondo che chiama e soddisfa i miei bisogni narcotici.
L'Elizium di uno stato d'animo andato fuori dal controllo è sotto il mio dominio sensoriale.
- Vogliamo procedere? - Aurelio domanda con un senso di bizzarra ironia. Un sorrisino è stampato su quel volto campionato da chissà chi, chissà quando.
Ho lo sguardo un po' sorpreso, dimentico sempre che la leggera ironia è un'arma formidabile per stemperare la tensione. Alleviati i sensi mi accorgo di rispondergli, come in un film…
- Verso la frontiera… - Sorrido, come se volessi sfidare il limite dell'antico West americano. Nello stesso tempo ho un accenno di fame, ma ormai sono le 01.36 della notte e penso che mangiare, ora, mi darebbe solo sonnolenza e senso di spossatezza. Non ho un minimo accenno di stress fisico e decido che posso affrontare ancora altra strada. A piedi, senza problemi, perché ora non apprezzerei nemmeno l'uso della vettura.
Aurelio è già davanti a me. Lui non ha estremi per decidere quanto è stanco. Semplicemente, penso un istante dopo, non può provare bisogno di riposo; probabilmente i suoi circuiti sono sovradimensionati e sono attraversati da un così basso livello energetico da non provare mai sovraffaticamento nei suoi circuiti sinaptici-ottici.
Ho anche la sensazione di ascoltare ripetizioni di brani musicali che portano lo stesso titolo, che dovrebbero essere identici e che disegnano sfumature diverse ogni volta che presto loro attenzione. Vivo istanti onirici che si affacciano alla mia coscienza con un fare discreto, presentandomi domande impercettibilmente diverse, sostanzialmente diverse. Vivo, improvvisamente, l'illusione di essere tra montagne che nascondono gli antichissimi luoghi d'Agarthi; sotto di me potrei avere gli infiniti cunicoli che portano a quel regno impossibile, e la compagnia d'angeli luminescenti che credo d'avere intorno potrebbe illustrarmi il cammino che devo percorrere… Potrei aver appena assunto massicce dosi di droghe conservatrici, del tipo psicotropo non digitalizzato, e potrei esser sotto il loro effetto per il solo fatto di aver mangiato della segale ammuffita. Potrei esser così teso, al pari di una corda di violino, ed ascoltare rapito lo svolgersi di tutte le singolarità che mi sono accanto…
So che non è così, i miei impianti danno risultati assolutamente tranquillizzanti: nessun tipo di tossina psicotropa è in me.
Tuttavia credo, ora, di essere nella terra dei Sumeri. Il paesaggio notturno dei loro territori così arcaici si svolge sotto di me, come se fosse disegnato da un pennello elettrico estremamente visibile. Vedo distintamente la polvere del deserto, e le magnifiche piantagioni, così fertili. Così estese. La cultura che fioriva sotto i Nephilim.
Che ancora comandano. Qui. Nell'impero.
Suoni cristallini si sviluppano nell'aria. Voglio seguirli, è il mio pifferaio magico e se anche mi portasse alla distruzione non voglio scampargli.
Non desidero altro che l'oblio che si sprigiona da quella melodia.
Non penso altro che ad affondare in un materiale gassoso fatto d'immagini psichiche. Brividi.
Brividi. Ancora…
Mi sento sollevato, un palmo da terra. Viaggio in infiniti rivoli d'angoscia sfilacciata, diluita.
Visioni monocromatiche notturne, a completare l'estraniamento. Mi passo le dita tra i capelli, un gesto che mi aiuta a riconquistare familiarità col mio corpo. Fino a sciogliermi in una vasca di liquidi contenenti altre visioni. E visioni, su altre. Senza fine. Senza apparente soluzione di continuità…
- Verso la frontiera. - Sento farmi eco, da Aurelio. Ero assorto come durante un colpo di sonno e non so quanto tempo ho passato dentro a quel buio gorgo di liquide percezioni. Sono letteralmente conquistato dalla potenza evocativa, dal vigore puro, dalla capacità di trascendere dei Nephilim. Credo di invidiare, per la prima volta, l'Imperatore. In un modo sconfinato.
