VERSO CASA


Riprendendo il cammino verso le coltivazioni mi sorprendo a scorgere ancora nella mia psiche deboli segni del giardino; non capisco se sia stata una visione, un sogno, una reminiscenza residua connettiva o una sorta di sgocciolamento da perdita fisiologica nei protocolli trasmissivi. Scopro che certe cime d'alberi conservano piccoli bagliori luminescenti bianchi; sembra quasi che il mondo in cui ero precipitato, dove il mio essere prigioniero diventava un'esistenza concreta, tangibile, si sia riversato in quello che ritengo, per convenzione, essere il mondo vero. Aurelio conserva la perfetta falcata da emulazione, come ogni software ben impostato fa; non ha problema alcuno a perpetuare il suo loop esistenziale fino all'infinito, fino all'esistenza di un sia pur minimo impulso energetico.
La consapevolezza della presenza, in qualche modo non canonica, della porta che ho attraversato poco tempo fa mi lascia addosso un senso di mistico intorpidimento; sono tuttora folgorato da quella visione, da quel vivo partecipare agli eventi naturali e dall'intimo farne parte. Il mio anelito interiore è coinciderci sempre di più. La mia idea è ancora quella di fondermi in un perfetto volo a planare, come buttarsi da un'altezza infinita e scivolare giù, in pose plastiche senza alcuna paura dell'atterraggio perché sai già che quel mondo sospeso ti afferrerà al momento giusto, quando sarai in preda al pieno rapimento estatico.
Il cielo è sempre nero. Come una cavità eterna, uno scenario da teatro che non vuol cambiare. Se socchiudo gli occhi, lasciando l'incombenza del governo del mio corpo ai manovellismi cibernetici, riesco a guardare l'infinita vertigine di questo cielo come dall'alto di un pozzo gravitazionale, buio anch'esso. Il profondo agitarsi di rumori cosmici che sento provenire dal substrato di vuoto cosmico è compatto. Un corpo vivo. Magmatico.
Sono alle porte della memoria silenziosa. La comprensione è un lampo di luce interiore che squarcia il velo d'ignoranza in cui prima mi trovavo.
Improvvisamente, capisco che nulla può più involversi; io stesso non potrei più tornare alla monodimensionalità da cui cercavo di affrancarmi sempre più violentemente, di cui ero preda fino a poco fa. Era un mondo piatto, quello. È un mondo dinamico, tangibile, questo. Plastilina vivente.
Sono nelle mani di un Demiurgo. Al pari di un Golem acquisisco vita, conoscenza e mi muovo in un ambiente nuovo, stimolante. Rinato a vita nuova. In cui i richiami d'antiche divinità si percepiscono come urla di vita quotidiana.
Da un occhiolino virtualmente aperto sul mondo fisico in cui cammino controllo, di tanto in tanto, il mio percorso sulla carrareccia immersa nel buio notturno. Tutto sembra procedere convenzionalmente. Aurelio appare completamente assorbito nei suoi processi procedurali complessi. Dove sono io, invece, sento pervadermi da un sapore aromatico che sa di spezia drogata.
Sono a ricercare nuovamente quella porta; seguo ogni tipo di segnali per riconquistare quel mondo inquietante, per attraversare di nuovo quell'uscio così pieno d'ogni emozione capace di farmi sentire completo. Ho addosso ancora i brividi di quel ricordo. Sento d'esserne parte, da sempre, insieme ai venti che soffiano e agitano gli alberi alla sola forza delle onde psichiche.
Brividi, al solo ricordo.
Brividi, comprendo da cosa sono composte quelle onde. Se solo fossi di nuovo lì potrei aguzzare i sensi per cercare di percepire la presenza di corpi sottili. In attesa tra quelle fronde. Oscuramente tese in un gioco di tensioni energetiche ed emozionali. Vive.
- Siamo nei pressi di un'avanguardia.
Bruscamente, sono interrotto da un richiamo. Proviene dal mondo morfico d'Aurelio. Mi annuncia qualcosa.
A fatica cerco di capire cosa sta dicendo, mi sento come appena sveglio da un torpore profondo che non riesco a scrollarmi di dosso in breve tempo.
- Cosa…? - Dico solo questa parola…
- Siamo nei pressi di una fattoria esterna al circuito agricolo. Vedo già del movimento…
Devo fare uno sforzo notevole per riprendere il controllo delle facoltà psichiche; faccio leva sulle caratteristiche tecniche che ho dentro, nella testa, a stretto contatto con la mia carne nativa.


*

* *


Il fabbricato è semplice, nel suo insieme. Enormi sono i locali laterali, periferici a quelli dove apparentemente si svolge la gestione principale della fattoria. Questi vani esterni sembrano funzionare come vasti magazzini, e l'andirivieni di persone da quegli ambienti è serrato; molti portano dentro contenitori in coccio, altri sacchi di iuta mentre carri di fattura antica, legno e chiodi, si muovono dall'interno portando fuori considerevoli quantità di merce che non riesco a definire.
