TOLKIEN CORPORATION


Dolbert e Vincent erano in un luogo pubblico sotto sorveglianza connettiva. Mangiavano. Arrivati da poche ore a Crustum, si adagiavano su comode poltrone climatizzate ad empatia psichica indotta, una sorta di termostato autoctono a basso costo.
- Pensieroso?
- Sì, un po'. Stavo pensando distrattamente alla storia di questa gente qui. Se ti soffermi un attimo sui particolari, sembra di essere su un set in Rete: un polpettone popolare di situazioni e voci. Come se tutti avessero bisogno, qui, di non pensare.
- Mh… Sì. Apparentemente sembra così. Ma magari questa situazione è colpa dei media imperiali che enfatizzano troppo certi aspetti, esaltando culti della personalità per far dimenticare quello che è successo qui…
- Sì Dolb, potrebbe essere. Ma gli streaming di quello che è successo qui li abbiamo visti tutti, no? Sembravano credibili, dai... E poi ricordo molti particolari che non compaiono nella storia ufficiale: già da bambino sentivo parlare della strage, e certi aspetti sembrano davvero diversi da come li ricordo io.
I due avevano assistito, entrando a Crustum, ad una narrazione visiva diffusa tramite un substrato di software gassoso; si erano trovati avvolti da una nube impalpabile di immagini indotte, come se colpiti da un drogaggio siliceo. Avevano subito il trattamento perché - lo sapevano bene - erano esenti da catalizzatori; la propaganda imperiale si mischiava al senso storico di cui quello Stato era pregno, dando come risultato un senso d'appiccicoso che sapeva di fasullo.
- Estrai quel tuo gingillo da taschino…?
- Ehehe sei affascinato dalle cose antiquate, eh?
- Sono affascinato da cose che hanno valore tecnico. Quello lì era un palmare di primissima generazione: lo aveva anche il mio bisnonno, lo ricordo bene. Era così felice di averlo che gli sembrava di essere l'uomo più tecnologico del mondo, eppure non si rendeva conto di essere soltanto un umano per di più ridicolo, considerato che usava quell'oggetto come una lampada d'Aladino.
- Se ti potesse sentire verrebbe a cercarti ovunque.
- Magari qui, a Crustum, di notte…
- Ora è notte.
Dolbert, guardando di fuori tramite il visore centralizzato della sala:
- Sì, ora è notte.

Passeggiando fuori dal locale.
I due si lasciavano andare a ricordi intimi. Avevano attivato routine di rilassamento emozionale e cercavano di fomentare quei sensi con istanti di vero atteggiamento dimesso. Graficamente ciò era reso da nubi stratificate e ideali, un paesaggio plastico dove i rilievi, le strade e tutto quanto poteva costituire un orizzonte aveva le caratteristiche di uno scenario irreale, nemmeno iperreale ma soltanto finto.
Vincent, con pochi set da riga di comando, isolò quanto li circondava e inserì se stesso e l'altro in un teatro craniale, su cui si agitava lo sfondo del loro mood; le nubi furono tenute alte nello skyline, così da non dare l'impressione di qualcosa smaccatamente fasullo e, soprattutto, per poter centrare meglio i discorsi su ben altri argomenti.
Lo sguardo di Dolbert era inquieto. Osservava ogni minimo particolare con un atteggiamento felino, si poteva dire con una trasversalità che in realtà era un netto across the way, un'istintività che tendeva ad afferrare ed elaborare ogni aspetto dell'universo olografico che li stringeva. Egli sapeva che tutto era arcanamente collegato e che le cose, gli eventi lontani, tutto è esattamente allineato e vicino a noi, rintracciabile con poche facili coordinate. Vincent, comodamente, si appostava alla fine delle considerazioni speculative dell'altro e si lasciava andare emozionalmente, come se entrambi stessero discendendo col bob dall'alto di una montagna innevata. Il gusto del precipizio lo prendeva e lo drogava e così non si accorgeva di quanto, in realtà, Dolbert stesse chiudendosi.
In strada crustumini svelti verso casa; erano gruppi di persone ma, non di rado, individui solitari persi nei propri pensieri. Il rumore cittadino intorno a loro era attutito a causa di una sorta di tentativo, mal riuscito, di rendere la vita quotidiana poco stressante. Visibile era la moltitudine d'abitazioni modello: villini con ogni possibile attracco per connessioni si ergevano ordinati. In mezzo ad essi, la notte avanzava con una progressione - veloce - e le luminarie dell'inverno avvolgevano ogni cosa, come se magia si unisse ad intimità. L'odore della legna bruciata era ovunque e simulava i vecchi focolari su cui una volta era uso cuocere le carni.