Sconfinato…


*

* *


Il cuore della notte insinua aghi di freddo, fastidio. Siamo tra picchi collinari dove la brezza sfila attraverso le gole, discendendo verso le valli come ad un guado. Le folate sono onde, onde d'umore che provengono da un territorio. Sono colorate, sono dense di venature riconoscibili sull'epidermide. Sono portatrici di brividi insoliti, come carezze sulla pelle appena percettibili; sono un'orda d'elettricità ancora attiva che compongono una sinfonia di dolore mesto, incredulo. Che fa moderatamente male al cuore.
Guardiamo in basso. Guardiamo avanti. A volte mi giro per osservare ciò che stiamo lasciando. Provo continuamente un senso di leggerezza, un misto di mestizia senza fondo. I colori notturni nel cielo sono presenti come se fossero stati sparati da un leggero pennello elettronico, appena distinguibili; le stelle brillano, ma spesso tornano a nascondersi dietro un velo di discrezione. La luna è sfacciata. Si muove nella sua dimensione accelerando il ridimensionamento, la luminosità. Sembra un corpo estraneo appiccicato su nel cielo. Ho gran considerazione degli eventi astronomici.
Sono le 02.53. Aurelio è davanti a me e illumina con la sua fluorescenza un piccolo lembo di terreno, aiutandomi a schivare i piccoli ostacoli. È muto. Io muto. Non ho voglia di fargli domande, e probabilmente lui si è adeguato per simbiosi empatica.
Poi, il silenzio tra noi è rotto da un evento esterno.
Dalle mie sinapsi irrompe un noise disturbante. Una vibrazione bassa ma non tanto da essere inaudibile. Si accompagna a voci accennate - ancora altre voci accennate. Che scompaiono subito dopo per poi ricomparire altrove. Tutto il mio desktop craniale è sommerso da questi noises, sembra un virus emicerebrale che attacca tutte le parti molli in carne per ridurle ricettive e ordinate secondo un sort polare.
Sento la potenza oscura esplodere. Come un fiotto di spermatozoi dentro un condotto ovario. Orde d'angeli in brandelli si precipitano dentro i miei circuiti neurali portandosi appresso altri banner, altri messaggi che rischiano di far esplodere tutti i miei tracciati nervosi per overflow; ho brividi intensi, mi sento male quando sento percorrere, per tutto il mio corpo astrale, quelle sensazioni vocali su e giù lungo la schiena, lungo il filo sinaptico. Il senso d'epidermide s'increspa sotto l'effetto di quei sussurri densi. Densi. Densamente ultraterreni…
- Sentili… - Irrompe nel mio spettro percettivo la voce d'Aurelio…
- Non posso farne a meno - Gli sussurro di rimando, quasi a fatica.
- Non devi ascoltarli; devi sentirli… - Dice con voce acutamente sussurrata, invocante.
Il suggerimento lascia socchiuso un passaggio dentro cui mi intrufolo con discrezione, ma determinato. Su cui riluce un sentiero bianco, illuminato come se la notte anziché profondamente risplendesse di bianco negativo. Angosciosamente bianco, le mie orme dietro di me sono nere. E le cime degli alberi bianche anch'esse, come i rami scarni, senza foglie, immobili nonostante il vento che sento soffiarmi addosso.
Voci. Ancora. Un inferno di voci effettate. Efferate. Marchiate da sensi di lontananza. I fili d'erba sono steli bianchi immobili anch'essi, come spettri congelati da un'ondata di sostanze criogeniche. E il sentiero su cui io sono diverge da quello dove camminavo prima.
Una dolce, spettrale divergenza.
Infinita.
