LA PRIMA DI CRUSTUM |
Nei palazzi governativi il flusso informativo era serrato.
Fiotti di filamenti finemente dottrinali si sfrangiavano sugli uffici prefettizi, in un nonspazio delimitato dalle potenzialità cerebrali d'ogni funzionario lì preposto. Tutto era finalizzato a fortificare i cluster su cui l'imperatore edificava parte del suo potere.
Visivamente, i palazzi centrali somigliavano a strutture metalliche affogate in un tipo di metavetro a scomparsa; non si capiva bene dove finiva la struttura o meglio, dove era il punto di connessione con gli universi paralleli informativi.
Quell'arte era denominata figurativa; serviva a ricordare ad ogni cittadino dell'Impero che egli era una piccola porzione di un vasto dominio esteso sia sul territorio, ma anche su dimensioni meno concrete eppure viventi. Il compenetrarsi di un solido elemento in un altro etereo rendeva un'idea d'originale dinamica quantistica, e al contempo lasciava allibito lo spettatore per l'ardita soluzione architettonica escogitata.
Crustum si era dotata di una Prefettura allineata con gli standard imperiali; per far ciò era stato distrutto un fabbricato, dentro cui i precedenti governatori avevano organizzato i poco tentacolari tentativi diplomatici della ribelle Crustum. Il bizantinismo dell'Imperatore aveva presto sopraffatto i primitivi meccanismi giuridici crustumini, e se il dominio militare era stato un concetto difficile da far assimilare con convinzione agli indigeni, la macchina amministrativa crustumina si era subito riconvertita alla sinergia dell'immenso Stato conquistatore.
Al momento della disfatta molti funzionari si diedero la morte suturandosi con onde connettive letali, in un tripudio di visioni su larghi schermi biopixel che, non si riusciva a capire, se fossero stati jingle imperiali o un sommarsi psichico d'esperienze, qualcosa che come un solenoide in rapida decadenza rilasciava bioluminescenza via via sempre più debole. I legionari che entrarono per primi in città furono gli unici a godere del tramonto software dei crustumini; molti non furono nemmeno in grado di apprezzarlo, ignari di aver avuto la fortuna di assistere ad un fenomeno epocale, e così lasciarono filtrare quel senso percettivo tra le maglie di un disinteresse che faceva perder loro anche la capacità di raccontare cosa avevano provato durante la presa di Crustum.
Le strutture di conduttori affogati che componevano il precedente fabbricato si rivelarono catalizzatrici fisiche. Infatti, come per una singola decisione presa responsabilmente da alcune macro software diventate debolmente intelligenti, quelle architetture si scomposero in una marmellata gelatinosa e tossica in cui, onestamente, molti burocrati trovarono la sublimazione, una scappatoia verso uno iato dimensionale che speravano ardentemente non fosse dominato dall'Imperatore. Oggi, quella Prefettura sarebbe stato uno spaventoso amalgama incombente sulle ardite soluzioni dominatrici, e qualcuno di tanto in tanto giura - anche in questi giorni - di veder comparire quegli obbrobri architettonici in una nebbiolina eterea per poi svanire di nuovo, proprio nel momento in cui la razionalità prende il sopravvento: Crustum era, dopo la presa, un gigantesco calderone psichico in cui facilmente accade tutto ciò che si vuole far accadere.
Una Bolla imperiale datava l'inizio del nuovo tempo di Crustum al 19 ottobre, anno 405 dell'era imperiale attuale. Era una follia totalitaria postumana, e per chi sapeva ciò che lì era successo era soprattutto una pazzia aliena divenuta madre di tutte quelle postumane. In gran segreto, infatti, alcuni di quegli esseri galattici avevano partecipato ai lauti pasti imbanditi dal Principe. Tali alieni parlavano l'antica lingua dei loro inizi e si aiutavano, spesso, anche con la mimica laddove non riuscivano a farsi comprendere, forse a causa dell'oscura loro discendenza; il sontuoso svolazzare di merletti informativi, di cui erano vestiti - così ricchi di spigolature spesso inutili e vezzose - non faceva altro che aumentare in loro il desiderio di incontrare carne modificata e amplificata con tecniche neurali e digitali in un ricco ma fuorviante incontro peccaminoso, con i postumani stupidamente protesi verso misteri a loro incomprensibili. Su queste dinamiche sociopolitiche gli abitanti di Crustum si inserivano con il loro comprensibile bisogno di rivestire le proprie misere tombe di un materiale che potesse sopravvivere ad una catastrofe naturale, così da eternarli: erano ambizioni di gente di provincia tronfia nel suo status clusterizzato, ma comunque legittime; su esse l'Imperatore accumulava un proprio tornaconto prezioso per gli equilibri sociali e governativi.
