IL PRINCIPE


Il Principe era seduto sul suo scranno. Nell'infinita sala imperiale, ingigantita da rifrazioni olografiche che n'aumentavano la vastità, egli era immerso in un flusso di pensieri eterno.
Fuori si era sul far della notte e il crepuscolo si percepiva gelido, mentre la volta celeste era già stellata; tutto il suo vasto Impero si rispecchiava nei log grafici presenti nella stanza, appartati negli angoli meno importanti così da apparire oggetti di servizio.
Il Principe era solo nella sua sala del trono. Da centinaia d'anni governava quell'immenso organismo politico e statale con la saggezza, la perfidia e la determinazione di un sovrano illuminato come mai era esistito non solo sulla Terra, ma anche in sterminate galassie lontane facenti parte, ora, dell'Impero.
Digitava per distrazione su tavolette connettive, con una grazia e scioltezza data non solo dall'estrema età, ma anche dall'innata capacità di gestire i flussi energetici dentro il suo organismo carnale. Ogni tanto s'interrompeva, alzava lievemente le palpebre come per osservare ciò che succedeva nella sala, mentre tutto era immerso in un silenzio irreale ed echeggiato ai lati periferici del suo campo visivo. E poi densità d'ombre.
Ombre…
Il suo palazzo era infestato dalle ombre. Ne percepiva a decine, in rapida dissolvenza, ed erano lapislazzuli inafferrabili che lasciavano messaggi emozionali, a volte disturbanti. Esse andavano e venivano; raramente si ripresentavano subito, e non davano troppi pensieri al Sovrano che considerava il fenomeno come folklore, un delizioso passatempo di cui la sua antichissima, arcaica anima si nutriva.
Le ombre si tramutavano, anche, in colonne energetiche; s'immolavano temporaneamente in una rappresentazione dorica che evocava il periodo classico del mondo terrestre, età storica di cui l'Imperatore stesso era un cultore tanto da assumere, col passare del tempo e delle personali mode e inclinazioni, il nome di Alessandro, altrimenti di Traiano, o di Adriano, o anche di Settimio Severo. Non aveva ancora preso l'epiteto di Giulio Cesare per via di una certa suggestione macabra che gli consigliava di evitare quel riferimento - banale superstizione, forse - ma contava di acquisire presto Augusto, e forse pure Marco Aurelio. Le forme doriche, quindi, lo conquistavano; le ombre che si sublimavano in una tale rappresentazione grafica disponevano, solitamente, l'Imperatore in uno stato mistico e trasognato, come se si trovasse a navigare non più nel suo stesso Stato ma ai confini di un territorio che non aveva ancora occupato, che contava di annettere presto.
Per tutti, il Sovrano era l'Imperatore. Ufficialmente egli non aveva altro nome, né titolo. Nel suo intimo ricordava bene, però, come lo chiamava sua mamma, e tutti i parenti a lui vicini. Sapeva che era, intimamente, Totka. Un nome morto. Totka, un'essenza persa nello spazio siderale, di cui nessuno aveva più notizia.
Totka, il nome segreto dell'Imperatore, con inconfessabili segreti che nemmeno lui stesso doveva ricordare.
Nell'estesa sala del trono il Principe passava tutto il tempo che gli affari di Stato lasciavano al suo diletto. Suoni musicali risuonavano intorno agli svolazzi grafici dei fragranti profumi, e una quantità di connessioni fisiche rimanevano appese in attesa di un suo interessamento. Il silenzio che s'inframmezzava nei suoni armoniosi sarebbe stato giudicato inquietante dai postumani: quelle cacofonie post-elettroniche si sommavano a mutismi conduttivi, ma erano anche un qualcosa dotato di personalità, un substrato su cui molti altri livelli di consapevolezza inconscia si depositavano ed agivano per portare le entità energetiche ad un passo dal salto prigoginico, che avrebbe dischiuso ai postumani e al Principe stesso nuovi universi e fisiche mistiche impensabili.