Cammino lieve. Senza aver paura ma senza nemmeno abbassare la guardia. Ho perso di vista Aurelio, ma dalle sue interferenze elettrostatiche so che è da qualche parte, nei miei dintorni. Calpesto steli di cristallo bianco che vanno in frantumi sotto il mio peso. E poi altri cristalli di gelo che esplodono prima ancora di scoppiare sotto la mia suola. Tutto sembra un delirio contenuto, una visione mistica di un inferno bianco, inesistente, composto di bianco e nero perfettamente definito. Non sgranato. Come se la mia sindrome fosse in via di modificazione, forse di guarigione.
- Segui questo sentiero e non aver paura, nemmeno quando ti pungerà sulle sinapsi - Aurelio, di nuovo…
La sua voce è spaventevole. Sgradevole, quasi. Camminando non riesco a vedere altro che una foresta d'alberi bianchi stagliati contro un cielo nero. Profondamente nero, davvero disgustoso per l'abisso che lascia percepire. Sto male con lo stomaco, lo sento contratto, mi percepisco chiuso in una posizione fetale di profonda difesa. Senza capire cosa effettivamente sia la realtà. Quante facce ha.
- Se decidi di aver davvero paura, guarda sopra. È la strada più impervia, ma è anche quella più densa di significato….
Così alzo gli occhi, mi stacco dalle profondità di quel cielo disgustosamente buio e mi concentro sulle cime degli alberi, su qualcosa che si muove tra i rami, su quel qualcosa che sembra civettare, mentre mi osserva, chiamandomi con la gestualità del suo esile corpo… Il suo esile corpo. Cos'è?
Cosa caratterizza il suo corpo?
Osservo meglio e lo vedo composto di lamelle superficiali, come se fosse un piccolo addensamento corporeo appeso tra quei rami spettrali. Questi vibrano al vento ma ora non esiste brezza; allora provo a considerare altre possibilità, cercando di non rimanere paralizzato dalla paura intrinseca che ho. Le fronde sembrano agitarsi ad un tempo che credo di conoscere, qualcosa di familiare: direi che sono le vibrazioni del mio desktop craniale, quei 60 Hz che giudico non tossici per la mia salute mentale.
Ed ora, quella sagoma informe sembra librarsi verso di me. La osservo circondarmi con frattali che si muovono a velocità inferiore alla mia, tanto da formare una corte di lamelle che si stringono piano intorno al mio corpo. Tagliuzzandomi a volte. Facendo morire alcuni brandelli di me senza decomporli, costruendosi così una sorta di crisalide tossica che mi comincia a stringere le caviglie. I polpacci. Salendo su verso l'attaccatura delle gambe. Oltre. Un sarcofago, il sarcofago della crisalide quale io sono.
Ogni visione che io genero rimane racchiusa. Stretta come in uno scrigno dove i gioielli sono conservati. Perfettamente conservati per il visitatore che sa apprezzare.
Le onde visive che produco mi ritornano indietro non smorzate, ideali come in un perfetto emulatore di fisica newtoniana. E mi feriscono: sono della mia stessa natura. Sono tossico. Sono non digeribile alla mia psiche e quindi dovrei difendermi da me stesso. E urlo, urlo dentro la crisalide, le onde tornano indietro e con un riverbero assordante circolano per un tempo che tende all'infinito, senza decadere, senza incrinare le perfette pareti di questo sudario durissimo. Mi sento sepolto vivo. O forse morto. In un delirio di visioni monocromatiche. Nel pieno di un attacco fondamentalista della sindrome monocromatica.
Il perfetto rifugio. Da cui non posso scappare. E il riverbero che non decade mai. Che mi sfiora ogni lembo di pelle contemporaneamente, fino all'angoscia più sublime di uno stato mentale alterato, spaventato, pazzoidamente riverso, contraffatto.
Ho paura. Paura di me stesso. Paura dell'ansia corrotta, infinita, mortale. Paura di sciogliermi in un brodo di sensazioni e di composti molecolari maleodoranti, disgustanti, miseramente e bassamente organici.