Il menu del Principe e degli alieni era costituito da carne di crustumini, cadaveri rappresi e ingelatinati in un bolo sintetico capace di preservare, per giorni, la decomposizione dei tessuti.
L'Imperatore rideva sguaiatamente mentre addentava polpacci postumani, sputando le fibre ottiche che sostituivano i fasci di nervi. Gli alieni invitati, in odore di ricche commesse, si lasciavano andare a commenti vagamente adulatori e sottomessi all'autorità, proponendo commerci siderali in embrione; intanto lambivano con le loro lingue sottili e disgustosamente lunghe i bulbi oculari dei poveri suicidi, scansando la gelatina da conservazione.
La scenografia scelta dall'Imperatore era intima. Nel cortile del palazzo aveva fatto predisporre una coltre di nubi completa di un'atmosfera grigia e piovosa, in cui ogni ospite poteva ammirare strali di malinconia diffusa via software. Un tempo piovoso scendeva giù, lungo le vetrate sintetiche, ed era proprio quel tipo di consacrazione dell'autunno che inteneriva il Principe: un mesto rintanarsi nella propria psiche per godere dello spettacolo emozionale intimisto, mentre fuori era effettivamente estate piena.
Furono gettate le basi, in quella truce notte, d'accordi commerciali importanti. Fu deciso di costruire una nuova Prefettura, da cui le onde psichiche potevano irradiarsi per tutto il territorio riconquistato; gli alieni diedero la loro disponibilità nel fornire fantastici materiali da costruzioni di cui ci si sarebbe meravigliati per lungo tempo nel futuro, e s'impegnarono a non invadere il territorio imperiale se non con poche colonie sparse. Per suggellare l'accordo si trovarono tutti a guardare la landa crustumina dal vecchio palazzo in cui erano, segnando visivamente - colpi di palpebre conduttive - i vari settori in cui le attività psichiche s'intensificavano. Fu ricostruita cronologicamente la disfatta inflitta agli avversari attraverso le immolazioni - ciclici accadimenti riprodotti da ombre che vagavano nella campagna - e tutti i commensali decisero che quello sarebbe stato il timbro, il collante del loro patto: un tale scempio non doveva più accadere, e sarebbe bastato far ciclare il ricordo grafico di quello che era avvenuto per costringere le parti a rispettare i propri doveri.
Crustum era stata disfatta e riplasmata nel giro di sei mesi.
Ingenti lavori d'adattamenti e di rifacimenti totali avevano interessato quello che una volta era un abitato rurale; alcune opere, come appunto la Prefettura, ebbero necessità di essere ricostruite daccapo, mentre per altre bastò organizzare dei rimaneggiamenti funzionali. Nel frattempo furono organizzate nuove colonie sul territorio, con il duplice obiettivo di plasmare i pochi abitanti rimasti al nuovo corso politico e di eternare i VerSacrum, ritenuti ancora gli unici e validi rimedi alla sovrappopolazione ed al bisogno di consolidare il potere politico dell'Impero.