Una colonia agricola, è quello che vedo.
Malgrado l'ora della notte c'è attività. I vocii, gli schiamazzi si mescolano agli ordini dati da personaggi dotati d'indubbio potere. Si respira aria autoritaria, un continuo impartire istruzioni che non ha nulla di cordiale, soltanto brutali imperativi. Un nugolo di persone è addetto alla fatica più bestiale e ignominiosa. Molte operazioni da svolgere sono lavori che potrebbero eseguire gli animali.
È bandito qualsiasi misero senso di pietà. Un senso d'oppressione psichica si alza da ogni angolo, da ogni azione svolta. Il puzzo della fatica è immane, si mischia agli odori forti della vegetazione, delle coltivazioni.
Le frasi scambiate tra gli schiavi sono di tipologie diverse; sembra che parlino dialetti diversi, probabilmente sono lingue diverse; a guardarli bene direi che appartengano a razze non omogenee perché alcuni di loro hanno tratti somatici tipici degli africani, mentre altri si contraddistinguono per l'evidente fisionomia europea - spagnola, barbara.
Guardo istintivamente un gruppo di questi lavoratori sfruttati. Sono, a giudicare dal colore della loro pelle e dalle caratteristiche somatiche, d'origine africana. Sui loro corpi è evidente la fatica. Il lavoro, per loro, sembra non finire mai. Li vedo sporchi di terra, sudore e fango mescolati in un addensarsi d'odori acri, nauseanti. Eppure sono lì, a proseguire l'opera senza soluzione di continuità; se il loro ritmo si abbassa i guardiani, che danno continui ordini, li frustano impietosamente - piaghe su piaghe. Molti di quel gruppetto sono probabilmente degli anziani, il loro volto è indecifrabile.
Mi concentro su uno di loro. Per istinto. Mi concentro per istinto, non so dire bene perché.
È un uomo. Avrà circa trenta, trentacinque anni. Carica continuamente sacchi di grano e li posa dentro il magazzino; quei sacchi sono accatastati fuori dal recinto della fattoria e sono tanti, troppi per uno che deve reggere la fatica di una giornata di lavoro.
Lo vedo crollare, con uno schianto. Un collasso della sua struttura nervosa. Bava ai lati della bocca storta dalla fatica, gli occhi sono retroversi e lui comincia a tremare, in preda a convulsioni.
Subito accorrono due o tre guardiani con la frusta, e lo battono pesantemente; nessuno sembra capire che lo schiavo ha subito un tracollo, il suo è un collasso da fatica. È un momento pericoloso.
Qualcuno, alla fine, sembra accorgersene. Lo vedo reclamare attenzione dagli altri fustigatori. Si agita, gesticola qualcosa; mi sembra di capire alcuni riferimenti al proprietario della colonia agricola, qualcosa che ha a che fare con il denaro investito, col valore che quello schiavo può avere.
Si calmano, gli altri. Non alzano più un dito sul poveretto. Che è a terra, esanime. Gli altri schiavi fanno capannello, così due o tre guardiani si trovano costretti a riportare l'ordine, a far riprendere il lavoro. Schioccano i frustini, si danno ordini vocali aspri e tutti riprendono a far la spola verso il magazzino, senza nemmeno lasciar sfogo a mormorii di protesta o atti di mal celata sommossa.
L'infelice, invece, è a terra, ha solo sussulti da elettricità residua - sembra di vedere cosce di una rana dopo la morte.
Si avvicina, dopo un po', un personaggio anziano accompagnato da altre persone della fattoria; si direbbe un dottore, qualcuno in grado di curare un malato. Si china sullo schiavo, gli guarda gli occhi, tocca la consistenza della bava ai lati della bocca, ascolta il battito cardiaco al polso e poi cerca di guardare il fondo delle sue pupille.
Si rialza. Guarda intorno a sé i guardiani con uno sguardo che può essere inteso come un blando rimprovero, come se fossero stati loro la causa della morte di un buon cane. Capisco, ho la conferma che è un affare di morte, ora.
Gli eventi successivi assumono i connotati di freddi atti burocratici. Qualcuno corre verso gli uffici della fattoria, come se dovesse redigere una qualsiasi relazione degli eventi; capisco che si sta preparando un documento per il proprietario terriero per spiegargli come, e soprattutto perché, un suo schiavo è morto. Altri, invece, si preparano per trasportare via da lì il cadavere. Mi soffermo a guardare il corpo senza vita per pochi istanti soltanto: è magro da far spavento, è ancora sporco dei lavori del mattino e la polvere che si è adagiata sulle sue membra è impastata col sudore. Ai piedi ha ancora i ferri che legano tutti gli schiavi per impedir loro la fuga verso la libertà.