Tutto ciò influenzava la psiche e forse l'anima stessa del Principe. Le forme oscure da cui, quella sera, si sentiva contornato lo facevano, senza una vera ragione plausibile, tornare indietro di secoli, di millenni, a quando ancora non era il sovrano e nemmeno un dignitario, ma soltanto un potente essere dotato di fascino, gioventù, ed enorme carisma. Ricordava di serate passate sulla riva del mare ad ascoltare la risacca in piena solitudine, alla luce della luna che illuminava forme astratte di sassi in cui poesia ed armonia si fondevano; ricordava dei suoi progetti per il futuro, il profondo futuro ancora di là da venire e soltanto vagamente delineato, in cui avrebbe dovuto soltanto occuparsi di sopravvivere perché, se vi fosse riuscito, avrebbe sicuramente realizzato il suo sogno d'immenso potere.
Su quelle spiagge di sassi aveva passato intere nottate, completamente nudo. Aveva disteso il suo corpo come un enorme pannello per assorbire le radiazioni del cosmo, ed aveva ascoltato intere galassie parlargli, raccontargli dettagli minimi ed intrinsecamente poetici. Aveva dissipato piacevolmente infiniti istanti in quelle pose mistiche, ed aveva imparato quanto poteva essere importante comprendere ciò che c'è dietro il concetto di vita spirituale, assolutamente distinto dal concetto di vita organica.
In alcune di quelle fantastiche notti aveva conosciuto donne terrestri, umane, e le aveva conquistate perché loro stesse erano soggiogate dalla sua possanza, ingannevolmente e colossalmente umana. Tutto era imponente in lui, a cominciare proprio dall'aspetto fisico. Ogni organo del suo corpo era smisurato e non poteva far eccezione il suo membro, così granitico ed interminabile come un sublime incubo erotico, a cui le umane si lasciavano andare così da esserne, alla fine, conquistate, sedotte, amate in un turbine senza fine di sensi e carnalità irreale.
Le aveva possedute senza donarsi troppo. Aveva concesso loro il privilegio d'essere madri di una stirpe di cui lui era il punto d'origine, di cui loro stesse avrebbero beneficiato nel futuro come archetipi di una sorta di culto che le avrebbe rese venerate, così da essere tenute psichicamente in vita per millenni interi.
Ne ricordava molte di quelle nottate dense di sensazioni molli, come se lui fosse stato preda di droghe o dell'alcol, le stesse sostanze che tanto amavano assumere gli umani nei loro culti estatici. Quelle notti poi erano scomparse, lentamente ma inesorabilmente perché lui, Totka, si era gravato di nuove responsabilità, nuovi poteri: stava diventando importante, ed adulto.
Questo ricordava il Principe in quella serata che moriva così mistericamente nel buio stellato, con i canti delle galassie che si preannunciavano ricchi ed accompagnatori della saggia mole di dati non trasferibili, di cui l'Imperatore stesso rappresentava un cluster inviolabile. Le ombre continuavano il loro balletto appena annunciato, annegato nel silenzio così da divenire un sinistro quanto affascinante magma di forme oscure in grado di far compagnia al potente Sovrano.
La lussuria delle parole raramente toccava le necessità regali. Assai spesso bastavano i gesti per far comprendere al resto delle gerarchie statali, ai sudditi, cosa il Principe desiderasse o imponesse con le sue legiferazioni a volte crudeli, a volte illuminate, spesso tutte e due insieme; ed ecco allora che le ombre si stringevano dappresso per regalare istanti di meravigliosa oscurità e profonda comunione con le entità energetiche, con le anime.
Tutto era così intimo.
Tutto era così denso.
Ogni sensazione diveniva mellifluo flusso umorale, empatia.
Una foresta oscura in dissolvenza sullo sfondo.
Vasti terreni immersi nel buio profondo della notte, che chiamano. Chiamano. Selvaggiamente pervasi da spiriti umani e postumani. Che chiamano poderosamente a causa delle entità disincarnate e degli Dei, quelli che una volta venivano chiamati Dei ed erano considerate entità sovrannaturali.
Buio, ancora. Che risuona.
Risuona.
Un fantastico ologramma risalta nelle sue gradazioni infinite di buio. Un ininterrotto tornare, un continuo ricominciare proprio dove si finisce, dove l'ologramma termina, in cui il tema principale è l'Imperatore stesso che si vede riflesso nelle sue stesse pose, mentre osserva la gemma che ha davanti e che lo riflette.
