IL VENTO |
Le molecole del vento si protraggono come particelle viscose e mi portano in un valzer d'emozioni indotte.
Mi scuoto per un nulla. Mi aggancio ad una splendida catarsi per una semplice sensazione suggerita, o forse immaginata - magari un residuo emozionale dei miei processi craniali spenti ormai da un po'.
Tocco le punte di quegli alberi con un misto di soggezione e meraviglia; sento percorrere tutto il mio corpo etereo da un fremito violento, qualcosa che non riuscivo ad immaginarmi nemmeno un attimo fa, quando ero già preda di sensazioni sublimi. È il fremito della paura. È la febbre di un singolo istante che muore nell'abbraccio d'altri mille e mille richiami vocali. Tutto insieme. Tutto appeso alla stessa fronda dove sono io. Dove sto transitando in questo momento.
Il vento è forte.
Il vento solleva la polvere e la porta con cura dove altri possono sentire, con la propria anima, cosa essa riesce a dire. È un abbraccio psichico. È la potenza di tutti i corpi sottili che qui albergano e che costituisce un magma vischioso. Un doloroso magma vischioso. Ed io ne faccio parte, comunico con loro al loro pari, senza timori, senza riverenze inappropriate. Sono morto. Esattamente come loro. Sono oltre le porte della memoria silenziosa. E sento mormorii.
Mormorii infiniti.
Un vociare sommesso. Discreto. Bellissimo nel suo rimanere quieto. Come restare dentro una camera dove il lutto si respira, si palpa, e dove ognuno parla piano, piano, piano… Più piano che può per non disturbare il dolore altrui, per non risvegliare il proprio e lasciargli anzi dormire il sonno di un'angoscia che si espande come una malattia. Una malattia… Che fa male. E toglie il fiato.
Non passo tra ogni albero. Non ne ho la forza e nemmeno la voglia. Ne seleziono solo alcuni tralasciandone altri; li scelgo interpretandone il colore, la struttura, gli infiniti particolari che possono rendermeli affini. E quando li ho scelti mi tuffo tra i rami di uno, provo a adagiarmici sopra ed a portargli messaggi di ciò che sono, lasciandogli il tempo di riprendersi e di accettare altre mie peculiarità, e ancora, e ancora, fino a che mi sento di andare a raccontare e a far vibrare un altro fusto, in un movimento che sa di musica, di figure armoniose e lugubri, quando il lugubre fa compagnia e non dà fastidio, e rimane una piacevole patina a contatto, sulle dita, sugli occhi, sulla pelle di chi ascolta.
Ogni istante così. Fino a che ne ho voglia. Fino a che sento il surplus della mia energia psichica sommarsi alle forze elementali della natura, in un susseguirsi d'onde che sono causa ed effetto al contempo, senza apparente soluzione di continuità.
Queste forze sono un compendio di ciò che è dietro di loro. Qualcosa che sento avere a che fare con la comparsa d'Aurelio, un clone bizzarro e troppo specifico per la mia esistenza per essere casuale. Così, provo a guardare tra le immagini che ho intorno.
Così provo a scorgere le righe di codice che sono dietro ad ogni supporto visivo, com'era raccontato nell'epopea antica, protocibernetica, denominata Matrix.
Ne scorgo alcuni pilastri.
Percepisco le loro onde che non sono, però, righe di codice bensì semplici istruzioni binarie di volontà umana modificata.
Sono strane espletazioni che trascendono l'umanità, tuttavia codificate in linguaggio binario, che a loro volta formano macro più complesse da utilizzare come piccoli mattoni, assembramenti, aggregazioni fino a costituire macro più complesse, così da realizzare costrutti da agglomerati di immagini, di sensi. Un mondo strutturato in piccole molecole di logica che ha vita propria, che ha intensità propria.
È questo che sono in grado di vedere.
