IL VIATICO PER UNA MISSIONE |
- Vedi sfumato laggiù, verso la valle?
- Vedo esattamente spostato, come se una condensa di vapor acqueo si frapponesse tra noi e il resto del mondo.
- Tra noi e il mondo, vorrai dire…
- Tra noi e il mondo, ok…
Era mattino tardo. Dalle colline, la valle si apriva immensa con un vibrare di movimenti e luccichii ineguagliabili. Visibili erano gli Agglomerati, una struttura reticolare polimerica di cluster abitativi tenuti a debita distanza tra loro, così da non dare l'idea di sobborgo. I downtown erano ritenuti desueti, così un segno di civiltà evoluta si doveva affermare in ogni angolo dello Stato.
Il vezzo di portarsi un cavetto elegantemente arrotolato sull'orecchio, ricco di una sorpassata linearità antioraria - largo e all'ultima moda - era per Vincent un distintivo, un po' come un fazzoletto nel taschino o un foulard intorno al collo. Quel cavetto non aveva nessun'utilità tecnica se non quella di un refuso tecnologico, una sorta d'appendice in cui dati stagnanti si rincorrevano inutilmente, come elettroni dentro una fibra ottica abbandonata. Vincent descriveva graficamente al suo compagno, Dolbert, una sorta di costrutto mentale in trasmissione empatica; la tecnologia, nell'Impero, era sempre stata considerata una colonna portante. Motivo di esistere dell'arcaico Stato era sì lo scambio d'informazioni, ma soltanto se a supporto c'era una robusta tecnica d'immagazzinamento e di condivisione.
- Cosa raccontano nelle zines locali d'interfaccia?
- Vedo solo immagini frammentate, Dolb. Sembra quasi un collage d'eventi distanti tra loro.
- Non sarà mica una raccolta che sfocia poi nell'olografia?
- Hm, direi di no; piuttosto sembra una cacofonia visiva, una sorta di trailer mirabilmente confezionato per gli utenti da consumo rapido, quelli che amano continuare il regime confusionario tra uno sballo connettivo ed un altro.
Elementi postconsumistici si erano insinuati, da un po' d'anni, nella vita convulsa dei cittadini imperiali. L'imperatore stesso sembrava essere stato contagiato da una febbre commercialmente comunicativa ed appariva in un numero spaventosamente elevato di jingles tremolanti sulla corteccia cerebrale. Il suo volto levigato ed apparentemente senza età, o forse talmente vetusto da apparire liscio come quello di una repellente medusa, si materializzava con tecnica subliminale sulle fisionomie di modelli dal fisico prestante, reclamizzando biopasticche miracolose e assolutamente prive d'effetti collaterali alla connessione, in grado di facilitare lo scambio naturale delle informazioni tra cittadini. L'Imperatore assumeva, anche, le sembianze rassicuranti di un padre della patria e questo avveniva ogni trenta secondi, quando impulsi di netpaper si diffondevano nell'area statale, a mo' di notiziario, dando vita a diffusi fenomeni di diffrazione visiva.
La salute dello Stato era notevole. L'organismo politico che aveva conquistato lo spazio ma anche il tempo si stendeva lungo un'isola di materiale etereo vasta e inattaccabile, un non luogo che a volte coincideva con il concetto istantaneo di globo terracqueo - il tempo presente, sul pianeta Terra. Dolbert e Vincent navigavano in quello strano vettore che era il tempo plasmato dall'Impero come due commessi viaggiatori, una piccola società operativa e autosufficiente in grado di rappresentare se stessi e interessi ben maggiori d'interattività olografica combinati a transito dati, un campo economico in cui molte multinazionali in disgrazia - le altre avevano semplicemente chiuso i battenti, implodendo sotto una spaventosa mole di debiti - avevano investito ingenti capitali nella speranza di competere con il Principe.
Guardie imperiali a cavallo scortavano carovane di trafficanti di dati irrilevanti e ludici; i cavalli erano, in realtà apparente, dei manufatti ware biologici di scarto. Gli stessi cavalieri erano spesso reclutati tra le fila di replicanti olografici ed erano preferiti agli umani e perfino ai postumani, per evidenti ragioni riconducibili al danno trascurabile in caso di morte.
