ALIENI


Lo spazio profondo era il loro habitat. Ne indossavano il nero viscoso che li rendeva unici tra tutte le razze del sistema planetario da cui provenivano.
Vagamente umani, almeno a giudicarli dall'aspetto, a guardarli bene sembravano una specie umanizzata di rettili, come dei lucertoloni che avevano conservato alcuni tratti salienti dei loro predecessori striscianti.
I viaggi che intraprendevano sfioravano le galassie più profonde, facendoli trasformare in portatori d'alcuni segreti che si traducevano in imprese dall'eco galattico. Gli alieni non avevano mai rivelato i loro veri nomi, né le inclinazioni più segrete. Passando nelle vicinanze di Marte avevano lanciato segnali captati con mesi di ritardo dalle stazioni terrestri, costringendo così gli emissari dell'Imperatore ad ingegnarsi frettolosamente con proiezioni sociali che la razza aliena suggeriva loro; tali calcoli, lungi dai terrori atavici suscitati negli umani dal pensiero degli extraterrestri, vertevano soprattutto su domande riguardo la natura commerciale delle loro missioni, e sul rapporto che li avrebbe legati all'Imperatore e ad alcune multinazionali corporative presenti nello Stato; si cercava di studiare l'impatto sull'ecosistema economico - già fortemente compromesso - che quel movimento sociofinanziario extragalattico avrebbe comportato. La vastità del territorio imperiale aveva attirato, alla fine, la cupidigia aliena che si presentava in forma diversa da come gli umani ed anche i postumani la delineavano: cupidigia, per gli alieni, significava soprattutto curiosità su come raggiungere gli angoli più sperduti dell'universo. Il perché ciò animasse la loro fantasia speculativa non era noto; qualcuno azzardò ipotesi filantropiche, altri ritennero semplicemente che conoscenza significasse anche per loro potere, e che ampliare i limiti delle discipline e della materia a loro portata li avrebbe condotti sull'orlo dell'essere dei.
Ma nessuno, nessuno, aveva la certezza di aver compreso le motivazioni che spingevano quelle razze galattiche su e giù per lo spazio-tempo.
Intanto, a frotte prima moderate poi - discretamente - sempre più nutrite, gli alieni erano entrati nell'Impero, mischiandosi anche con alcuni elementi postumani.
I primi incroci furono veri e propri esperimenti viventi. Con il beneplacito svogliato dell'Imperatore, una coppia d'alieni sposò due fratelli di sesso opposto. Lo shock di vedere alieni mischiarsi col genere umano - o postumano - fu amplificato parossisticamente dall'assistere anche ad un'unione gay transrazziale. L'unione appena consumata attraversava come un raggio traente galassie lontane, la Via Lattea era diventata semplicemente una zona periferica di un vasto mondo ancora tutto da scoprire.
Non avevano alcuna religione, gli alieni. Qualcuno pensava che fossero loro stessi la religione. Per certi versi parlavano lo stesso linguaggio semantico del Principe, e se il Sovrano era un dio allora anche gli alieni lo erano; solo, si presentavano disassati rispetto al piano esistenziale dell'Imperatore. Quel sottile parallelismo era inspiegabile, se considerato con i crismi delle analisi logiche care alla razza che discendeva dagli umani, eppure un senso di sfuggente referenzialità era innegabile, come se Imperatore e alieni fossero cugini.
Le colonie che gli stranieri avevano fondato, ai bordi dell'Impero, si distinguevano per gli idiomi che si fissavano nella botanica dei luoghi. Assurdamente, i modi d'esprimersi intrinsechi nel linguaggio nativo degli alieni si linkavano con le colture biologiche indigene, rimaneggiandole; secoli d'esperimenti genetici avevano portato ad offrire involontari appigli ai gangli intuitivi di coltivazioni particolarmente sviluppate. Era come affermare che la tecnologia si era evoluta, aveva attecchito ed era diventata capace di comprendere cosa le veniva detto, o cosa si evolveva accanto a lei. L'evoluzione proveniva dal profondo dello spazio siderale, e portava germi sconosciuti in grado di integrarsi con la crescita postumana.