È questo che sento pulsarmi intorno ora che sono riuscito ad aprire un po' di più gli occhi psichici e ad abituarmi a questo mondo diverso, a questo strano soffiare intorno, mormorii…
Qualcuno dalle fattezze indefinite si presenta ai miei sensi percettori. Si muove etereo, ma ha un senso di familiare. È l'ectoplasma elettrico. È Aurelio.
Rimango basito.
- Siamo in contatto più diretto, qui. - Esordisce, ieratico come mai lo avevo sentito.
- Sì, ti avverto. - Gli rispondo, con somma sorpresa, non con la voce ma con un misto d'emozioni e d'atteggiamenti non visivi che, inspiegabilmente, sono subito compresi anche da tutta una sequenza d'entità sconosciute presenti intorno a noi, che ora so essere state sempre lì - onde vibrazionali di base, una sorta di tappeto monomolecolare sintetico su cui loro poggiano.
- So che senti anche altro… Non dirmi nulla. Nemmeno io ti dirò nulla al loro riguardo. Hai una capacità di comprendere tipica di questo posto. L'avevi fin da prima…
Non so rispondergli. Tutto sommato non devo rispondergli, penso susseguentemente. Sembra che il suo discorso sia un preludio a qualcos'altro, un preambolo ad altri concetti probabilmente più importanti.
Ed è in questo momento che le vibrazioni che sentivo in sottofondo acquistano dimensionalità Aurelio non ne fa minima menzione e sembra tirarsi in disparte, quasi scomparire di nuovo dentro una mimetizzazione tridimensionale di una foresta.
Appaiono alcuni legati imperiali. La porpora si fa strada nella visione delle percezioni che sento premermi addosso. Non è possibile descrivere l'impressione che la porpora fa su di un corpo astrale eppure è semplicemente un avanzare di potenza e fermezza verso il centro della coscienza, un sentire violento e complesso, un corpo granitico d'antica saggezza che ha fagocitato quanto di buono e di malevolo ha incontrato.
Mi vengono incontro. Il loro passo è fermo, non oscilla su movimenti involontari d'impazienza o d'incertezza. Sono sicuri del loro potere soverchiante perché sono consapevoli di aver riconquistato il dominio su ogni popolo, su ogni terra. Su ogni tempo.
Mi pongono davanti uno stemma imperiale. La diretta emanazione visiva dell'Imperatore. E poi un banner di proporzioni e lucentezza visibile in qualsiasi modalità di luce.
- Abbiamo bisogno delle sue protesi cibernetiche. - Il loro è un esordio secco. Deciso. Diretto e senza fronzoli.
- In che modo posso fornirvele?
- Basta cortocircuitare i residui fisici dei suoi circuiti artificiali e genetici verso quest'indirizzo di network. È la nostra porta d'accesso al mondo terreno. È un semplice router, in effetti. Ci farebbe molto comodo se lei acconsentisse.
- Come posso farvi comodo? - Sono stupito. Sono morto, in effetti. Il mio involucro temporale, di nome Florian, non è più attivo. Non è più in grado di influenzare il mondo terreno. E allora?
- È la continuità ciò che noi cerchiamo. Noi ne siamo stati i primi interpreti, gli originari esecutori. Gli ispiratori. Se l'umanità ha avuto uno sviluppo tecnologico come quello che voi ostentate è perché noi ve lo abbiamo trasmesso e permesso. Noi, ora, le chiediamo solo la consensualità alla condivisione…
- Nel caso non dessi l'assenso?
- Siamo in grado di spostare lo stesso le sue protesi verso i nostri router, solo che ci occorrerebbe più tempo e una notevole dose di cattiveria che possediamo, ma che non abbiamo piacere a mostrare. Si ricordi che siamo i detentori di tutti i brevetti genetici, prostetici e craniali. Siamo già suoi proprietari, solo che lei non lo ha mai saputo.
- Una discussione sulla qualità della lana caprina, quindi…
- Qualcosa del genere, sì. Ma noi teniamo molto all'etica. Siamo personaggi che hanno sfidato e vinto il tempo tanti eoni fa, non ci piace perdere la dignità in un'operazione così bassamente decorosa.