Apporti alla costituzione del tessuto sociale, in qualche modo consistenti, venivano anche dallo spazio profondo, proprio dalle zone in cui il concetto di tempo aveva meno significato. Colonie d'alieni, a volte ostili allo stesso Imperatore, avevano preso a percorrere frequentemente tratte di un tragitto olografico che ai postumani appariva bizzarro e inutile; quest'ultimi non riuscivano a comprendere perché quegli esseri galattici si ostinassero ad usare frequenti e faticose smaterializzazioni molecolari - apparenti, oltretutto, perché nessuno aveva dimostrato scientificamente il principio fisico utilizzato per spostarsi - per riapparire in un periodo storico non congruente ai loro bisogni. Accadeva, infatti, che si formassero sacche di reintegrazione temporale, una sorta di limbo in cui quelle forme straniere d'esistenza colmavano con tecniche autodidatte il gap secolare che li divideva dal periodo storico prescelto per i loro affari, un'attitudine alla compensazione che sembrava essere innata in loro.
Quegli alieni, comunque, non intaccavano veramente il tessuto sociale postumano: poche entità, dalle spiccate caratteristiche comunitarie - caparbie ma dotate di scarso spessore intrusivo - facevano più che altro colore, una sorta di esotica distrazione, come la venuta di artisti circensi in città. Cosa essi facessero o cercassero nessuno sembrava averlo mai capito ma certo, un loro tornaconto dovevano pur averlo.
Dolbert e Vincent commerciavano anche con qualche alto esponente delle rappresentanze aliene. I beni immateriali che maneggiavano nei loro viewer da trasporto configuravano uno spettro vasto e orrido di postumanità mista a inumanità, in cui ogni valore arcaico, riconducibile a concetti religiosi monoteisti, era stato travolto da logiche ferree e inattaccabili di semplice matematica, entropia e caos applicato. Dolbert e Vincent avevano avuto notizie, durante uno scambio cultural-commerciale con un alieno, di tracce significative dell'esistenza - annegate nelle culture popolari - dei Grandi Antichi, una sorta di demoni alieni corrispettivi a quelli evocati da un arcaico narratore terrestre: Lovecraft - forse qualcuno lo ricorda ancora.
Quest'ultimo aspetto esoterico aveva spaventato i due trafficanti postumani, aveva sconvolto il loro intimo esistere che era scansionato da bioinnesti a base così razionale da rappresentare la porta d'ingresso per concetti oscuri e apparentemente superstiziosi, poderosi nell'eloquenza che mostravano tanto da poter essere ritenuti semplicemente plausibili; Dolbert, in particolar modo, assumeva spesso la convinzione che ogni evento ritenuto misterioso appartenesse, in realtà, ad uno specifico ordine di leggi fisiche ancora sconosciute, ordine in cui matematiche ancora da venire e bizzarrie non euclidee, divenute entità vive come software, assumevano un'importanza fondamentale. Il tripudio del postumanismo si era affermato secoli prima, ed ora la sua esplosione culturale sottintendeva ad un futuro declino senza che s'intravedesse una specifica inclinazione innovativa: tutto l'ecosistema sociale sembrava chiudersi a riccio per la paura di un'implosione che potesse spazzar via, dall'interno, l'attuale cultura.
Nel frattempo, però, gli affari prosperavano come non mai: era il periodo aureo dell'Impero, quello successivo ad una decadenza bloccata insperabilmente da un Imperatore lungimirante e saggio, che aveva saputo richiamare all'ordine le parti marce della società - praticamente tutto il tessuto della comunità - in una nuova orditura ricalcante la precedente ma che aveva avuto, inspiegabilmente, il pregio di rafforzarsi nelle motivazioni e nelle prospettive di arricchimento future. Prospettive divenute realtà, ora. Prospettive che luccicavano di luce propria ma anche, scavando bene, indotta; nuovi barbari premevano - per il momento bussavano soltanto - alle porte dello sterminato territorio imperiale, ma non sembravano accontentarsi delle piccole concessioni che l'organismo statale voleva, o soltanto poteva, accordargli.
- Un goccio di qualcosa?
- Mi piacerebbe, ma non è il caso di farci trovare in un pietoso stato alticcio dai nostri committenti, ti pare?
- In effetti, hai ragione. Certo, non siamo arrivati al punto di essere alla mercé di un normale decorso post etilico... E poi, abbiamo con noi la connessione estemporanea, no?
- Sarà anche come dici tu, certo è che non fa professionale, dai…
I due cercavano un motivo qualsiasi per alienarsi da un noioso contesto che sapeva solo di trattativa commerciale. In passato Vincent e Dolbert avevano spesso abusato di nozioni software da sballo, iniettate per connessione aerea, e ricordavano ancora vividamente di quando, in preda all'esuberanza della gioventù, transitavano di notte nei luoghi di divertimento craniale della loro città.