Le trasmissioni wireless intessevano i pensieri di Dolbert e Vincent, si armonizzavano con i loro spleen e poi colavano impercettibilmente verso l'esterno rivestendo ogni muro, ogni fronda con bit deviati e anomali. Tracce di poesie enunciate mentalmente risuonavano deboli, erano udibili e disponevano alla riflessione.
Fu allora che Dolbert vide.
Un attimo solo. Fu un attimo solo.
Laggiù, verso le campagne nere, qualcosa baluginava con luminescenza non standard. Dal cielo null'altro che bagliori stellari, e dalla terra si muovevano impressioni di gesti fugaci, un senso d'estraneo che moriva tra le dita, come se del viscoso vi scivolasse in mezzo.
E anche Vincent vide qualcosa. Ma forse più che vedere sentì.
Sentì un senso di brivido, di lieve elevazione verso una forma di pensiero diversa. Affascinante ma ricca di brividi intensi.
Si guardarono. E guardarono istintivamente gli altri che incontravano per strada; sguardi di rimando creavano una rete d'empatia molle, soffice ma non cadente.
Nei campi lontani, un reticolo di movimenti psichici rendeva ogni respiro un'allerta, ed i bit che continuavano a colare sui muri arrivavano ai loro sguardi con un dettaglio emaciato - se così si poteva dire - con una sorta di snaturamento impossibile a teorizzarsi eppure vivo, come se i bit facessero parte anch'essi di un mondo appena distante, spostato e granuloso, costituito nelle sue strutture portanti da informazioni digitali.
Non tutti i momenti si susseguivano pregni di quelle sensazioni. In una manciata di istanti sia Dolbert che Vincent percepirono transitorie pause esistenziali, irrazionalmente lunghe, che li portò a credere che nulla, di quello che avevano visto o sentito sulla propria pelle, fosse vero. Poi, però, le intuizioni ricomparivano caparbie, in un reiterarsi che lasciava stupefatti: laggiù, tra quelle balze nere di cupo notturno incontaminato, delle energie lasciavano scie magnifiche d'attività visibile, come se delle lucciole fossero state assemblate in un contenitore di vetro.
Alieni in prossimità. Un gruppetto di quattro esseri camminava verso Dolbert e Vincent. Dai loro discorsi sembravano animarsi intorno a questioni concettuali. Parlavano, espettoravano immagini fantastiche con un dettaglio inimmaginabile anche per un postumano. Vincent aguzzò i sensori craniali e scorse, tra le icone eruttate, un raffinato particolare di un modo espressivo postumano, ridotto con un invidiabile algoritmo di compressione ad una comprensione compatibile a schiere di programmatori craniali.
Quegli alieni parlavano, quindi, di qualcosa inerente al postumanismo. Forse operavano dei paragoni tra la loro vita e quella dei crustumini, forse formulavano soltanto delle ipotesi che riguardavano linee teoriche di studio della razza postumana; appena si avvidero, però, dell'attenzione che Vins e Dolb riservavano a loro, cambiarono subito tipologia grafica e sfoggiarono un grossolano sorriso alla mano, di tipico stampo terrestre - l'emulazione postumana di cui erano capaci non era eccellente come le possibilità espressive che nativamente possedevano.
Le movenze di Dolbert si fecero dinoccolate. Un'improvvisa voglia di contestare idealmente quelli che istantaneamente stava considerando degli intrusi si fece strada in lui. Il passo malfermo, per uno con una struttura ancora fondamentalmente umana, rendeva ridicola l'imitazione, così il senso del grottesco doveva sfuggire agli alieni perché fu osservato con uno sguardo che aveva del preoccupato, come se ritenessero che egli fosse malato.
Ecletticamente Dolbert avanzò il mento verso Vincent con un sorriso largo e platealmente teatrale.
- Nessuno riesce a percepire quanto di vero c'è in questo momento che stiamo vivendo. Sembra un atto di una commedia…
Vincent non seppe trattenersi e rise di gusto, mentre gli alieni rimanerono interdetti e pensierosi nei loro algoritmi indotti, occupati da considerazioni su quello che stava facendo e dicendo Dolbert.
- È vero - continuò Vincent - non capiscono. - Ammiccò con un lieve sorriso allusivo.