Soltanto un rigurgito d'echi, ora.
Sono dentro.
Sono dentro, ora. Cos'è la realtà. Cos'è la realtà che mi è proposta ora? Raccontami…
E la stanza della crisalide diviene, ora, un fuoco soffuso. Un metodo di distruzione del sarcofago che può riscuotere un momento di riflusso. Proprio nel momento in cui va in pezzi. Lasciando echi delle onde visive intrappolate libere di espandersi come voci d'entità defunte, in perpetuazione psichica.
Fino alle mie sinapsi.
Alle mie giunture da protesi installate.
La paura di me stesso tramonta come un sole estivo, lentamente, annunciato da lungo tempo dalla luce rossiccia sul profilo dell'orizzonte marino. Fino ad affondarvi dentro.
Provo semplicemente un senso di liberazione e posso dire di aver intravisto l'angoscia di un corpo per sempre prigioniero di se stesso, quando non riesce ad uscire dalla prigione che si è costruito da solo….
- È un monito, sei passato per la paura… - Aurelio spoken…
- Dovrei sapere ora cosa non devo fare, cosa non devo ascoltare. Il senso di chiusura che ho sentito intimamente è una brutta castrazione, qualcosa che dura approssimativamente un'eternità. Le voci d'echi… Le voci d'echi sono esemplificazione di momenti non più risolvibili, cristallizzati. Qualcuno che non sa di essere altrove…
Le cime degli alberi sono sempre bianche. Il cielo è nero. Il paesaggio risuona di pietre non poggiate casualmente, di riti appena annunciati. Solo il senso di paura e d'angoscia è stemperato sotto un manto di conoscenza superficiale, di visioni esterne.
Colto da curiosità improvvisa do un'occhiata ai log delle mie protesi craniali. Scopro che lo spazio che occupano è strabordante, come un cataclisma che incombe su ogni dimensionamento dei miei circuiti craniali; forse è per questo che non riuscivo ad uscire dalla crisalide. Forse i valori sfalsati della realtà a me permeata si perpetuavano in un perenne allarme dolorosissimo per tale motivo - fitte acute ai fianchi…
- Aurelio, pensi che possiamo riprendere il cammino verso le fattorie?
- Solo se tu hai avuto paura del buio, e soltanto se l'hai assimilata insieme alla catastrofe incombente della claustrofobia. Era una prova…
…Fino alla fine di un incubo che sa d'angusti posti in un vagone denso di persone. Dove lo spazio vitale si ridimensiona ogni istante in base ad algoritmi volatili, fuzzy. La logica dei tre stati: sì, no, forse.
Nessuna essenza intorno. Nessun suono, ora. La terra dei Sumeri riecheggia lontana e tutti i Nephilim si nascondono in un bunker a loro adatto, dove le notizie non circolano, dove io continuo a passare le mie dita tra i capelli, con addosso un imperfetto desiderio di prender possesso delle mie facoltà mentali per un dolce governarmi, per un provvisorio esistere al di là delle mie necessità e dei pensieri che non mi appartengono.
Nuoto.
Sognante.
Estrinseche situazioni d'immagini nitide, definizioni svolazzanti di perfetta fantasia, solo al livello uditivo.
Dov'è la strada che porta alla fine di questo viaggio? È il senso che cercavo? Sono distratto dai sogni, ma non sono un morto che sogna.
Non c'è un'anima che segua la notte e solo quella. Non c'è un'anima che rifugga esclusivamente la luce con continue schermature agli occhi, o che abbia unicamente crisi da sindrome monocromatica. Nulla di tutto ciò.
Ho solo bisogno di completare il mio percorso iniziatico, quello che mi ha portato fuori del mio confine imperiale temporale. Ed ho necessità di contornarmi, per raggiungere tale fine, della maggiore concentrazione di stati vitali possibili - umanità, postumanità, esoterismo.

In perfetta compagnia d'immagini luminescenti, e il cielo è rivoltato stanotte, sembra fuori servizio…