La sala è immersa in vasto svolazzare di tendaggi fini e raffinati, bianchi, che al colore della notte divengono plumbei.
La stanza è livida.
Come se fosse un gigantesco spettro, il Principe si aggira in tutti gli angoli, per ogni metro del preziosissimo pavimento così da comprendere, captare ed interloquire con i suoi dignitosi interlocutori.
Parla.
Sussurra.
Gesticola.
Si muove, e si magnifica della sua magnificenza. Oscura.

- Mortali nel limbo dell'oblio.
- Vorrei vedere le linee di luce che si dipanano dal fondo delle galassie e penetrare, l'attimo dopo, dentro questa stanza.
- Distanti, sono distanti i miei pensieri, e rifuggo la gloria, rifuggo il reame e cerco soltanto il regno del mio Io. L'intimo incedere. Il magnifico riflesso delle mie comunicazioni.
- Misuro le ombre.
- Ambisco alla perfezione mistica.
- Sono uno Stato ingombrante, ispirato al passato ma assolutamente unico. Sono lo Stato psichico.
- L'ingombro della mia esistenza si compenetra. Vivo attraverso le morti di milioni.
- Loro mi raggiungono, mi parlano.
- Loro mi appaiono, ed è uno svelto attraversare il mio spettro visivo e psichico. Mi cercano, mi bramano. Mi desiderano.
- Questa sala è immensa, densamente affollata.
- In fondo, odo una musica.
- L'attesa che bistratta, che stropiccia e modifica la percezione, nella penombra livida e mistica.
- Loro chiamano, ancora.
- Il richiamo infinito e ricorsivo delle connessioni al mio universo.
- Struggente, tutto è così tormentoso, intenso e dolce nei miei sogni digitali, nel livido amniotico in cui sono immerso.

La notte era piena, ormai. Il Principe parlava apparentemente da solo, ma era un soliloquio illusorio, chi compenetrava la materia avrebbe compreso subito che lui comunicava a molti, sempre diversi.
La sala Reale era densa di rapidi vortici che si rincorrevano: particelle d'energia improvvisamente rosse, densissime e scarlatte, poi blu, vicine al nero notturno; nebbia, poi, articolata, un sogno grafico elementare che diveniva delirio, pixel prima piccoli poi sempre più grandi. Bianco e nero. Definizioni da vertigine. Fino alla discesa in un verde acido che spingeva a vomitare.
Lo stato d'animo dell'Imperatore colava dalle sue connessioni verso il pavimento marmoreo. Con un'accelerazione sinaptica impressionante egli s'immaginava gettato in un pozzo orizzontale, in un corridoio, in un budello in cui veniva scagliato da qualcosa d'indefinito a velocità vertiginosa; l'attimo dopo trasudava se stesso attraverso i connettori dorati di cui era cosparso, e stille di informazioni preziose come i diamanti si disperdevano nell'aria.
Informazioni, come un filo che a ritroso porta verso l'inizio, l'origine. Rapidamente la memoria si dissolve e diventa catarsi. La catarsi del principio. Trasformazioni.
Il poema della Creazione si distendeva come un clip negli occhi del Principe, nei suoi nervi ottici rivestiti di fibre ottiche, nei gangli nervosi dorati, nelle cellule cerebrali riconvertite così da essere conduttive, connettive. Rammentava, lui ricordava lontanamente la sua genitrice raccontargli della Creazione, vista in diretta da uno dei suoi avi; ricordava di come lei s'immedesimasse nei violenti sconquassi di quel tempo così lontano, e di come le visioni che lei aveva dentro si materializzassero nei suoi occhi acquosi, oltre quelle fattezze gentilmente femminili.
Un gioiello di policarbonato tattile era gelosamente conservato tra le cose intime dell'Imperatore; portava impresso, con caratteri visibili all'infrarossi, il suo nome: Totka. Nessuno, nessuno nell'Impero poteva accedere a quell'oggetto preziosissimo; era un pezzo unico e dal valore incalcolabile, forse più della vita stessa, e gli ricordava cosa era stato l'universo e le galassie intere prima della Creazione.