Gli alieni non s'interrogarono più. Ripresero il discorso fake fin quando non oltrepassarono i due; poi, ricominciarono ad espellere immagini in dettaglio esaltato su alcuni particolari postumani.
Sullo sfondo di quello strano dialogo, linee energetiche euclidee li imprigionavano tutti come se si trovassero nei pressi di una visione onirica.
Altrove, un nugolo di linee di forza appena percepibili volteggiavano sulla sinistra.
Alcuni gruppi d'alberi ghignavano sullo sfondo, a non più di un chilometro di distanza, e Dolbert prese dalla tasca il palmare del suo avo e cominciò a digitarci sopra un disegno a mano libera: era vittima di un momento istintivo, qualcosa d'esotico, da antico pittore di strada. Il suo spirito viaggiava libero in estremi campi mentali, ricchi di sinapsi inalterate e primordiali.


*

* *


Nella sala d'attesa della Tolkien Corporation.
Ore 10.30 del mattino.
Punto d'arrivo della missione di Dolbert e Vincent.

Il sole si alzava nel cielo, ma rimaneva sotto la coltre plumbea; risvolti di cristalli liquidi svolazzavano nell'aria gelida fino a confondersi col pulviscolo atmosferico. Crustum era sonnacchiosa nella stretta che veniva dalla campagna.
Dolbert era vestito con un appariscente abito, commercialmente elegante, composto da giacca, camicia e pantaloni neri. L'eleganza sobriamente oscura svettava tra le piante da ufficio geneticamente modificate, così da essere recettrici di vasti database wireless: erano investimenti che potevano cambiare il destino delle multinazionali, una volta Stato ed ora sottomesse all'Imperatore.
- Tutto pronto, Vincent?
- Sì. Sto ripassando ogni passaggio, ma direi che le idee sono chiare.
- È importante avere in mente non tanto la singola idea, quanto tutto il quadro d'insieme. Bisogna essere fluidi, un albero di logica perfettamente oleato che crede nelle sue qualità. Perché noi crediamo nel progetto e non siamo qui per puri scopi di lucro, ma soltanto perché ci piace la missione.
- In effetti…
Nel frattempo, nelle sale attigue si rinnovava la ionizzazione dell'aria contenuta nell'edificio. Metavetro anche qui, come nella Prefettura, ma la struttura presentava un'architettura più razionale e funzionalmente adatta alle esigenze di una multinazionale; così le sacche d'energia latente si concentravano verso gli angoli delle stanze, acutamente costruite con l'accentuazione degli spigoli alti, come se il locale fosse stato appeso ai quattro angoli e lasciato penzolare.
Le stanze erano vuote, a parte vivaci esempi d'intelligenze artificiali.
Le stanze erano vuote ma risuonavano di frasi standard filtrate dalle piante, in un loro accesso d'intelligenza indotta non creativa.
Le parole di Vincent e Dolbert erano filtrate da microspore geneticamente modificate, così da permettere la rifrazione delle onde sonore in un raggio di almeno quattrocento metri. Questa tecnica era sconosciuta dai due e da una vastità di postumani; solo i militari possedevano un vago controllo di quella tecnologia. L'ufficio dove si trovavano era un enorme caseggiato, presidiato dal nulla e collegato in wireless alla rete statale; Vincent cominciò a sospettare qualcosa nel momento in cui si accorse che il tempo passava senza che loro venissero chiamati, interpellati, rassicurati che tutto si sarebbe risolto in pochi minuti.
- Dolb, qualcosa non quadra.
Dolbert si guardava in giro, improvvisamente allertato dall'intuizione dell'amico. Si rendeva conto che in quel preciso istante parecchi particolari non andavano più ad incastrarsi perfettamente, come sembrava un attimo prima; il silenzio si percepiva improvvisamente irreale, non si addiceva - per uno strano motivo non tangibile eppure fondato - ad un incontro con le alte dirigenze della Tolkien.
- Sì. Vero. Manca qualcosa.
- Prova a bussare al loro ambiente grafico, tanto per testare la situazione…
Istanti di terribile silenzio sospeso.
- No, infatti. Non risponde nessuno. Ho mandato un piccolo pacchetto di knocking grafici, ma nessuno rispedisce indietro risposte, d'alcun tipo. I miei ping sembrano annegati nel Metavetro.