Questo era ciò che rimaneva comprensibile ai sudditi dell'Imperatore. Le uniche informazioni interfacciabili erano queste. Il resto era soltanto un ammasso d'icone non compatibili, zeppe fino all'inverosimile d'embrioni genetici e culturali o di semplici storie mitologiche - chi mai avrebbe potuto affermarlo con certezza quale ipotesi era vera? - che scivolavano indenni sul substrato culturale dell'Impero.
I resti d'alcune astronavi aliene erano stati studiati, in gran segreto, dagli psicotecnici della guardia imperiale, una delle tante èlite che circondavano la persona del Sovrano.
Il nulla più assoluto aveva delimitato le risultanze di quegli studi. Solo Totka aveva risolto alcuni importanti dilemmi, semplicemente imponendo le mani sui resti appena scalfiti da disastrosi incendi che avevano distrutto quelle navi aliene. Ciò che lui aveva scoperto non era stato diffuso, ma una fiumana d'onde empatiche ricche di significati affini a quelli del linguaggio alieno, cioè incomprensibili, sembravano essersi attivate e si erano incontrate in un luogo di links posti sotto alla corteccia cerebrale dei postumani, un sito craniale che molti riuscivano appena ad individuare, certamente non a comprendere.

Nessuno aveva posto confini alle influenze degli uni rispetto agli altri: postumani ed alieni avrebbero potuto collaborare tra loro, anche se ciò poteva avvenire solo virtualmente; il fatto che pochi matrimoni o unioni di fatto si fossero realizzate significava che le differenze tra le due culture erano abissali.
Tra i manufatti alieni migliori figurava il policarbonato tattile, il gioiello che avvinceva la fantasia dell'Imperatore.
Tramite quella gemma il Principe aveva stabilito degli ottimi rapporti commerciali con la genia extragalattica, anche se in realtà non si vendeva praticamente nulla tra i postumani e gli alieni; spesso quest'ultimi portavano in dono alcuni oggetti dal passato, alcune volte addirittura dal futuro, e siccome avevano la capacità di infischiarsene dei limiti temporali ben pochi postumani avevano da ridire sulle abitudini di vita straniere. I periodi di reintegrazione temporale avevano il comodo risvolto di far dimenticare - pur se i postumani possedevano poderosi database craniali - le bizzarrie di cui gli stranieri si rendevano protagonisti: essi continuavano ad essere considerati come degli strani e quasi misantropi abitanti dello spazio siderale.
Tra loro esistevano soggetti dotati di perfidia incontestabile. Tale bassezza era vista dagli alieni stessi come una perfezione prossima all'assoluto, una sorta di catarsi con i principi ispiratori della loro dottrina che sembrava predicare il ricordo dei Grandi Antichi, di cui sentivano ancora, enormemente, il terrore vigere in loro.
Non c'era null'altro, di rilevante, da dire a riguardo degli alieni; qualsiasi database terrestre o imperiale non riportava altre sostanziali notizie, ed i lunghi elenchi di curiosità minute che di tanto in tanto tormentavano i postumani rimanevano, sempre, senza risposta. Solo l'Imperatore sembrava essere andato a fondo di molti misteri, parecchi dei quali chiariti in quell'eterno banchetto che accompagnò la fine e la rinascita, a nuova vita, di Crustum.


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* *


Il gioiello di carbonato tattile era nelle mani del Principe. Ancora una volta.
Il legame tra lui e gli alieni gli tornava in mente ogni volta che maneggiava quello splendido oggetto.
Era davvero una gemma, quel blocco di materiale sconosciuto; non era facile descriverlo, e non era facile capire nemmeno se fosse stato dapprima un oggetto grezzo lavorato secondo gusti e tecnologie oscure, o se fosse soltanto un sofisticato ed avvincente prodotto della tecnica di quegli esseri provenienti da chissà quale rettilario siderale.
La descrizione, non avendo a disposizione nessuna fonte iconografica, risultava difficile. Per chiarificare grossolanamente il suo aspetto poteva bastare ricordare che il gioiello di policarbonato pesava nulla, era bitorzoluto, sostanzialmente nero ma puntinato da gocce che sembravano d'argento, almeno a giudicare dal colore. Visori a scomparsa si aprivano al solo volere psichico e l'Imperatore aveva imparato da solo, aiutato soltanto da lievi iniezioni craniali dell'idioma alieno, l'intero funzionamento sinaptico, empatico e tecnico della preziosa pietra.