- Perché dovrei darvi il mio assenso?
- Non ha nessun motivo per non darcelo, in effetti.
- No, ma potrei anche negarvelo per ripicca…
- Ripicca? Per cosa?
- Per aver dissolto la mia esistenza. Per non aver permesso la mia crescita culturale ed esistenziale nel vostro territorio. Nel nostro territorio…
- La sua crescita interiore c'è stata; consideri che il suo percorso karmico le ha permesso di crescere esponenzialmente, alla fine. Inoltre, noi siamo nel nostro territorio, ora come prima. E anche quello che lei credeva essere un luogo posto fuori dall'influenza imperiale in realtà è sempre stato sotto il nostro controllo. Come ha potuto notare anche il tempo è stato conquistato da noi. Ma questo è successo in un periodo così lontano da non essere quantificabile per voi umani…
- Postumani… - Provo a correggerli. Mi sento alle strette.
- Anche per i postumani, sì - Aggiunge la postilla un secondo legato, visibilmente meno importante del primo.
- Quindi, state sostenendo che io sono di vostra proprietà, ma che se ho avuto uno sviluppo dei miei interessi verso forme d'esistenza interiore più evoluta è stato soltanto grazie a voi. Però, ho due altri quesiti…
- Siamo qui… - Di nuovo è il primo a rispondere, quello più importante.
- Dove sono i frequentatori del circolo .rel?
- Sono qui, accanto a noi. Soffiano nel vento insieme con lei. Insieme con ogni altra ombra che è presente in quest'universo alieno rispetto alle specifiche terrestri.
- Sono qui?
- Certamente. Provi a chiamarli…
Non ne ho bisogno. Mi sento stringere l'anima da un nugolo di persone che riconosco istintivamente. Genevieve in testa, ma anche gli altri; sono tutti lì intorno a me. M'invitano, tramite avvolgenti messaggi, a condividere le mie protesi con l'Impero. Sono sicuro che sono loro, non ho dubbi. Li riconosco dal calore asettico, dalla stessa vibrazione che emanano e che ci accomunava quando frequentavamo gli stessi network…
- La seconda domanda…?
Sono preso in contropiede. Ah, sì…
- Perché osteggiate la Conoscenza, normalmente?
- Perché la Sophia non è una cultura popolare. Dobbiamo selezionare, vi siamo costretti, altrimenti qualsiasi concetto che eccede il dominio umano sarebbe presto assimilato e dequalificato, a causa delle caratteristiche intrinseche della condivisione. Dobbiamo rendere questi ed altri significati a cui lei non ha ancora acceduto come algoritmi alti, destinati ad un'elite, altrimenti decadrebbero e il caos irromperebbe nel nostro mondo. Il concetto di popolare è nemico della conoscenza. Della Sophia.
- Capisco… - Sono esterrefatto. Faccio la solita figura del sovversivo che in realtà non ha capito quanto sia stato manovrato. Che non ha capito nulla della particolarità della sua elezione.
- Lei è morto nel momento stesso in cui ha progettato di lasciare l'Impero. Lo ha fatto perché era già defunto, ma non perché abbandonare il territorio significa morire. Il traghettatore e poi l'ectoplasma elettrico, Aurelio, sono state soltanto due figure accompagnatrici, da noi istruite e dal ciclo vitale limitato, funzionale direi.
Sono muto. Non ho nulla da obiettare. La potenza dell'Impero mi colpisce profondamente. Quello Stato mi ha davvero accudito e cullato come uno dei suoi figli migliori.
Sono un figlio dell'Impero. Lo sono stato spesso. Sento un moto di sentimento filiale. Non sempre siamo stati in sintonia.
- Allora, ci concede i suoi favori cibernetici e genetici? - La voce del primo legato è sempre cortese, disponibile, paziente…
Ci penso ancora, so che ho poco tempo a disposizione, ma voglio considerare con un attimo di freddezza la situazione. Mi sento trasportato da un moto d'empatia verso lo Stato. Non riesco a sentirmi estraneo.