Collegarono dei rapidi devices all'humus delle piante, un metodo sempre efficace per essere connessi rapidamente, a costo zero, al resto del mondo; la garanzia che nessun tipo di filtraggio potesse impedire la visualizzazione dei risultati rendeva quel metodo universale. Fecero domande mirate, e le risposte furono molto secche: la Tolkien Corporation aveva deciso unilateralmente di affondare il progetto in cui Dolbert e Vincent si erano imbarcati. L'aveva deciso - così sembrava - poco prima, in una turbolenta riunione notturna del Consiglio d'Amministrazione.
Un servo uscì da una stanza laterale di servizio. Vincent lo osservò guardingo, poi si lisciò i capelli e, nel momento in cui quel ferro vagamente intelligente gli dava le spalle, lo disattivò con un gesto felino. Dolbert era allibito e stupito dalla domanda che si era appena posto: da dove era uscito il servo, e perché? C'è relazione tra noi, il mancato appuntamento ed i destini di questa corporation?
Ebbe poco tempo per darsi una risposta perché all'improvviso, da alcune porte non troppo visibili, altri servo invasero l'area d'aspetto con promesse poco allettanti. Bastava osservare gli ondeggiamenti a cui erano soggetti per capire le loro intenzioni. Belliche.
- Di qua, presto!
Dolbert aveva preso il comando delle decisioni. Si precipitò verso un corridoio apparentemente cieco, seguendo soltanto alcune mappature pixellate che i suoi vecchi impianti craniali gli permettevano di usare; in breve, entrambi avevano disceso tre piani dello stabile ed erano occupati in una fuga in cui mancava l'evidenza dell'inseguitore. Dolbert aveva in mano anche il vecchio palmare così da permettersi più punti di visuale; vi aveva trasferito, con alcuni semplici comandi rimasti invariati nel tempo - qualcosa derivato dal vecchio protocollo FTP - delle coordinate di view, così da avere un controllo maggiore che i suoi impianti craniali, per quanto sofisticati, non potevano permettergli.
Vincent lo seguiva a poca distanza, ma era come se fosse in errore: gli inseguitori, pure se invisibili, dovevano essergli alle spalle, e probabilmente i servo gli avevano sparato addosso una manciata significativa di nanospore prive di DNA, assai agguerrite nel momento in cui avessero raggiunto il target per cui erano state istruite.
- Aumenta il passo Vincent! Ora passa di qua, dobbiamo dividerci, così forse riusciamo a farcela agevolmente.
- Hai avuto modo di quantificare il livello di densità delle spore?
- Basso. Per questo ti dico che dobbiamo dividerci. Ci ritroviamo giù all'ingresso…
Non fece in tempo a dirlo. Un fragore assordante mise temporaneamente in black-out gli schemi craniali di entrambi. Erano stati investiti da un flusso ionizzato ad alta concentrazione d'icone. In breve, per un periodo stimabile in 180 secondi, né Dolbert né Vincent sapevano più dove si trovavano. Gli sembrava che qualcosa li avesse afferrati e trascinati nel fondo di un pozzo umido, qualcosa che non lasciava fuoriuscire nemmeno il loro umore che tendeva, così, ad essere pessimo ed introspettivo. Quel senso di marcito divorava come un cancro le certezze di cui erano capaci, fino a distenderne nei gangli cerebrali le invisibili coltri di un lunghissimo sogno impersonale, modificato da una serie interminabile d'innesti e plasmature software.
Quel vuoto faceva paura.
Quel vuoto era un organismo vivente che si accresceva nutrendosi di sentimenti. I sensi di colpa procedevano in ordinata fila seriale uno dopo l'altro, stazionando nei pressi delle prese craniali per cercare di uscire, di spurgarsi nell'aria, magari di aggrapparsi ad altri soggetti percettivi o semplicemente conduttivi.
Dal fondo del pozzo Dolbert prese faticosamente a risalire. I suoi tentativi mandavano ping all'indirizzo di Vincent ed una certezza empatica, olografica, lo convinceva che anche l'altro stesse cercando il contatto sinaptico. La risalita era faticosa, le pareti lisce a picco sul pozzo scoraggiavano anche solo il pensiero di riaffacciarsi, ma non si poteva rimanere lì; arrendersi significava, alla fine, morire. Con dei lamenti sommessi - una codifica EBCDIC - Vincent riuscì a forare quel muro di gomma, e da quel momento il contatto tra i due si ristabilì.