La definizione del visore era iperreale; una quantità incalcolabile di pixel permetteva visuali migliori di quelle che avrebbe percepito l'occhio umano; infatti, soltanto alcuni postumani particolarmente dopati tecnicamente da innesti militari riuscivano a percepire tutto lo spettro garantito dal gioiello.
Quel giorno il Principe sentiva di chiamarsi Traiano. Un nome importante, colui che aveva fatto più grande di tutti i suoi predecessori l'Impero Romano. Oggi, lui era il più grande amministratore di territori, famelico di vittorie e ricchezze come nessun altro, e sapeva che avrebbe ingrandito a dismisura i confini del suo Stato.
Traiano guardava nel gioiello di policarbonato tattile e scrutava Crustum. Fuori era giorno fatto.
Guide aliene illustravano sinapticamente le funzionalità avanzate del visore, in uno splendido compendio di tecnologie intuitive rivolte verso menti non postumane. Traiano osservava tutto ciò materializzarsi tridimensionalmente sul visore e apprezzava la profondità della scena trasmessa istantaneamente, tramite guanto conduttivo, alle elaborazioni dei suoi gangli cerebrali atipici.
La sensibilità verso i territori e i momenti psichici che vivono in un luogo ben determinato, con precise coordinate spazio-temporali, agitava con un reticolo tangibile l'animo alieno del Principe - alieno tra altri alieni, di stirpi diverse. Traiano scrutava attentamente scene di vita nel suo dominio, dove quegli esseri del profondo spazio siderale annegavano in strutture che ossidavano l'ossigeno in misura compatibile con i loro processi d'ossidoriduzione.
I cluster in cui la genia straniera viveva avevano sembianze bizzarre, piccoli cunicoli di plastica protettiva rigida che si modellavano, a causa delle molecole intelligenti che li costituivano, sulle sembianze dei clan che li abitavano. Tali cluster si dissolvevano apparentemente durante il giorno, ma Traiano sapeva che quei rifugi erano sempre lì, traslucidi e immateriali. Un'altra caratteristica degli alieni era, infatti, la capacità di smaterializzarsi parzialmente, abilità sviluppata nel corso di migliaia di millenni tramite il viaggio spaziale. Ogni lembo di Crustum, ed il territorio esterno, era ricoperto da quella specie di poltiglia immateriale in cui gli esseri spaziali continuavano a vivere in una sorta di regime d'ubiquità: astralmente, erano rinchiusi nei loro accampamenti; fisicamente - o il contrario, Totka non riusciva mai a ricordarsi di come stavano effettivamente le cose - contrattavano affari nelle vie insieme a crustumini, i cui apparati cibernetici intergrati li portavano ad irridere sottilmente gli stranieri, come se si trovassero di fronte dei selvaggi con gingilli elettronici tra le mani.
Il gioiello di policarbonato tattile portava a Totka anche gli odori di Crustum. I dissolvimenti organici, in un tripudio d'impressioni psichicamente blande, si spandevano senza tregua nella persona dell'Imperatore, ed egli s'inebriava di quella sua possanza percettiva come se fosse davvero, oltre al padrone del mondo che gli umani consideravano loro dominio, anche il più potente essere che avesse mai avuto il potere di sovranità, su ogni materia in ogni arte.
Ombre.
Ombre ovunque. In dissolvenze sovrapposte. Senza distinzione di razza, discendenza o formazione.
Traiano le osservava, ne era avvinto e ringraziava il gioiello che era in grado di trasmettere a lui - fisica superiore in un corpo eccezionalmente vicino all'immortalità - tutto lo spessore drammatico di vite vissute e terminate in modo traumatico, incapaci di disperdere la loro aurea di energia o di raccontarsi fisicamente ma non spiritualmente.