E' trascinato via. Seguo la scena.
Il piccolo polverone che i suoi arti sollevano è dato dal terreno non battuto. A volte le gambe del morto sbattono contro qualche piccola asperità del terreno e sollevano nuvolette di terriccio; la pelle, al contatto, si scortica e ne fuoriesce del sangue raggrumato che si mischia alla polvere. Chiazze di fango insanguinato.
Il cadavere è rovinato, ma a nessuno sembra poi importarne nulla: se non interessava da vivo, figurarsi da morto.
Infine, vedo il piccolo drappello di becchini dirigersi verso i confini della fattoria, verso un muretto dove spicca una piccola torre circolare: un pozzo. Quindi, li vedo issare disordinatamente il corpo del disgraziato e buttarlo dentro quella tomba improvvisata. Dal tonfo che odo qualche secondo dopo - un botto sordo, non attutito bensì un terribile schianto che fa gelare il sangue - capisco che è un pozzo abbandonato e che probabilmente non è il primo cadavere che lì viene sepolto.
Poi, tutto sembra tornare normale; il funzionario che prima era entrato negli uffici per redigere, verosimilmente, una sorta di resoconto dell'accaduto, ora ne esce con un rotolo tra le mani. Lo consegna ad un altro funzionario che monta subito a cavallo e si dirige al gran galoppo verso una località a me sconosciuta. Di nuovo penso a cavallo attraverso l'Impero, come se fosse un refrain infinito nella mia testa.
Tutto, ora, appare uguale a prima. È tornato l'ordine e l'usuale routine sembra di nuovo in esecuzione. Nulla sembra essere accaduto, non esiste turbamento tra i guardiani, apparentemente nemmeno tra gli ex compagni di sventura del povero africano.
Io ho osservato l'evento da una posizione che mi permetteva di discernerne tutti i particolari. Con Aurelio eravamo entrati nella cinta muraria della proprietà, proprio nei pressi di una piccola balza che permette di osservare dettagliatamente certi settori dell'azienda, dove il ritorno delle voci si concentra in un punto acusticamente molto felice. L'incongruenza del lavoro notturno non riesce ad essere spiegata da nessun mio ausilio cibernetico ma, prima, questi congegni bioelettronici dovrebbero rivelarmi perché qui il tempo sembra scorrere ancora più a monte del periodo storico che percepivo prima. Sembra di esistere all'interno di un continuo regredire.
Come un affermarsi del passato verso i miei sensi e percezioni.
Potremmo scorrazzare, Aurelio e io, in ogni settore del fabbricato rustico; sono certo che nessuno verrebbe a chiederci qualcosa, il perché della nostra presenza, cosa vogliamo. È una convinzione così intima che non so spiegare, sono solo sicuro sia l'interpretazione giusta del mio vagare.
Ormai sono le 03.43 della notte. Ci vorrà ancora un po' per il far del giorno, ma siamo poi così lontani?
Uno sguardo ancora al pozzo: una vita vissuta così inutilmente - penso - nessuna possibilità di giocarsi le proprie carte; un giro perso, un inutile sopravvivere che lo obbligherà a ricominciare da capo, la prossima volta, col fardello di questo fallimento.
La mia mente è come un faro indagatore, una sorta di riflettore puntato su qualsiasi cosa abbia una valenza psichica o un richiamo magnetico alla mia sete di conoscenza. Così, per caso, riesco a dare una sbirciata al tugurio dove quell'uomo viveva il suo poco tempo libero, libero soltanto di dormire. Una sfilza di lari è in bell'evidenza su un piccolo tavolino sbilenco, un pezzo di legno fatiscente di cui egli non n'era neanche proprietario.
Sono attratto da una statuina, tra tutte quelle esposte. In realtà sono due le statuine che m'incuriosiscono. Sembrano un uomo e una donna. Una coppia d'antenati dello schiavo.
La faccia della statuina che rappresenta l'uomo si anima di un'espressione viva. È inquietante osservarla, si accartoccia in atteggiamenti fattivamente umani, vive. Sembra quasi che si muova verso me, e con un piccolo algoritmo di zoom focale riesco a centrare meglio i lineamenti del suo volto.
È noto. Qualcosa già visto. Visto recentemente. Continuamente. È già noto!
Aurelio mi viene incontro da lontano ed io lo guardo frastornato. Decido di organizzare una piccola sessione di diff e così sovrappongo i tratti d'Aurelio con quelli che ho registrato, nella mia memoria a breve termine, della statuina. Devo aumentare i gradienti d'esposizione della luce e non è un lavoro da pochi decimi di secondo.