A cui un suo non troppo lontano parente aveva assistito.
A cui lo rimandava il suo potere sterminato. Sconfinato.
Le sue connessioni.
Quella gemma conteneva un intero archivio di galassie. I dati erano le galassie. Tutti i dati della Creazione occupavano la gran parte del reticolo del policarbonato, mentre ciò che riguardava la storia umana ammontava ad una semplice frazione di percentuale unitaria. Il postumanismo era solamente presente nella VTOC, pur avendo avuto la capacità di accumulare una quantità d'informazioni spaventosamente vasta se confrontata con la sua precedente esistenza umana.

L'Imperatore accese il gioiello tra le sue mani. Melodie.
Visioni da un visore a definizione perfetta. Lui e il suo palazzo erano clusterizzati dalla notte, nel buio stellato pallido riflesso delle enormi profondità cosmiche. Tutte connesse in un solo istante. Ogni emozione era così bella in quel momento…
Il visore rimandava istanti di vita in diretta da ogni angolo delle province, catalogabili come remote o adiacenti se si adottava un metro lineare, non con la teoria olografica dell'universo.
Crustum penetrava nella stanza imperiale con una nitidezza clamorosa, sembrava di essere lì, sul luogo, senza provare alcun bisogno di collegare i cavi dal display ai bulbi oculari.
Le campagne crustumine si storizzavano nelle sinapsi del Principe con movimenti avvolgenti, come se esse riuscissero a ricostruire una mappa fedele del luogo, quanto meno tridimensionale. Totka guardava assorto una piccola porzione del regno donarsi alla sua percezione. Ne avvertiva i movimenti occulti che da lì si sprigionavano, le dinamiche che motivavano i misteri minuti dei postumani, le loro meschinità e bramosie così da conquistarsi un piccolo posto al sole, una finestra di visibilità e agiatezza che sarebbe alla fine risultata vana.
E poi, vide quel cono d'oscurità.
Era una visione sgradevole, tetra e carnivora; un corpo, un magma psichico che avvolgeva il territorio agreste e regalava false melodie, un sovrapporsi di strati terribili e subdoli che mangiavano le carni postumane e le loro anime digitalmente corrotte, come se fossero mangime. Il pattume oscuro era un cancro piacevolmente ipnotico.
L'Imperatore osservava, interessato. Comprendeva movimenti business intorno a tutta quell'operazione, ma gli sfuggiva il nesso esatto. Così osservò, continuò a farlo.
Tutto quello svolgersi all'interno del gioiello di policarbonato presupponeva, alla fine, un solo significato: il mondo poteva essere digitale, non più analogico, soltanto perché le miriadi di disposizioni analogiche non potevano essere contentute in un modello olografico.
Nemmeno Totka, dalla sua profonda conoscenza dell'universo e dall'alto dell'estrema esperienza, riusciva a dare una risposta teorica dimostrabile che giustificasse quell'affermazione; il dubbio sulla natura digitale dell'universo si era insinuato molti secoli prima, durante alcune sessioni di teoria speculativa. Nasceva, quel sospetto, dall'analisi d'alcune curve teoriche ricavate mediante complicate astrazioni matematiche; lo staff imperiale annoverava illustri menti che avevano già lavorato sulle costanti di Planck e sui problemi relativi all'entropia, sviluppando astrusi frattali molto prima che di quelle regole se ne occupassero gli ultimi umani.
Estrapolando parallassi e paradigmi, quel team di menti in connessione come LAN era giunto ben oltre le future conclusioni umane; le anomalie, tuttavia, si condensavano attorno ad un punto di rottura, come se la rappresentazione reale possedesse discrepanze tali da comprometterne il funzionamento, addirittura sul modello teorico.
Si presupponeva, per evidenza, che il modello esistente fosse non soltanto tridimensionale, e comunque analogico e non digitale.
Nessuno si sentiva di sconfessare la multidimensionalità - ben oltre le tre - indi si cominciò ad indagare sulla negazione del modello analogico.
E se quindi l'universo fosse stato digitale?
Tutti furono sorpresi da un tale ardito pensiero.