Al termine delle opere civili, una solenne cerimonia pose il sigillo del Principe ad un'opera che, indubbiamente, aveva del colossalmente sontuoso. Crustum, del vecchio borgo, manteneva poco più del nome. Gli stessi abitanti primevi apparivano trasformati, come se un velo olografico si fosse sovrapposto alle loro sembianze e n'avesse esaltato aspetti psichici che prima non possedevano. L'elevazione verso uno stadio di vita più sviluppata, psichica veniva di definirla, impressionava gli imperiali se non altro per la strana luce che appariva ribollire interiormente nei crustumini. Essi, a volte, apparivano improvvisamente assorti con espressioni attente, impressionati da più cose che sembravano esistere accanto a loro; le movenze che li animavano sembravano feline, come se qualcosa o qualcuno si strusciasse addosso a loro per ricavarne piacere o compagnia. Quei cittadini mostravano comprensione verso i morti, sentivano quel velo olografico che animava i defunti animarsi dei loro stessi ricordi, e così parvenze di scene psichiche, immagini di un mesto e triste rincorrersi d'ombre in perenne ricerca di qualcosa cui appigliarsi si succedevano senza apparente soluzione di continuità; l'incontrare nuovamente gli antichi conoscenti gettava le ombre dei defunti in una momentanea epifania, forse per l'illusione che quegli ultimi mostravano, convinti d'essere ancora carnali o forse, tragicamente, per la comprensione di non esserlo più.
Quella cerimonia d'Apertura all'Impero, officiata dal Principe, durò tutto il giorno e la notte successiva. Feste, danze e anche un grande spreco di selvaggina d'allevamento caratterizzò ogni momento della giornata. La notte fu un tormento estatico: orde d'ombre, non ritrovando più le vecchie strutture, non trovavano pace e si riversarono nei nuovi viottoli e piazze cercando di impossessarsi, a loro modo, dei nuovi palazzi; alcuni, tra i vivi, furono presi da improvvisi brividi e le loro maschere olografiche si tramutavano in smorfie d'orrore triste e intimo. Qualcuno cominciò a parlare con voce non sua, una sorta di raccapricciante possessione globale prese il sopravvento e sembrò di assistere ad uno stravolgimento onirico della festa: le danze, le musiche e il palco imperiale, tutto sembrava cinto d'assedio da un magma irreale, appena evanescente eppure così consistente da essere debolmente visibile, baluginante. Un mare di rifrazioni e di vivida sensazione circolò liberamente e incessantemente tra i quartieri e le campagne, in una sorta d'eterno presente immortalarono, quelle ombre, la mesta esistenza e la loro tragica morte. Qualcuno ebbe l'idea di dipingere sui pannelli elettronici da connessione messaggi d'empatia o d'invito a prendere coscienza della realtà, ma il Principe, venutolo a sapere, appose il suo netto diniego a quella pratica.
La rappresentanza aliena era, stavolta, decentrata; prendeva parte alla festa ma in modo diverso, rispettando le proprie inclinazioni culturali e caratteriali. Si erano mostrati in pubblico, innanzi tutto, vestiti di una particolare palandrana di colore scuro su cui si agitavano strani disegni animati che, a dire degli stessi alieni, rappresentavano scene di vita arcaica della loro stirpe, scene che nemmeno loro davano come certamente vere in quanto avevano perso da così tanto tempo la sensazione di essere stati dei trogloditi da non averne più la certezza. Era semplicemente il loro modo per fare del folklore, scimmiottando tribalità di cui ragionevolmente pensavano di non potersi vantarsi.
Gli alieni si erano presentati in numero ristretto, circa quindici - ma in esaltazione di personalità arrivavano ad essere almeno trentacinque. Nessuno riusciva a considerarli simpatici in quelle condizioni alterate, ma loro si beavano di quella caratteristica che gli era propria e si mostravano orgogliosi, tronfi. Le donne di stirpe crustumina si adagiavano sui letti e speravano, in cuor loro, di non rivedere più intorno alle proprie case quell'orrenda genia aliena né, tanto meno, d'essere ancora oggetto d'attenzioni governative da parte del Principe.
Sul far del giorno, al termine dei festeggiamenti, gli alieni si misero a guardare la campagna sottostante. Illustravano, con pochi pittogrammi digitali, i loro resoconti così da storizzarli, a mo' di mappa, ad uso di coloro che sarebbero venuti a fare affari nei mesi successivi. Le palandrane avevano assunto tonalità un po' più accese e ciò significava che il loro interesse per gli eventi immediati era prossimo a zero. Si sgonfiarono delle loro personalità esaltate e si presentarono al Principe per congedarsi. Le migliaia di morti della repressione esalavano respiri e immagini, e tutti sembravano percepirli in quell'ora tarda della notte.