Entrarono così, tra un ricordo e l'altro e dopo un inconsistente battibecco scherzoso, nel kernel dell'abitato, trascinandosi dietro gli esigui bagagli neurali di cui avevano bisogno. Le poche sacche che portavano in spalla - nel mentre che le loro protesi da innesto eseguivano un polling standard sulle frequenze satellitari, così da avere il quadro completo del territorio in cui stavano entrando - emettevano beep dimessi perché settati su livelli non invasivi. Interfacciamenti frenetici di rappresentazioni grafiche in loro possesso disegnavano una mappa esaustiva del territorio in cui si trovavano: Dolbert era alla ricerca automatica di riferimenti toponomastici in grado di dargli la connotazione intima di quel luogo, nozioni che avrebbero potuto essere una possibile fonte di salvezza in caso di pericolo.
Ai lati del viale che percorrevano a bordo di cuscinetti biotermici - simulazione del passo umano - svettavano lunghe file di inquietanti pioppi filiformi. Nel mettersi a filo di uno di essi si aveva la netta sensazione di un ordine matematico superiore, una sorta di regime sfuggente e schiacciante, fuorviante, un'adimensionalità da videogioco che a nulla serviva se non a rendere asettici gli istanti. L'ora del mattino era tarda, e le ombre proiettate sul terreno tendevano ad annullarsi, mentre il calore fuori stagione dava un consistente fastidio. La caligine rendeva il paesaggio in un certo modo irreale, una patina di confusione tangibilmente impercettibile eppure viva, come un latente mal di testa dovuto alla tensione che con essa si confonde.
- Sembra di assistere ad una carovana diretta verso un Foro di provincia - Dolbert parlava…
- Pochi si rendono conto quanto bagaglio culturale ci stiamo portando appresso della preistoria umana. Sembra che alcune antiche popolazioni italiche si comportassero come facciamo esattamente noi di questi tempi: giorno di mercato, si va in centro per vendere, acquistare, far vita sociale e cercare di sbarcare il lunario. C'è un mondo che si ripete - nel frattempo gli indicatori grafici bioluminescenti dalle palpebre di Vincent si muovevano a tempo di un assurdo Dub oscuro presente nella sua mente.
- Tu sempre a leggere la storia presunta. Sai bene che le antiche fonti sono perse o danneggiate, insicure, e raccontano di un mondo che potrebbe benissimo non essere mai esistito.
- So bene che tu sei un osceno ignorante beota. Dovresti leggere più spesso la storia presunta, invece, impareresti che tutto ritorna: gli eventi si ripetono…
Un rumore li trafisse dal basso cielo. Fischi insistenti e dannosi perdurarono per frazioni di secondo soggettive; alzarono gli occhi all'orizzonte e videro sfrecciare uno stormo di caccia ad induzione psichica. Vincent guardò il compagno a mo' di rimprovero e disse:
- Invece di studiare storia e balle mai sicure dovresti fare più attenzione alle correnti psichiche. Li hai visti pure te quelli, no? Cercano qualcosa, e spera sempre di non essere mai il loro obiettivo: con tutto quello che armeggiamo saremmo di sicuro un bel bocconcino per l'Imperatore. Non parlarmi più di storia, per favore.
L'occhiata di rimando di Dolbert era eloquente, un atto prossimo alla sottomissione benevola ed ironica. Facce anonime gli si affollavano intorno e sembrava non si curassero di loro. I due si guardarono intorno e fecero caso, senza volerlo, ai discorsi pronunciati da un gruppetto di giovanotti a poca distanza da loro.
- …quel gruppo d'alieni si è accampato dall'altra parte della città.
- Sono i soliti isolati. Chissà che tipo di pensieri passano per la loro testaccia. Avete mai visto quando riflettono come si mettono in posa? - Risate in sottofondo d'altri due.
- Sìì, sembrano degli automi bloccati in un loop logico. È davvero da ridere, si piantano in quelle pose assurde, in bilico magari su un arto, e rimangono lì fermi con la CPU a palla…
Risate insistenti e spontanee da parte degli altri. In quel momento chi aveva parlato riscuoteva un successo travolgente, proprio perché acuto nell'analizzare la comica situazione che caratterizzava quegli stranieri.
- E poi, avete presente quando guardano le stelle? Che cosa fanno secondo voi, cercano la loro casa?
- Certo che cercano la loro casa; solo che lo fanno con una danza che, non so, forse emula lo strano viaggio che compiono per arrivare fin qui: saltano come se fossero in assenza di gravità e si scappottano - il tipo che proferiva quel verbo bizzarro, dall'espressione non propriamente intelligente ma scaltra, fece la mossa di aprirsi la pelle come se, anziché mostrare l'epidermide, mostrasse la parte interna - tanto per far capire di quale viaggio hanno bisogno per arrivare fin qui - sghignazzi diffusi del gruppetto.