Fu come risvegliarsi da un profondo coma. Dall'oblio connettivo in cui erano caduti riemersero pian piano e si sentirono come accecati da un flash vicino alle pupille non prontamente schermate. Dolbert cercava affannosamente la risalita ma, in realtà, stava cercando di guadagnare l'uscita dallo stabile; come un animale braccato e ferito si trascinava sulle ginocchia, sui gomiti, grattava il pavimento con le unghie, convinto di star cercando appigli per risalire il pozzo. Sbatteva contro gli spigoli delle pareti e si vedeva in procinto di cercare la luce del livello terra, mentre evitava alcuni mattoni posti fuori circolo da una mano costruttrice maldestra.
- Vincent, mi senti?
Le voci non tornavano indietro, nemmeno la sua con l'eco trasmissivo.
- Vincent. Dove sei?
Un raschio in gola lo ferì con un lancinante moto abrasivo. Tornavano indietro ancora e soltanto i ping; avvertiva, tuttavia, che la situazione stava migliorando: lo sentiva con l'acutezza del suo istinto.
- Dolb. Dolb ti sento. Visualizzo il tuo identikit digitale su coordinate di riserva. Accetta questo ping…
Fu una deflagrazione molto rumorosa. Il ping era composto da immagini compresse e unite con un unico motivo collante: la coscienza di essere ancora ricettivi. Il megapixel che si era costituito sfruttava ogni intuizione della sincronicità e assumeva le sembianze modellate e generose di bassi protocolli trasmissivi, i primi usati fin dagli albori postumani. La cover di quel ping era uno splendido frattale modellato su uno pseudo ologramma - la suddivisione di quest'ultimo naufragò miseramente già dal secondo livello d'approfondimento.
La porta d'uscita dal palazzo in Metavetro della Tolkien era lì, miracolosamente, almeno così sembrava alla mente momentaneamente danneggiata di Dolbert.
Quella porta si muoveva a tratti, e Vincent era seduto inspiegabilmente proprio in prossimità dell'uscita.
Vincent invitava Dolbert a servirsi di un altro spiraglio, appena un po' più in là della porta principale ma visibile adottando una prospettiva diversa, troppo diversa, tale da insospettire e infastidire l'altro. A Dolbert non tornavano, infatti, le coordinate della scena, perché era convinto che il suo compagno fosse dietro di lui e non potesse, in nessun modo, essersi portato lì in fondo a quel corridoio, anticipandolo; oltretutto non aveva idea del quando ciò fosse potuto succedere.
I frames della visione erano asincroni.
Dolbert si vide dall'esterno, nell'atto di aprire la porta a metavetri per passarci insieme al compagno. Si vide più volte occupato nella stessa azione e ogni volta, ogni singola volta, il gesto sembrava perdersi in una selva di polidimensionalità fitte, da capogiro, qualcosa che mischiava l'ordinamento gerarchico delle priorità a certezze nella sua psiche modificata.
- Siamo fuori, finalmente.
Era uno shock da comprensione. Erano entrambi fuori dall'edificio e stavano cercando di soddisfare la loro sete di chiarezza, in un momento in cui era troppo presto per tirare le fila di una razionalità persa in un torbido mare d'oblio.
- Sì, siamo fuori, e non saprei proprio dirti come ciò sia avvenuto, e soprattutto perché siamo qui. Forse è stato l'istinto a portarci qui?
- Forse è stata la guida satellitare? - Chiosò Vincent…
Sorriso. Apparentemente Dolb era disorientato, come qualcuno che ritorna da sessioni reiterate di LSD. Le parole facevano ancora fatica ad uscire dalla poltiglia emozionale che lo dominava.
Lo sguardo perso di entrambi incuriosiva i passanti e la Sicurezza dell'edificio. Un vigilante si avvicinò a loro con il caratteristico cigolare delle protesi posticce, quelle che s'installano soltanto per il servizio. Il suo passo era curiosamente dinoccolato ma goffo, non si riusciva a capire se lo era per il sovraccarico dei devices bioware o per la corpulenta mole del postumano.
- Potete favorire i vostri pass?
Nonostante il contenuto gentile della richiesta, il tono non lo era affatto; lo sguardo tipicamente accigliato e indagatorio, da guardiano, sovrastava psichicamente Dolbert e Vincent. Non si risolvevano a rispondere, a causa dei rimasugli di confusione mentale ampiamente presente in loro, così Vincent indirizzò al vigilante uno sguardo che invocava comprensione, configurando rapidamente davanti alla sua mimica facciale un'icona d'attesa di pochi attimi; il postumano in divisa non si lasciò intenerire e chiamò, con rapidi comandi PPP, un piccolo rinforzo: altri due poliziotti della Sicurezza, che accorsero con passo risoluto.