Riesco alla fine ad incrociare i risultati. Che mi lasciano sbalordito. Aurelio è la statuina!
Non mi è difficile ripercorre tutto il percorso logico che si può celare dietro l'ennesima coincidenza. Non posso dimenticare i ricordi antichi della mia anima, dell'essere stata in un'esistenza precedente uno schiavo. E prima ancora di essere stato qualcuno chiamato Aurelio, compagno di riti e di vita di una donna di nome Lucrezia. Che ora riesco ad associare all'altra statuina, quella dalle fattezze femminili.
Dalla sequenza che chiude il cerchio delle coincidenze con l'ectoplasma elettrico, so che egli è la riproduzione esatta, clonata, di una mia antica esistenza. Ogni particolare si sistema al suo specifico posto, tutto mi appare come un enorme puzzle che è indipendente dalla mia volontà. Che è superiore al mio stesso esistere.
Rimango a guardare la stanza vuota dello schiavo. Osservo come rapito da un'estasi i suoi lari. I miei lari. Io ero quella statuina lì. È difficile dirselo, è impossibile capire tutta la vasta portata che quest'intuizione comporta.
Aurelio, l'ectoplasma, mi guarda. Una sorta di sguardo compassionevole mi fissa con una valenza unica, come se noi due fossimo un nodo karmico vagante per l'universo.
Rumori di badili.
Clangori di scavi. Di lavori sistematici. In concomitanza col primo lievissimo bagliore dell'alba. Un freddo filo, appena più chiaro della notte che s'insinua come un istinto subliminale sotto la linea notturna. Un virus. Un momento di sbandamento che pregiudica tutta la linea di coerenza.
È l'inizio del giorno.
La scena si dovrebbe risolvere presto verso una nitidezza maggiore. Aurelio è nascosto alla luce sibilante del giorno in angolo del giardino, come se sorvegliasse i lavori che gli schiavi continuano a fare incessantemente; lì vicino, un altro manipolo di lavoranti si prepara per i lavori da fare nei campi. Ondate di fetido sudore stantio si alzano, nessuna differenza con una stalla.
Dal canto mio, invece, riesco a distinguere solamente un altro gruppo di schiavi, intenti a scavare con attenzione il terreno. Non riesco a vedere altro, ora.
Provo un senso di tristezza infinita per tutto ciò che ho osservato. Il desiderio di apprendere intimamente quanto visto si tramuta in un riflesso condizionato a rivedere l'avvenimento. Faccio un rapido reindex - locate -s - di tutto il materiale nuovo, così da poter goder nuovamente la rappresentazione che è stata la mia anima.
Scorro qualsiasi particolare. Più volte.
Angoscia introspettiva nel guardarmi morire schiantato dalla fatica. Più e più volte rimando la scena. Una fitta allo stomaco mi domina ogni volta, sempre più forte, decisa. Non riesco a riprendermi dallo shock da comprensione, dalla consapevolezza che si trascina appresso il ricordare ogni particolare legato alla mia esistenza anteriore.
Rammentare è doloroso.
Rivivere è forse dannoso. Per questo, forse, si cade nell'oblio ogni volta che si rinasce.
I rumori di scavi mi riportano alla coscienza quanto sta avvenendo intorno a me.
Non sono contadini. Nemmeno operai per qualche opera d'edilizia standard. Sono altri operai, questi. Sono operai che seguono uno schema preciso di lavoro. Attenzione maniacale nel metodo usato per togliere piccole quantità di terra da un luogo circoscritto.
Sono squadre d'archeologi.
Nel momento stesso in cui la comprensione si fa strada in me capisco che sto assistendo ad una parata di ciò che sono stato. Sento chiamare Julian a più riprese, infatti, da uno di quel gruppo al riparo sotto una tettoia.
- Julian qui, dove c'è l'acquitrino?
- Sì, bisogna scavare proprio qui sotto. Mi raccomando, fate attenzione…
- Cosa dovrebbe esserci qui sotto?
- Cunicoli…
E intorno resti di fattorie, aggiungo io, come se fossi rapito da un'estasi infinita, una sorta di sogno vivido, liquido, da toccare.
La scena si svolge, ora, con un'accelerazione che mi appare incredibile, ma non so quanto è davvero veloce lo svolgimento del tempo perché la diffusione della luce mattutina continua ad essere lenta, molto lenta, come se il sole tardasse a venir su.
Lo scavo è ben avviato. Sono stati scoperti i cunicoli che Julian - io - menzionava. Portano verso il fiume. Gallerie arcaiche, percorsi occulti per andare alla partecipazione di un rito antico, quello dei lari dello schiavo.
Aurelio. Lucrezia. Julian. Lo schiavo.
Mi sento parte di una vertigine infinita. Porzione di un'essenza in cui il tempo fa il suo ruolo decisivo, incisivo. Dolorosamente esteso.