- Sì. Reindirizzate pure i miei device…
- L'Imperatore le sarà immensamente grato per questo. In nome di Sua Maestà il Principe voglia gradire questo ringraziamento infinito… - Un'onda di gradevole senso di gratitudine mi afferra mentre sorvolo le cime degli alberi, ondeggianti al vento psichico di tutte le anime lì contenute. Sobbalzo vedendo ancora alcune cime stagliarsi bianche contro il cielo nero, e osservando la strada sotto, bianca spettrale, in perfetto contrasto da negativo fotografico.
Poi, così com'erano venuti, estrapolandosi da un rumore di fondo della matrice esoterica, così ora gli emissari del Principe tendono a dileguarsi con un movimento di mimetizzazione elegante quanto lento e maestoso.
Continuo a guardare ciò che ho intorno, sentendomi parte di un universo psichico, tecnologico e temporale che mi toglie il fiato. Che m'inonda di brividi. D'angosce mal interpretate.
Sento già nell'aria un senso di conosciuto e di frotte di dati che identifico, che si agitano in un virgulto che sa di protesi genetiche e cibernetiche: sono le mie, già riconvertite. Sono le mie, le riconosco dall'Id stampato sul loro codice bioware che viaggia insieme ai pacchetti di comunicazione.
*
* *
Mi accresco.
Sono un compendio di visioni a volte monocromatiche.
Le cime degli alberi sono drammaticamente intense. Vedo le fronde sotto di me cercarmi, volermi arpionare per farmi rimanere aggrappato. Vedo ogni dettaglio con un maestoso senso di bianco e nero. Monocromatico di un mondo che intuisco premermi addosso, come un enorme magma in grado di riempire i miei pori.
Un universo trascendentale.
Un distendersi di lievi soffi vibrazionali che tendono al negativo, anche. Dove i costrutti architettonici sono fatti per durare migliaia di millenni, non si sciolgono in polvere e per questo sono in grado di conservare le onde malevole che possono facilmente accatastarsi lì dentro. In quei casali. In quelle case.
In quei luoghi. Così mortali.
Così contraddistinti da visioni negative - negativi fotografici.
Impressione di vivere anche in un mondo capovolto. Visivamente capovolto. Gli oggetti che dovrebbero esser bianchi sono neri e viceversa. Ricordo un sorriso di una persona a me cara, e lo ricordo guardandole i denti neri, il volto bianco, le orbite oculari perse dentro un pozzo, dentro un abisso. Senso di male.
Senso di male.
Annegato in un contenitore benevolo, in lotta infinita con qualcosa che non riesco ancora ad afferrare.
Ho attraversato il territorio imperiale. Tutto. In ogni suo singolo angstrom.
L'ho fatto in un eccesso d'empatia verso me stesso, verso il mondo che sentivo premermi addosso. Cercavo un innalzamento spirituale, ma non mi ero accorto di essere già morto. Ho preso al volo l'ultima occasione che era stata data all'involucro Florian per poter riscattare un'esistenza che non aveva decollato, quasi quanto le precedenti.
Tendo ora verso l'archeologia. Verso la traccia lasciata da Julian che si è perso nelle stelle. Che si è perso nei circuiti emozionali. Gettati via per un atto di nichilismo estremo, non trasmissibile in nessun modo.
Tranne quello che discende dall'umano e passa per il postumanismo.
Sono alla ricerca di me stesso.
Ricalco le orme precedenti.
E quelle future.
Ho pensato.
Ho vissuto istanti miseri, altri enormi.
Cerco ancora un movimento di semplice convivenza.
Caldo mentale in agguato, come ombre offuscate, invertite bianche.
Il regno della paura è in realtà il posto dove ogni cosa diviene un movimento naturale.
Ciò che saremo.
FINE
Ancora una volta,
un ringraziamento speciale
al prof. Zecharia Sitchin
per le sue sconvolgenti teorie.