- Ma poi, chi li vuole tra noi? - Esiste sempre qualcuno che si erge a paladino della razza pura…
- Oh beh, mica fanno danni. - Provò ad affermare timidamente il primo che Dolbert e Vincent avevano sentito parlare. Fu guardato dagli altri del gruppo con un misto di pietà e indulgenza, le stesse che si usano per chi è considerato una sorta di demente fuori dal mondo.
- Stiamo passando vicino ad un punto d'ascolto imperiale: parliamo d'altro…
L'invito a cambiare discorso era stato pronunciato dal ragazzo che parlava di "scappottamento"; Dolbert lo osservò e nel mentre fu da questi notato. Lo sguardo dell'ultimo si fece improvvisamente sottile, quasi a chiedersi chi fosse mai quell'individuo che lo stava scrutando con fini così poco chiari. Dolbert non riuscì ad evitare una sbirciata che sembrava più una scansione subliminale che altro. Si sentì addosso frementi sfrigolii con un TTL molto basso, comunque apprezzabile. Poi, le occhiate su Dolbert sembrarono attenuarsi, quasi un rasserenarsi di un diverbio psichico che poteva diventare pericoloso.
- Dovresti evitare di dare così tanto nell'occhio. - Disse Vincent usando un canale non segreto, non palese.
- Hai ragione, ma non sapevo che qui si fosse tanto diffusa questa matrice razzista.
- Tu che leggi la storia dovresti sapere che i conservatorismi più insulsi hanno sempre avuto come canale di diffusione preferenziale proprio la presunta purezza della razza, oppure l'appartenenza ad un gruppo ristretto così da percepirsi come un clan eletto…
- Già… Me ne dimentico sempre, penso sempre che certe cose non possono succedere più, oggigiorno…
- Evita di concentrarti, nelle prossime ore, nell'ascolto palese di chi abbiamo vicino. Magari è meglio qualsiasi altro tuo pensiero.
L'ingresso nell'abitato era segnato da confini piezoelettrici.
Alcune guardie erano confinate dentro gabbiotti in kevlar irrobustito da connessioni fantasma, mentre sul sentiero non più sterrato ordinati basamenti, simili a torrette, scandivano immagini da intrattenimento, mostrando le caratteristiche di quel luogo a chi non possedeva tag e cookie che palesavano una precedente visita in città; ovviamente, era possibile farsi inviare nuovamente il pacchetto informativo cancellando dalla propria memoria craniale i precedenti dati sensibili, ma ciò era punito nel caso fosse stato scoperto: bisognava sempre ricordarsi che l'Impero era divenuto dominante grazie al commercio monopolista di dati che intraprendeva.
Dolbert e Vincent si apprestarono a ricevere ogni sorta d'invio informativo, ponendosi in maniera listen_trusted; ciò fu premiato con un bonus in cui comparivano tabelle e database poco standard, contenenti preziose informazioni per il soggiorno a Crustum - così si chiamava quell'importante metropoli - con continui tag lampeggianti che informavano, lungo la via, di quanta strada mancasse all'entrata in quella città.
Crustum aveva una storia antica, ma non vetusta.
Era stata fondata da una colonia di rifugiati politici nei momenti della decadenza imperiale, ed aveva subito imposto una linea di condotta ai suoi vicini imperniata sulla sconfessione dell'Impero; obiettivo dei suoi abitanti era quello di costituire una sorta di spina nel fianco dello Stato, cercando di agire come agente destabilizzatore non dall'esterno, bensì dall'interno.
Lo scopo, così palese e anomalo, spiazzò inizialmente gli agenti imperiali: Crustum si configurava come una testa d'ariete contro le porte principali dello Stato; così, lo costrinse ad impaludarsi in una guerra arcaica di posizione e assedio quale gli imperiali non erano più abituati a concepire. Le linee governative si ritrovarono virtualmente sconfitte nel momento in cui non riuscirono più a tagliare le informazioni in transito da e verso Crustum. Poi, abili comandanti si succedettero a quelli inizialmente investiti del compito di sedare la rivolta, e la differenza si risolse in un'accelerazione dell'assedio che fu chiuso con tecniche mai completamente studiate successivamente, segreto che circonda ancora adesso l'operazione militare vera e propria. I crustumini furono sterminati con onde psichiche letali, molti morirono tra atroci sofferenze mentre altri, per loro fortuna meno resistenti, si spersonalizzarono subito perdendo prima l'identità e poi la pulsazione biologica del loro involucro animale.