Mi guardo intorno e vedo un plastico d'epoche diverse, formato da chiazze temporali. Sono istanti raggrumati come emorragie dolorose. Respiro il tempo che si addensa e scioglie senza soluzione di continuità, che toglie il fiato come se lo consumasse: è infinitamente vivo. Lo ascolto parlarmi per segnali codificati, per emozioni. Per brividi. Possiedo il piacere di leggere gli strati intelligibili delle ere come se fosse wafer di silicio biologico; ho la possibilità di assimilarlo fino al profondo del mio essere fatto di polvere stellare. E verso le stelle sento scorrere un ulteriore richiamo, un'altra esistenza. Ho nostalgia del futuro.
Ho nostalgia delle infinite epoche che devono ancora venire ma di cui sento di averne già fatto parte. Nostalgia di tutte le lotte di classe cui ho partecipato, delle fazioni che hanno avuto i miei servigi.
Il freddo intergalattico, assoluto. Sento il bisogno della visione di un cielo completamente nero di materia stellare, d'agglomerati di sistemi solari, di galassie. Della vertigine, di tutto il tappeto di puntinature e di macchie multicolori che si stende sopra, sotto, intorno a me e che stringe come un vestito da ultimo viaggio. Il senso dell'esistenza che non finisce mai veramente, che è costretta, sotto forma di magnetizzazioni emozionali, da atti karmici, da nodi esistenziali.
Guardo ancora la scena agricola che ho davanti. Un luogo dove le epoche s'intersecano e si sovrappongono senza interferirsi, dove io sono il filtro dentro cui i pannelli sfilano ben differenziati.
Il quadro sembra completarsi. Il giorno è quasi fatto ormai e la luce invade ogni interstizio dove vorrei rifugiarmi.
- Guarda ogni singola immagine come se fosse un regalo a te fatto, che difficilmente riceverai di nuovo. - La voce d'Aurelio è un tormento dell'anima, una guida dolorosa che traccia le linee guida dei miei comportamenti in questo territorio così avulso da ogni regola che conosco.
Ed io guardo. Accetto il prezioso consiglio e mi faccio inondare dalle radiazioni di tutto il momento catartico che sto vivendo. Ogni oggetto e sensazione sembrano fondersi come colori in una tavolozza di un pittore distratto, o talmente artista da scegliere oculatamente cosa e come deve mischiarsi. Guardo.
Osservo.
Sento.
Procedo senza vedere con la sicurezza del nottambulo, sapendo esattamente ogni sensazione dove mi porterà, in quale modo mi renderà consapevole. Scopro ancora una scena che era nascosta in una nicchia, come un embrione insignificante in rilevante crescita.
Così la recitazione cresce. Si gonfia, è un pallone su cui si proiettano immagini di un vano casalingo, di una scena familiare. Sento il fastidio di un mal di stomaco latente, che mi giunge da una lontana cognizione del mio corpo fisico collegata, per via nervosa, al mio sistema elaborativo centrale. Credo che quasi tutto il mio organismo, ora, non sia più in diretta connessione con me, non ne percepisco più larghe sezioni.
Il fastidio del dolore è pungente. Avvolge. La scena che rivive davanti a me è davvero dolorosa, un addio che si perpetua. Pochi istanti in tape-loop. Pochi concetti salienti della distruzione di un'esistenza.
Che continuano a girare.
Shock. Continuo. Colpo d'occhio di un'impressione, come non trovarsi più ed essere andati via, lontani, lontani. Per sempre. Una misura che appare come tempo incontenibile. Infinita.
Infinita…

Non posso rimanere qui per sempre.
Vorrei - questo posto è magnetico, mi ammalia con la sua capacità di dirmi cosa sono, esattamente, io - mantenere la mia coscienza in un costante moto di veglia, come se sorvegliassi le mie stratificazioni multiple. Cerco di contenere me dentro un recinto di coerenza, cerco di non far passare invano quest'istante di lucidità.
Non mi accorgo di un turbine che è nei miei pressi. Almeno, non subito.
- Florian, qualcosa è dietro di noi.
La voce impastata, enormemente vecchia d'Aurelio mi parla da un'epoca lontana, cerca di mettermi in guardia da qualcosa che sento avvicinarsi lentamente, in silenzio, con un tono e un'andatura quieta e flessuosa, quasi fosse una donna affascinante che ha puntato lo sguardo su me. Le sue attenzioni. Le sue mire carnali.
- Florian, un turbine che si chiude come una nebulosa in rotazione. È oscuro…
Mi volto, finalmente. Compio una rotazione sui miei piedi senza sentire assolutamente nulla, nemmeno un lieve intorpidimento degli arti inferiori. Il controllo sul mio corpo rimane un fatto puramente cibernetico, sembra quasi che la mia attenzione sia incentrata altrove, anche oltre la fattoria dove rimango a guardare in estasi i piccoli momenti di vita vissuta.