- Sono Vincent Dollmen, della DollAndr_System, e questi è Dolbert Andretti, consocio della stessa DollAndr; siamo appena usciti da un colloquio con la Tolkien Corporation. Se vuole, può controllare qui…
Vincent era riuscito a raccogliere le forze mentali per sostenere un piccolo dialogo, obbligandosi ad essere presente a se stesso e cercando di scrollarsi di dosso la nebbiolina emotiva che gli avvolgeva le meningi; porse al vigilante l'uscita per la connessione craniale standard, in modo che egli potesse controllare direttamente nel suo universo mentale l'esattezza delle informazioni. Eseguire un'indagine così accurata, però, era un'operazione permessa soltanto agli organi di polizia imperiale, anche perché bisognava in qualche modo proteggersi perché chi scansionava poteva contrarre virus craniali letali. Forse fu per questo motivo che il vigilante squadrò per degli istanti i due e decise che le informazioni che aveva potevano essere sufficienti; inoltre, i suoi colleghi avevano stabilito una connessione con i database della Tolkien, confutando la versione che i due sedicenti soci della DollAndr avevano fornito.
- Ok. Potete andare. Ma, il suo amico, ha perso la lingua? - Lo sguardo era indirizzato verso Dolbert…
- No, guardi - sorrise Vincent con un ultimo sforzo - è semplicemente stupefatto dall'esito del colloquio con la Tolkien. Vero, Dolb?
Un attimo d'esitazione; un momento prima che diventasse di troppo, Dolbert rispose.
- Sì. Scusi agente, è che non ci aspettavamo che la riunione finisse in quel modo… Grazie, buona giornata.
- Buona giornata. - Vincent.
- Buona giornata a voi, scusate per il disturbo, ma capirete…
I sorrisi di circostanza di Dolbert e Vincent attenuarono la tensione che poteva farsi pericolosa. In un momento di chiarezza i due della DollAndr capirono che quello che era loro successo aveva dell'assurdo; convennero sull'analisi di aver subito un attacco in piena regola da parte della Tolkien, per motivi sconosciuti e che, probabilmente, li avrebbero resi inoffensivi.
Erano stati attirati volutamente in una trappola oppure qualcosa gli era mutato intorno improvvisamente, senza che se ne potessero essere resi conto?
Il capannello di persone che si era chiuso, impercettibilmente e in modo stringente intorno a loro, si dileguava rapidamente; solo due o tre passanti rimanevano incuriositi a scansionare Dolb e Vincent con apparecchiature craniali abusive - Dolb se ne accorse subito, con un'accurata analisi dei log craniali che sfogliava tutti i devices loggati. Pochi sguardi d'intesa con Vincent, e poi uno schermo nero calò sulle loro sinapsi.
Gli invadenti staccarono immediatamente la connessione, come se colpiti da un abbagliante flash nero.


*

* *


Riallacciare i contatti con la Tolkien Corporation poteva risultare difficile. Problematico.
La causa del danno che si era prodotto prima dell'alleanza poteva ricercarsi nel business stesso della Tolkien. Ufficialmente, quell'enorme apparato corporativo si occupava d'integrazioni sociali e trattamento delle informazioni, ma era abbastanza facile intuirne la sua sostanziale essenza clandestina, di copertura. I molteplici dati in possesso a Dolbert e Vincent li portava a credere che avessero a che fare con apparati statali deviati, forse ufficiali imperiali che avevano interesse a destabilizzare il Principe. O forse non era nulla di tutto ciò, forse si trattava di strutture messesi in proprio e che solo a volte coincidevano con gli interessi imperiali. Certo era che il trattamento dei dati rappresentava un affare molto delicato, data la sua essenza economica che dava fondamento - da sempre - alle strutture dello Stato.
Ma davvero bisognava cercare di tessere nuovi contatti con la Tolkien? Il tramite che avevano utilizzato per avvicinarsi a quel colosso era, in realtà, una IA, molto raffinata ma comunque IA. Manipolabile, quindi, ma soltanto in una certa misura ed esclusivamente da entità che dovevano essere posizionate in un punto alto della scala gerarchica.