L'Imperatore li attendeva, in posa magnanima; era completamente fuori tempo, come se fosse un regale medioevale.
- La mia speranza è che questa notte e le ore del giorno che l'hanno preceduta siano state tutte di vostro gradimento, pur essendo stato, questo, un intrattenimento di pura matrice terrestre. - Così esordì l'Imperatore…
Dalle cavità preposte alle comunicazioni verbali, assai antiquate per loro, gli alieni si schernirono con esemplificazioni sonore che i traduttori craniali dei legati imperiali si affrettarono a tradurre con impulsi iconografici di chiara rappresentanza.
- Ci siamo sottoposti a questo trattamento psichico per puro spirito di sacrificio e compiacenza. Il tempo trascorso qui speriamo sia stato apprezzato, e ci piacerebbe che Sua Signoria si presentasse, appena vuole ed è disponibile, presso una nostra ambasciata per apprezzare le feste che organizziamo periodicamente.
I convenevoli di rito erano stati scambiati. Le due delegazioni si erano accordate su principi commerciali e Crustum era stato il pegno che entrambi si erano impegnati a rispettare.
- Ci mandi dei samples olografici delle vostre feste. Io, in prima persona, sono interessato alle consuetudini che vi caratterizzano e vorrei venire da voi preparato, con un atteggiamento che vi risulti gradito.
Con un atto ossequioso gli alieni inviarono pacchetti compressi di libercoli ufficiali che mostravano empaticamente alcune feste svoltesi, nel passato, nelle loro ambascerie. I primi frammenti d'immagini mostravano bizzarre evoluzioni in un ambiente a gravità zero; molti non terrestri si baloccavano attraverso angoli di visuale impossibile: le loro assurde teste erano girate verso il basso, eppure descrivevano assai bene - con rimandi grafici - ciò che avevano alle loro spalle; tutto sembrava divertirli parossisticamente, mostrando come argomento del diletto i colori fissati sulle loro palandrane - un nero profondo, in cui si specchiavano tutte le stelle e supernove della galassia. La scia di gas galattico, che appariva in lembi seminascosti del loro vestito, sembrava persa in uno spazio siderale in cui non c'era altro che il simbolo apposto sulle porte dei priveè; le bevande erano bandite, eppure molti alieni sembravano in preda a qualcosa che somigliava all'ubriachezza.
Il Principe osservava la scena con interesse distante, diplomatico.
Decise che difficilmente sarebbe andato ad uno di quei misurati incontri mondani. Così si guardò ancora una volta, voltandosi, lo spettacolo di Crustum sul far del giorno, e interiorizzò i movimenti obliqui di piccole opalescenze perse nel grigiore freddo dell'alba. Si lasciò andare a sensazioni empatiche e chiese mentalmente scusa ad ogni anima che in quel momento vagava senza meta, intorno a lui, invocando la ragion di Stato come discolpa per il massacro e per la successiva riconversione urbana.
Si voltò verso gli alieni.
- Non verrò ai vostri ricevimenti. Mai. I nostri rapporti non saranno stretti perché la nostra natura è completamente diversa dalla vostra. Il mio dominio è oltre anche le vostre possibilità e conoscenze. Tuttavia, noi possiamo e dobbiamo collaborare per fortificare le nostre rispettive posizioni commerciali e territoriali, ma senza interferire. Questo ho detto, e così sarà…
Quegli esseri bizzarri rimasero interdetti e non mostrarono apprezzabili segni di dissenso, ma nemmeno d'accondiscendenza. Erano maschere indecifrabili, e la loro risposta finale - Così sarà - non depose a favore della chiarezza di tutta la situazione diplomatica. Guardarono - tutti - le campagne di Crustum senza proferire immagine o suono, e in un mesto ma criptico silenzio se n'andarono.
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Notte, e poi il giorno, e ancora notte.
Giornate, in successione. Il clamore della festa si attenuava prima impercettibilmente, poi repentinamente. Nessuno può vivere in ricordo di una sola solennità lontana, nemmeno i morti. Le unità postumane assumevano le pose da stress da routine, i giorni divenivano uguali tra loro; così passavano le settimane, i mesi. Sul cambiare della stagione le foglie si agitavano al vento, e la connessione tra gli individui impiantati da altri territori ed ora divenuti ormai indigeni riusciva a mantenersi stabile, nonostante i pixel si agitassero al ritmo della violenta brezza.