Non vedo nulla. Non percepisco nulla. Eppure un suono bizzarro, qualcosa che assomiglia alla caduta di una vertigine, un'esemplificazione sonora di piccole implosioni in successione, si affaccia sulla soglia della mia attenzione. Registro ogni minima variazione strutturale nei miei scanner craniali, per trovare corrispondenza nei network che riesco a captare. Che hanno segnale nullo, non possono arrivare fin qui. Nessun altro network. Senso d'isolamento. Momento d'asfissia connettiva che lascia dentro una brutta sensazione d'angosciosa solitudine, il silenzio online che secca le fauci, l'anima, il bisogno stesso di connettermi e di essere ascoltato, di far parte di una comunità, una qualsiasi collettività che sia disposta ad ascoltarmi, ad interagire con me.
Non vedo nulla. Ma comincio a percepire.
Il rumore del turbine.
- Florian, si appresta ad entrare in te.
Così capisco che devo interagire con i comandi d'intromissione ai miei socket privati. Devo lasciarmi, forse, attraversare un minimo per capire di che natura è l'attacco, di quali contromisure ho bisogno; ma è una mossa pericolosa. Il piacere di gustare dentro di me quei pacchetti, la sintetizzazione del sapore del proprio sangue si traduce in un istinto selvaggio che scorre non visto sotto un fiume d'angosce confezionate, standard, impossibili da spacchettare per renderle vere, nuove e malleabili. Così devo soltanto ricorrere alla forma d'attenzione più pura e lasciarmi andare, mentre le immagini fluiscono, mentre tutte le figure sono un turbine in grado di cominciare ad oscurare la fattoria.
Lo schiavo. I lari. Ogni forma del mio passato. Anche la sensazione di un futuro che deve ancora avvenire ma che è come se già fosse accaduto, da qualche parte remota.
Da qualche parte remota.
Così mi avvedo, finalmente, di cosa mi avvertiva Aurelio.
Il turbine è esattamente come preconizzavo. Un cerchio dalle braccia in espansione centrifuga, modificate dalla rotazione, dentro cui è compreso un agglomerato di puntini tutti uguali tra loro, tutti apparentemente insignificanti.
È posto a pochi passi da me, ma la sua opera d'avvicinamento è in qualche modo proporzionale alla sua capacità di farsi vedere - lo intuisco con un qualche processo mentale che non riesco a riconoscere, nemmeno per poterlo killare.
Così osservo.
Osservo a fondo quest'anomalia gassosa. La studio. Con l'anima. Quella vera, quella non corrotta da infiniti innesti.
La voce d'Aurelio ora è un po' più distante e non riesco a capire perfettamente tutto quello che mi dice. Sembra un lamentoso elenco di qualcosa, un redigere delle formule, forse, oppure un distribuire forme di conoscenza enunciate in modo accademico, con un tono retroverso che lascia un po' storditi. Non lo capisco. Nemmeno riesco più a vederlo correttamente.
Qualcosa si sgrana dalla visione del corpo nebuloso.
Ho un sussulto. Attendo maggiori informazioni e per questo metto in azione ogni mio circuito indotto per capire, per esaminare, estrapolare e condensare tutto lo scibile di cui ho bisogno in poche righe di codice che posso interpretare, oltre che progettare. Un vento violento agita degli alberi.
Rimango assorto a pensare. Ad osservare.
Un forte vento sta agitando degli alberi laggiù, in un buco che assomiglia ad un pozzo gravitazionale e che invece - so benissimo che è così per intima convinzione - è una finestra su un'altra dimensione. Una finestra dove questi alberi sono in perenne agitazione. Dove posso vedere le loro cime modificate, cristallizzate in un bianco spettrale. Che fa male.
Che fa male davvero. Che fa paura. Intensa.
Totale.
Sconnetto uno ad uno tutti i processi vitali che mi sostentano nel mio desktop craniale, a ritroso, dal meno importante verso quello più angolare, quello che sorregge tutta l'architettura software che ho dentro. Questa volta non voglio fallire, perciò predispongo processi di controllo in background in modo che riescano a dare input giusti al software per farlo star buono, quasi degli antichi psicofarmaci in codice binario. Una sorta di delirio cibernetico a cui non so sottrarmi.
A cui non voglio sottrarmi. Questa volta voglio andare fino in fondo.
Ho finalmente ritrovato quella finestra ventosa dentro cui stavo perdendomi.
Me lo ripeto, ancora una volta chiaramente nella mia testa, con un loop selvaggio e infinito perché questa volta devo fissarlo. Devo capirlo. Devo riuscire a procedere. Ho finalmente ritrovato quella finestra ventosa dentro cui stavo perdendomi.