Il dubbio assillava i due della DollAndr, accuratamente confusi tra la moltitudine eterogenea e a volte colorata di un pub alla moda, lì a Crustum. Si erano rifugiati nel posto che ritenevano meno monitorabile, per via della confusione e del mood perennemente in bilico tra allegrezza e molestie da ubriachezza eccessiva, che da sempre caratterizza chi frequenta locali alcolici. Parlando tra loro, inframmezzando discorsi a connessioni craniali non dichiarate, cercavano di comprendere se quello a cui erano andati incontro poche ore prima fosse stato un avvertimento vagamente mafioso, oppure un improvviso diniego sorto per chissà quale motivo; c'era da capire, soprattutto, se era ancora il caso di continuare a seguire la pista che portava i loro affari verso la Tolkien Corporation. Dovevano capire cosa fare, in fretta, perché avrebbe potuto essere un pericolo mortale continuare a stare lì a Crustum.
- Eppure non c'erano state avvisaglie…
- No. Di nessun tipo. Ora la commessa è andata, direi.
- I signori gradiscono qualcosa da mangiare?
Non era un cameriere che li stava interpellando. Era il sistema d'intelligenza artificiale del pub che mandava icone autoscompattanti verso i clienti che ancora non avevano ordinato cibo, ma che avevano ingurgitato dei drink; in un lampo Dolbert visualizzò a ritroso il cammino fisico che gli impulsi grafici in uscita dal sistema esperto percorrevano verso il kernel dell'IA.
- Ancora niente, grazie. - Un insieme d'altre icone leggere furono inviate da Dolbert alle interfacce sensitive del sistema esperto, icone che raccontavano di una serata in riva al mare, in compagnia femminile mentre la luna sorgeva dall'orizzonte marino.
- Che c'entra? - Vincent non capiva il perché di quelle immagini, la domanda gliela pose in un canale ausiliario, difficilmente tracciabile.
- Nulla. Soltanto una tecnica per dissimulare i nostri pensieri. Sto pensando proprio ora a chi può gestire questo gracchiante sistema_cameriere…
Pausa. Di silenzio.
- Perché, dici che è la Tolkien?
- Perché no, piuttosto… Perché questo circuito non dovrebbe essere gestito dalla Tolkien? Pensaci un momento: qual è il loro core business ufficiale? Non è forse il trattamento dei dati? E questo non è uno dei luoghi in cui è più facile raccoglierne? Pensa per un attimo solo a quante ordinazioni vengono espresse da codici postumani individuali, univoci…
Sullo sfondo del loro discorso il sistema esperto era rimasto impallato, anche se per pochi decimi di secondo. Le icone fuorvianti inviate da Dolbert avevano disorientato alcune unità periferiche dell'IA, che decisero di buttare via tutto il materiale informativo non coerente in ingresso e di registrare soltanto il diniego all'invito a consumare cibi.
- Ok, anche ammettendo che sia come dici tu, così vorresti fare?
- Non so bene ancora, ma forse varrebbe la pena tentare di risalire un ramo di quest'estuario in cui siamo incagliati. Può darsi che riusciamo a raccogliere informazioni tali da capire cosa dobbiamo fare con la Tolkien.
Vincent annuì. Interruppe il dialogo attraverso il canale ausiliario perché improvvisamente timoroso di un nuovo tentativo di tracciamento.

Segnavano il percorso delle stelle in un'astrazione complessa, aiutati da semplici biofeedback ludici. L'intero staff della DollAndr era impegnato in un'azione diversiva, un vecchio stratagemma per pensare al problema principale occupandosi d'altro. La speranza che un'idea sul da farsi li fulminasse, che risultasse risolutiva, li animava come un atto di fede.
L'ora era tarda, e pochi crustumini erano davvero impegnati in una qualche attività. Le vie di transito erano quasi vuote e nessuno sembrava prestare attenzione più dell'usuale a Dolbert e Vincent.
Loro erano ai margini di Crustum. Senza averlo davvero voluto, o cercato.
Erano lì, sul margine della densità abitativa. Davanti a loro la campagna si apriva infinita nel suo nero profondo; le grandi arterie che davano accesso dal centro abitato erano altrove e lì, dove si trovavano, solo qualche viuzza si addentrava nella piana oscura senza che si riuscisse a vederne la sua fine.
Dolb e Vins sentivano fluire dentro uno strano senso, una percettibile variazione della realtà in favore di uno slittamento verso barriere oniriche. Linee di luce rapide e non compiutamente formate erano mediate da barriere di nanotecnologia intelligente, come se le ultime circoscrivessero fisicamente l'abitato - una sorta di confine comunale, nei secoli bui del medioevo si sarebbe detto così. Sullo sfondo, senza un altrettanto preciso demarcare, vivevano palpabili linee di un organismo politico fattosi Stato. Esisteva a Crustum, quella notte in quel preciso istante, ciò che si poteva enunciare come la definizione e la sintesi appropriata di un momento storico, politico ed emozionale, avente le esatte coordinate spaziali univoche che stavano vivendo Dolbert e Vincent.