Anime multiple esistevano in lui; oggi, era Traiano. Ieri, invece, era Marco Aurelio, e si era percepito tormentato fino all'angoscia, subendo afflizioni con cui le ombre avevano giocato e comunicato tutta la notte. Marco Aurelio, però, non era andato via del tutto, era un ulteriore aspetto della personalità odierna di Totka; come accade in sistemi esperti in multitasking, egli sopravviveva in una finestra accanto a quella di Traiano, e d'Adriano, e di molti altri ancora. Di tanto in tanto il Sovrano decideva cosa doveva prendere il sopravvento, oppure si lasciava andare al momento, come preda di un'ispirazione, e interpretava anzi, viveva perfettamente il personaggio che pensava, sapeva d'essere. La contrapposizione imperiale agli alieni che percorrevano il vasto territorio statale si risolveva anche così: una sola figura potente, con più personalità non dissociate ma integrate, fronteggiava nugoli di esseri distinti, univoci, che non avevano intenzioni belliche ma che affondavano i loro interessi in argomenti non palesemente identificabili. Riuscire a dirimere singolarità occulte era uno dei tanti aspetti poliedrici del Principe, qualcosa di cui si meravigliava egli stesso quando si considerava nel suo intero: non erano bastati migliaia d'anni per sorprendersi annoiato.
Messaggi lampeggiavano nella psiche periferica dell'Imperatore - satelliti integrati dotati di una certa autonomia decisionale ma succubi, in quel momento, delle unità psichiche centrali di Traiano. Un gruppo d'icone che significavano apertura di un socket, aspettavano insistentemente alla soglia d'attenzione del Principe. Le traduzioni erano efficaci, ma solo fino ad un certo livello comunicativo.
- Permesso accordato. Ditemi
Un fiume di pittoresche immagini, forse ologrammi di generazione successiva quasi incomprensibili pure all'Imperatore, si appressavano alla consapevolezza del Sovrano e attendevano pazientemente millisecondi d'elaborazione per poter essere vagliati: cognizioni dotate di propria coscienza pur se minimale, limitate allo scarno significato che dovevano esprimere.
- I nostri territori d'influenza sono minacciati dal Suo solenne potere - Solo questo le regali meningi modificate riuscivano a tradurre, in un difetto di sfumature espressive che aveva già parecchio menomato i tentativi di dialogo che si erano succeduti nel tempo.
- I nostri territori d'influenza sono ben stabiliti. Anche quella notte, a Crustum, siete stati d'accordo nel subordinare la vita imperiale che avreste condotto qui a ciò che era da me imposto - Testo, l'imperatore sceglieva la modalità solo testo per esprimersi.
- È vero. Ma le condizioni mutano giorno per giorno. Quello che ieri era accettabile oggi si è trasformato, non è più gravante sullo stesso equilibrio. Maestà, ha idea del perché siamo qui, nel suo territorio?
- Me lo chiedo, nel profondo del mio kernel che ancora vaga negli abissi galattici, assai spesso.
- Siamo contagiati. Abbiamo addosso il morbo della dissociazione temporale.
- Anche io lo avevo. E voi lo avevate. Da sempre.
- Le cose peggiorano.
- Migliorano, a volte.
- A volte sì. Ma solo a volte. - Un torrente di bit biunivoco configurava significati complessi. Da un direttorio alieno nel suo territorio, l'Imperatore assisteva ad una sorta di dialogo chiarificatore anche se sicuramente, stando al suo giudizio, non definitivo.
Quel torrente di bit colorati, magnifici nella loro veste grafica, investivano la fantasia di Traiano. Lo lasciavano interdetto per pochi istanti, meravigliato da tanto splendore estetico; se avesse voluto descrivere quel flusso d'immagini avrebbe avuto delle difficoltà. Avrebbe farfugliato di lunghi strali di colori densi e fluidi come un fiume di corallo, amalgamati in semplici schizzi di cielo profondo e di nebbia evocativa e livida. Neppure una parola era traducibile, e nessun tipo di dialogo era possibile tra le due entità perché mancavano gli appigli sintattici; esisteva soltanto un vago senso empatico che trascinava in un posto lontanissimo, al limite del concepibile dello spazio siderale. Bolle in disordinata crescita impiegavano l'equivalente di svariate centinaia d'anni terrestri per compiere una rivoluzione intorno ad una galassia da cui, sembrava di capire, aveva avuto origine un clan d'alieni vicino - ora - a coloro che stavano interloquendo con l'Imperatore stesso.