Osservo.
- …il cuore della vegetazione… - Aurelio farnetica. Forse continua ad enunciare importanti principi, ma io lo sto perdendo, non riesco più a vedere dove si trova, né scorgo più il suo volto - nemmeno tra i miei ricordi. Sto male…
Osservo. Integrità di suono che si affaccia alla coscienza. E d'improvviso sono gettato di fronte ad una porta aperta, senza che ci sia l'anta che potrebbe chiudere parzialmente la visione.
È un modo brusco di rendermi partecipe di un racconto ma non mi lamento, non ne ho diritto e nemmeno voglia. Sto guardando direttamente dentro un abisso di significati codificati in bit estremi, oltre la conoscenza ingegneristica che posso possedere. Il mio corpo è sempre più lontano.
Il mio corpo è percettibilmente sempre più lontano. Ma non ho paura. Sento che le cose devono fluire. Così controllo remotamente, ormai, il livello d'esistenza dei miei processi demoni nel kernel che ho impiantato, e li scopro deboli, in perfetta cascata a chiusura, atta a salvare il mio file system così da non aver sorprese in ripartenza. Così da scegliermi un vasto campionario di giacenza dentro il mio sudario. Tutti i bisogni fisici sono accantonati. Ogni stato d'esistenza puramente terreno è addormentato. Mi scuoto, ma non voglio, perciò imbocco un sentiero inesistente effettivamente positivo, in grado di esplicare il mio bisogno di interazione alle entità che sono al di là di quella porta.
Ho lo sguardo fisso. Lì dentro.
Volteggio ad un'altezza di pochi metri da un ipotetico terreno, inesistente se per esistente si vuole intendere qualcosa di solido e non, invece, uno strato monomolecolare di sensazioni e di percezioni aliene. Così non mi accorgo di un leggero stimolo che mi porta verso quell'uscio che tanto mi aveva affascinato poche ore fa. Non mi avvedo che sto fluttuando, perché sono rapito dal movimento degli alberi e delle loro cime che si agitano ad un vento così disuguale, così stranamente angosciante da non essere compreso dalla mia natura umana se non per somme sensazioni; i processi mentali d'induzione cibernetica sono in via di dissolvimento, ormai…
Sono solo io ad esistere, ora.
Nessun altro processo induttivo può contaminare quest'esperienza. A differenza della volta precedente non c'è nessun algoritmo in caduta libera che può determinare uno sconquasso del sistema di cui sono titolare. Il controllo sul mio corpo fisico è semplicemente da un'altra parte.
Mi sento leggero.
Sono etereo come una foglia d'aria colorata da sensazioni drogate. Un piccolo orpello in via di dissolvimento. Una gioia contenuta che lascia l'amaro in bocca se sosta troppo a lungo nei circuiti neurali rimasti vuoti, ora. Una città disabitata. Un centro vitale dove tutti sono andati via per un disordine atomico incontrollabile.
Osservo. Mi avvicino.
Osservo. Non ascolto nient'altro provenire da dentro me. Provo assenza di dolore. Di piacere. D'angoscia, soprattutto.
Sono proiettato. Inderogabilmente lanciato verso quell'apertura. Così provo ad osservarla scevro da ogni idea o pregiudizio. Apro ogni socket, in totale assenza di paura e come se fossi disposto a mettermi in gioco totalmente.
Non ho timore. Sono in ascolto.
Sono un'antenna emotiva.
Sento il vento soffiare da lì.
Ho bisogno di soffermarmi su questo particolare. Devo assorbirlo. Renderlo vivo dentro di me: sento il vento soffiare da lì.
L'alito proviene da quel luogo, e un rivolo si concentra su di me, come un messaggio occulto che mi rapisce e mi porta su altri lidi, dove la coerenza meccanica e rigidamente razionale non può esistere perché dissolta da ondate d'acido irrazionale eppure tangibile. Eppure esistente negli angoli di un'idea impensabile, pazza per quanto è vera.
Pazza per quanto è vera…
Sono di nuovo a pochi passi dall'uscio. Potrò attraversarlo tra poco. Non ha importanza il mio corpo e l'abisso verso cui sento di cadere sembra infinito, non ha fondo eppure mi affascina, mi fa sentire vivo, forse per l'ultima volta.
L'ultima volta…
L'ultima volta… Rimango in sospensione ad illustrarmi questo concetto con uno stupore degno di un bambino, come se mi fossi affacciato di nuovo sulle balconate di una nuova esistenza, completamente dimentico di quello che ho appena terminato. Nuovi genitori. Nuovi luoghi. Nuove situazioni da interpretare come se non ci fossero mai stati precedenti. Mai nessun precedente. Etereo. Esattamente come la sensazione che provo ora. Eterea. Infinitamente eterea.