Con quelle premesse, uno spaventoso muro d'ombra si formò davanti a loro, ma soprattutto dentro di loro.
Si trovarono proiettati in un abisso sovraffollato, moltitudini di voci senza corpo e origine, o forse con così tante provenienze da risultare nulla la possibilità di discriminarne una - un acquario di percezioni e suoni; ecco, forse era quella la definizione più appropriata. Era un vasto universo finito in cui si agitavano come meduse un impressionante numero d'entità disincarnate.
Le voci erano flebili mugolii spesso asessuati. Sembravano richiami, richieste d'aiuto, dense viscosità cieche, buie; un totale universo amniotico affascinante come la permanenza in una casa infestata da fantasmi.
Dolbert inviò a Vincent dei messaggi wireless a breve raggio, su uno spettro da basso protocollo, cercando di capire se anche l'altro stesse vivendo la stessa situazione emotiva; la conclusione che elaborò dal rimando delle informazioni era che se quella non era realtà, allora entrambi stavano sognando lo stesso sogno.
Spaventati. Successivamente comprese che entrambi erano spaventati.
Una rapida consultazione dei loro database lo fece propendere verso la convinzione di non essersi mai trovato in una tale situazione d'orrore finemente sospeso. Perché il buio sembrava non avere fine, non era come aveva sempre pensato che più nero del nero non esistesse nulla; sembrava di precipitare, invece, in un incubo senza fine dove in ogni istante l'abisso appariva arricchirsi di una nuova gradazione spettrale.
Le voci s'infittivano. Le forme s'ispessivano per poi ridiventare evanescenti, una pura sensazione di carezza non compiuta su un lembo di pelle; d'anima, si corresse subito dopo Dolbert, nel mentre che cercava di analizzare freddamente gli eventi eccezionali e tutt'altro che sperimentalmente tridimensionali.
Le luci di Crustum si allontanavano, come se loro due fossero su dei cuscinetti servoassistiti in lievitazione felpata verso il nulla. Il tempo chissà come scorreva, ora, nei tessuti e nelle sinapsi alterate da generazioni di sperimentazioni biotech…
Voci divenivano sussurri.
Sussurri erano stati d'animo.
Stati d'animo s'insinuavano nell'anima dei due soci.
Ogni funzione cerebrale si assottigliava come se stesse subendo un'enorme pressione; prova n'era l'esiguità delle sensazioni discettate da entrambi, come se tutti e due fossero in grado di apprezzare soltanto la punta dell'iceberg che mostruosamente li schiacciava. Respiravano sotto una guglia nera, buia, tetra, spettrale, probabilmente appena un accenno di quello che c'era davvero sotto.
Erano in un oceano di disperazione, e un'intera città non più attuale continuava a sopravvivere come forma d'energia non compiuta.
Incapace di porre fine alla sua disperazione.
E di accorgersi di essere oltre l'abisso, a causa di mortificanti ragioni di Stato per le quali gli abitanti avevano combattuto, orgogliosi di morire nel più profondo dolore.
Il profondo dolore di cui essi stessi non avrebbero mai voluto, ora, conoscerne l'esistenza.
L'anima dei due soci stava divenendo pasto psichico.
Il pasto psichico azzerava l'efficienza delle protesi craniali.
Le protesi craniali cessavano di essere il centro perfetto dell'anima postumana e si ritraevano in cluster inaffidabili, distruttibili in lacerazioni che minacciavano il kernel dell'essere postumano vero e proprio.
Il concetto di luce stava evaporando…

La notte regnava; in uno dei pochi barlumi di lucidità Dolbert pensò, e cercò di inviare il concetto anche a Vincent, che erano vittime di quello che un tempo poteva chiamarsi incantesimo. Dopodiché, il nulla psichico li sopraffece.
Esisteva soltanto - a quel punto - il rimasuglio di una coscienza, l'aggrovigliamento viscoso, psichico, sbranato da entità fameliche aggrappate su alberi tetri abbandonati in campagne fosche. Erano persi in un buio secolare immenso, inenarrabile e fetido.
Ghigni.
Ancora ghigni.
Addosso avevano l'impressione di un cono che risucchia, e poi d'altre voci di matrice diversa, inspiegabilmente diversa.