L'autunno era arrivato. Nella Prefettura nessuno aveva più cambiato la scenografia pixellata che precipitava nel cortile dell'edificio, era quasi un lasciare le cose come se tutto fosse stato un reliquiario. L'Imperatore mandava regolarmente messaggi d'incoraggiamento e d'apprezzamento per la ripresa della vita cittadina, ma anche gli sprovveduti sapevano che quei comunicati erano frutto di prog da IA amministrative.
Gli alieni, nel frattempo, avevano preso tempestivamente ad arrivare, ma si erano rivelati fedeli al patto sottoscritto: erano soltanto una presenza discreta ai margini di Crustum. Il loro linguaggio si articolava, per pura convenienza e deferenza di seconda scelta, verso pose d'accondiscendenza nei confronti dei crustumini. Molti cittadini avevano, altresì, l'impressione che nessuno di quegli alieni aveva alcun interesse a scatenare moti d'insofferenza nei loro confronti; la realtà era, però, che nessun residente aveva davvero capito se quegli esseri potevano - volendolo - forzare la situazione e porsi come una spina nel fianco dell'Imperatore: così Crustum era sempre in bilico tra un periodo di pace sociale ed un convulso agitarsi sul baratro incipiente.
Nella noia che diveniva sempre più istituzionale, fiorivano le arti da sottocultura. I crustumini si preparavano alle lunghe notti invernali con dovizia fantasiosa, e festival di poesia e scrittura cerebrale si affiancavano ad interiorizzazioni schedulate. Molti si erano autoinseriti in cluster emotivi digitali, incuranti del freddo logico glaciale, ed alcuni di questi sapevano bene quanto quel freddo artificiale, al pari di quello delle loro protesi, potesse essergli letale; tuttavia, essi preferivano quel tipo di criogenia piuttosto che rimanere accerchiati dagli ectoplasmi che vagavano per le campagne. Di notte.
Un insopprimibile bisogno di essere considerati in vita animava quelle ombre; era una necessità interiore di considerarsi ancora vivi, quasi che gli estranei fossero stati, invece, coloro che vivevano in una dimensione differente. Era quasi come se tutti gli altri stessero cercando di invadere la sfera vitale dei vecchi abitanti di Crustum sferzandone i costumi, le usanze, dimenticando le vecchie alleanze.
Tra loro, tra i vecchi abitanti di Crustum lì morti, nessuno si era reso conto che la città era stata presa. Nessuno era in grado di eludere il circolo vizioso in cui erano precipitati e di cui nemmeno si accorgevano. Il sapore del loro tempo era artificiale; in un certo senso sintetico, ecco. Con quel sapore limitante andavano e venivano continuamente dal loro al nostro mondo senza soluzione di continuità, come dei dannati senza pace, mangiando dalla propria dimenticanza e bevendo dal calice dell'eterno presente.
Ma Crustum, Crustum era stata presa. E adesso poteva essere soltanto persa per mano aliena.
Il cortile della Prefettura dava immagini di un temporale autunnale, sempre quello e sempre tempestato da nubi grigie. Livide.
L'estate era passata e l'autunno coincidente si era ora trasformato in inverno. Crustum era nel territorio imperiale. E si doveva ringraziare l'Imperatore se quella città non era stata condannata all'oblio, insieme ai suoi morti.
Il suono del silenzio notturno diveniva frattalizzato, improvvisamente, trasformandosi in picchi non concepibili da logiche matematiche tradizionali. La notte diventava un contenitore strano, un coacervo di dimensioni stilizzate dentro cui si nascondevano, come pressate, entità morte prematuramente e demoni mai del tutto defunti, come se tutti quelli si fossero adagiati in un sonno leggero tendente all'eterno, tesi ad ascoltare se qualcuno li evocasse o si ricordasse di loro.
Gli alberi s'impregnavano di quell'esistere arcano e arcaico.
Gli alberi erano il passaggio dimensionale dentro cui le essenze eteree si rivoltavano continuamente attraverso equazioni quantiche.