Mortale.
Morto.
La fine di un ciclo esistenziale.
Morto.
Morto…
Significa forse che sono morto?
Significa forse che il mio corpo non è guarito, che non è perfetto e non è accantonato nell'attesa di una percezione migliore o riedita ma, semplicemente, è morto?
Leggero. Senso di leggerezza. Come di ritorno da un regime alimentare ridotto, protratto nel tempo, in grado di allentare e di dissolvere qualsiasi contatto con la realtà terrena, fino a squagliarla in momenti di puro abbraccio etereo con l'infinito che è intorno. Come l'appetito sessuale, come quello alimentare, tutto un lontano ricordo, uno stimolo remoto in via di dissolvimento, un gusto fissato sul palato e ricoperto da una patina che lo spersonalizza, che lo deprezza.
Non sento altro che un debole percorso nervoso, un lieve piacere sommerso da un'infinita indolenza. Piacevolmente insensibile. Trascendentemente oltre i bisogni umani, anche postumani. La percezione del corpo è così evanescente, sublime: è un lontano bisogno di basso livello abbandonato in un limbo, sempre più affogato nell'oblio.
L'infinito che c'è intorno. Che fa male soltanto quando non lo si percepisce.

Buio.
Buio. Denso di significati. E la porta che si avvicina inesorabilmente. Come un buco nero che assorbe le forze, la vita, l'anima, l'energia. Tutto.
Ogni cosa.

Sono di nuovo sulla soglia.
Portento di uno stato immateriale. Sono concentrato solamente sui messaggi che mi arrivano da poco oltre, da quegli alberi in totale agitazione eolica. Che sembrano scendere verso il terreno per poi rialzarsi con colpi di frusta che fanno rabbrividire per la potenza e per il discernimento che manifestano, quasi un alfabeto da utilizzare per le parole, le nuove parole.
Il rumore del sangue è definitivamente oltre. Lo senti, Aurelio? Senti quanto siamo oltre al punto di vita minimo?
Aurelio?
Non riesco ad avvertire nessun eco di ritorno. Nulla che mi aiuti ad identificare i suoi parametri vitali da ectoplasma elettrico. Probabilmente si è dissolto in qualche piega spazio-temporale, o è lontano da me. Non lo sento più.
Un puro clone modellato su dati incompleti. Mi sembra di morire a questo pensiero. Morire di brividi infiniti. Gli stessi brividi che sento percorrere la mia anima quando osservo le cime di questi alberi così irregolari, sbattute dal vento, come se tra quelle fronde ci fossero fantasmi di altre epoche in un perenne movimento d'attesa. Come me. Forse sono davvero morto, io? Morto ancora una volta. Non è forse più valida la frase che mi dicevo da bambino: Florian non è mai morto…!
Non sono mai morto. Almeno, non in questa vita, mi sento di completare ora, dopo anni di buio mentale. Psichico. D'oblio profondo.
Oltrepasso la porta.
È fatta. Ho oltrepassato la porta. Da poco. Ho oltrepassato la porta. Ho attraversato l'Impero in tutti i modi. Attraverso l'Impero a cavallo: è un'immagine romantica, l'unica forma possibile di comunicazione tra gli estremi di un'epoca infinita quando il dominio si estende nello spazio, nel tempo. Dove il cavallo simboleggia l'arcaicità dell'esistere. Anche ora, anche ora che sono in un mondo completamente postumano che tende dimenticare le origini umane, davvero imperfette.
Occorre ricordarsi di quando si era completamente mortali. Di quando si aveva soltanto la possibilità di tramandare nient'altro che scritti, immagini. Niente software e nemmeno emozioni trasmissibili per via craniale.
Un mondo antico. Arcaico. Dove l'invenzione della ruota equivaleva alla scoperta del motore a vapore.

Sono davvero, ora, un cittadino dell'Impero. Un vero cittadino dell'Impero. Non ho più bisogno di fuggire. Ho raggiunto lo scopo di elevarmi.

Sono oltre la porta. Di un bel po'. Sono stato trascinato, sono completamente assorbito da questo nuovo mondo. Da questo nuovo stato esistenziale.
Sono morto.
Sono fisicamente morto. Senso di profondo distacco. Osservo e interpreto ogni messaggio delle fronde senza che ne abbia paura e anzi, comprendendo tutti i messaggi che mi vengono inviati da altre forme intelligibili di vita psichica. Molte entità non hanno consapevolezza del loro stato. Molti non hanno consapevolezza di essere morti. Non si vedono, ma s'immaginano ancora nel loro corpo fisico.

Ho attraversato la frontiera.
Sono parte del vento. Sono il vento. Insieme a tanti altri.
L'Impero è immenso. Tende all'infinito.