Nessuno considerò mai, o se lo fece non vi pensò mai abbastanza seriamente, alle conseguenze che quell'azione così cruenta poteva scatenare all'interno del tessuto imperiale. I lamenti delle vittime furono uditi per giornate intere dai corpi speciali della Guardia Imperiale; chi passava lì per documentare il disastro - elementari nozioni di diffusione delle informazioni - raccontava di evanescenti figure, spesso soltanto flash in evaporazione rapida, che si agitavano nei campi intorno al borgo. Questo era ciò che avveniva durante il giorno; di notte la situazione sfuggiva completamente ad ogni controllo, nessuno seppe mai dire con certezza cosa poteva mai avvenire intorno e dentro Crustum.
Non esistono, né esisteranno mai, documenti ufficiali di quegli eventi, perché ciò si configurerebbe come un'aperta violazione alla politica imperiale; voci incontrollate illustravano, però, una situazione di campi coltivati immersi nel buio totale della notte, e di figure che vi vagavano sopra nitide e spettrali, impossessate da un nonsense palese e riconducibile soltanto ad un vago sentimento di disperazione. Gli alberi intorno sembravano soltanto paletti delimitatori del campo d'azione degli spettri, e gli stessi soldati si mantenevano ben serrati dentro ai propri cluster di sicurezza, ufficialmente al solo scopo di studiare energeticamente il territorio nei momenti di stasi dai raggi solari.
Qualcuno pensò di avventurarsi lo stesso in quelle lande ancora fumanti per la distruzione bellica subita. Nessuno sembrò tornare, o se lo fece ricomparve con una tale confusione mentale e psichica - le analisi dell'aurea mostravano sensibili schiacciamenti dei livelli, come su un masso avesse colpito l'energia immateriale di quei poveri postumani - da apparire spaventosa, così intensa da confinare quegli incauti individui in un limbo esistenziale catatonico. A domande rispondevano con emissioni d'icone spezzettate, frammentate e inconsistenti; sembravano in preda ad una confusione da dislocazione, erano probabilmente convinti di trovarsi in un luogo prossimo alla battaglia, un attimo prima della sconfitta e della carneficina.
Trovare le testimonianze di quel massacro, tramite la scansionatura psichica dell'area, era il passatempo preferito d'alcuni strani individui che venivano soprannominati tombaroli, esattamente come coloro che scavavano tombe arcaiche nei periodi bui dell'umanità, prima ancora dell'avvento del postumanismo.
Dolbert e Vincent si erano chiesti, prima della partenza per Crustum, se parte del lavoro che dovevano svolgere era in relazione con quelle vecchie e tristi storie. Avevano preso le loro precauzioni imbottendosi di reagenti e di convulsivi, con la segreta e quasi infondata speranza che ciò sarebbe bastato a respingere attacchi psichici o tentativi d'invasioni mentali vere e proprie; certo, però, le loro attese migliori erano riposte nelle tecniche autogene che sviluppano da alcuni mesi in totale autonomia, come interessante estensione di ciò che consideravano "anima". A dispetto, infatti, del loro impegno razionalmente commerciale, tendevano ad incrementare una spiccata attitudine verso l'aggancio energetico ad alcune forme eteree. Si facevano aiutare anche da innesti freschi, materiale bioware riconvertito e nuovamente orientato che dava risultati graficamente apprezzabili nei momenti culminanti in brividi sulla pelle - sintomo certo di manifestazioni psichiche occulte.
Dalla Rete satellitare avevano scaricato dell'interessante materiale iconografico, snapshot di pregiata fattura che mostravano panoramiche notturne su campi abbandonati: lì, a Crustum.
Dolbert più di Vincent aveva scorto in quelle pics brevi movimenti, ma ciò che più lo aveva impressionato non era la semivisione d'ombre effimere, bensì l'esistenza di qualcosa che non riusciva a razionalizzare in altro modo se non definendolo come spettrale; ciò che maggiormente lo scioccava era una sinistra sensazione tridimensionale anzi, multidimensionale, come se qualcosa lì presente fosse riuscito ad impressionare psichicamente, o emozionalmente, la superficie binaria del satellite. Vincent guardava, riguardava quelle immagini, ma non riusciva a cogliere il guizzo di comprensione che animava Dolbert se non fugacemente, sembrava che il suo socio fosse stato folgorato da una forma superiore di Sapienza.
- Pensi ancora a quelle immagini?
- Sì, non è facile dimenticarle…
- Hai idea di dove possa essere quel luogo scansionato?
- Hm… Sì, forse è laggiù, dall'altra parte della città.