Il torrente di bit significava qualcosa di profondo. Troppo ed intraducibile. Traiano stralciava la sua discendenza postumana e si gettava in un nuotare istintivo; si abbandonava al suo essere più vero e radicato, e si ritrovava ad esistere come un giovane appena incarnato in un corpo da cui sarebbero discesi per fedeltà gli umani. Era ritto in riva al mare, scrutava le stelle che conosceva da tutt'altre prospettive.
- Che cosa posso fare per voi? - Si decise infine a spingere in là, oltre la soglia di non ritorno, la domanda che tanto aspettavano gli alieni.
- Fornirci una quantità di dati equa.
La sorpresa si dipingeva sul volto del sovrano. L'ultima cosa che si sarebbe aspettato da quei gruppi di lucertoloni era una richiesta economica. Scacciò via le ombre di sorpresa dal suo volto e cercò di approfondire il tema.
- Avete il segreto del volo spaziale. Cosa ve ne fate d'informazioni imperiali?
- Lo stesso uso che Voi, Maestà, fate delle risorse informative di questo vasto territorio: potere.
- Il vostro concetto di potere mi sembra diverso da ciò che noi imperiali consideriamo in quest'ordine materiale.
- Perché non conoscete, ancora, che un venti per cento del nostro linguaggio.
Nel frattempo lo spirito liquido dell'Imperatore era tornato ai suoi caldi lidi natii, in una costellazione che dal territorio imperiale non era nemmeno visibile. Da lì, egli se n'andava in flussi con la sua anima esemplificata ma proprio per questo vera, cristallina. Ascoltava le parole del clan alieno e provava a lasciare andare la sua immaginazione evocata come se si fosse sottoposto ad un regime di droghe postumane. La visione del significato intimo dei vocaboli dissimulati dal torrente di bit gli sgorgava lentamente, inesorabilmente dentro: razza aliena, dall'ambizione inesorabile; ciò erano quei clan, suoi concorrenti nel predominio imperiale, soltanto quello avevano sempre cercato. L'ambizione era un procedimento infido in loro; il metodo che avevano usato per piantare radici all'interno dell'Impero, a mo' d'ambasceria, era subdolo e non poteva dare motivo di sospetti. L'Imperatore aveva commesso delle leggerezze, e il continuo afflusso d'icone non espletate e la riservatezza d'ogni alieno residente nel territorio dello stato terrestre aveva conquistato la fiducia d'ogni cittadino, e del suo sovrano supremo.
Totka rientrò bruscamente in Traiano.
- Scriverò un editto che regolamenterà la vostra cacciata. Tornerete nelle profondità da cui siete venuti. Inoltrerò il documento via mail.
- Non ci fermerete. Abbiamo gli agganci qui, ormai.
- Immagino. Ma io sono il governatore unico di questo vasto territorio non misurabile. E se voi avete l'incomprensibilità del vostro linguaggio dalla vostra, io ho la non misurabilità del territorio, e del potere, dalla mia.
Cambiò nome, in quel momento. Era Ottaviano Augusto.
- Guerra civile?
- Se servirà, sì. Ma sarà una cacciata dei barbari, soprattutto… - Alessandro Severo, regnava in lui l'istante successivo.

Il torrente di bit si dileguava in un rivolo di significati ancor più colti e nascosti. I colori sempre vividi che fluivano si modificavano in intimità enunciate in un mattino nebbioso, in luoghi densamente antichi e ancora fittamente pervasi da forze arcaiche. Le ombre che avevano giocato a nascondino fin dalla notte precedente si riaffacciavano spesso, aumentando lo spessore di eventi che si succedevano nel palazzo imperiale.
Non c'era nessuno a confortare il Principe. Egli era sempre solo a decidere; per questo aveva allontanato i consiglieri già secoli prima.
Il palazzo era abitato solo da lui, adesso, e dalle ombre che continuavano a scendere e salire, rilasciando soltanto deboli soffi e lamenti. Dei fruscii.