L'Imperatore, dopo i primi attimi di sbandamento assai abilmente dissimulati, chiese ai presenti di soprassedere allo sconcerto e di concentrarsi, invece, sulla tesi che quella conclusione fosse sbagliata. Qualcuno riusciva ad argomentare ciò?
Nessuno rispose.
- Ripeto. Qualcuno riesce a dirmi perché una tale supposizione è sbagliata?
Silenzio.
- No. Principe. Io non riesco, e dalle risultanze connettive degli altri direi che nessuno è in grado di assicurare che l'universo non ha matrice digitale.
- Allora, forse, sapreste assicurarmi del contrario?
Altro silenzio, più breve del precedente.
- No. Maestà. Non siamo nemmeno in grado di arrivare ad una tale certezza.
Quando riprese a parlare, la voce dell'Imperatore risuonava ancora del discorso precedente, soprattutto negli angoli remoti del palazzo con le sue tonalità cupe e possenti, miste a dissonanze stridule come se egli fosse, in qualche modo, discendente da rettili.
- È evidente che non può coesistere un regime misto digitale e analogico. È evidente che da qualche parte, forse, esiste una dimensione completamente digitale e accanto un'altra totalmente analogica. Forse esistono dei confini, allora, o forse no; ma se vogliamo - la cacofonia delle onde sonore riverberate si sommava dando un effetto stordente e cupo - continuare a regnare su quest'Impero dobbiamo sapere con certezza se le informazioni, il nostro motivo deterrente e allo stesso tempo il nostro potere, sono di natura digitale o no. Se capiamo questo potremo amministrare meglio perché saremo capaci d'indirizzare più adeguatamente i nostri sforzi: se dovessimo trattare soltanto materia binaria allora dovremmo rivedere ogni minimo aspetto del nostro bizantinismo governativo; se tutto risultasse analogico, invece, dovremmo capire perché non riusciamo a far quadrare il paradigma, e perché non riusciamo a chiudere falle teoriche che non dovrebbero esistere.
Le facce degli esperti erano eloquenti. Non era necessario che Totka illustrasse tutti quei manovellismi perché la sintassi degli eventi da studiare era chiara. Tuttavia, poiché lui lo aveva reso palese, la questione assumeva un tono molto simile ad un configurarsi di un editto, un dogma che doveva ancora essere concepito e quindi enunciato.
Da allora gli studi erano proseguiti. Secoli di teorie e dimostrazioni; empirismi. Tutti fallati.
L'Imperatore aveva seguito pazientemente lo svolgersi teorico, appassionandosi anche alle implicazioni filosofiche che derivavano direttamente dai concetti matematici. Ma non si era giunti a nulla.
Sembravano non esistere le basi per teorizzare qualcosa di certo.
Quella notte, osservando lo svolgersi spettralmente vivido nelle campagne di Crustum, qualcosa folgorò la sua concezione del paradigma reale. Qualcosa che non avrebbe mai saputo spiegare ma che sintetizzava in una convinzione intima, indimostrabile. Istintiva.
Ne parlò subito. Con se stesso.
- Se discettassimo soltanto in analogico nulla potrebbe essere rapido, nemmeno se fosse vero il teorema del paradigma ologorafico.
- Nemmeno il paradigma olografico è stato dimostrato.
- Parzialmente sì. Ci sono stati un po' d'esperimenti, svolti anche da parte d'umani; essi hanno fatto capire come le informazioni siano registrate in luoghi lontani, inspiegabilmente raggiungibili in frazioni di tempo impensabili se percorsi con classiche modalità tridimensionali.
Silenzio.
- Cosa fai, rimugini?
Ancora. Silenzio.
- No. Niente silenzio. Solo tempo per pensare. Può essere vero ciò che dici, ma non ne hai le prove. Il paradigma olografico è stata solo un'intuizione e non è detto che sia quella giusta; inoltre cosa risolverebbe se si materializzasse in un ambiente digitale piuttosto che in uno analogico?
- Non saprei. Ancora non saprei venirne a capo. Sono allo stesso punto di secoli fa… - Degli attimi erano passati. Di puro silenzio.

La questione lo appassionava.
Fuori la notte era profonda; si era nel cuore delle tenebre, poco prima che albeggiasse.
Il palazzo era vuoto, si riempiva soltanto della presenza del suo Capo estremo, mentre fuori e dentro una danza d'ombre si preparava a carezzare gli intonaci connettivi in uno strano ballo con cui cercavano di trasmettere all'intera struttura un senso d'alieno, d'ultraterreno era forse più giusto dire.
E quello sfregamento induttivo produsse qualche risultato. Perché il Principe prese ad udire, oltre alle sue voci di rimando inerenti al discorso del paradigma, anche melodie bizzarre che sembravano condurlo in un atono accompagnamento, asincrono; raffinati giri di sonorità elettroniche lo portavano vicino al limite della trance, e con un barlume della sua enorme potenza mentale cominciò a tenere d'occhio le connessioni che aveva col palazzo e a tutto l'Impero, impaurito che qualcosa potesse sfuggirgli di mano. Le correnti indotte erano pericolose, e nel mentre la propria capacità mentale si configurava come un tripudio di multitasking; la sua macchina cerebrale pompava grandiosamente fiotti di informazioni in entrata e in uscita, senza che riuscisse davvero a rendersi conto se quelle fossero state digitali o analogiche.
Fiotti d'informazioni in input/output.
Un volto cadaverico si stampò vicino agli occhi del dittatore. Occhi infossati, pieni di dispiacere e odio latente indagarono la natura di quell'alieno quasi immortale. Egli se ne spaventò, forse per la fulminea azione di quello spettro che non aveva percepito, né tanto meno contava di vederselo così vicino.
Quel volto si rifletté nel visore sul gioiello di policarbonato e non solo, sembrò interagire intelligentemente con la visione che si animava lì sopra e più lontano, olograficamente più lontano, agiva anche a Crustum.
Anche quel volto faceva parte di Crustum e dell'immediato intorno di Totka. Pensandoci bene, il Principe ponderò quegli eventi come fenomeni di sciamanesimo digitale, strani accadimenti documentati fin dai tempi antichi da postumani, di cui nessuno si era preso, però, la briga di dargli una qualche valenza scientifica: nessuno aveva mai studiato la possibilità che un avatar potesse materializzarsi in più luoghi contemporaneamente. Non era soltanto una pura questione di cut&paste, nemmeno di duplicazione dei processi o di forking: se davvero si parlava di sciamanesimo digitale significava davvero che le prove di un universo binario divenivano quasi schiaccianti.
L'imperatore osservò l'ombra, ora con meno paura.
Lo spettro era contemporaneamente immerso nella campagna di Crustum e stava accerchiando, possedendo forse, due postumani che vagavano per quelle campagne, per motivi che vagamente e istintivamente - olograficamente? - Totka riusciva a cogliere come business - quel senso di business che fin da prima percepiva.
Da lontano, nel visore incastonato nel policarbonato, sembrava albeggiare.
Un fiotto di lividume si rifletteva sul palazzo e sulle finestre di metavetro. Totka amava quel momento fino a provarne piacere fisico, oltre che psichico.
L'aria si fece gelida. Improvvisamente.
Le ombre, come colpite da un colpo di frusta, si agitarono stranamente e presero a divincolarsi, si rannicchiarono al pari di forme canine. Il cielo si andava rischiarando sempre più percettibilmente.
Egli, l'essere onnipotente di quello Stato, guardò ancora per un attimo le campagne contenute nel visore - Crustum lampeggiava debolmente sulla gemma pixellata organicamente - e poi spense il gioiello, contemplando l'immensa sala.
Le forme buie erano in fuga. Lanciavano piccoli urli striduli.
Chi era lui per permettere un tale scempio senza riuscire a vietarlo? Era davvero il Capo supremo di quell'immenso Stato. Era davvero a capo di quell'organismo politico tentacolare e stratificato su più livelli dimensionali?
Se davvero era così potente, perché permetteva alle ombre di andar via senza che avesse dato loro l'assenso? Perché esistevano ancora coni d'ombra che oscuravano sconosciute teorie, che ancora non permettevano la comprensione della natura dell'universo?
La magia ammaliatrice del momento era andata quasi del tutto. L'idea che dovesse far passare le ore di luce in modo sterile, soltanto per attendere l'arrivo di un'altra notte, lo mise di malumore.